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Le tre leggi universali

Sono talmente ottuso che alcuni scritti li devo leggere tre volte. La prima per acquisirne il concetto, la seconda per rendermi conto che non ho capito nulla, la terza per comprendere che l'autore è più ottuso di me.

 

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0 recensioni:

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18 commenti:

  • roberto caterina il 13/08/2011 18:29
    Suggerisco una quarta lettura, non si sa mai
  • Donato Delfin8 il 22/03/2010 16:03
    Ah bè Cesar1
    Prometto sulla mia penna che scriverò anche le indicazioni nelle note!
    Pagina 777 tè! Ok? Mi hai colpito fisicamente con la tua acuta osservazione


    ottima Cesarone
  • cesare righi il 22/03/2010 09:49
    Questo tuo ultimo commento, Massimo, è strepitoso... non so se è tuo o se è una trasposizione di ciò che hai appreso, ma comunque sia è di una logica disarmante...
    detta terra terra... cosa corri uomo????
  • Anonimo il 22/03/2010 09:18
    Siamo tutti figli dello stesso centro che ci contiene lasciandosi contenere. Tutti uguali nella magnifica diversità. Tutti destinati a conoscersi e a conoscere. Tutti costretti dalla libertà a soffrire e a gioire, ad amare e a odiare, a vivere insomma. Vivere la vita per conoscere noi stessi e ciò che ci circonda. Quello che possiamo dire senza timore di sbagliarci è che ogni centro ha la sua circonferenza che gli ruota attorno. Ognuno di noi è un puntino diverso che corre sulla circonferenza dell'esistenza e si chiede dove sta il centro. Nel chiederselo c'è chi ha fretta e chi è calmo. Nessuno di questi due stati d'animo lo aiuterà a far prima.
  • karen tognini il 22/03/2010 08:40
    Meno male.. non sono l'unica... ahahah!...
  • Giovanni Ibello il 22/03/2010 02:40
    ahahah grandissimo!! bellissimo pezzo!
  • Cinzia Gargiulo il 22/03/2010 01:07
    Ah bè, l'importante è non essere il solo ottuso...
    Troppo forte Cesare!...
  • Anonimo il 21/03/2010 20:22
    Tu, Cesare, consideri l'individuo sempre e solo nella sua accezione relativa, mentre la centralità di ogni essere è nel legame che lo unisce all'Assoluto del quale è figlio. Questa centralità, chiamata "Sé" per distinguerla dall'ego superficiale chiamato "io", quando è risvegliata diviene centro di conoscenza immediata e consapevole e non costituisce più un io esteriore indice di esclusiva individualità, ma un punto dove la consapevolezza della realtà è acquisita nell'immediatezza della vista interiore. Questa è l'immediatezza non mediata dalla mente e collegata allo spirito universale, dove non c'è più divisione tra il Sé e l'altro da Sé. La conoscenza certa della Verità inizia dalla conoscenza delle sue leggi universali e va maturando attraverso l'armonizzazione dell'intelligenza individuale con quella universale. Stesso percorso che devono fare anche il sentimento e la volontà le quali, insieme all'intelligenza, esprimono l'unicità individuale trasformata in universale, una volta raggiunto l'equilibrio armonico sovra-individuale e sovra-razionale. Lì, dove tutto è uno. Per quanto si riferisce all'esempio da te fatto occorre dire che, stando nei limiti dell'individualità comune e non situata nella propria centralità universale, il nero è il risultato della somma dei colori primari, quando questi colori sono formati dai pigmenti solidi, mentre se ci si riferisce alla luce è il bianco che è costituito dalla somma dei colori. Quando la luce bianca attraversa un prisma si scompone nello spettro dei colori di cui è composto l'arcobaleno. Questo è il risultato di una contrapposizione esistente tra la luce e la materia, e l'inversione dei risultati cromatici si attua per il fatto che i colori materiali dei pigmenti sono quello che appaiono ai sensi in seguito alle radiazioni luminose che assorbono e a quelle che rifiutano. Io ce la metto tutta per essere chiaro nell'esporre la conoscenza metafisica, ma è un impegno per me difficile, perché ho una cultura non libresca e sono praticamente un illetterato che non conosce attraverso lo studio, e poi la dottrina metafisica non è alla portata della comprensione di tutti e non può né deve essere ridotta affinché lo sia. Ciao Cesare
  • cesare righi il 21/03/2010 19:26
    Nel primo caso osservo la realtà da un piano soggettivo, quindi la verità risulta essere una mia chiave interpretativa. Nel secondo caso, quello oggettivo, è la verità che considera l'oggetto, ma essendo sempre io la chiave interpretativa di questa verità, essa torna ad essere la mia verità soggettiva.
    Un esempio col colore, il nero è la somma di tutti i colori, quindi risulta essere che quattro colori: ciano, magenta, giallo, nero sommati al 100% risultano essere un nero assoluto.
    La mia verità soggettiva è che quello sia un solo colore, il nero.
    La verità oggettiva risulta essere la somma dei quattro colori, ma nello stesso momento diventa soggettiva se io osservatore non ne conosco la composizione.
    Mentre mi pare di essere perfettamente d'accordo col tuo pensiero finale:quel nero è nero ma formato da quattro colori e l'oggetto/soggetto sono io centrato perfettamente in quella verità.
    Certo che leggerti è molto stimolante, e difficilissimo risponderti, ma provarci è molto... pericoloso...
    ciao
  • Anonimo il 20/03/2010 08:27
    Dire che la verità è solo soggettiva equivale ad affermare che esiste solo il sotto senza il sopra o il fuori senza il dentro. Soggettivo indica una realtà osservata da un punto di vista individuale con una chiave interpretativa che guarda quella realtà procedendo dall'individuo verso la realtà osservata. In questo caso si centrerà la natura del vero solo attraverso l'identificazione totale del soggetto (chi osserva) e l'oggetto osservato (la verità, in questo caso). Nell'altra possibilità, quella oggettiva, è la verità che nella sua essenza considera e osserva l'individuo. In questo secondo caso la verità è centrale e la chiave interpretativa procede da ciò che essa indiscutibilmente è, ed è orientata verso chi osserva. La perfezione della consapevolezza sarà quindi perfetta quando ci sarà l'assimilazione da parte della verità di colui che è considerato dalla verità. Sia l'identificazione tra soggetto e oggetto che l'assimilazione non sono conseguenze di un processo mentale del pensiero, ma derivano dall'intuito sovra-individuale. Conosce perfettamente la verità ed è conosciuto perfettamente dalla verità soltanto l'essere che è centrato perfettamente in se stesso perché è in quella stessa centralità che la Verità risiede.
  • tania rybak il 19/03/2010 23:23
    spiritosa, ma il suo senso...
  • Dolce Sorriso il 19/03/2010 21:35
    sei forte
    piaciuta la tua ironia
    bravooooooooo
  • cesare righi il 19/03/2010 20:55
    cavolo è tre volte che scrivo per rispondere al commento di Vaj, perdo mezz'ora per affermare che la verità è soggettiva, salvo e puff svanisce tutto...
    Vedi Massimo che esistono varie realtà... le mie risposte precedenti le troverai in un altra realtà... ora salvo, rimarrà?
  • Anonimo il 19/03/2010 19:59
    Dire che se si scrive si scrive per i più significa che non si deve scrivere ciò che si ritiene essere la verità, ma solo ciò che i più si aspettano di veder scritto. Questa sarebbe la negazione dello scrivere attorno alla conoscenza a favore dell'esaltazione della mediocrità. Detto da uno che scrive è significativo del degrado in cui versa l'arte della comunicazione...
    Mi pare che la televisone sia su questo piano, e si vedono i risultati... si chiamano "spazzatura" mica per niente. La definizione corretta è: il cesso degli occhi...
  • Don Pompeo Mongiello il 19/03/2010 19:49
    La massima di Massimo forse ti spiega tutto, ma non siamo nel medioevo, se si scrive si scrive per i più, e cioè da essere compresa da tutti. Condivido quindi pienamente con te.
    Bravo!
  • Anonimo il 19/03/2010 17:23
    Immagino che il termine "universale" sia da intendersi ironicamente. Lo so che quando non si capisce uno scritto si è disposti a squalificare l'autore dei concetti non chiari secondo la regola che se non si capisce qualcosa la colpa è di chi ha scritto. Questa così diffusa credenza non tiene conto che uno scritto può essere letto da chiunque, e se un ragazzino legge uno studio di metafisica è difficile che ne colga il senso. È ovvio che la comprensione deve legarsi alla maturità di chi legge, dando per scontato che l'autore sia una persona competente. Quando la competenza manca il discorso cambia, ma chi non ha capito o si avvede con chiarezza di questa fallibilità, oppure si consola dando ad altri la colpa. Nel dialogo a quattro occhi è un po' diversa la questione, perché di norma chi è competente, comunicando con un incompetente commisura il suo dire alla mente dell'altro procedendo, nella sua esposizione, per gradi, e fermandosi quando capisce che andare oltre sarebbe tempo perso.
  • Anonimo il 19/03/2010 17:19
    Mi sa tanto di ermeneutica saggezza!
  • B. S. il 19/03/2010 16:37
    Credevo di essere la sola!
    Almeno ora sono in compagnia...

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