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Cinzia

Gin, campari e screziate le cravatte
nella mezzanotte sotto alla città
spoglia e decadente.
Mora la frangetta, la sigaretta
che annebbiava i nostri visi,
ti rubavo sorrisi annegando
nel rosso dei nostri bicchieri
intrisi di vite e di distanze,
e poi le danze,
le tue caviglie sottili
ticchettare febbrili nelle calzature
dipinte delle acque più profonde,
degli abissi sommersi,
e noi persi tra gli sguardi propizi della gente
corriamo avvinghiati
tra le vie del paese dormiente,
solo il rumore dei nostri passi,
le tue labbra, le mani, la sottoveste,
e le nostre teste nude
sotto al picchiettare incessante
della pioggia battente.
Gli arabeschi della tua stanza d'albergo,
io che mi perdo nella tua carne minuta,
nella tua pelle vellutata,
sei mia e il silenzio che alla fine ci pervade.
Gennaio e la luce del mattino,
ti richiamo devo andare,
viadotti gallerie,
il porto e le periferie,
inghiottita dal tuo mare.

 

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