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La Luna di Giorno

Or che fai, luna, ne lo ciel
in diurno istato; dimmi,
che fai?
Non vi bastò, diletta reina,
de la notte 'l tenebroso velo
e de le stelle dolcissima corte?

Neri stormi d'augelli in festa
vegg'io, ne l'aria aprica;
ognor che 'l Sol il volto mi fere
e 'l ciglio asciuga da' miei pianti.
Candido astro! Ché da lo seren
non diparti?
Condànnati li Numi in sempiterno
d'inseguir l'infelice amante:
or d'ei ne godi l'ardito sembiante;
or affisi gli occhi tien
ne i suoi, e taci.

Taci, o tenera luna,
de la tua sorte infausta:
men lieve sarìa cader
su questo prato, e morir,
come vivo carbon ch'in acque more;
e taci de l'umana sventura
che lassù rimiri,
allor che 'l fato dilettossene infingardo,
lasciando a' figli suoi gl'ameni inganni.

E pur sì cari
son quelli al viver mio!
Ché a codesta tedia vita
sol pazzi diverremo,
sanza lor diletto;
di speme aridi, folli
d'abitudini.

 

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1 commenti     2 recensioni    

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2 recensioni:

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  • Don Pompeo Mongiello il 11/12/2014 09:14
    O come somiglia il tuo costume al mio, e per questo di un serto floreale cingo il tuo capo.
  • Anonimo il 11/12/2014 09:02
    Bisogna essere veramente poeti, in fondo all'anima, per poter scrivere versi arcaici in tempi moderni. Lo fai in modo splendido. Bravissima.

1 commenti:

  • Luigi Lucantoni il 10/12/2014 20:19
    è curioso, abbiamo trattato lo stesso tema con lo stesso titolo

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