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Il miglior comandamento

Forse sono un'altra, mi dico,
un'altra che cammina su rovine,
un'altra che cammina e non s'avvede
di chi porta scarpe rotte quando piove;
e beve a una bottiglia già vuotata,
o fruga nei cassoni dei rifiuti.

Mentre amare dovrei chi ha fame e sete di giustizia,
chi è povero e stracciato, chi piange e chi è esiliato,
perché senza merito e senza inganno,
filiazione divina è la dignità dell'uomo.

Forse ho smarrito l'anima, sospetto,
guardando le mie arterie intorpidite,
quando una coscienza impercettibile
mi lascia muta, al dilagare di un vento di malizia
che stravolge ogni punto cardinale.

Mentre amare dovrei colui che ha fame e sete d'innocenza
e soccorrere chi il nido dell'aspide non vede.
Amare è il miglior comandamento,
amare il fratello anche quando è caduto,
perché senza misura e senza inganno,
filiazione divina è la dignità dell'uomo.

Quando nella mia notte sferica palpo le mie vene ad una ad una,
chiamando all'appello tutti e cinque i sensi,
e nella culla della notte mi depongo, ripiegando con cura la mia vita

mi pulsa nelle tempie una paura non configurata, una paura latente,
visibile soltanto a ridosso dei pensieri, tendo l'orecchio per carpire
ancora uno spiraglio di vita nel cortile.

Chiedo al tepore del mio stesso corpo che mi rassicuri,
che il deserto dilagante è ancora lontano,
anche se intorno avanza con passi inavvertiti.

Mentre, mi si rivela più tenace la teoria
che amare dovrei ogni essere umano...
a cominciare da me.

 

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