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Racconti di Edgar Allan Poe

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Pagine: 12

Il ritratto ovale

Il castello, nel qual il mio domestico s'era deciso di penetrare a viva forza, anziché permettermi, deplorevolmente ferito come io era, di passare una notte all'aria aperta, era una di quelle costruzioni, indecifrabile miscuglio di grandezza e melanconia, che hanno per sì lungo tempo innalzate le loro rocche eccelse in mezzo agli Appennini, tanto nella realtà quanto nell'immaginazione di mistress Radcliffe.- Secondo ogni apparenza, esso era stato abbandonato temporariamente e tutt'affatto di recente.
Noi ci adattammo in una camera fra le più piccole e le meno riccamente ammobiliate, posta in una torre appartata dal fabbricato. Lungo i muri erano tese delle tappezzerie adorne di numerosi trofei araldici d'ogni forma, nonché di una quantità veramente prodigiosa di pitture moderne, in sontuose cornici dorate, d'un gusto arabesco.
Io provai tosto un vivo interesse (e la causa ne era forse il delirio che incominciava ) per questi dipinti che erano affissi, non solamente sulle pareti principali delle diverse camere, ma altresì in una sequela di anditi e corridoi che, per la bizzarra architettura del castello, dovevamo passare inevitabilmente; e crebbe tanto l'interesse, che ordinai a Pietro di chiudere le massicce imposte della camera - di accendere un gran candelabro a più bracci, collocato vicino al mio capezzale, e di alzare invece, quanto era possibile, le tende di velluto nero, guarnite di frangie che circondavano il letto. Io desideravo tutto ciò per poter almeno, quando non mi fosse dato di addormentarmi, consolarmi alternativamente nella contemplazione di quei dipinti e nella lettura di un piccolo volume che io avevo trovato sull'origliere, che enunciava appunto il valore di essi e ne conteneva la descrizione.
Io lessi lungo tempo, assai lungo tempo; contemplai tutto religiosamente, devotamente quasi; e le ore passarono rapide e brillanti, direi così, talché udii suonare la solenne ora della mezzanotte. La posizione del candelabro non mi garbava, e,

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Il cuore rivelatore

È vero! Sono e sono sempre stato nervoso, molto, spaventosamente nervoso; ma perche' dite che sono pazzo? La malattia ha acuito i miei sensi, ma non li ha distrutti, non li ha soffocati. Particolarmente affinato era in me il senso dell'udito. Udivo tutte le cose del cielo e della terra. E udivo anche molte cose dell'inferno. Come puo' essere dunque che io sia pazzo? Ascoltatemi! E osservate con quanta lucidita', con quanta calma io posso narrarvi per filo e per segno tutto cio' che accadde.

È impossibile dire come l'idea mi sia entrata per la prima volta nel cervello. Ma non appena l'ebbi concepita mi ossessiono' notte e giorno. Scopo non ne avevo. Odio neppure. Volevo bene al vecchio. Non mi aveva mai fatto del male. Non mi aveva mai insultato. Non desideravo il suo oro. Credo fosse il suo occhio! Si', fu proprio cosi'! Aveva l'occhio di un avvoltoio, un occhio pallido, azzurro, coperto di una pellicola. Ogni volta che esso si posava su di me il mio sangue si raggelava, e cosi' per gradi, oh, per gradi molto lenti, io decisi di togliere la vita al vecchio, e sbarazzarmi cosi' per sempre di quell'occhio.

Ora questo e' il punto. Voi mi credete pazzo, ma i pazzi non capiscono nulla, mentre avreste dovuto vedere ME. Avreste dovuto vedere con quanta accortezza procedetti, con quanta cautela, con quanta preveggenza, con quanta dissimulazione mi misi all'opera! Mai fui cosi' gentile col vecchio come durante la settimana prima che io l'uccidessi. E ogni sera, verso mezzanotte, giravo il paletto della sua porta e aprivo l'uscio... oh, come piano! E poi, una volta ottenuta un'apertura sufficiente perche' la mia testa potesse passarvi, mettevo dentro una lanterna cieca, tutta chiusa, ben chiusa, in modo che non ne uscisse nessuna luce, e poi spingevo innanzi il capo. Oh, avreste riso nel vedere con quanta furberia lo insinuavo nell'apertura! Lo muovevo lentamente, in modo da non disturbare il sonno del vecchio. Mi ci voleva un'ora intiera per far passare

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il barilotto di ammontillado

Avevo sopportato come meglio avevo potuto le mille offese di Fortunato. Ma
quando egli si spinse sino ad insultarmi giurai vendetta. Voi pero' che ben
conoscete la natura del mio animo non immaginerete certo che io possa avere
espresso alcuna minaccia. Mi sarei vendicato COL TEMPO; questo lo avevo
ben stabilito, ma la determinazione stessa con la quale avevo deciso di agire
precludeva ogni idea di rischio. Non soltanto dovevo punire, ma dovevo farlo
senza riportarne danno. Un torto non e' riparato, se la punizione ricade sul
vendicatore; e rimane ugualmente inespiato, se il vendicatore non riesce a
farsi riconoscere da colui che gli ha recato offesa.

Voglio fare chiaramente intendere che non ho dato modo a Fortunato ne' con
parole ne' con gesti di dubitare della mia buona disposizione d'animo nei suoi
riguardi. Continuai, com'era mia abitudine, a sorridergli, ed egli non si
accorse mai che il mio sorriso ADESSO nasceva dal pensiero del suo prossimo
annientamento.

Aveva un punto debole, questo Fortunato, benche' per altri versi fosse uomo da
incutere rispetto e persino paura. Egli si vantava di essere gran conoscitore
di vini. Pochi italiani hanno il temperamento del vero VIRTUOSO: di solito il
loro entusiasmo e' adeguato al tempo e alle circostanze, e si affina
soprattutto nell'imbrogliare i MILLIONAIRES inglesi o austriaci. In fatto di
pittura e di gemme, Fortunato, come tutti i suoi compatrioti, era un
ciarlatano; ma in quanto a vini vecchi se ne intendeva. Sotto questo riguardo
io non differivo molto da lui; ero anch'io esperto di vini italiani, e ne
compravo in grande quantita' ogni qualvolta mi era possibile.

Fu verso l'imbrunire, in una sera in cui il carnevale al suo colmo impazziva
nelle sue estreme follie, che io incontrai il mio amico. Mi si avvicino' con
eccessivo calore, poiche' aveva bevuto moltissimo. Era travestito da buffone:
indossava un abito aderente a striscie, e in capo aveva il caratteri

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lo scarabeo d'oro

Ma guarda un po' come balla il ragazzo!
Quello l'ha morsicato la tarantola.



Tutto sbagliato



Molti anni fa strinsi amicizia con un certo Mr. William Legrand. Apparteneva a un'antica famiglia ugonotta, e un tempo era stato ricchissimo; ma una serie di casi sventurati l'aveva ridotto all'indigenza. Per sottrarsi all'umiliazione di tanto declino, lasciò New Orleans, la città dei suoi antenati, e fissò la sua residenza nell'Isola di Sullivan, presso Charleston, Carolina del Sud.
È questa un'isola davvero singolare. Consiste per lo più di sabbia marina, ed è lunga circa tre miglia. In nessun punto la sua larghezza supera il quarto di miglio. La separa dalla terraferma, a mala pena riconoscibile, l'estuario di un fiumiciattolo che defluisce in mezzo a un intrico di canne e di mota, dimora prediletta della gallinella d'acqua. Come ben si può immaginare, la vegetazione è rada, o contratta, tarpata. Alberi imponenti non se ne vedono. Verso la punta occidentale, dove si erge Fort Moultrie e si trovano alcune squallide baracche di legno prese in affitto per l'estate da quanti fuggono la polvere e la febbre di Charleston, si incontra, è vero, l'ispida palma nana; ma tutta l'isola, eccettuata questa estremità occidentale e una striscia di bianca spiaggia deserta lungo il mare, è ricoperta di quel mirto profumato tanto apprezzato dagli orticultori inglesi. I cespugli spesso raggiungono un'altezza di quindici o venti piedi e formano un boschetto quasi impenetrabile che colma l'aria della sua greve fragranza.
Nei più appartati recessi di questo boschetto, non lontano dall'estremità orientale, ossia la più remota, dell'isola, Legrand si era costruita una casupola, che appunto occupava quando, per puro caso, feci la sua conoscenza. Ne nacque ben presto un'amicizia, giacché la personalità di quell'uomo solitario era tale da suscitare interesse e stima. Lo trovai colto, dotato di non comuni capacità intellettuali, ma malato di misantropia e soggetto a

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Il pozzo e il pendolo

Impia tortorum longos hic turboa furores
Sanguinis innocui non satiata, aluit.
Sospite nunc patria, fracto nunc funeris antro.
Mors ubi dira fuit, vita salusque patent.

(Distici composti per le porte d'un mercato, il quale doveva sorgere là dove fu il Club dei Giacobini, a Parigi)

Quella lunga agonia mi aveva affranto, ero stremato di forze, e allorché finalmente mi slegarono e potei sedermi, sentii che perdevo i sensi. La terribile sentenza di morte, fu l'ultima frase distintamente pronunciata, che mi colpì gli orecchi. Dopo di ciò, il suono delle voci degli inquisitori mi sembrò che si perdesse nel rumore infinito d'un sogno.

Quel frastuono mi dava allo spirito l'idea d'una rotazione, probabilmente perché nella mia immaginazione associava ad una ruota di mulina. Ma tutto questo durò ben poco; poiché, ad un tratto, non udii più niente. Vidi però per qualche tempo ancora, ma tutto orribilmente esagerato.

Vedevo i giudici tutti vestiti di nero, con le labbra bianche, più candide del foglio sul quale vado tracciando queste parole; e sottili, grottescamente sottili, assottigliate dalla loro intensa espressione di durezza, di risoluzione irrevocabile, di implacabile disprezzo pel dolore umano. Vedevo uscir da quelle labbra i decreti di quello che per me rappresentava il Destino; le vedevo torcersi in una frase di morte. Le vidi muoversi per le sillabe del mio nome e cremai non udendo il suono seguir il movimento; vidi anche, delirante d'orrore, la molle e quasi invisibile ondulazione dei drappi neri che ricoprivano le mure della sala. Allora i miei occhi caddero sui sette grandi candelabri posati sulla tavola: essi dapprima, prendendo l'apparenza della Carità, mi apparvero come angeli bianchi, pronti a salvarmi; ma ad un tratto, la mia anima fu presa da una nausea mortale, ogni fibra del mio corpo tremò, come se avessi toccato il filo di una pila di Volta; le forme angeliche divennero spettri insignificanti, dalla testa di fiamma, e compresi

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Il gatto nero

Per il più folle e insieme più semplice racconto che mi accingo a scrivere, non mi aspetto né sollecito credito alcuno. Sarei matto ad aspettarmelo in caso in cui i miei stessi sensi respingono quanto hanno direttamente sperimentato. Matto non sono e certamente non sto sognando, ma domani morirò e oggi voglio liberarmi l'anima. Il mio scopo immediato è quello di esporre al mondo pianamente e succintamente una serie di semplici eventi domestici, senza commentarli. Le loro conseguenze mi hanno terrorizzato, torturato, distrutto, ma non tenterò di spiegarli. Per me hanno significato nient'altro che orrore, ma per molti sembreranno meno terribili che barocchi. Si potrà, forse, trovare qualche intelletto che ridurrà il mio fantasma ad un luogo comune - qualche intelletto più calmo, più logico e molto meno eccitabile del mio che possa cogliere nelle circostanze che io evoco con timore, nient'altro che una normale successione di cause ed effetti naturalissimi.
Fin dal'infanzia ero noto per la docilità e l'umanità del mio carattere. Ero così tenero di cuore da diventare quasi lo zimbello dei miei compagni. Ero praticamente affezionato agli animali e i miei genitori mi concedevano di tenere una grande quantità di animaletti domestici. Con essi passavo gran parte del mio tempo e niente mi rendeva più felice del nutrire e carezzare le bestiole. Questa mia tendenza crebbe con gli anni ed anche quando divenni adulto trassi da essi il massimo diletto. Tutti coloro che hanno provato affetto per un cane fedele e intelligente comprendono facilmente la natura e l'intensità del mio piacere che se ne può trarre. C'è qualcosa, nell'amore disinteressato e capace di sacrifici di una bestiola, che va direttamente al cuore di chi ha avuto frequenti occasioni di mettere alla prova la gretta amicizia e l'evanescente fedeltà del semplice uomo.
Mi sposai presto e fui felice di trovare in mia moglie una disposizione analoga alla mia. Avendo notato la mia passione pe

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Ombra - Una parabola

Voi che mi state leggendo siete ancora tra i vivi, ma io che scrivo sarò da molto e molto tempo partito per la regione delle ombre, perchè strani fatti accadranno, segreti saranno rivelati e molti secoli passeranno prima che queste mie pagine siano lette dagli uomini; e quando le avranno viste, alcuni non vi presteranno fede, altri dubiteranno e solo pochi troveranno di che meditare su queste parole che sto tracciando con uno stilo di ferro.
Quello era stato un anno di terrore, pieno di sentimenti più intensi del terrore, per i quali sulla terra non c'è nome: c'erano stati infatti molti prodigi e segni e vicino e lontano, sul mare e sulla terra si erano largamente spiegate le nere ali della peste. Coloro però che conoscevano le stelle ben sapevano che i cieli presagivano sventure e per me, il greco OINOS, era evidente che stavamo per ritornare a quel settecentonovantaquattresimo anno nel quale, entrando in Ariete, il pianeta Giove si trova in congiunzione con l'anello rosso del tremendo Saturno; il particolare spirito dei cieli, se non m'inganno troppo, si manifesta non solo sul globo fisico della Terra, ma anche nelle anime, nelle fantasie, nelle meditazioni degli uomini.
Una notte, entro un nobile palazzo della triste città chiamata Tolemaide, sedevamo in sette intorno ad alcune anfore di rosso vino di Chio; la nostra camera non aveva altro ingresso che un'alta porta di bronzo, che, costruita dall'artista Corinno, era di rara bellezza e si chiudeva dall'interno; nell'oscura camera neri drappeggi, nello stesso modo, chiudevano al di fuori la Luna, le lugubri stelle e le strade spopolate... Ma non si erano potuti così facilmente escludere il presagio e il ricordo del Male. C'erano intorno a noi e presso di noi eventi di cui non riesco a render ragione... sia materiali che spirituali... una pesantezza nell'atmosfera... un senso di soffocazione... un'ansietà e... soprattutto quel tremendo modo di vivere che è proprio delle persone nervose, quando

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Pagine: 12

Edgar Allan Poe e' stato poeta e scrittore, considerato l'inventore del genere 'giallo' per racconti come 'I delitti della Rue Morgue' e dell'orrore per 'Il gatto nero'. Orfano di madre e abbandonato dal padre viene cresciuto dalla famiglia Allan senza mai una legale adozione. Abbandona l'università a causa dei debiti contratti al gioco d'azzardo e si arruola a West Point anche se verrà cacciato a causa della sua mancanza di disciplina. Nel frattempo pubblica i suoi racconti grazie a dei concorsi letterari riuscendo a diventare nel 1835 vicedirettore di un famoso giornale di Richmond. Si sposa con la cugina Virginia, che morirà giovane pochi anni dopo il matrimonio. Poe perso nella disperazione si dà all'alcool. Nel 1849, anno della sua morte, Edgar Allan Poe ha già pubblicato con successo opere come 'Ligeia', 'Il pozzo e il pendolo' e la sua poesia più famosa 'Il corvo'.