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Ritorniamo a dove eravamo prima

Abbiamo il diritto di togliere la vita ad un altro? Credo di no ma, il mio pensiero va oltre. Chi ci insegna ad esistere con quali metodi trae:considerazioni, affermazioni, sdegno, vergogna. Chi ha imposto quest'ordine di vita. Siamo noi che dettiamo legge e la facciamo a nostro piacimento? Quando un collegio di uomini emettono una sentenza di morte, ecco allora levarsi un coro di proteste. Ci indigniamo, blateriamo, scriviamo e passato il furore di parole, ritorniamo a dove eravamo prima.

 

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2 recensioni:

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  • Rocco Michele LETTINI il 10/11/2012 17:27
    A GENZANO DICONO... TRE GIORNI PARLA IL MONDO... E POI TUTTO SI DIMENTICA... E IL DOLORE DIVENTA PERSONALE...
    IL MIO ENCOMIA AUGUSTA...
  • Anonimo il 10/11/2012 13:29
    purtroppo sì... drammatiche parole per una drammatica realtà! Bravissima!

13 commenti:

  • augusta il 19/11/2012 11:26
    alice e lolita.. ancora grazie del vostro passaggio.. 1 beso
  • alice righetti il 18/11/2012 17:39
    ciaooo brava ottima considerazione...
  • Lolita il 18/11/2012 16:52
    ... amaramente Augusta, và sempre a finire così!
  • Anonimo il 11/11/2012 11:38
    stupendi i due interventi di Luana... quoto in pieno e quoto tutto, del resto lei sa spiegare tutto così bene!
  • vincent corbo il 11/11/2012 10:23
    Condivido... il progresso è solo una parola vuota (se poi ci si vuole riferire al progresso tecnologico o scientifico è un'altra cosa); l'uomo in quanto tale nel corso dei secoli non è riuscito a spostarsi in avanti di un millimetro. Quando penso al progresso mi viene in mente New York, le città formicai, la lotta contro il male, la lotta alle mafie, i pronto soccorso degli ospedali...(credo si possa parlare di regresso)
  • augusta il 11/11/2012 09:45
    luana... alcune tue affermazioni... mi convincono altre no... non credo nella morte del pensiero.. inteso filosoficamente... poi per certezze ipocrisie ecc.. ok questo va bene... mi piacerebbe che qualcuno intervenisse ma ahimè... 1 beso
  • Luana D'Onghia il 11/11/2012 09:36
    Bella domanda, Vincenzo!
    Sarebbe facile risponderti. Si pensi alla storia dell'umanità e al progresso che ha fatto l'uomo in termini materiali: ha allungato laa sua vita, va sulla luna, tecnologicamente e scientificamente, l'uomo ha fatto passi da gigante. Una domanda che pongo a me stessa o anche a voi: ma ci credo veramente? No. Davvero, l'uomo non ha fatto alcun progresso dal punto di vista dell'humanitas, ovvero, del suo apparato razionale, spirituale, intimo. Proprio nessuno! È un'illusione che l'uomo sia progredito. L'uomo è uno strano ente, il più distruttivo che sia mai comparso sulla faccia della terra. Solo noi siamo capaci di tante assurdità e di non migliorare. Questo uomo è penoso, penoso! Millenni per non progredire di un solo passo! Eppure così come l'uomo si è evoluto dalla scimmia, adesso deve fare un altro passo e lo deve fare in su. Io credo entusiasticamente nella teoria dell'Ubermensch, dell'oltreuomo nietzscheano, ma, per raggiungere questa meta, bisogna che avvenga la "morte di Dio", ovvero che tutte le certezze, le ipocrisie e le metafisiche crollino, per dire pienamente di sì alla vita. Attualmente, il progresso è una menzogna e la scienza sta diventanto uno strumento di antihumanitas: è un'arma di distruzione di massa, una morte per il pensiero, per il genio che alberga silenzioso in ognuno di noi.
  • augusta il 11/11/2012 09:20
    ringrazio... i miei amici fan... rocco e fri... grazie del passaggio... luigi... vincenzo... grazia... donato... e naturalmente un favoloso... beso... alla mia amica LUANA... che scrive sempre cose... molto importanti... 10000000000000000000000000 besos a voi tutti...
  • Luigi Lucantoni il 10/11/2012 23:09
    Le regole della convineza civile devono sempre basarsi su considerazioni pratiche, mai metafisiche, altrimenti l'ipocrisia è assicurata
  • vincent corbo il 10/11/2012 19:04
    Allora cos'è il progresso?
  • Grazia Denaro il 10/11/2012 18:15
    Siamo noi che dettiamo il sistema di vita che molto spesso è ingiusto, ma forze maggiori delle nostre prevaricano le decisioni di moltitudini.
  • Anonimo il 10/11/2012 15:28
    La nascita, biologica non meno che culturale e identitaria, e poi la vita nel suo divenire casuale e destinale rendono impossibile il concetto di giustizia. Anzi, rendono assurdo qualsiasi tentativo di concettualizzare, determinare, definire. E faccio mie le parole del buon vecchio Nietzsche: "Diffido di tutti i sistemi e i sistematici e mi allontano da loro; io non sono abbastanza ottuso per un sistema". Geniale come sempre! Nietzsche dietro il sistema vedeva una forma di volontà di potenza: un desiderio di impadronirsi della totalità del reale. Perché ho introdotto l'idea di sistema? Allora, il termine "giustizia" lo facciamo etimologicamente derivare dal sostantivo latino "iustitia", che, a sua volta, riprende l'aggettivo "iustus". È interessante notare come gli antichi avessero meno pigrizia mentale di noi e, soprattutto, una straordinaria elasticità e libertà dei significati delle parole. "Iustus" è traducibile come giusto, onesto, retto, ma anche come qualcosa che sia regolare, normale, completo. E il sistema lo è! La legge è un sistema. Tuttavia, Augusta, la tua riflessione, come hai scritto, va oltre il piano puramente giuridico e investe inevitabilmente anche quello umano e sociale. Riprendendo Nietzsche, il sistema è, dunque, una "volontà di potenza" e questo viene anche confermato dall'etimologia stessa dell'aggettivo "iustus", poiché, tra i significati che ho riportato sopra, ho celato appositamente uno: il conveniente. Il giusto è ciò che conviene. Ma, allora, è l'anarchia! E si viene, dunque, a scoprire che, in realtà, non esiste una giustizia, ma solo delle convenzioni. E, lo so, molti non saranno d'accordo con me, ma ritengo (e spero in un giorno non troppo lontano di potermi ricredere) che la nostra "bella" e "amata" costituzione non è niente di tutto questo! Nasce da esigenze individuali, da personalismi e, in fondo, questo concetto ce lo ricorda filosofi come Rousseau, Hobbes, Locke, Hegel e tantissimi altri. Ci tengo a precisare che la mia non vuole assolutamente mostrarsi come critica, ma come realtà effettiva di un qualcosa! Tutto è convenzionale, tutto è frutto di accordi, trattati per poter vivere bene. Ma, allora, cos'è il bene? E il male? Come possiamo giudicare e, quindi, condannare o assolvere? Qual è il vero tribunale? La società o un ufficio? Il discorso non cambia se vogliamo analizzare l'uomo e il suo rapporto con gli altri e con il mondo! Nessuno ci insegna ad esistere: anche quella è una convenzione, un venirsi incontro tra l'uomo e ciò che ci circonda, tra il soggetto e la vita. Io (e questa non è mera speculazione ma un esempio concreto e vero!) disgraziatamente mi ritrovo con un'ernia al disco che mi "invalida". Devo camminare, devo vivere, (perché è questo l'atto spontaneo d'ogni uomo), ma non posso sottrarmi nè alla forza di gravità (che mi spinge a camminare come una persona sana)nè, però, al dolore della mia gamba sinistra (che ora, purtroppo, sta coinvolgendo anche la destra): devo trovare un compromesso. Camminerò diversamente dagli altri! Sono giudicabile? Bè, sì! Il mio camminare in un certo modo è la mia identità? Certamente! L'identità diviene e cambia: si costruisce; è ciò di cui si predica, man mano che si vive. Ed essa, come ho cercato di spiegare, è data anche dalle relazioni con le persone, con i luoghi, con gli oggetti che accompagnano la vita. Queste cose, se perdute, feriscono, producono spaesamento: per un musulmano, vedere in un paese cattolico una moschea, vuol dire trovare l'appartenenza, la familiarità. Noi siamo tanti Narciso! Narciso si specchia nell'acqua (cioè, in questo caso, nel mondo) e così si vede essere, essere in verità. Quindi, più che dell'amor di sé Narciso è l'emblema della scoperta del sé, del senso di sé. Ma, è inutile, quel genio di Nietzsche affermava anche che la verità è un mobile esercito di metafore. La società giudica, plasma, crea e noi, pur credendo di essere noi e rivelandoci come noi, veniamo quotidianamente deformati dall'opinione della gente. E, in questo modo, noi diventiamo "uno, nessuno e centomila". Pirandello insegna! Luana D'Onghia
  • Donato Delfin8 il 10/11/2012 13:39
    Cortesemente cerchiamo di usare bene le tipologie.
    questo è meglio inserirlo come racconto breve:riflessione.
    grazie per la collaborazione

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