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Nella penombra celeste

La chiesa nella penombra celeste
avvolge l'organista nascosto,
in alto, vicino al mantello di Dio.
Il musicista prova
le possenti canne dello strumento,
le mani in dialogo con le note
sciolgono accenti e biscrome.
Angeli e Cherubini
hanno deposto le trombe del Giudizio
e con i Santi ascoltano curiosi.
Anch'io chiudo gli occhi.
Il misterioso ventre
scuote vibrazioni e sospiri,
mostra paesaggi ottobrini
di caccia alla volpe
nella foresta di Sherwood,
cavallerizzi volanti
su groppe nero-lucide di sudore.
I registri scendono e salgono
mentre le canne gonfiano note
in pieno amplesso con i sacri arazzi
che narrano di Davide e Golia.
L'altare maggiore è imbandito
quale tavola rinascimentale
carica di ghirlande e frutti odorosi.
Pare si innalzi un'antica fiaba indiana
e vedo un guerriero ferito
nella maglia di ferro rugginosa
sbattere gli speroni stellati.
Gli angeli nudi hanno raccolto
contro i petti, le ali:
loro è il piumaggio orgoglioso
in cui restano catturati
refoli di Eolo primaverile.
I toni bassi dell'organo
avvisano una pioggia testarda
verso i colli di Siena,
dove girasoli muovono
petali gialli stillanti
d'armonia campestre.
Lo sguardo del giovane Cristo
è la santità dei melograni
che esplode dal frutto spaccato,
sgranando umidi rubini
lungo il filo delle bemolli.
Il cerimoniale di chiusura
si allaga mesto
come inchiostro cobalto
dalla boccia.
Tace la grande ugola
dell'organo
stupito d'aver cantato a Dio
nel sorriso dei Santi.

 

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