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La giostra Jardin du Luxembourg

Con un tetto e con la sua ombra gira
per breve ora la giostra dei cavalli
multicolori, tutti del paese
che lungamente tarda a tramontare.
Molti sono attaccati alle carrozze,
eppure tutti hanno un cipiglio fiero,
e un feroce leone, tinto in rosso, va con loro,
e a quando a quando un elefante bianco.

Perfino un cervo c'è, come nel bosco,
ma porta sella e, fissa alla sua sella,
una minuscola bambina azzurra.

E cavalca il leone un bimbo bianco
tenendosi ben fermo con la mano che scotta,
mentre il leone scopre lingua e zanne.

E a quando a quando un elefante bianco.

E passano su cavalli anche fanciulle
in vesti chiare, quasi troppo grandi
per questi giochi e nella corsa alzano
lo sguardo in su, verso noi, chi sa dove-

E a quando a quando un elefante bianco.

E il tutto va e s'affretta alla sua fine,
e gira e gira in cerchio e non ha meta.
Un rosso, un verde, un grigio che balena,
un breve, appena abbozzato profilo-.
E ogni tanto rivolto in qua, beato,
un sorriso che abbaglia e che si dona
al cieco gioco che ci toglie il fiato...

 


1 commenti:

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  • marino il 16/01/2014 17:13
    La poesia di Rilke, per non riuscire mozza, non può venire separata dalla sua forma. Il contenuto della traduzione è corretto; vogliamo tentare di ridonargli anche la sua forma?

    Con il tettuccio e l'ombra sua daccanto
    ruota in un breve esistere il congegno
    di cavallucci pinti, usi a quel regno
    che, prima di disfarsi, esita tanto.
    Qualcuno, è vero, è al traino di un pesante
    carro, ma tutti ostentano baldanza;
    torvo, un leone fulvo insieme avanza
    e, a quando a quando, bianco, un elefante.

    E un cervo, come in selve, è lì e cammina,
    solo che in groppa ha una sella dove
    è avvitata una bimba celestina.

    E, sul leone, un bimbo c'è e s'abbranca
    e stringe la manina sua bruciante
    se fauce, irta di denti, si spalanca.

    E, a quando a quando, bianco, un elefante.

    E, sui cavalli, incontro, un corteo muove
    di adolescenti, eteree, e un che s'affranca
    per colma età da loro e, a un tratto, mancano
    al brio e vaga l'occhio in un altrove.

    E, a quando a quando, bianco, un elefante.

    E il tutto va e il fine suo rincorre
    e ruota in meri cerchi, senza intento;
    un rosso, un verde, un grigio a guizzi scorre,
    l'accenno di un ingenuo lineamento...
    e, talvolta, un sorriso, che a te corre,
    beato di abbagliarti e scialo sciorre
    nel gioco cieco e senza attenuamento.

    Comunque sia, una cosa è certa: dopo ogni traduzione ci si rende conto di quanto prezioso e fragile sia l'originale.