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E di notte morire un po' insieme alla loro ombra

Se il cielo è pallido non è colpa mia,
anche se qualche volta ci penso eccome
a quanto potrebbe essere diverso l'orizzonte
se solo riuscissi a sollevare il braccio destro
come faccio con quello meno rigido. Non si tratta di noia mortale,
quasi mai; forse un gioco di cui non ricordo più il nome
perché è troppo antico, o la presa di coscienza di un momento
soltanto, e poi più niente. C'è un vaso di gerani,
ma è troppo umida l'aria, mi viene da ridere
se provo a immaginare a quante foglie ho saputo rinunciare
in questi anni. Alcuni vili, peggio della lebbra,
altri sempre col sorriso in bocca, mi prendevano a braccetto
e mi portavano a vedere il mare dal molo più lungo.
Io non ne sapevo niente di acqua e di sale,
ma c'era un sapore diverso che mi lasciava senza parole,
con una strana voglia che mi massacrava il petto, ogni volta.
Un desiderio maldestro che poi andava scendendo,
fino a farmi sciogliere proprio quando l'occasione
sembrava quella giusta. E allora tornavo indietro,
facendo sempre un giro troppo lungo,
ormai un estraneo in balia delle onde.

Non l'ho ritrovato più quell'antico senso,
anche se ci ho provato spesso a rincorrere quel ricordo
che si andava facendo sempre più sottile,
come quelle sculture espressioniste che ritagliavo
dai libri di storia dell'arte e poi appiccicavo sui muri della stanza,
per dimostrare che avevo già capito tutto.
Occhi che hanno perso la loro preda
e se ne stanno all'ombra, in attesa di un tempo
in cui sarà di nuovo possibile mettersi a camminare
senza fare altri danni. Se davvero non fossi colpevole,
e il terreno fosse meno fragile, allora sì.
Ma non è un problema che si può risolvere alla rovescia,
anche se qualche volta sembra che sia proprio dietro l'angolo,
quel maledetto risvolto della medaglia.
Vorrei che non s'interrompesse mai il corso delle cose,
per questo mi metto a scrivere.

Mai sicuro che tutte le luci siano al posto giusto però,
e che il rumore che sto aspettando sia quello
che mi farà finalmente cambiare rotta, ormai
non tengo nemmeno il conto delle occasioni perse.
Sono solo pagine diverse della stessa inquadratura,
non è mai stato facile prendere nota degli errori
e provare a non dimenticare qualcuno dei personaggi più in vista.
Prima che uno di loro mi costringa una volta per tutte a scegliere,
senza darmi la possibilità di dire ancora
che mi sono sbagliato di nuovo.
Sempre io, sempre alla stessa distanza dal fuoco amico,
col vaso che se ne sta sempre là,
senza muoversi di un millimetro,
attorno alla sua terra che sa di ruggine.
Potrei farlo cadere e poi prendermela col vento,
o fare pace con almeno uno dei fiori
che mi guardano come fossi io l'artefice
della loro incapacità di trovare pace,
e poi andarmene per i fatti miei,
facendo finta di credere al miracolo.
E di notte morire un po' insieme alla loro ombra,
in punta di piedi, senza dire niente.

 

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1 commenti     3 recensioni    

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3 recensioni:

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  • denise il 18/07/2014 07:07
    il tuo pensiero è così distante eppure così vicino, da non farmi capire totalmente quello che ho letto, c'è tutta una vita in queste parole che lasciano un senso di.. indefinito, di perdita e conquista, di pace e guerra interiori, di rassegnazione e speranza..
  • Maurizio Cortese il 17/07/2014 23:15
    Sempre assolutamente convincente e spiazzante: immagini che si rincorrono come i fotogrammi di un vecchio film, con una chiusa da brivido.
  • Greca Cadeddu il 17/07/2014 22:35
    STUPENDA! Un dialogo introspettivo senza menzogne: una presa di coscienza che coinvolge: "pagine diverse dello stessa inquadratura", complimenti

1 commenti:

  • Chira il 17/07/2014 18:59
    Uno scritto quasi silenzioso, affascinante.

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