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Racconti di Stefano Benni

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Il Bar Peso

Questo tipo di bar, anche se in via di estinzione, è uno degli ultimi esempi di bar del passato. Ne resta un centinaio di esemplari, non protetti, in quanto sono in grado di proteggersi benissimo da soli. Si trovano in paesi impervi, e in alcune periferie metropolitane. Il Bar Peso è contrassegnato da un clima di ruvida familiarità e cordiale rissosità, nonchè dall'igiene disinvolta e dalla presenza di gestori e clienti fortemente orientati agli alcolici.
Come si riconosce un Bar Peso? L'intenditore lo individua subito, dagli occhi, dalle facce, dall'atmosfera particolare. Ma se siete dei profani, ecco 13 indizi che vi possono aiutare.
1. Segatura per terra.
2. La presenza di un cane nero di nome Black, Bill o Pallino, che appena entrati vi annusa il sedere.
3. Televisione pensile (se c'è), sospesa a tre metri di altezza. È un vecchio modello 18 pollici, ottantotto chili miracolosamente in equilibrio su una mensolina di vetro. Sotto la televisione dorme un vecchietto con la bocca aperta, sorvolato da una pattuglia acrobatica di mosche. Appoggiato al muro c'è un lungo bastone di legno: è il telecomando. Il vero telecomando è sempre rotto perchè i clienti, abituati a ben altri attrezzi, tutte le volte che lo usano lo sbriciolano come un wafer.
4. Nell'aria volano le mosche del Bar Peso (dipterus rudis) alquanto diverse dalle mosche normali. Anzitutto le loro traiettorie, per i vapori alcolici, sono più sghembe e imprevedibili della media, con grandi cabrate dentro le bocche dei clienti assopiti. Se le colpite con un normale schiacciamosche, ve lo strappano di mano e restituiscono il colpo. Oppure stramazzano al suolo simulando l'agonia, e dopo un'ora ripartono più vispe di prima. Ultima particolarità, il rumore: sanno ronzare in cinque tonalità diverse, dal trapano dentistico al decollo del jumbo e nei giorni d'estate compongono una colonna sonora indimenticabile. Perchè il loro volo ha tanta varietà di suoni? L'ha scop

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   3 commenti     di: Stefano Benni


Lo stregone

Se vedi una persona che non si rassegna alle cerimonie dei tempi, che prezioso e invisibile aiuta gli altri anche se questo non verrà raccontato in pubbliche manifestazioni, che non percorre i campi di battaglia sul bianco cavallo dell'indignazione, ma con pietà e vergogna cammina tra i feriti, ecco uno stregone.
Quando non c'è più niente da imparare, vai via dalla scuola. Quando non c'è più niente da sentire, non ascoltare più. Se ti dicono: è troppo facile starne fuori, vuole dire che loro ci sono dentro fino al collo.
Vai lontano, con un passo solo

   4 commenti     di: Stefano Benni


il re moro

Il Re Moro entrò nella scuderia. Sul volto d'ebano brillavano gli occhi feroci che tanto terrore incutevano ai nemici durante le battaglie.
Osservò i due cavalli, uno bianco e uno nero, purosangue di incredibile bellezza.
Li valutò attentamente poi, con fare deciso, mosse verso il cavallo bianco.
Fu questione di pochi attimi :il cavallo, con un doppio balzo, si avventò sul Re Moro
e lo mangiò.
Il re si era dimenticato di essere il re degli scacchi.

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L'indovina

L’indovina Amalia, famosa cartomante, accolse il cliente nel suo studio.
Sul tavolo c’erano una statuetta egizia, il gatto nero Pippo, tre pacchetti di sigarette e un mazzo di tarocchi.
«Tagli il mazzo» disse Amalia con voce baritonale
Il cliente esegui.
La cartomante Amalia estrasse tre carte e le scoprì lentamente davanti a sé.
«La prima carta dice che nel marzo di quest’anno ci saranno spaventosi attentati a Londra, Parigi e Roma e un ordigno atomico verrà lanciato su Washington.
L’uomo deglutì.
«La seconda carta dice che la reazione degli Stati uniti provocherà la Terza guerra mondiale con due miliardi di morti nel quadro di una catastrofe climatica che sommergerà due terzi delle terre emerse. »
L’uomo si grattò la testa.
«La terza carta dice che la donna a cui sta pensando la ama ancora e tornerà da lei».
«Grazie, grazie» disse l’uomo quasi con le lacrime agli occhi. Pagò, uscì e quando fu in strada, la gente, gli alberi, il cielo, tutto gli sembrava più bello e luminoso.

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I capelli dello sciamano

I cinque elicotteri bielica sorvolavano la giungla del Guayate, accompagnati da una musica a tutto volume. Non era la Cavalcata delle Valchirie, ma “Tu amica tivù”, sigla del videoimpero del cavalier Banana. Per questa spettacolare incursione il cavaliere si era ispirato a un noto film, ma aveva scelto un brano adatto ai suoi uomini. I quali erano trentasei, tutti rasati a zero in camicia e bermuda bianchi, alcuni armati di telecamere, altri di mitra e fucili, altri ancora di champagne e astici surgelati, perché il cavalier Banana non rinunciava alla merenda neanche nelle situazioni più disagevoli.
E disagevole, nonché inospitale e misteriosa appariva la giungla sotto di loro, un immenso oceano clorofilliano ancora non ferito da disboscamenti e rasoiate autostradali. Molti anni prima una multinazionale aveva provato a attraversare il Guayate, costruendo una strada da Guayamàn a Guayalàs, ma liane, mangrovie e altri serpenti vegetali avevano ingoiato in pochi giorni asfalto, ruspe, e anche qualche capomastro e ingegnere, di cui furono ritrovati solo i vestiti, impiastrati di bava verde. Così diceva la leggenda. In verità, la giungla del Guayate era uno dei pochi posti ancora ignoti dell’arcinoto mondo. Il clima pestilenziale, quaranta gradi graveolenti di umidità, vi aveva allevato un inferno delle peggiori anomalie zoologiche e botaniche. Ragni grossi come granceole, insetti mimetici pronti all’agguato, rane volanti, pappagalli rostrati, persino un camaleonte con la lingua di dodici metri, che saettava dall’alto degli alberi introducendola in ogni orifizio incautamente esposto. E poi serpenti, uno più velenoso dell’altro, il Guayatrès, che uccideva in tre minuti, il Guayasprint, che uccideva in dieci secondi e il Gua, che uccideva di terrore al solo evocarne il nome. E che dire del serpente sacco-a-pelo, che di notte ingannava gli esploratori assonnati? E come non citare la scimmia sputatrice, il ratto degli scroti e il minicaimano da pozzang

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Shimizé - Il racconto della sirena

"C'era un oshammi shammi che viveva in una wesesheshammi in cima a una wooba. Venne una notte un oogoro e disse all'oshammi shammi:
- Shimì non voglio né la tua corona né il tuo bastone, voglio la tua shammizé.
- De shimite deé - rise l'oshammi shammi - cerca pure. Se vedi qua nella weseshe la mia shammizé, prendila pure.
- L'oogoro frugò in lungo e in largo tutta la wesesheshammi e alla fine vide una woolanda e trionfante gridò:
- Shimì, eccola qui, l'ho trovata.
- Sei furbo come il tsezehé dalle lunghe orecchie - disse l'oshammi shammi - l'hai trovata ed è tua.
L'oogoro corse giù dalla wooba cantando e ridendo:
- Ho una shammizé! Per tutta la vita shimideé, avrò una shammizé!
Sulla strada incontrò un vecchio woorogoro.
- Shimì woro, ti piace? - disse l'oogoro - guarda, ti piace la mia shimmizé?
- Woof - disse l'orogoro - stupido come uno tsezehé! Non vedi che quella che tieni tra le braccia è una woolanda?
- Alla luce della luna l'oogoro guardò bene, vide il suo errore e se ne andò tzuke shimite no scimé, triste come chi ha perso il nome delle cose."

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