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Novantuno

Nascer in una contrada in bilico su questa vallata,
ove a solcarne i lembi ecco il nostro fiume Vomano,
claudicante ed intento a dar la spallata,
a quegli stretti argini del suo letto canuto, ma invano,
non bastandogli più la via un tempo tracciata,
e verso il mare, morendo a levante alla sua foce tronca, lontano
dal Gran Sasso e dalla sua sorgente incantata...

nascer mia e sorella di tutti, come il rampollo gitano
d'una tribù dall'antico lignaggio, avendo qual unica dimora la brezza di giornata,
chè parermi i suoi gesti fino alla sera il soffio ed il compenso pagano
della sorte, a lei invisa, solita precluderle ogni speranzosa boccata,
se non per aspettarsi ogni giorno lo stesso fiotto quotidiano
di sospiri e paure, a scandirle lì il tempo ad ogni attesa mancata...

nascer più grande del mio amore, eppur eccola già in una vecchia prigione,
senza sbarre, senza guardie, senza padrone,
ove una, sola e corta, la catena a legarla a quello stanzone:
le mani tremanti della madre stringerla alla vita, in ogni stagione,
ed il suo sguardo infermo sorriderle da smorfia stupita, ad ogni emozione,
a cui dinanzi parer ogni mia parola muta e gonfia, se non per darle anch'io una carezza, un abbraccio, un bacione...

 

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4 commenti:

  • tania rybak il 09/09/2010 19:25
    meravigliosa
  • Manuela Magi il 29/08/2010 23:58
    Dolcissima, tenere parole con una chiusa che merita una lettura delicata.
  • loretta margherita citarei il 28/08/2010 18:02
    stupenda, non ho parole
  • Anonimo il 28/08/2010 18:02
    Le ultime tre parole sono l'essenza dell'amore!
    Ottima!


    A. R. G

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