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Darfur

Le spinose acacie
proiettano dita di morto
sulla sabbia cinerea
che il vento rimodella
eternamente.
Lontano ma vicino
il riso osceno
delle belve irsute
lugubre risuona
incessantemente.
In muta schiera
calvi uccelli neri
guardiani di morte
attendono pazienti
il macabro banchetto.
Il bianco sperma
di folli assatanati
lentamente cola
dal grembo della madre,
riversa immota
gli occhi vitrei al cielo.
Invano succhia
voracemente muto
il figlio riverso
sul petto squarciato,
che latte più non dà,
ma solo sangue
sempre più scuro,
rappreso come il giorno
che muore inorridito.
Quante volte ancora
se di Uomo hai nome
indifferente
altrove volgerai lo sguardo?

 

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1 commenti:

  • B. S. il 12/04/2010 18:03
    Non è semplice questa poesia.
    Hai descritto benissimo l'indifferenza
    di una parte dell'umanità.

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