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Poesie di Dylan Thomas

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Questo pane che rompo

Questo pane che rompo un tempo fu frumento,
Questo vino su un albero straniero
Nel suo frutto fu immerso;
L’uomo di giorno o il vento nella notte
Gettò a terra le messi, la gioia dell’uva infranse.

Un tempo, in questo vino, il sangue dell’estate
Pulsò nella carne che vestì la vite;
Un tempo, in questo pane
Il frumento fu allegro in mezzo al vento;
L’uomo spezzò allora il sole, abbatté allora il vento.

Questa carne che rompete, il sangue a cui lasciate
devastare per le vene, furono
Frumento ed uva, nati
Da radice e da linfa sensuali; voi
Bevete del mio vino, spezzate del mio pane.

Originale:

This bread I break was once the oat,
This wine upon a foreign tree
Plunged in its fruit;
man in the day or wind at night
Laid the crops low, broke the grape’s joy.

Once in this wine the sammer blood
Knocked in the flesh that decked the vine,
Once in this bread
The oat was merry in the wind;
Man broke the sun, pulled the wind down.

This flesh you break, this blood you let
Make desolation in the vein,
Were oat and grape
Born of the sensual root and sap
My wine you drink, my bread you snap.

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Il pagliaccio sulla luna

Le mie lacrime sono come un quieto turbine
di petali da una certa magica rosa;
e tutto il mio dolore fluisce dalla fessura
di nevi e cieli dimenticati.
Penso che se toccassi la terra,
si sbriciolerebbe,
è così triste e bella,
così trepidamente simile a un sogno.

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Nel sonno campestre

Mai e poi mai, figlia mia che cavalchi in lungo e in largo
Nella terra delle fiabe del focolare, e per incanto addormentata,
Devi temere o credere che il lupo con un cappuccio bianco-
agnello,
Saltelloni e belando rozzo e allegro balzerà
O cara, o cara,
Da una tana nel mucchio di foglie nell'anno zuppo di rugiada,
Per mangiare il tuo cuore nella casa nel bosco di rose.

Dormi, buona, ora e sempre, lenta e profonda, rara e savia
Nell'incanto, mia bimba errante la notte nella rosea contea
Delle favole agresti: nessun guardiano d'oche o di maiali
Si muterà in un re da cortile o villaggio di fuoco
E in principe di ghiaccio
Per adescare il tuo cuore mielato avanti l'alba in un boschetto
Di ragazzi e di paperi in cerchio, per inchiodare e bruciare,

Né l'innocente giacerà nella valletta grufolante corteggiata
E bucata, e squarciata fra le piume piangerà la mia cavallerizza.
Dalla schiuma della strega sulla scopa ti protegge la felce
E il fiore del sonno campestre e il baluardo della verde foresta.
Riposa calma e profonda,


Tranquilla e immune dai mugghi della covata dei giunchi.
Mai, bimba mia, finché la severa campana a sonno non
rintocchi,


Devi temere o credere che rustica ombra o incantesimo
Possa erpicare e nevicare sangue mentre qua e là cavalchi,
Perché chi infesta come spettro gli anfratti del monte
O s'agguatta nel borro se non lume di luna che limpido echeggia
Dal pozzo stellato?
Sfiora un angelo il colle. Dalla celletta d'un santo,
L'uccello notturno attraverso conventi e cupole di foglie
Canta laudi dell'albero dal petto di pettirosso, con tre Marie
Nei raggi. Sanctum sanctorum l'occhio animale del bosco
Nella pioggia che sgrana il suo rosario, e più solenne spirito
Il gufo ai suoi rintocchi. Volpe e boscaglia s'inginocchiano al
sangue.
Ora i racconti lodano
La stella sorta al pascolo e per tutta la notte le favole brucano
Sopra la santa mensa dell'erba prosternata. Temi soprattutto
E sempre, n

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Dai sospiri

Dai sospiri nasce qualcosa,
Ma non dolore, questo l’ho annientato
Prima dell’agonia; lo spirito cresce,
Scorda, e piange;
Nasce un nonnulla che, gustato, è buono;
Non tutto poteva deludere;
C’è, grazie a Dio, qualche certezza:
Che non è amore se non si ama bene,
E questo è vero dopo perpetua sconfitta.

Dopo siffatta lotta, come il più debole sa,
C’è di più che il morire;
Lascia i grandi dolori o tampona la piaga,
Ancora a lungo egli dovrà soffrire,
E non per il rimpianto di lasciare una donna in attesa
Del suo soldato sporco di parole
Che spargono un sangue così acre.

Se ciò bastasse, se ciò bastasse a dar sollievo al male,
Il provare rimpianto quando quello è perduto
Che mi rendeva felice nel sole,
Quanto felice il tempo che durava,
Se ambiguità bastassero e abbondanza di dolci menzogne,
Potrebbero le vacue parole sostenere tutta la sofferenza
E guarirmi dai mali.

Se ciò bastasse, osso, tendine, sangue,
Il cervello attorcigliato, i lombi ben fatti,
Cercando a tastoni la materia sotto la ciotola del cane,
L’uomo potrebbe guarire dal cimurro.
Ché tutto quello che va dato, io l’offro:
Briciole, stalla, e cavezza.

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