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L'ODE LUNGA D'UN MATTINO D'ESTATE

Mi fingo nel pensiero l’aura cinta intorno
al vello dell’ antico cantore sogni e pagine sparse
rincorrendo la magia dell’indomani fermo in bilico
sulla sponda d’una strada pronta ad essere attraversata
oltre l’immaginario dire cercare favelle e novelle
scritte con il sangue, il mare sussura
all’orecchio melodie profane.
Pagine germogli fioriti in luoghi oscuri
nell’animo del latino ladrone.
L’ode lunga d’un mattino di prima estate
rincorrendo le farfalle elettriche
lungo l’africo corso delle cose mute.
Non più ritrovo il senso l’immagine arcana
seppolta sotto un salice piangente
disperata la fata inchinata sulla tomba del suo compagno
potesse il cielo aprirsi e apparire gli elleni eroi
d’un tempo ruggire il coraggio del leone
le costellazioni in armi il sogno del divin fanciullo
divenir un novo canto di primavera.
Ripercorrere le strade silenziose
in compagnia d’elfi e fate nel fitto bosco
cittadino di cemento e ferro.
Gli orribili occhi d’una macchina digrignante i denti.
Volare oltre quel misero orto inseguendo fiabe e leggende.
Ogni cosa tace non lascia scoprire l’arcano segreto
chiuso in lui l’amore donato nel divin canto.
Lamento d’una musa ferita oltre l’immaginario viaggio
intrapeso con umile amore
mano nella mano andare senza chiedere nulla
mostri e fiere strani incubi picarreschi
vortici di parole stregoneschi chiose di verbi mutilati.
Famelico l’avere , famelico il possedere
la gentile favella echeggia nell’aria infetta.
S’udiva annuzziare l’arrivo di nobili cavalieri
il militare valore inseguito dall’odio di forme convulse.
Finti diritambi ed altre ecloghe dal significato perverso
eclissi di versi nel fondo della clessidra.
Ritornare in seno alla natura arrampicarsi
sui grattacieli con l’armi in mano gridare
dalla sommità la libertà afferata
con l’ali, stringere il corpo di lei
arrampicarsi sui vetri e sui dorsi dei sogni
dagli occhi di gufo riscoprire il senso comune
destino estinto andando verso una nuova estate
attraversando l’orrore meduseo l’antro della cumana sibilla
ascoltare l’onde cullarsi infrangersi sugli scogli
mentre un palombaro scende cantando l’aida in fondo al mare.
Nulla è un sogno se non una mano tesa nel buio.
Soffrire gemere e altre parvenze dello spirito poetico.
Seguire i gesti della madre il suo ricamare
rime e altre storie sul telo ove è impresso
l’immagine del suo figliolo perduto
dolce e rammendare meditando le mendiche spoglie
fuochi d’artificio nel cielo notturno salutano
il declinare dei confusi giorni placano
il dolore ed il ricordo di lei diventa men duro
nell’udire un canto d’un sogno d’estate.

 

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