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Amianto

Il fantasma del senso del lavoro
osserva silenzioso,
come uno squalo di rame
che si è innamorato di una preda;
io, ignaro,
i miei giorni lucido e vezzeggio
tra i cancelli frustati dalla ruggine
della famiglia fabbrica
e il sudore custodito dai miei guanti;
ogni giorno di lavoro
intono per loro una canzone
"giorni che cercai di rispettare,
conducetemi sereno alla pensione";
l'aria ode addolcita
ma incapace è di stringere
tra le sue dita di miele
processioni di cellule
che stanno per ruggire di follia
l'eternit
si sdraia lento e inesorabile
sul palcoscenico
del teatro malfermo del mio corpo;
il mio corpo s'impregna
di un lacerante rumore
le cellule che mi furono compagne
mi salutano malinconiche
e si dileguano nel ventre acuminato
di un serpente di nome "tumore".
Ora lo so
morivo
nella misura esatta di quanto respiravo
lavorare per distruggersi
in una graffiante etica di follia
tra fibre che prima mi sedussero
e poi mi distrussero.

 

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8 commenti     1 recensioni    

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1 recensioni:

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  • senzamaninbicicletta il 07/12/2011 19:48
    Una poesia lunga e terribile, una lunga tortura per la coscienza socio-individuale di chi fa finta di non vedere. Scandita da immagini incredibili che descrivono il sacrificio al "senso del lavoro" tradito proprio da coloro che dovrebbero tutelare il Bene della forza lavoro, ma che invece cedono alla moina dell'Interesse: lo "squalo di rame", i cancelli della "famiglia fabbrica" una visione tenera e puerilmente ingenua di chi ha fatto del lavoro una ragione di vita. Attore su un palcoscenico di sofferenza, delusione e tradimento. Quel tradimento di chi promette un meritato premio ad anni di fatica e invece... Spero non sia autobiografica. Versi taglienti per le coscienze dei giusti, ma senza alcun rancore o cattiveria. Esprime con somma poesia un argomento attuale a cui invece d'una poesia andrebbe dedicata una querela. complimenti.

8 commenti:

  • Vincenzo Capitanucci il 08/12/2011 11:11
    Non c'è eternità nell'eternit... squali di rame.. divorano il mio canto d'Amore...

    Bellissima Cristiano... ora lo so morivo... nelle mie cellule... mentre lavoravo per Voi.. mia dolce Famiglia..
  • Anonimo il 07/12/2011 15:32
    molto bella un tema forte, che tocca il cuore... una denuncia in versi... complimenti caro cristiano una lirica scritta con maestria e sentimento...
    carla
  • karen tognini il 07/12/2011 09:43
    Bravo Cristiano.. poesia denuncia... l'amianto ha fatto davvero molte vittime, ignare di tutto...

    Ora lo so
    morivo
    nella misura esatta di quanto respiravo
    lavorare per distruggersi
    in una graffiante etica di follia
    tra fibre che prima mi sedussero
    e poi mi distrussero.


    come sai fare Tu hai scritto l'ennesimo gioiello...
  • cristiano comelli il 06/12/2011 22:57
    Grazie caro Gianni. Come già dicevo, l'amianto è una maledizione da cui spero ci libereremo quanto prima. Ne approfitto per esprimere la mia vicinanza ai familiari di tutte le persone che hanno avuto loro cari consumati da questa terribile sostanza. Penso in primo luogo all'Acna di Cengio ma naturalmente lo estendo anche ad altre realtà. Cordialità.
  • Gianni Spadavecchia il 06/12/2011 22:39
    Ricostruire i ricordi e la vita nel giro di un attimo.. Molto profonda come ogni sua opera. Cordialità.
  • Anonimo il 06/12/2011 22:23
    Lavorare per distruggersi... non è solo amianto purtroppo! Spesso sono cose più sottili ed invisibili che corrodono il corpo e l'anima, perché c'è spesso lo sfruttamento del più debole. Hai una capacità d'immedesimazione in primissima persona delle sofferenze umane e solo tu sai cantarle così.
  • cristiano comelli il 06/12/2011 22:14
    Grazie, Alessandro, vorrei davvero che queste parole giungessero a chi è rimasto vittima di quella maledizione chiamata eternit, su cui forse negli anni non si è fatto a sufficienza. Ancora oggi, lo saprà già, ci sono diverse vecchie strutture che presentano ancora rivestimenti in amianto. Per fortuna esiste una legge, che spero sia applicata, che ne impone la rimozione totale se non sbaglio entro il 2013. Cordialmente.
  • Alessandro il 06/12/2011 22:09
    Bellissima... parte dall'ottica molto sociale, quasi "impegnata" del lavoratore esausto per poi sfornare splendide metafore, ad esempio "teatro malfermo del mio corpo"

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