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Racconti di attualità

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Too big to fail

Too big to fail.
Troppo grandi per fallire.
Quante volte abbiamo letto, ascoltato e, perché no, anche pronunciato questa locuzione.
"L'Italia è troppo grande per fallire". Lo abbiamo sentito dire da politici, giornalisti, studiosi, gente comune, tutti con il comune intento di rassicurare (e rassicurarsi) circa l'imminente "default" del nostro paese.
Lo abbiamo sentito dire così tanto che alla fine ci abbiamo creduto.
E abbiamo fatto male.
Perché è vero.
No, non sono impazzito (nel senso che non sono più pazzo di quanto già non fossi qualche giorno fa).
Vi prego solo di volermi seguire per qualche altro minuto.
Ricordate quei giorni di fine Novembre (mi sembra fosse il 23) dello scorso anno, quando l'attuale premier italiano giurò nelle mani del Presidente della Repubblica la fedeltà alla nostra Costituzione?
Scenari apocalittici, differenziale titoli italiani/bond tedeschi (scusate ma la parola spread mi fa un po' schifo) a 570 punti, rischi reali che le prossime aste di titoli italiani andassero deserte, predizioni di una nostra probabile uscita dall'Eurozona, evocazioni dello spettro Argentina e via dicendo.
Mi accorgo solo ora di non aver fatto una necessaria premessa. Rimedio subito: questo non è un discorso politico, solo l'esercizio di un po' di elementare buon senso.
Ho affermato poco fa che abbiamo fatto male a credere di essere troppo grandi per fallire, perché è vero.
Qualcuno dirà che il discorso non sta in piedi, si contraddice da solo.
Un po' di dati, allora.
In quei giorni di Novembre, quando eravamo presi alla gola dalla speculazione internazionale (a proposito, vi siete mai domandati chi sono questi crudeli speculatori? Non so chi sia al vertice della piramide della speculazione, ma so chi sta alla base: noi, che acquistiamo i titoli con maggior rendimento che conservino un'apprezzabile margine di sicurezza. Quelli italiani, in altre parole), l'Italia non era certo quella messa peggio economicamente e finanziariamente

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La televisiun la t'endormenta cume un cuiun. (Breve storia della Tivù)

Tre gennaio 1954. La Televisione entra nella nostra vita.
Prima nei bar, nei circoli, nei dopolavoro. Poi nelle case. Spesso quelle dei vicini. Così come il cinema, la televisione ha un suo specifico: la diretta. Non tutti se ne accorgono. In genere si guarda senza consapevolezza. Sembra un piccolo cinema. Un'altra lanterna magica. Un altro modo di stupirci. Un altro modo di narrare.
Di raccontare mostrando. Di guardare il mondo non visti. Tutto filtrato in bianco e nero.

Non si fa caso più di tanto ai generi. Si assiste passivi allo spettacolo che va in onda. Con occhi un po' ingenui. Di bambini. Tutt'al più si partecipa tifando Longari e Nazionale. L'Italia tutta si stringe attorno al Giro. Sanremo diventa Capitale.
Si piange per La Cittadella. Si ammutolisce per la morte di Kennedy. Ci si dispera
per Vermicino. Ma nulla più. Tutto in famiglia.
La TV cresce. Noi con lei. Lei si diffonde. Noi procreiamo. Anche se, da quando c'è lei in tinello, in modo meno casuale. A volte ci insegna. Noi impariamo. Un po' nonna. Un po' mamma. Un po' balia. Un po' maestra.

Arriva il giorno che anche i fiori fanno figli. Poi soffia il'68. Sempre più forte.
E corrono i giovani ribelli. Corrono i colletti blu.
Un piede sulla terra, un'orma sulla luna. La testa tra le nuvole. Il cuore oltre
lo steccato. La Televisione è spesso là dove serve.

Arrivano i '70. Fischiano le pallottole. Fischietta l'ultimo garzone del fornaio.
Sono solo canzonette. Il decennio finisce in tragedia. La Televisione è testimone.

Ma l'etere è un territorio grande, immenso, sconfinato. E c'è chi pensa di sfruttarlo per benino.
Arriva al trotto. Ha in testa pochi capelli ma un'idea meravigliosa. Alle spalle,
una vita spericolata. Al suo fianco, la politica. In petto, un ego straripante.
Parla di audience, share, format e vattelapesca. Cavalca il colore. E ci introduce
al mondo dell'abbondanza. Al Paese di Bengodi.
Elargisce ad ogni ora, a piene mani

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Santa Claus

Babbo Natale, ovvero Santa Claus, ovvero San Nicola, è certamente il santo più amato e più atteso dai bambini di tutto il mondo. In questi giorni, anche se manca ancora un mese al suo fatidico giorno, la sua effige è dovunque, sui giornali alle tivù, nei manifesti, sui gadget, nelle icone di facebook, ecc. Per non parlare poi delle persone travestite da Babbo Natale, che già incontriamo per strada e nei negozi. Il Babbo Natale come lo vediamo noi, con l'aspetto da anziano signore bonario, sempre vestito in rosso e pericolosamente soprappeso, è una "ricostruzione" abbastanza recente e porta la data dell'inverno del 1931. Come l'attuale era un periodo di recessione e nell'America Settentrionale, per la precisione ad Atlanta, nella stanza dei bottoni di un palazzone di centoventi piani, lo stato maggiore della Coca-Cola s'interrogava su come rilanciare il consumo della mitica bevanda che anch'essa stava subendo gli effetti della recessione, per la prima volta dopo la sua nascita. La scelta su quello che noi oggi chiameremmo un creativo, cadde sul disegnatore americano Haddon Sundblom, di origini svedesi e noto come forte bevitore. A lui fu affidata la missione di creare una campagna pubblicitaria per rialzare le vendite che stavano cadendo in picchiata. Haddon Sundblom era un genio delle trovate pubblicitarie, e così si mise alla ricerca di un testimonial. La sua palese incoscienza, anche alcolica, lo portò ad una scelta quanto meno azzardata: niente meno che San Nicola, l'ex vescovo di Myra, vecchio di quasi mille anni che aveva la nomea di portar doni ai bambini. San Nicola era già stato messo in versi da Dante nel Purgatorio (XX 31-33) ed era noto agli storici perché le sue ossa furono trafugate dalla Turchia da un manipolo di marinai per poter offrire alla città di Bari un patrono che a lei mancava. La nomea di gran dispensatore di doni che l'accompagnava da sempre aveva anche colpito il Nord Europa ove il nostro San Nicola vestiva per l'occasione i pan

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È la scelta giusta?

Una sera in preda alla disperazione guardavo le mie foto che avevo caricato sul computer. Rivivere dei momenti del passato mi fa sempre sentire meglio permettendomi di non pensare alla situazione attuale. Sono laureato in economia e marketing con 100 e lode, i professori mi riempivano di complimenti confermandomi che avrei avuto un buon futuro, ma nonostante tutto sono ancora disoccupato. E non per scelta, ma perché di lavoro oggi non se ne trova, ai giorni nostri le possibilità di ottenerlo sono veramente poche. Dovrebbe essere un diritto oltre che un dovere, ma quando si parla di pretese i cittadini vengono messi sempre su un secondo piano. Per i governi è più importante esaudire le volontà di istituzioni più importanti, come le banche, le industrie, la chiesa. Bisogna avere una gran fortuna, la stessa che serve per fare un 6 al superenalotto. Quindi sono laureato e lodato, esperto e preparato, ma disoccupato.
Tra le varie foto trovo quelle che mi ritraggono con varie ragazze. Con alcune ci eravamo promessi un futuro insieme, anche di mettere su famiglia, ma tutti i nostri sogni, i nostri progetti, hanno avuto termine. Ogni volta germogliavano lentamente per poi infrangersi, come foglie spazzate dal vento. Altre immagini mi rappresentano in compagnia di amici. Pensavo che almeno questo legame dovesse essere più solido, e invece me ne sono rimasti ben pochi, di amici. La mia attenzione venne catturata da un'immagine che mi immola in compagnia di Andre, Jack e Matte seduti in Bigger Place. Che periodo felice che era quello! Tutti insieme cantavamo canzoni più o meno famose, dai Queen ai Doors, dai Red Hot Chili Peppers a Bob Marley mentre, a turno, Jack e Andre si alternavano alla chitarra. Era diventata un'usanza ritrovarci lì tutte le sere e, nel frattempo, consumare qualche bottiglia di vino rosso. Soprattutto quell'estate, quella di 6 anni fa. Avevamo sostenuto la maturità ed eravamo pronti ad affrontare il mondo con il primo riconoscimento della nos

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   1 commenti     di: vasily biserov


Brutta ma buona

Uffa che crisi... sono in crisi a forza di sentire parlare di questa crisi, alla televisione, con il sindacato, alla cassa dove il vuoto parla più di mille parole. Uno stomaco vuoto per esempio, è molto più loquace di uno pieno. Economisti al lavoro, non fosse altro per gli stipendi che chiedono, politici preoccupati, per la disoccupazione giovanile, non fosse altro per la colla che gli impedisce di cedere ai giovani le loro poltrone.
Crisi che è poi diventata recessione, l'imbuto di acqua fan va molto meno veloce. E dirigenti di azienda improvvisati che non sanno fronteggiarla solo mandando il lavoratore al macero o privando dei più elementari dei diritti i virtù del fatto che fuori della porta c'è la fila di polli pronti a farsi spennare.
Già ma che c'entra? Proprio loro... eppure in questo clima proprio chi parla di crisi contribuisce ad ingrassarla ed ogni volta che trovo un pollo tra i detersivi, ormai si sa che lavoro nella grande distribuzione, con grande fatica, lo ammetto di sti tempi a dover sopportare tutti gli effetti in grande... ecco mi domando... biiiip sarei troppo cattiva e mi rispondo biiippp che anche questa è crisi.
Ma dietro a un pollo fatto nascere, crescere, sfruttato in gabbie o "campese" un centimetro di campo, povera bestia, ucciso lavato pulito e tagliato, messo in pacchetti che anche questi vengono dalla fabbrica, trasportato, scaricato ed esposto... lo sapete quanto lavoro c'è?... che nessuno pagherà... anzi pagheranno tutti con effetto a cascata dal momento che quel costo non ha avuto un ritorno, se non è crisi questa... riflettiamo fratelli... prima di andare in pace.
Poi ci sono loro i brutti ma buoni, io aggiungerei simpatici, sono come quelle persone che non si danno importanza, ma salvano la vita agli altri, o almeno nel loro piccolo ci provano, si rimboccano le maniche nell'ombra e nessuno saprà mai di loro. Sono quelle persone di cui non si sa nulla, come quei prodotti senza etichetta, quelle scatole un po' sch

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   3 commenti     di: laura marchetti


Arrabbiatissima

Carissimi amici di PR vi posto questo articolo del giornale-IL fatto quotidiano-per mettervi a conoscenza di questa orrida decisione ministeriale, che mi ha lasciato basita e profondamente indignata

"Gli autori meridionali del '900 sono stati eliminati dai banchi di scuola perchè stralciati dalle indicazioni curriculare dell'ex ministro Mariastella Gelmini. Una commissione di studio nominata appositamente dall'ex ministro, ha eliminato dai programmi didattici autori meridionali quali Gesualdo Bufalino, Elio Vittorini, Leonardo Sciascia, Domenico Rea, Salvatore Quasimodo, Matilde Serao, Anna Maria Ortese, con gravi ripercussioni sul piano culturale. Uno dei tanti danni del peggior ministro dell'istruzione della Repubblica Italiana. In tal modo viene proposta agli studenti una visione viziosa ed incompleta della letteratura italiana visto che, a parte Verga, Pirandello ed Elsa Morante, sono ben 17 gli scrittori meridionali che, non essendo presenti nelle indicazioni ministeriali, sono trattati nei libri di testo e dagli insegnanti sicuramente in modo minoritario, palesandosi una netta esclusione di un pezzo significativo della cultura del nostro Paese. Per questo con una risoluzione in commissione chiediamo al Governo e al Ministro Giannini di ripristinare la dignità degli autori del sud e l'equilibrio nei percorsi di studio e speriamo che si facciano portavoce di questo appello anche i personaggi della cultura e dell'informazione del Paese" -Commissione Cultura M5S-



Se dalla notte o dal giorno di Giovanna Stanganello

"Se dalla notte o dal giorno" è un libro di storie e poesia dei ragazzi di strada brasiliani. L'Autrice, una giovane insegnante, è stata più volte e a lungo in Brasile. Ha lavorato nella Oficina pedagogica della casa das meninas di Teofilo Otoni. Con amore e intelligenza ha raccolto storie tragiche di bambini che abitano la strada e che sono esposti ad ogni violenza. Eppure dalle poesie diligentemente inserite nel libro con il testo italiano a fronte di quello portoghese. traspare una gioiosa voglia di vivere, una ferma denuncia, una delicatezza di sentimenti che un tragico contesto non è riuscito a soffocare. L'autrice è riuscita ad ottenere una interessante intervista da Paulo Freire, pedagogista impegnato in progetti sociali per i ragazzi di strada. Una citazione merita la copertina del libro: è una fotografia, autentica.
È notte e un bambino dorme tra le braccia di una statua di marmo.
"Oggi mi hanno chiesto per chi scrivo
Mi hanno interrogato con la domanda:
per chi scrivo i miei pensieri.
Con uno sguardo distante e un po' timido
ho risposto:
scrivo per quelli che non arriveranno mai a leggermi;
scrivo per quelli che mai frequenteranno una scuola;
scrivo per chi non ha un soldo
nemmeno per comprare un pane o un libro di poesie;
scrivo per i mendicanti, gli accattoni, i drogati o i viziati
che un giorno troveranno nel mio libro
un appoggio per le loro teste durante il sonno;
scrivo per quelli che, come me
sono o già furono ragazzi di strada;
scrivo per te, e per te,
perché il mondo conosca le nostre allegrie
e sofferenze"

Edizioni: La NUova Italia




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