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Racconti sull'amicizia

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Leo

L'ultima cucciolata Lilli l'aveva partorita dentro un tronco cavo di un ulivo saraceno, dimora principesca per lei e soprattutto sicuro come un bunker antiaereo, difficile vederli, difficile per alcuno poterli toccare. Lui dopo una settimana si decise ad aprire gli occhi e si scoprì in una cuccia calda assieme a tanti altri suoi fratelli, non sapeva contare, sapeva che erano molti e comprese in pieno il vecchio detto: "Lu Signuri binidiciu centu mani chi manciavanu; ma no tutti 'nta un piattu" solevano ripetere con arguzia i vecchi. Comprese subito che per vivere doveva succhiare più latte degli altri, stare attaccato alle mammelle della madre allontanando anche bruscamente i concorrenti e divenne bravo! Poco alla volta i cuccioli più deboli cominciarono a fermarsi, sparivano portati via da mani misericordiose. Lui rimase, forte e candido, per cui si meritò il nome "Leone" che tutti decisero di ridurre a "Leo". Leo è un meticcio maremmano, da piccolo era bellissimo, un batuffolo di lana bianca, arruffata e calda che tra le dita suscitava emozionanti sensazioni invernali. Poi crescendo cominciarono a comparire alcune macchie che testimoniarono senza ombre di dubbio che non fu un accoppiamento in purezza (ahimè, noi sapevamo il triste imbroglio e siamo stati silenti -abbiamo taciuto sperando che tutta la storia potesse passare in silenzio- colpevoli per amore), e poi ha cominciato a crescere; uno spilungone, anche su questo ha tradito l'armoniosa robustezza del suo avo. Ad ogni buon conto io e Simona gli abbiamo perdonato tutto; avevamo già perdonato la Ss. ma Memoria di sua madre, lo abbiamo fatto anche con lui, questo è amore in seno ad una grande famiglia, come si dice oggi: "allargata"! Leo è cresciuto bene, nei momenti in cui tornavamo in campagna a trovarlo lo abbiamo viziato un po', Simona perfino di più. Ogni tanto mi accorgevo che il sacchetto dei miei biscotti calava paurosamente, così il formaggio che neanche avevo il tempo di assaporarlo che r

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Serata

È da circa due ore che sto passeggiando insieme ai miei due amici Marco e Filiberto, sono stanco morto ma loro non hanno la minima intenzione di fermarsi. È sera, c'è un po' di venticello ma non fa freddo, c'è un bel clima. Stiamo camminando sul lungomare e senz'altro la vista di quelle piccole onde mi fanno sentire di meno il dolore dei piedi. Comunque c'è molta gente: vecchiette che si mangiano un gelato, comitive di ragazzi che ridono per ogni minima cosa, stranieri che cercano di vendere rose e altri in bicicletta che fanno continuamente slalom per non investire nessuno.
Marco come al solito si sta lamentando dell'Italia, non gli va mai bene niente, fa sempre discorsi di politica che fingo di ascoltare per non offenderlo. Vuole far vedere che odia l'Italia ma secondo me in realtà non ne può fare a meno.
Filiberto si sta fumando una marea di sigarette, e sinceramente mi chiedo come faccia a essere ancora vivo... si fuma minimo quattro pacchetti al giorno, per lui il tabacco è come respirare l'aria, è incredibile, deve odiare davvero parecchio i suoi polmoni.
-Oh, ci andiamo a mangiare una pizza?- propone Marco.
E meno male che odiava l'Italia, alla pizza però non rinuncia! Eheh...
Senza manco rispondere ci avviciniamo alla prima pizzeria nei dintorni. Non vedo l'ora di sedermi, rifocillarmi e riposarmi dopo questa lunga camminata. Eccoci arrivati, i miei due amici ordinano due diavole, io che non posso mangiare il piccante preferisco prendere una margherita.
Per fortuna oggi la pizzeria non è molto affollata e si percepisce molta tranquillità. Filiberto tra una sigaretta e un'altra attacca discorso: -Mia sorella fra un mese si sposa con il suo ragazzo, si trasferirà a Milano, farà dei figli, e io diventerò zio. Avrà una famiglia tutta sua mentre noi tre siamo ancora scapoli, quando ci daremo una mossa?-.
Marco risponde -E grazie che siamo scapoli! In questo paese il lavoro non c'è, come cavolo pretendi di farti una famiglia?-
A riecco c

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   5 commenti     di: Luigi Greco


Per te

" L'amicizia tua per me significa vita."
Queste sono state le tue parole a Natale,
Parole che non sono state mantenute.

Questa non è un'altra poesia, ma lo sfogo di chi avrebbe voglia di urlare dalla cima di una montagna,

Finchè non ci fossero più forze,

finchè tu potessi ritornare,
ma questo non succederà.

" Io ci sarò sempre".
Queste sono state le mie parole,
Le avrei mantenute.
Forse in silenzio tu mi chiedevi di ascoltarti,.
ma io non sono stata capace di accorgermi.
Perchè non ti sei confidata con me?
Come quando facevamo da piccole.
Come quando andavamo a raccogliere ciliegie.

Mai da soli.
Ora guardo il cielo e vedo te,
piccola stella.

A volte crediamo di essere forti,

ma in realtà non lo siamo.
Per questo continuo a ripettere dentro al mio cuore.

" Mai da soli".

   0 commenti     di: Simone Costa


alla catena

ALLA CATENA


In una masseria della terra di Puglia campava un cane - un lupo dal pelo nero intenso - inchiodato ad una catena lunga tre o quattro metri, per tutte le stagioni : e al vento, e alla pioggia, e all’afa soffocante. Una ciotola davanti, d’acqua neppure limpida, e gli avanzi dei pasti dei suoi padroni ; a Natale e a Pasqua le ossa dell’agnello. Probabilmente nessuno si era premurato di dargli un nome, ma a che sarebbe servito? L’animale era nato quale cane da guardia, il brillare degli occhi, che ancora emettevano l’assoluta fierezza della sua razza, bastava a tenere alla larga i malintenzionati.
Anni su anni vissuti con quella catena come compagna avevano reso “ Senzanome “ - così lo chiameremo - cattivo. L’odio che ogni suo tratto sprigionava avvertiva che non era il caso di avvicinarsi, manco per scherzo, al suo angolo. Le oche e le galline del cortile, abituate da sempre all’abbaiare e credule di quanto tramanda il proverbio, subito avevano sperimentato di avere incontrato una eccezione, perciò il loro becchime lo cercavano altrove e avevano reso l’animale ancora più solo e ancora più feroce.
A Senzanome tenevano compagnia, certo! la luna, le stelle, il cielo, il sole, alti sopra il suo sguardo, altissimi, ma egli non poteva non spiare e non immaginare oltre la recinzione, di dove gli provenivano i rumori ed il chiasso dei contadini, di dove s’incamminavano i camion e gli aratri per un viale fra olivi che si smarrivano alla vista, e non gli era per niente di conforto intuire la presenza di altri cani e lo strusciare di mille gatti. L’unica consolazione gli derivava da una cuccia, ricavata fra carcasse d’auto e tirata su con pezzi di lamiere, nella quale si rifugiava nei momenti in cui percepiva più intensi i suoni della vita. Allora, là dentro, pur vergognandosi di sé stesso, si domandava perché mai fosse venuto al mondo e quali colpe dovesse espiare.
Forse neppure era più in grado di camminare ; la sua stes

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LUISA E L'ISOLA DI WIGHT

Luisa aveva riccioli biondi, pelle chiara, occhi celesti, Portava una lunga catenina d’oro che all’epoca testimoniava la sua appartenenza a famiglia benestante e al tipo di lavoro di suo padre, orefice.
Luisa era mia compagna di banco alle elementari e spesso ci scambiavamo reciproci piaceri.
Lei mi faceva il problema di matematica, io l’ aiutavo nel tema.
Condividevamo tutto, persino la gomma masticata che lei mi porgeva amorevolmente dalla sua bocca e che io accettavo inconsapevole dell’esistenza di microbi e batteri.
Avevo per lei una sorta di ammirazione - invidia, sentimenti piuttosto confusi a quell’età, perché era di una bellezza non comune dalle nostre parti e inoltre capiva di matematica tra una massa di alunne sprovviste di quelle abilità.
Alla fine delle elementari suo padre, sull’orlo del fallimento, decise di chiudere il negozio ed emigrare in Inghilterra per raggiungere dei parenti.
Rimasi malissimo a quest’annuncio perchè ci eravamo giurate eterna amicizia.
Cosi un giorno d’ autunno partirono.
Restammo per alcuni anni in contatto ma poi pian piano quelle lettere, che aspettavo sempre con tanta ansia, si trasformarono in cartoline e poi non ci furono più rapporti.
Gli unici contatti sporadici che mi legavano a lei erano ormai solo i racconti di sua sorella maggiore Celeste che mi teneva al corrente della sua vita.
Ma quella estate del 69 ricevetti una cartolina. Arrivava da un posto che non conoscevo: l’isola di Wight una piccola isola al largo della costa sud della Gran Bretagna.
Alla fine di agosto si svolgeva là un grande concerto con la presenza di Bob Dylan.
Il Festival britannico era alla sua seconda edizione e riprendeva l'altrettanto celebre festival americano di Woodstock in quanto a rassegna giovanile musicale improntata al concetto di pace e amore, flower power, summer of love, e tutti gli altri slogan del periodo hippy.
Luisa mi scriveva che era lì con il suo compagno e mi raccontava brevemente le sue

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   3 commenti     di: MD L.


Nina

Nina era una cuccioletta bastarda che mio padre mi regalò, cedendo
alle mie insistenze ed al mio forte desiderio di avere una cane. La mia famiglia
era molto piccola: mio padre, mia madre ed io e la nostra casa era troppo
angusta anche per tre persone. Nel mio egoismo di bambina non prestati troppa
attenzione ai problemi che Nina avrebbe procurato a mia madre. Nessuno di noi
tre riuscì ad educare gli sfinteri di Nina e mia madre doveva pulire in continuazione
i pavimenti. Però anche lei le voleva bene e quando io, consigliata da "esperti"
educatori di cani, la picchiavo o le strofinavo il musetto sul laghetto di pipì che
aveva appena fatto, mia madre la guardava con occhi teneri e diceva: "Povera
bestia". Nina rivelò presto una bella intelligenza ed una grande capacità di affetto.
Se qualcuno dei miei compagni di giochi fingeva di picchiarmi, Nina abbaiava,
mostrava i denti e si lanciava contro l' aggressore. Facevo appena in tempo
a prenderla in braccio e a dirle che era tutto uno scherzo, che l' aggressore
era amico mio ed anche suo. Allora accoglieva, docile, le carezze del nuovo amico.
Se prendevo in braccio la bambina di pochi mesi di nostri amici, Nina si agitava,
abbaiava. Io mi affrettavo a rimettere nelle braccia della madre la bambina,
ma sono sicura che non l' avrebbe mai aggredita. Credo che i cani considerino
i bambini loro parenti.
Dopo pranzo mio padre si sdraiava sul letto per un pisolino e invitava Nina
a distendersi con lui, nel cavo del suo braccio. Questo mia madre non lo tollerava
e se mio padre, prima di addormentarsi, avvertiva i passi di mia madre avvicinarsi
alla stanza da letto, bastava che dicesse: " Nina, arriva la padrona!" perché
questa si precipitasse giù dal letto e vi si nascondesse sotto.
Facevamo lunghe passeggiate a Villa Borghese dove le insegnai a nuotare
in modo spartano: buttandola in una delle tante fontane circolari della Villa.
Nina nuotava verso il bordo della fontan

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Gli animali e i bambini

I bambini sono gli esseri più vicini agli animali, perché sono simili a loro.
Gli animali per loro sono dei veri amici, e non importa la loro taglia, il loro
colore, la loro razza, per loro sono tutti uguali. Noi avremmo bisogno di imparare solo guardando un bambino alle prese con un animaletto, con quanto amore, dedizione e tenerezza si occupano di loro. È anche importante che il bambino impari da piccolo
ad occuparsi e a rispettare gli animali, della sua famiglia, così che crescerà un bambino sereno, gioioso ed con il rispetto della vita. Perché come ogni bambino é importante così anche gli animali lo sono e meriterebbero tutti avere amore,
attenzioni e una famiglia che li voglia bene.




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