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Racconti amore

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Il quadro

Prese il tubo del giallo e lo spremette sulla tavolozza.
Ne uscì tanto, con un fiotto. Velocemente si formò una chiazza ambrata vicino agli altri colori. Lo sparse con il pennello piatto tirandolo con movimenti sapientemente assestati.
Carolina era impulsiva.
Amava prendere decisioni di getto, senza pensarci su due volte.
Ci stava proprio bene quel giallo disteso sul resto dei colori.
Una volta steso non si percepiva più il colore, ma restava un'aura dorata che lasciava splendere la figura circostante di luce propria.
Quando ebbe finito di aggiungere colore poggiò il pennello. Con un panno intriso di trementina ne pulì le setole. Lo lasciò sul bordo del cavalletto, proprio parallelo alla grande tela e si allontanò per osservare da lontano.
Era soddisfatta.
Quel bosco pieno di foglie la riempiva di serenità.
Prese una sedia, quella di tela che Francesco chiamava la sedia da regista.
Francesco le tornava sempre in mente quando guardava un quadro finito.
Una volta aspettava il suo giudizio.
Ogni gesto, ogni azione, ogni cosa che faceva Carolina, doveva essere avallato dal suo giudizio, sperando che fosse un'approvazione implicita.
Questa era la prima volta, dopo quattro anni, che lo guardava da sola.
Carolina aveva dipinto quel quadro con grande sofferenza.
Da quando Francesco non c'era più aveva perso quasi la forza di fare tutto. Anche le cose più semplici, come cucinare o leggere un giornale.
Figurarsi dipingere, che già richiedeva uno sforzo quando tutto attorno a se sembrava ruotare nel verso giusto.
Ma da un po' di tempo sentiva che qualcosa stava cambiando.
Pragmatismo e precisione non si sposano col caos e l'improvvisazione.
Perché Francesco era un tipo pragmatico.
E preciso anche.
Fino all'esasperazione.
Per lui un problema andava affrontato sul nascere. Non era possibile non poter o peggio ancora non volerne trovare la soluzione. A poco a poco, ripeteva, tutti i problemi si risolvono, basta volerlo, basta pensare. Pensa posi

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   3 commenti     di: Giacomo D'Alia


Miracolo di Natale

Fui chiamato al telefono di mia moglie per un intervento in sala operatoria. Una bambina doveva essere operata d'urgenza ed unicamente la mia equipe di specialisti aveva l'esperienza pregressa per salvarle la vita. Distavo circa mezz'ora dalla struttura ospedaliera, diedi immediatamente la mia disponibilità ad intervenire e andai a vestirmi. Dopo cinque minuti ero già fuori casa, baciai mia moglie, le mie figlie, i parenti che erano a cena da noi e corsi via.
Era la notte di Natale, il ventiquattro Dicembre duemilatre, esattamente le ore ventidue. Avevo da poco spento il cellulare privato, con la certezza che ogni reparto fosse degnamente coperto dai miei validi colleghi. Ma questo si presentava come un caso singolare, necessitava di un intervento invasivo su una piccola paziente di otto anni. Non me la sentii di delegare. Volevo essere responsabile in prima persona del successo dell'operazione. Successo, perché doveva forzatamente andare tutto per il verso giusto, non contemplavo nessuna altra ipotesi.

Parcheggiai accanto l'entrata del Pronto Soccorso, ad attendermi trovai la madre in lacrime. Mi supplicò di considerare la bambina come se fosse una delle mie figlie, mi urlò con le ultime forze che le restavano di salvarle la vita perché sua unica ragione di esistere. Feci un segno di approvazione col capo, mi precipitai negli spogliatoi, ero concentrato, non riuscì a spiccicare una sola parola di consolazione nei riguardi di quella donna. In sala operatoria ritrovai la mia squadra al completo, non mancava nessuno. La vita della piccola si dimostrò per noi più importante di ogni altra cosa. Cominciammo ad operare alle ventitre e trenta, terminammo la mattina di Natale alle ore otto in punto, ne uscimmo stremati. I colleghi del turno natalizio presero il mio posto, promisi di rientrare in reparto entro sera per la visita post operatoria. Tornai a casa per riposare. Feci subito una doccia ghiacciata, mia figlia preparò una camomilla doppia, mi addormenta

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Il fratello di mio fratello (sarà un cavaliere)

Ho sempre creduto di sapere tante cose, ma in realtà si conosce sempre troppo poco; di sé, di chi ci è più prossimo, di circostanze, fatti ed eventi, vicini e lontani. Men che meno ricordo di te, che ti ho visto nascere, crescere e partire, tornare e ritornare, parlare a distanze di mezzo metro e mai molto di più. Abbiamo scambiato abbracci? Non ne ricordo nessuno. Eppure so che mi vuoi bene, che mi porti dentro come mai nessuno porterai; daresti corpo, anima e spirito per un mio sorriso vero, puro, lucente, per una mia vittoria contingente, per un pensiero, soltanto uno che ti contenga esplicitamente. Eppure ne dispenso di pensieri, per la tua vita, per le tue espressioni solidali ed i tuoi occhi parlanti, sempre oltre la voce accompagnante le parole, che non regali mai per le tue necessità. So che di amore ne hai molto di più di me da donare, anche se non sembra, perché discreto è il tuo tocco, forte e solido come il mio non sarà mai, per noi, comunque sia vicini sempre. E allora mi ricordo che fui tuo esempio, per qualcosa certamente, qualcosa che trattieni nei tuoi occhi e che mi sprigioni desideroso, di ciò che ancora non capisco bene, di ciò che un giorno ti prometto capirò. O forse capisco troppo Fratello mio, figlio dell’ultimo tempo d’amore vero di chi ha cresciuto le nostre esistenze; capisco anche, che questo amore che tu conosci e sai dare è troppo fuggevole per le mie mani, capaci a volte d’afferrare niente. Madre... Padre, voi siete il meglio che potessi avere, ma... solo una cosa vorrei sapere... perché non me l’avete mai insegnato, questo amore? Quello che vince su tutto quanto, perché di sangue comune e solo di quello è fatto. Perché è così imprendibile questo amore... così difficile? Il più difficile di tutti. Certo io ne darei la vita. Per voi, ma soprattutto per Te. Ancora una volta Fratello mio, ti parlo da dove mai mi leggerai, perché non riesco ad abbracciarti... e sono io quello che fugge, come questo amore che s

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   1 commenti     di: Federico Magi


Vecchiaia 2

Oggi vado a trovare la mia amica Sandrina, poetessa e pittrice, all'ospizio dei vecchi.
L'Ospizio dei vecchi, la Casa di riposo, l'Inferno dei vivi. Tutte le volte che entro lì dentro provo un profondo malessere e senso di depressione. Eppure devo entrare, perché qui c'è la vita, la vita sacra, la vita vera.
Oltre il cancello e le vetrate, ci sono corpi esili, bianchi, deformi e doloranti; sono seduti nelle sale e aspettano Qui dentro, in queste stanze lucidate, refrigerate in estate, profumate di disinfettanti, le infermiere con i guanti spostano i vecchietti sulle sedie a rotelle.
L'incontro con Sandrina è straziante. Faccio fatica a riconoscerla. È grassa e deforme, incinghiata su una sedia. Piange, ride, dice frasi senza senso. Io non posso trattenere le lacrime. Vorrei che ci fosse lì un prete a parlarmi di un Dio buono, giusto, pietoso e onnipotente. Gli sputerei in faccia.
Qui, fra queste larve umane, incoscienti, tremolanti, borbottanti, crollano le religioni, cadono in frantumi tutte le filosofie, e la Vita si rivela quello che è: una merda puzzolente!
Intorno a me c'è un uomo che continua a muovere il braccio, c'è una donna che ride sempre, c'è un uomo contorto che si lamenta in continuazione
Qui i minuti sono secoli, e i secondi durano millenni. Qui la morte appare come una cosa sublime, misericordiosa e meravigliosa.
Triste e impotente mi alzo e mi incammino verso l'uscita.
Passando fra sale e corridoi vedo l'uomo che perde saliva dalla bocca, la donna che parla da sola, l'uomo che guarda il soffitto

Agosto 2002

   13 commenti     di: sergio bissoli


Ti percepisco.. ed è stupendo!

Senti le onde spumose. Ascoltale, anche tu. Il vento le disperde, dà loro una forma. Onde alte. Onde basse. Arrivano, dolci e ondulate. Prendile, accarezzale. L'orizzonte è affascinante. Cielo e terra, legano stretti, perfetti amanti. Nella sabbia, guardale, ti prego, orme. Orme incise, hanno tutte una loro storia, una loro buffa forma. L'alta marea le cancella, e il giorno dopo ne nasceranno altre. Quante storie che riserva il mare. Buon odore, salsedine. Voglia di sfregare coi piedi conchiglie. Voglia di incatenare gocce d'acqua in una mano. Voglia di danzare fra le onde e portarmi via il sole dai raggi dorati, che ogni sera cala la sua scala e scende in mare. Prendine uno, degli oggetti che getta il mare: legnetti, conciglie, piccole perle.. è il suo regalo, per noi. Aria di pace, aria di risveglio al mattino dopo una dormita ben riuscita.

Parlami.
Ora puoi parlarmi, nonno.
Starai vivendo lo stesso panorama anche tu, lassù.
Non è così maestoso, e ammaliante?
Oh, manca il tuo sorriso.
Quello sì, era ammaliante. è, ammaliante.
Gocce di mare, gocce cristalline, rievocano i tuoi occhi.
Non riesco più a vederti, ma, ti percepisco.
Ti percepisco, nonno.. ed è stupendo.

   5 commenti     di: Erika A.


Gli amanti imperfetti

Ogni riferimento a fatti, persone, luoghi o cose deve ritenersi puramente casuale. L'Autore si assume la responsabilità per eventuali omissioni, errori. Si ringraziano quanti hanno contribuito con opinioni, informazioni di vario tipo per la realizzazione opportuna del presente testo.

Le due di notte. Il silenzio è piombato sui nostri corpi accesi, fasciati un po' solo dall'appiccicoso lenzuolo di cotone bianco. Che splendida serata! La cena al club, al lume di candela, un salottino in cuoio rosso scuro, così invitante ed ora, io e te, qui, insieme, stretti sul tuo letto ad una piazza e mezza, liberi di toccarci, baciarci, avvinghiarci in abbracci e giochi multiformi. Liberi sì, ma col peso dei casini quotidiani che rallentano la nostra voglia di sperimentare nuovi appetiti, nuove provocazioni.
La porta finestra è aperta: assieme all'afa, entra un debole raggio di luna, che s'illude di illuminare le inquiete sensazioni che si aggrovigliano nelle nostre menti; fuori in giardino, il frinire pacato delle cicale si mescola al rombo delle auto che passano di tanto in tanto per la strada. Con una mano sento il cuore, cieco nella sua corsa. Le due di notte: già, è facile ascoltare il nostro respiro irregolare che vaga distratto dalle reciproche carezze che spendiamo tentando di carpirci desideri impronunciabili. Brevi, semplici parole, tra noi, formule rituali che celano un timore, "ansia da prestazione" dicono gli psicologi, chissà, ...
Io e te: il tuo corpo comodamente adagiato sopra il mio, gli occhi esplodono in baci folli, ripetuti; le mani, le gambe si cercano e si lasciano, si perdono nel piacere profondo. Le labbra turgide inseguono il tuo odore dietro il collo, sulle spalle, poi giù, sempre più Gli sguardi amano fissarsi un po' per trovare conferme. Entrare ed uscire da me: un brivido di irrinunciabili secondi, che sale al cervello confondendo l'essere tra cielo e terra. Le due e mezzo di notte: sì morire d'un amplesso che pare insaziabile, n

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Tracce di L

... sarai Tu la mia Poesia, il mio capolavoro immenso. Ogni centimetro della tua pelle ne sarà il verso più bello. Se vuoi possedere la mia anima, non esitare oltre e falla tua. I tuoi occhi di ghiaccio saranno taglienti come artigli e graffieranno il mio cuore... Sono precipitato nella gola degli Inferi e ho temuto d'esser per sempre perso. Ho sedotto la morte, l'ho ingannata. L'ho sfidata con mille e più baci per poi scappar via. Non posso appartenere a due mondi. Non posso dividermi tra le gioie della vita e la mia stessa vita. Ho bisogno di riassaporare le tue labbra, mentre tu con ingenua malizia mi trasmetti verità ignote all'animo umano. Solo per poco ho potuto ammirare il miracolo dei miracoli: i miei versi che danzavano coi tuoi!
Sto tornando ad esistere. E il mio destino si incrocerà di nuovo col tuo. La mia ombra ti ricatturerà con la furbizia silente di un ladro che viene a derubarti di notte. E lì capiremo. O sarà la fine del romanzo. O sarà la fine del dolore. Ma l'opera va terminata... Ciao, L.

   10 commenti     di: Duca F.



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