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Racconti di Edgar Allan Poe

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Pagine: 12

il barilotto di ammontillado

Avevo sopportato come meglio avevo potuto le mille offese di Fortunato. Ma
quando egli si spinse sino ad insultarmi giurai vendetta. Voi pero' che ben
conoscete la natura del mio animo non immaginerete certo che io possa avere
espresso alcuna minaccia. Mi sarei vendicato COL TEMPO; questo lo avevo
ben stabilito, ma la determinazione stessa con la quale avevo deciso di agire
precludeva ogni idea di rischio. Non soltanto dovevo punire, ma dovevo farlo
senza riportarne danno. Un torto non e' riparato, se la punizione ricade sul
vendicatore; e rimane ugualmente inespiato, se il vendicatore non riesce a
farsi riconoscere da colui che gli ha recato offesa.

Voglio fare chiaramente intendere che non ho dato modo a Fortunato ne' con
parole ne' con gesti di dubitare della mia buona disposizione d'animo nei suoi
riguardi. Continuai, com'era mia abitudine, a sorridergli, ed egli non si
accorse mai che il mio sorriso ADESSO nasceva dal pensiero del suo prossimo
annientamento.

Aveva un punto debole, questo Fortunato, benche' per altri versi fosse uomo da
incutere rispetto e persino paura. Egli si vantava di essere gran conoscitore
di vini. Pochi italiani hanno il temperamento del vero VIRTUOSO: di solito il
loro entusiasmo e' adeguato al tempo e alle circostanze, e si affina
soprattutto nell'imbrogliare i MILLIONAIRES inglesi o austriaci. In fatto di
pittura e di gemme, Fortunato, come tutti i suoi compatrioti, era un
ciarlatano; ma in quanto a vini vecchi se ne intendeva. Sotto questo riguardo
io non differivo molto da lui; ero anch'io esperto di vini italiani, e ne
compravo in grande quantita' ogni qualvolta mi era possibile.

Fu verso l'imbrunire, in una sera in cui il carnevale al suo colmo impazziva
nelle sue estreme follie, che io incontrai il mio amico. Mi si avvicino' con
eccessivo calore, poiche' aveva bevuto moltissimo. Era travestito da buffone:
indossava un abito aderente a striscie, e in capo aveva il caratteri

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una sepoltura prematura

Vi sono alcuni argomenti d'interesse vivissimo, avvincenti, ma troppo
totalitariamente orribili agli scopi di una giustificata invenzione. Da
questi il romanziere puro deve astenersi, se non vuole offendere o
disgustare. Possono essere trattati giustificatamente solo quando siano
santificati e avvalorati dalla severita' e dalla maesta' del Vero. Noi ci
emozioniamo, per esempio, di un'acutissima e "piacevolissima sofferenza"
alle descrizioni del passaggio della Beresina, del terremoto di Lisbona,
della peste di Londra, del massacro di San Bartolomeo, o della morte per
soffocazione dei centoventitre' prigionieri nel Black Hole di Calcutta.
Ma in queste descrizioni e' il fatto, e' la realta', e' la storia
l'elemento che emoziona; come invenzioni le considereremmo con vero
aborrimento.

Ho citato solo alcune tra le più famose e note calamita', ma in queste
e' non soltanto la portata, ma l'aspetto stesso della calamita' cio' che
cosi' vivamente impressiona la fantasia. Non ho bisogno di ricordare al
lettore che dalla lunga e lugubre enumerazione delle umane miserie avrei
potuto scegliere molti casi singoli più impregnati di sofferenza
essenziale che non uno solo di questi immani disastri generici.
L'infelicita' vera, l'afflizione suprema e' delimitata, non diffusa. E
che le estreme ambasce dell'agonia siano sopportate dall'uomo individuo,
non mai dall'uomo massa... sia ringraziato di questo un Dio
misericordioso! Essere seppelliti ancora vivi e' senza dubbio il più
spaventoso di questi estremi che mai sia toccato in sorte a essere
mortale. Che cio' sia accaduto frequentemente, assai frequentemente, non
sara' certo negato da coloro che pensano. I confini delimitanti la Vita
dalla Morte sono innegabilmente tenebrosi e vaghi. Chi puo' dire dove
quella finisce e dove questa incomincia? Sappiamo che esistono malattie
in cui avviene una cessazione totale di ogni apparente funzione di vita,
e nondimeno queste cessazion

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Il cuore rivelatore

È vero! Sono e sono sempre stato nervoso, molto, spaventosamente nervoso; ma perche' dite che sono pazzo? La malattia ha acuito i miei sensi, ma non li ha distrutti, non li ha soffocati. Particolarmente affinato era in me il senso dell'udito. Udivo tutte le cose del cielo e della terra. E udivo anche molte cose dell'inferno. Come puo' essere dunque che io sia pazzo? Ascoltatemi! E osservate con quanta lucidita', con quanta calma io posso narrarvi per filo e per segno tutto cio' che accadde.

È impossibile dire come l'idea mi sia entrata per la prima volta nel cervello. Ma non appena l'ebbi concepita mi ossessiono' notte e giorno. Scopo non ne avevo. Odio neppure. Volevo bene al vecchio. Non mi aveva mai fatto del male. Non mi aveva mai insultato. Non desideravo il suo oro. Credo fosse il suo occhio! Si', fu proprio cosi'! Aveva l'occhio di un avvoltoio, un occhio pallido, azzurro, coperto di una pellicola. Ogni volta che esso si posava su di me il mio sangue si raggelava, e cosi' per gradi, oh, per gradi molto lenti, io decisi di togliere la vita al vecchio, e sbarazzarmi cosi' per sempre di quell'occhio.

Ora questo e' il punto. Voi mi credete pazzo, ma i pazzi non capiscono nulla, mentre avreste dovuto vedere ME. Avreste dovuto vedere con quanta accortezza procedetti, con quanta cautela, con quanta preveggenza, con quanta dissimulazione mi misi all'opera! Mai fui cosi' gentile col vecchio come durante la settimana prima che io l'uccidessi. E ogni sera, verso mezzanotte, giravo il paletto della sua porta e aprivo l'uscio... oh, come piano! E poi, una volta ottenuta un'apertura sufficiente perche' la mia testa potesse passarvi, mettevo dentro una lanterna cieca, tutta chiusa, ben chiusa, in modo che non ne uscisse nessuna luce, e poi spingevo innanzi il capo. Oh, avreste riso nel vedere con quanta furberia lo insinuavo nell'apertura! Lo muovevo lentamente, in modo da non disturbare il sonno del vecchio. Mi ci voleva un'ora intiera per far passare

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Il gatto nero

Per il più folle e insieme più semplice racconto che mi accingo a scrivere, non mi aspetto né sollecito credito alcuno. Sarei matto ad aspettarmelo in caso in cui i miei stessi sensi respingono quanto hanno direttamente sperimentato. Matto non sono e certamente non sto sognando, ma domani morirò e oggi voglio liberarmi l'anima. Il mio scopo immediato è quello di esporre al mondo pianamente e succintamente una serie di semplici eventi domestici, senza commentarli. Le loro conseguenze mi hanno terrorizzato, torturato, distrutto, ma non tenterò di spiegarli. Per me hanno significato nient'altro che orrore, ma per molti sembreranno meno terribili che barocchi. Si potrà, forse, trovare qualche intelletto che ridurrà il mio fantasma ad un luogo comune - qualche intelletto più calmo, più logico e molto meno eccitabile del mio che possa cogliere nelle circostanze che io evoco con timore, nient'altro che una normale successione di cause ed effetti naturalissimi.
Fin dal'infanzia ero noto per la docilità e l'umanità del mio carattere. Ero così tenero di cuore da diventare quasi lo zimbello dei miei compagni. Ero praticamente affezionato agli animali e i miei genitori mi concedevano di tenere una grande quantità di animaletti domestici. Con essi passavo gran parte del mio tempo e niente mi rendeva più felice del nutrire e carezzare le bestiole. Questa mia tendenza crebbe con gli anni ed anche quando divenni adulto trassi da essi il massimo diletto. Tutti coloro che hanno provato affetto per un cane fedele e intelligente comprendono facilmente la natura e l'intensità del mio piacere che se ne può trarre. C'è qualcosa, nell'amore disinteressato e capace di sacrifici di una bestiola, che va direttamente al cuore di chi ha avuto frequenti occasioni di mettere alla prova la gretta amicizia e l'evanescente fedeltà del semplice uomo.
Mi sposai presto e fui felice di trovare in mia moglie una disposizione analoga alla mia. Avendo notato la mia passione pe

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Il ritratto ovale

Il castello, nel qual il mio domestico s'era deciso di penetrare a viva forza, anziché permettermi, deplorevolmente ferito come io era, di passare una notte all'aria aperta, era una di quelle costruzioni, indecifrabile miscuglio di grandezza e melanconia, che hanno per sì lungo tempo innalzate le loro rocche eccelse in mezzo agli Appennini, tanto nella realtà quanto nell'immaginazione di mistress Radcliffe.- Secondo ogni apparenza, esso era stato abbandonato temporariamente e tutt'affatto di recente.
Noi ci adattammo in una camera fra le più piccole e le meno riccamente ammobiliate, posta in una torre appartata dal fabbricato. Lungo i muri erano tese delle tappezzerie adorne di numerosi trofei araldici d'ogni forma, nonché di una quantità veramente prodigiosa di pitture moderne, in sontuose cornici dorate, d'un gusto arabesco.
Io provai tosto un vivo interesse (e la causa ne era forse il delirio che incominciava ) per questi dipinti che erano affissi, non solamente sulle pareti principali delle diverse camere, ma altresì in una sequela di anditi e corridoi che, per la bizzarra architettura del castello, dovevamo passare inevitabilmente; e crebbe tanto l'interesse, che ordinai a Pietro di chiudere le massicce imposte della camera - di accendere un gran candelabro a più bracci, collocato vicino al mio capezzale, e di alzare invece, quanto era possibile, le tende di velluto nero, guarnite di frangie che circondavano il letto. Io desideravo tutto ciò per poter almeno, quando non mi fosse dato di addormentarmi, consolarmi alternativamente nella contemplazione di quei dipinti e nella lettura di un piccolo volume che io avevo trovato sull'origliere, che enunciava appunto il valore di essi e ne conteneva la descrizione.
Io lessi lungo tempo, assai lungo tempo; contemplai tutto religiosamente, devotamente quasi; e le ore passarono rapide e brillanti, direi così, talché udii suonare la solenne ora della mezzanotte. La posizione del candelabro non mi garbava, e,

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lo scarabeo d'oro

Ma guarda un po' come balla il ragazzo!
Quello l'ha morsicato la tarantola.



Tutto sbagliato



Molti anni fa strinsi amicizia con un certo Mr. William Legrand. Apparteneva a un'antica famiglia ugonotta, e un tempo era stato ricchissimo; ma una serie di casi sventurati l'aveva ridotto all'indigenza. Per sottrarsi all'umiliazione di tanto declino, lasciò New Orleans, la città dei suoi antenati, e fissò la sua residenza nell'Isola di Sullivan, presso Charleston, Carolina del Sud.
È questa un'isola davvero singolare. Consiste per lo più di sabbia marina, ed è lunga circa tre miglia. In nessun punto la sua larghezza supera il quarto di miglio. La separa dalla terraferma, a mala pena riconoscibile, l'estuario di un fiumiciattolo che defluisce in mezzo a un intrico di canne e di mota, dimora prediletta della gallinella d'acqua. Come ben si può immaginare, la vegetazione è rada, o contratta, tarpata. Alberi imponenti non se ne vedono. Verso la punta occidentale, dove si erge Fort Moultrie e si trovano alcune squallide baracche di legno prese in affitto per l'estate da quanti fuggono la polvere e la febbre di Charleston, si incontra, è vero, l'ispida palma nana; ma tutta l'isola, eccettuata questa estremità occidentale e una striscia di bianca spiaggia deserta lungo il mare, è ricoperta di quel mirto profumato tanto apprezzato dagli orticultori inglesi. I cespugli spesso raggiungono un'altezza di quindici o venti piedi e formano un boschetto quasi impenetrabile che colma l'aria della sua greve fragranza.
Nei più appartati recessi di questo boschetto, non lontano dall'estremità orientale, ossia la più remota, dell'isola, Legrand si era costruita una casupola, che appunto occupava quando, per puro caso, feci la sua conoscenza. Ne nacque ben presto un'amicizia, giacché la personalità di quell'uomo solitario era tale da suscitare interesse e stima. Lo trovai colto, dotato di non comuni capacità intellettuali, ma malato di misantropia e soggetto a

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Hop-frog

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Pagine: 12

Edgar Allan Poe e' stato poeta e scrittore, considerato l'inventore del genere 'giallo' per racconti come 'I delitti della Rue Morgue' e dell'orrore per 'Il gatto nero'. Orfano di madre e abbandonato dal padre viene cresciuto dalla famiglia Allan senza mai una legale adozione. Abbandona l'università a causa dei debiti contratti al gioco d'azzardo e si arruola a West Point anche se verrà cacciato a causa della sua mancanza di disciplina. Nel frattempo pubblica i suoi racconti grazie a dei concorsi letterari riuscendo a diventare nel 1835 vicedirettore di un famoso giornale di Richmond. Si sposa con la cugina Virginia, che morirà giovane pochi anni dopo il matrimonio. Poe perso nella disperazione si dà all'alcool. Nel 1849, anno della sua morte, Edgar Allan Poe ha già pubblicato con successo opere come 'Ligeia', 'Il pozzo e il pendolo' e la sua poesia più famosa 'Il corvo'.