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Il gesto inconsolabile del ritorno

Un filo d'erba che dell'estate non sa quasi niente,
un occhio che ci vede da lontano
ma poi non sa distinguere la fantasia
delle piccole cose che scivola tra le dita
dell'imbarazzo che si fa pena all'improvviso,
quando ormai non ci sono più briciole da raccogliere
e cala eterna l'indifferenza della sera.
Inesorabile, come quel pensiero
che ogni volta torna in sella con orgoglio,
perché altrimenti non rimarrebbe neanche
quel retrogusto dolce a fare compagnia
ai rimasugli delle ore. Anche se è evidente
che dopo che si sono persi anche i ritagli
poi non c'è più bisogno neanche del ricordo,
nel grigiore insipido delle parole rimaste in sospeso.
E sono i rimpianti a dare il senso di questo
spaventoso divenire, sono gli ospiti
lasciati ad aspettare fuori dalla porta,
sono i sentimenti più veri dati in pasto a chi non ha niente.
Perché se il danno prima o poi andrà via,
l'incompiuto rimarrà là,
ad aspettare il gesto inconsolabile del ritorno.
Un sogno alle quattro di notte ogni tanto,
un pensiero distratto, infarcito di foglie rotte,
l'ansia ballerina che inciampa ad ogni passo.
La certezza di non aver fatto abbastanza,
e l'incapacità anche di dire un solo no senza tremare.
Le labbra non sanno mentire,
è questo il dramma che ti lascia senza respiro,
mentre io nel frattempo colleziono stupide
idee che si posano all'incontrario,
tra lo strato più superficiale del cielo
e il colore meraviglioso che ho in mente.
Non mi ero mai reso conto di quanto fosse pesante.

E a quel cane mezzo cieco che non la smette
di girare in tondo vorrei poterglielo dire un giorno
che non ne è mai valsa la pena in fondo,
perché sono più numerosi i luoghi comuni
di qualsivoglia punto di partenza,
ma poi che ne so che non sia anche sordo.
Anche se il cuore di questi alberi è infarcito
di quelle paure che nulla hanno di placido e uniforme,
anche se ogni giorno si chiamano ancora per nome.
E poi fanno l'amore, e poi si scambiano doni,
specialmente di notte, quando il rispetto
che ho della loro età è più distante.
Se del pallore del sottobosco poi non ricordo
quasi niente e dico che è colpa mia
in una lingua che non conosco.
Se quando mi alzo in piedi per vivere d'aria fresca
loro non sono mai là ad aspettarmi
e si nascondono come rane, sempre più in basso.
Fino in fondo, fino a non poterne più di galleggiare.
C'è anche la parte seria, questo sento dire da sempre,
c'è qualcosa che non sfugge mai al controllo,
un ricamo fatto come si deve sui disastri della prima infanzia.
L'apoteosi del trionfo.
E dire che potremmo anche essere fratelli,
se solo fossimo ancora più distanti.
Con qualche punto di domanda, anche solo per un giorno.
E poi? E poi la fine che ci viene dietro, inutilmente.

 

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1 recensioni:

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  • Rocco Michele LETTINI il 21/06/2014 13:56
    L'apoteosi del trionfo... come verso cardine a caratterizzare quanto decantato con eloquenza... UNO SCROSCIANTE PLAUSO

1 commenti:

  • eurofederico il 21/06/2014 13:50
    non sono abituato a leggere poesie cosi' lunghe e nella lunghezza mi perdo... comunque mi sembra molto bella e "vera"!

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