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La ballata dei dodici

Riluce l’alba del primo mattino
e fiero il montone scote il suo vello
pel desio di brucar il verde mantello
ma il non potrà sfuggire al destino
di porger la strozza all’ultima lama.

Rozza andatura e corno puntuto
su terra battuta lo zoccolo sfrega
all’occhio il furor del rosso lo lega
d’agone o d’arena verrà abbattuto
l’armento che affronta con furia la picca.

D’argento e d’oro brilla lo specchio
che mostra il riflesso del bel giovinetto
da uno di due, tagliati di netto
dal vetro che dice il vecchio per vecchio
e di primavera non rende la pena.

Lenta l’onda sul lido si stende
saldo di chela e duro di scorza
di lato cammina, ma sugge la forza
il nero male che il corpo si prende
e fiacca è trascorsa nostra la mattina.

Col sol per fusciacca, col core che rugge
un trono vuoto e le prede per gabbia
il re riposa il suo manto di sabbia
è l’occhio mansito al giorno che fugge
che il sangue già cola da altre ferite.

Ancor mite è il clivo per la donzella
il fiore mai colto lo lascia sul prato
che più d’una la Storia ha bruciato
ma in un futuro da lieta novella
lei spera, e il dì al volger s’appresta.

Si muove, s’arresta e torna a girare
la lancia per punta e un greve sul groppo
un giusto equilibrio né poco né troppo
che vale una vita l’esatto pesare
per chi di misura la vita ci mette.

Temuto in natura cammina su otto
la coda è un veleno: la morte via passa
in alto s’arriccia tal dito che tassa
e il fio da pagare è spesso lo scotto
di vita vissuta a mezza stagione.

E chi la ragione con l’arco pretende
e sopra un cavallo decreta sentenza

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