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Monte Velino

Due candidi denti di squalo,
dall'Urbe invernale,
le giornate terse
all'occhio donano.

È un minuto scorcio
che margini d'estate
un po' di quel bianco
si degnan di sagomare.

Davanti il sub-Appennino,
da verde a bruno,
di rado imbiancato,
tutto l'anno riveste
l'oriente romano.

Solo da tal piccolo,
fugace spettro
tanto lontano
che, avvicinandosi,
l'occhio sgomento
un gigante dischiuso stanerà.

Al suo cospetto
tra i monti estivi
un'immane, truce piramide,
riarso deserto di brecce,
sospeso incombe
a noi formiche.

Uno spettro titanico
la nebbia canicolare
allora appena vela;
come avamposto
d'arcano pianeta.

Torna ladro lo spettro;
sottraendo a suoi piedi
parte di tale maestà.
Dell'altopiano è l'inganno,
coronato d'altre dune
tinte d'ocra rovente.

Nel termico letargo,
ricche d'acqua fissa,
di latte laccate,
le stesse dune ingannano.

Alle spalle del colosso
lo spettro riappare,
in forma di vertigine,
all'orrido del Teve.

La Marsica conosce stesso
indomito cono litico,
come traspare nei millenni

La perlacea cuspide
lontana traspare
come avamposto lunare
a ogni tramonto generoso.

Dono d'un fugace spiraglio
al deserto di vita che incombe.

 

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3 commenti:

  • Anonimo il 04/07/2014 06:14
    Sostanza e rime scolpite, bella descrizione del monte Velino, che hai incorniciato in una bella poesia.
  • vincent corbo il 13/06/2014 05:45
    Bravo Luigi, bisogna dare a Cesare quel ch'è di Cesare.
  • Ellebi il 13/06/2014 00:13
    Più che ottima direi, e anche senza essere chissà quale intenditor poetico, si percepisce a occhio, anzi a orecchio, chi di poesia qualcosa ne sa. Complimenti e saluti

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