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Polvere e neve

E se poi alla fine non rimanesse neanche quello
che tu chiami amore,
forse non ci sarebbe nemmeno bisogno
di tornare indietro ogni volta, lasciandoci dietro
quei ridicoli segni a forma di cuore. Quando invece, lo sai,
sarebbe stato sufficiente porsi un limite diverso
e addomesticare conchiglie con la sola forza delle mani.
Perché, anche se non mi vedi,
io sono sempre rimasto qua, e se non capisco più
cosa c'entrino i margini con questa storia,
non mi preoccupo più da tempo di nascondermi
sotto gli angoli meno acuti. Polvere e neve.
In un luogo di sicuro un po' più chiaro di questa innocenza
che ormai ha preso una forma grigia, azzurra
sulla faccia, se poi c'è sempre la tua ombra dietro
a illudermi che ci possa essere ancora qualcosa
di libero sotto quella voglia disegnata sui vetri.
Troppo fragile per reggere i colpi di un discorso
impostato male, in parte già trascorso.
Una specie di ricordo poco appropriato
con un sole che sembra un soldato pronto a sparare
al minimo cambiamento di prospettiva.
Un cecchino dalla brutta mira.
Ma tu ti diverti a mischiare le carte, e quando
ti accorgi che sono scarico provi anche a fare il conto dei danni.
Distrattamente, ma poi lo so com'è che andrà a finire,
anche se hai imparato ad allungare il collo
proprio quando mi verrebbe da chiederti
perché non sei ancora andata via.
Ti viene bene fare il giro e poi tornare
a sorridere come non fosse mai successo niente,
sono io quello incapace di reagire agli stimoli meno amari.

Se c'entri qualcosa poi lo spessore delle viti
proprio non lo so; provo solo ad inventarmi nuovi
modi di ragionare sugli incastri e aspetto
che sia di nuovo un giorno di festa. Per trarre in inganno
chi ancora pretende di incrociarmi giusto un metro
fuori da quegli schemi che mi tenevano incatenato
ad un alfabeto troppo comune, con lettere dritte
che rimbalzavano male. Quasi dietro a quello
che intendevi dire forse, oppure un po' più in là,
ai margini di un sospetto che hai voluto rendere
meno privato, regalandogli quel po' di luce
che chiami innocenza, ma solo quando ti arrabbi.
Un crocevia di desideri, ma che ne sai
che poi non ci sia anche qualcos'altro a fare da palo.
Una donna vestita di grigio con un mazzo
di rose in mano da fare spavento,
o un ricordo a forma di isola sopra le orme
che continuiamo a lasciare in giro nonostante tutto.
Dovrei imparare a parlare più lentamente,
e tu a richiudere piano piano quella porta
dai colori tanto accesi, perché domani
potresti aver bisogno di una chiave nuova
e io sono quello che se ne va in giro sempre
a mani vuote, come uno straccione qualunque.
Dovresti metterti comoda, sistemare la gonna,
e smetterla con questa assurda litania
che così poco ti assomiglia. Rimettere in discussione
taglie e misure, perdere il segnale, tirare a indovinare
la dimensione di un sogno nato sotto i peggiori auspici,
annullarti sotto la luce di un lampione.
E poi chiedermi di regalarti un fiore.

 

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