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La civetta

La notte era cupa e ventosa, lo scricchiolio
del vento fra i rami rimembrava presagi antichi
fuggiti da qualche oblio.

In remota contemplazione, stavo davanti ad un bosco
simulacro erboso e verdeggiante di ombre e tempi da lì
non ancora fuggiti.
Ero come sopito quasi in veglia, ebbro di vino e malinconie,
evocavo la morte, che beffarda non mi prestava orecchio.

All’ improvviso nel suo funesto planare, dalle ignote rive delle
tenebre una civetta, solitaria come me, portava seco illusioni
e saperi cosmici al di là della stessa ragione, spavalda si posò
sul davanzale del mio balcone.

Il suo piumaggio sconvolto dalla brezza sembrava quello degli
antichi messaggeri d’altri luoghi e d’altre figure, i suoi occhi color
fuoco rubino trafissero il tormentato fantasma che era divenuto il
mio cuore.

Quell’idolo di cabalistiche provenienze, lacerò la perversa
tela della disperazione che mi avvolgeva e soffocava.

Poi come è venuto se ne andò inghiottito dalla bruma che lenta
cominciava ad arrampicarsi sugli antichi arbusti.

Da immemorabili stagioni ormai ammuffite bramo il suo ritorno, speranzoso
di rievocare quel demone caritatevole.

 

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4 commenti:

  • Fiscanto. il 20/08/2009 00:23
    simpatica!
  • claudia checchi il 09/02/2009 21:13
    molto bella Camillo complimenti Claudia..
  • Anonimo il 09/02/2009 01:08
    mi piace come scrivi, semplice e espressivo. bel lavoro
  • le fabbriche dismesse il 08/02/2009 20:29
    Bella poesia, bravo!

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