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Come quel poeta

Certe sere mi sento come quel poeta,
la finestra è troppo alta
e io non riesco a guardare oltre.
Anche se i sostegni non mi mancano mai
e le scarpe sono sempre al loro posto,
gli occhi si stancano facilmente,
sono pigri, non c'è verso.
Eppure qualcosa al di là dell'invisibile sento comunque,
sapori che sanno fare il grande salto,
ed irrompono nella stanza con la forza
di un'esplosione. E allora mi faccio
piccolo piccolo, non voglio che poi qualcuno
mi accusi di avergli rubato il destino
insieme a buona parte dei sogni.
E per perdermi mi nascondo dietro una tenda
aspettando che la luna tiri fuori le unghie,
anche se non mi credo talmente bianco da poterla
sorprendere alle due di notte,
come il più ingenuo dei curiosi.
Mentre minuscoli dettagli allargano
le braccia, si fanno grandi speranze
tra il bianco del muro e gli scaffali.
E più le sfumature mi sfuggono
e più mi sembra di essere il re del mondo,
anche se qualcosa mi dice che da qualche
parte devo averlo perso,
quello stupido scettro senza nome.
Parole scritte sul vetro, che non si appanna,
se non ho il coraggio di metterci il fiato
insieme a quei due centimetri di corda sottile.
No, neanche quella, solo aria fredda
che non incontra resistenza e mi lascia
di ghiaccio, a rincorrere il mio stesso fiato.

Vivo sopra una parentesi che ogni tanto
lascia cadere rimasugli che resistono
solo per qualche ora, poi si allungano
in ombre che si mimetizzano in mezzo
a pensieri troppo vasti, mentre l'azzurro
che sta sopra si appropria pure del lutto.
E si fa cenere anche il più luminoso dei consigli,
portandosi dietro un paio di maschere
dalla bocca aperta e un animale
che non sa più nemmeno stare in piedi.
Provo a rimettere a posto le scatole
più fragili, lucido documenti che mi parlano
di un tempo in cui era più facile
prendersela con gli altri senza rimetterci
neanche un briciolo di pazienza.
Uso guanti sottili, un accenno di carezza
sopra i gesti che mi fanno sentire meno stanco,
poi improvviso un racconto su due piedi,
senza pensarci, anche se nella stanza c'è poca luce.
E lo so che alla fine sarà la notte a salvarmi,
insieme a quelle quattro ossa scure
che ogni tanto si fanno avanti,
ignoranti al punto da pretendere
che io gli mostri com'è che è andata a finire.
E quella follia a forma di rosa che si arrabbia
sempre quando mi volto dall'altra parte,
labile più di me e senza ombra di sorriso.
Io le sputo addosso un po' di veleno,
per gioco, non voglio farle male.
Perché so che è muta e non mi può vedere.

 

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5 commenti     1 recensioni    

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1 recensioni:

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  • Rocco Michele LETTINI il 13/03/2014 18:38
    FANTASTICA NEL SUO DILIGENTE COSTRUTTO... IL POETA È QUANTO HAI DECANTATO... IL MIO ELOGIO

5 commenti:

  • anna rita pincopallo il 14/03/2014 07:32
    bravissimo poesia molto bella
  • vincent corbo il 14/03/2014 06:44
    Che dire? queste sono le cose belle che si dovrebbero leggere in un sito letterario.
  • loretta margherita citarei il 13/03/2014 18:36
    piaciuta molto sempre bravo ciao salva
  • gianni castagneri il 13/03/2014 18:31
    lunghissima e difficile, ma bella! comunque e' vero, il poeta o colui che in qualche modo si sente tale, e' uno che sa osservare, magari nascosto dietro le tende ed in silenzio...
  • anna marinelli il 13/03/2014 18:20
    Io le sputo addosso un po' di veleno, Oh! No, cattivo che sei!
    (Sto scherzando... la poesia mi è piaciuta tanto!)

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