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Mangiavo fragole, ma solo ogni tanto

Sempre in mezzo a promesse
che poi non riesco a mantenere,
tra strade che sanno di sale e vecchie storie
che non ho il coraggio di raccontare,
provo a risalire alle origini della mia leggenda
ma mi stanco presto, mollo gli ormeggi e mi ritiro
in un silenzio che ha poco del religioso, un vero strazio.
Prego sempre per non smarrirmi ma poi mi perdo.
A piccoli sorsi, inutilmente.
Vicende di rime mai baciate e di conchiglie
lasciate ad asciugare al sole, perché sia
la paura la prima a mollare la presa,
in una corsa a rotta di collo verso una spiaggia
piena di alghe e pescatori senza nome.
Mi basta un minuto, a volte anche meno,
per perdere quel poco di dignità
che ancora mi rimane; e allora prendo
a calci la prima lattina e torno indietro,
verso il centro del mio mondo. Anche se poi
non riesco mai a riconoscere le facce,
in quel vicolo che scorre lento e s'attorciglia
sono estraneo persino a me stesso,
felice solo di essere vivo. Un puntino strambo.
Rido ma non so di cosa, forse delle pupille
che mi fissano attraverso gli spiragli
lasciati a prendere aria e gocce di sudore.
Non so chi sono ma non m'importa.

Son qui davanti, con una gran voglia
d'imparare ad essere un uomo nuovo
e una valigia piena di cianfrusaglie,
faccio avanti e indietro, spero solo
di non aver dimenticato niente.
Per questo ogni tanto mi volto e raccolgo
tutta la polvere che posso. Un'ombra
che si allunga ma neanche più di tanto,
e poi mi tocca cominciare a fare due conti
in tutta fretta, per non rischiare d'innamorarmi
di chi conosco solo di striscio. Un ricordo
che non riesco a ripulire come si deve,
con un intoppo che rimane sempre là,
incastonato come una pietra preziosa
che ha il colore del piacere mai goduto.
In una delle case più in alto c'ero io,
al secondo piano, dietro una porta di ferro
che portava dritto in Paradiso. Un sogno
fatto di cartone lucido e pennarelli
che dimenticavo sempre nella stanza del forno
a far compagnia ai ragni. Che mi volevano bene,
eravamo fratelli. Loro progettavano tele,
io costruivo favole senza titolo e poi
le chiudevo dentro quaderni a righe grosse.
Mangiavo fragole, ma solo ogni tanto.

 

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4 commenti     2 recensioni    

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2 recensioni:

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  • vincent corbo il 27/05/2014 06:48
    Un vero poeta che nei suoi versi dipinge il suo mondo interiore.
  • Anonimo il 26/05/2014 18:22
    Gli eccessi ci ricordano che la moderazione è vita. Almeno intendo così.
    Apprezzata.

4 commenti:

  • anna rita pincopallo il 27/05/2014 12:33
    bravissimo splendida poesia
  • Teresa Pisano il 27/05/2014 06:44
    Un'introspezione nel proprio essere, nella persona estranea persino a se stessa
    Per comprendere come essere un uomo nuovo, come posare quella valigia di ricordi, riporli, e andare avanti senza dover tornare indietro per paura di aver lasciato qualcosa di importante e rendersi conto che e' ormai un pugno di polvere...
    Perdona questa mia analisi spicciola, ma e' cio' che ho colto da questa tua bella poesia
    Buona giornata!
  • eleonora il 26/05/2014 22:51
    sono estraneo persino a me stesso,
    felice solo di essere vivo.
    pensiero comune...
    bellissima poesia.
  • loretta margherita citarei il 26/05/2014 20:08
    bella la parte finale, piaciutissima

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