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Socrate e le rose

Passava leggera alle otto di mattina
mentre il passero cantava tra la sultanina,
disse lei, "che belle rose"
e lui con gli occhi abbassati gliele pose.

Lavorò a schiena bassa tutto il giorno
pensando "chissà se domani vedrò il ritorno;
le mie ginocchia sono affaticate nell'aridità
le nuvole non ostruiscono l'immensità".

Il mattino seguente lei ridente passò,
Socrate gli occhi due volte si stropicciò,
disse "come buongiorno cogli uno stelo
scegli quello dove la polvere non adagiò alcun velo"

Lei prese, sorrise e lenta si girò
e il pensiero dell'uomo fu inesausto rondò,
e mentre la notte magnetica si stese
lui sentì levarsi in cuor gentili pretese.

Di nuovo il cuore dell'alba si schiuse
e un principio d'ansia sulla pelle si diffuse,
lei di nuovo passò e prese la sua rosa
ma la voce di lui non lasciò pellegrinare alcuna prosa.

"Poichè sapere è sapere di non sapere
mi son massi pesanti le parole del mio dovere
perchè l'amore è una feconda seta bruciante
e mi lascia al davanzale come muto schiavo implorante".

All'indomani sul davanzale di Socrate
le scarlatte estremità sconquassate.
Muove i gomiti cieco senza sapere il vento australe
- pensò - ignorare, ignorare è certo rifugio del male.

 

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1 commenti:

  • Anonimo il 08/10/2011 09:51
    Vengo a volte rimproverata perchè colgo più i contenuti ed il come vengono espressi, che il valore di una poesia in quanto tale: la verità è che non mi reputo all'altezza di una critica del genere; mi fermo alla capacità riflessiva ed espressiva di chi scrive. Tu, per esempio, come hai illuminato bene la scelta del titolo: "Socrate e le rose"! È proprio perchè non si è usata saggezza che, alla fine, di quei fiori e del loro messaggio, non son rimasti che poveri, tristi petali lacerati. Bravo, Federico!

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