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Con dita di ghiaccio puntate sul cuore

E cercheremo insieme uno spiraglio servile che ci riporti
a quello che siamo stati quando le terre da esplorare
erano ancora vergini in ginocchio e poi andremo sempre più giù,
a soffrire in silenzio, frantumandoci le nocche
sulle porte scolorite di ostelli in attesa.
Città che conosciamo solo di nome e cos'altro ancora,
me lo vuoi dire in uno schiocco di dita?
Braci colorate al tempo degli imperatori tristi
e dei profili sempre vigili, discese a rotta di collo.
Un vaso greco o una moneta, tiriamo a sorte?
Non posso stare più ad aspettare che il tuo pensiero
meno allegro si fissi in croci da appendere
al muro di questa oscenità che mi sta di fronte,
se le gambe non sanno cosa sia il lavoro
e tu non sai neanche perdonare. Ieri eri più dolce.
E poi che vuoi, non ho più chiodi liberi tra le caviglie.
Sarebbe utile un colpo di pennello sul petto degli zingari
che ci chiedono un passaggio e una passata di spugna
sul cartello di quell'incrocio becero, questo sì.
Blu fino alla morte. Ed olio di gomito, sai dove porta?

La tua ostinazione che mi rincorre saltando gli orli e i vincoli
che non sanno rimanere rigidi sulle unghie dipinte
e un gioco che si fa ancora più rude, fino a disperdere
tutte le gocce che chiamavi lacrime di paradiso.
Fragilità che si credono acqua in povere conchiglie senza collo,
occhi ammaestrati in colori chiari, chiazze sugli scogli
ad indagare sul destino dell'ultimo raggio di sole.
Il fascino infelice del verde pastello
sulle nostre isole addormentate da secoli.
Che hai messo in riga perché non potessero chiederti il conto
nelle notti senza ombra e senza correnti favorevoli
agli scambi di saliva. Giacche che gocciolano sangue pallido
e poi si inchinano al richiamo del più forte.
Non c'è più tempo.

E se non c'è spiaggia senza turbini che si allungano in alto
e i respiri hanno forme che non trovano pace,
sapresti riconoscermi lo stesso se mi tingessi i capelli d'argento?
Mentre di continuo scrolli spalle a passanti
che ignorano le ragioni della tua agonia,
ti tiri su le ciocche e soffi aria calda
sulla ferocia antica che ti fa aprire gli occhi a mezzanotte
e succhiare il vuoto come non ci fosse che questo,
cosa aspetti ancora? Che si sgonfi il cielo di Marzo?
Hai dimenticato com'è che si combatte
quando il gelo raffredda le mani e si impossessa
degli angeli freschi di comunione, ti ricordi il freddo?
La valle solitaria, il mucchio ben ordinato
di alberi ritti in processione, la tua bocca che mi saluta
senza aprirsi in un sussurro, le braccia che si tendono
a riassumere il niente. E poi il grigio dei mantelli
che si lasciano cadere, una promessa che rimane impigliata
tra i rami secchi, alla portata dei corvi,
l'infinito bianco. Dimmi soltanto se la finirai mai
d'appassirmi davanti, se sei già morta una volta
e mi riposi accanto. Con dita di ghiaccio puntate sul cuore.

 

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2 recensioni:

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  • Rocco Michele LETTINI il 31/01/2016 13:34
    Un acuto verseggio... in sentite strofe... espressivamente profonde... Il mio saluto.
  • Vincenzo Capitanucci il 31/01/2016 07:53
    Non c'è più tempo.. cosa aspetti ancora... che i rami secchi riassumano il niente?

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