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Racconti di attualità

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Distretto Di Polizia (Invenzione)

Una giornata come un'altra... con il sole a dare il buongiorno a tutte le persone distrutte d'animo. Giulia si alzò dal letto, ignara di quello che poteva attenderle quel giorno. Il mistero delle giornate sta proprio in questo: nel non saper cosa accadrà il giorno seguente o il giorno stesso... "Una bella doccia è quello che ci vuole per smuovere i pensieri!" Disse Giulia ad alta voce, non facendo caso che sua sorella Sabina fosse sveglia e stesse girando per casa. "Ma che fai parli da sola? Dai alzati, è tardi! Io sto andando a lavoro..." Gridò Sabina correndo, per poi chiudere la porta. Intanto, Giulia, si vestì... era tardi per far la doccia e quindi rinunciò. Andò al Distretto di fretta e furia... Oggi dovevano arrivare due nuovi poliziotti. Uno, di nome Ira Droscorcic... l'altra, Federica Battaglia. Arrivata davanti al distretto, spettinata dal vento forte che tirava, ebbe davanti uno strano ragazzo dal volto misterioso. Non ci fece caso e proseguì per entrare al distretto. Quello strano ragazzo era Ira... che entrò nel distretto facendo un lungo respiro e trattenendo l'emozione che tentava di uscir fuori e farsi vedere. Appena entrò, la prima persona che vide era Vittoria Guerra. "Salve..." Disse Ira..."Salve, è qui per fare una denuncia?" chiese Vittoria accompagnando la sua frase con un sorriso. "No, no... veramente io sarei Ira Droscorcic, quello nuovo." Vittoria si ricordò subito... appena sentì pronunciare il suo nome da quelle labbra sottili che sembrarono come tremare in quel silenzio... "Ah, ho sentito parlare di te! Dovevi venire tre giorni fa ma ho saputo che hai avuto qualche problema... Comunque io sono Vittoria... Vittoria Guerra! Sono contenta che farai parte di questa squadra... Fai attenzione però a quel personaggio che hai davanti..." indicò Mauro che stava chiacchierando con Roberto. "Perchè? Cos'ha?" chiese Ira, stupito. "è un orso. Attento a fargli un sorriso, ti uccide con lo sguardo e sta sempre sull'attenti!" Anna non

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   4 commenti     di: Martina Di Toro


Loro sono morti perché noi non eravamo abbastanza vivi!

Nero. Nero come la pece.
Buoi intorno, buio dentro, buio persino nella giornata di sole più splendente.
Atroce come la peste, dispersiva come una fitta foresta traforata dalle tenebre notturne, cinica e spietata come la morte, dura come una sconfitta: una battaglia combattuta e persa. Persa con la vita, col mondo, con te stesso, te che non sei te, te che diventi altro.
Te che sei malato di un morbo che si chiama mafia: un morbo che si può guarire, un morbo di cui non puoi morire.
Non fare la vittima, lotta!
Cambia quel maledetto colore, cercane le sfumature, non ti piegare dinnanzi alla tua stupidità: rimboccati le maniche!
Capisci!
Capisci il significato delle parole, pensaci, comprendile!
Che cos’è la mafia? Te lo sei mai chiesto tu che di questa vivi? Te la sei mai posta questa domanda?
Mafia è prepotenza, arroganza, violenza. Mafia è stupidità umana, è ignoranza. È un crimine predisposto a fare del male. È una sorta di legge che viene tramandata di generazione in generazione, quasi fosse un testimone da portare avanti costi quel che costi.
Rifiutati, dici: “no, io non voglio essere come voi! ”, non ti lasciare intimorire o intimidire: c’è chi ti aiuterà. Non seguire le “orme” di tuo padre, di tuo nonno, dei tuoi zii, di tutta la tua famiglia, sentiti forte e fiero delle tue azioni, vincendo in maniera diversa: abbattendo quel vano “orgoglio” che tramite determinati atti, hanno alimentato.
Però, se non porgi la mano, tutto è inutile. Cambia ruolo!
Mettiti dalla parte di chi ti vuole aiutare, chi credi sia il tuo “avversario” e, invece, non lo è.
C’è chi lotta, chi ha lottato e chi sempre lo farà. C’è chi, di questa bellicosa battaglia ne fa il pane quotidiano, ci crede, certo che un antidoto a tutto ciò si possa trovare, si deve trovare! Lo fa a costo di perderci la vita, a costo di morire pur di aver lottato, di aver combattuto, di non essersi arreso.
Ci sono uomini che hanno confidato in ciò, profo

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L'estate del mio primo batticuore -Parte 2-

Salve miei gentilissimi lettori. Sono sempre io, Kelly. Vi sareste chiesti che fine avesse fatto la seconda parte del racconto. Bene, eccola qua. Ora continuerò a raccontarvi cosa successe l'estate scorsa, ossia quella del mio primo batticuore, dopo l'incontro con Mirco.
Nel pomeriggio feci un lunghissimo giro in bici nelle strade di campagna e, sfortunatamente, si ruppe la ruota posteriore della mia bici in un viottolo poco circolato da veicoli stradali. Con fatica percorsi il viottolo camminando e trascinando la bici fino allo sbocco per una strada asfaltata. Lungo la strada c'era una panetteria. Affamata e affaticata vi entrai per comprar qualcosa da mettere sotto i denti. Nella panetteria c'era una simpatica ragazza che serviva con gentilezza i clienti; si chiamava Margherita. Era anche molto carina, qualche anno più grande di me. Mentre aspettavo il mio turno vidi entrare Mirco nella panetteria. Si dirigeva all'interno di una saletta dove impastavano acqua, farina e altri ingredienti che, dopo esser lavorati da panettieri anziani, entravano ed uscivano dai forni, inebriando tutta la panetteria di dolci profumi. Dopo aver comprato lo snack uscì e mi diressi alla mia bici ancora rotta. Aspettai che uscisse anche lui. -Ciao, sono la nipote di Marta, la signora a cui ieri hai portato del pane. Io sono sua nipote, Kelly e ti sarei davvero grata se mi prestassi la tua bici per arrivare a casa. Questa ruota ormai è rotta e casa di mia nonna è tanto lontana da qui-. -Vorresti che io ti aiutassi? Ma non vedi che sono indaffarato con le consegne?-. Con tono più arrabbiato risposi:- Certo che lo vedo! Sei talmente indaffarato che ieri mi sei caduto addosso! Sbadato che non sei altro!-. Lui mi guardò e aggiunse:-Senti mi dispiace, ti ho già chiesto scusa per l'accaduto! Dovrebbe bastarti!-. -E se non mi basta?- chiesi con aria di strafottenza. -Problemi tuoi! Ciao!- concluse. Montò sulla sua bicicletta e corse via come un razzo. Dalla rabbia tirai un calcio all

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Scenari apocalittici dal fronte.

Roboante il cannone in lontananza!
S’ode il tuono del guerreggiare,
il trambusto di un’Odissea di vite,
d’insensate, fatali sparatorie.
Il cammino disegnava incoraggianti
scenari per il caporal-maggiore.
S’auspicava l’indomani il nemico domare;
il nemico, barricato oltre siepe,
nella coscienza sua
avviluppata da sordidi vapori
di belligeranti tattiche.
Il detonatore applicato al mitra,
silenziatore d’ineffabile strage,
mascheramento d’intrigo putrido.
La Ragion di Stato non s’infrange
per la salvaguardia del capitale!
Paventava la guerra, quel Profeta:
lottava per il trionfo della socialità,
cosmopolita, arcadico sognatore
di multi-etnici ginepri festanti,
di non rari coacervi razziali.
Avea riposto nell’umana pigrizia
la sensibilità del fervido “passionario”
per raggiunger l’unità dei pensieri,
le unità, la sacralità di momenti
vissuti in società multi-razziali,
popolate da convivi di arabi, rabbini,
lasciando che il Kamikaze della vita
si suicidi in cerca di fraternità!
Lo stelo dell’incoscienza,
il monatto della concupiscenza
il cuor suo, sincero, deluse
la pacifica convivenza
tra consanguinei fratelli!
Ora il Profeta è stanco, inerme,
imbrigliato dal calcolatore
stratega, guerrafondaio.
Sotto la manna di un cielo apocalittico
l’inferno già sfiora le dita dell’animo.
Ora la Guerra incombe su noi!
Il lacustre predatore d’anime
va nutrendosi d’inimicizie, di odi,
sempre di più,
insaziabile, irrefrenabile!
La frenesia spezza via
la polvere del buon senso,
il sapore della Primavera s’incancrenisce,
così come la cristallina gioia estiva,
così come il freddo colore del general Inverno!
S’inalbera il vento di un matto incrocio
di pezzi forti di gendarmeria;
si scaraventa a terra la giustizia
dalla canna mozza di un corrucciato Kalashnikov
che punta lassù in alto, nel cielo
e va a spezzar il volo dell’airone
che, maestoso, abbraccia l’Infinito!



Le tre scimmiette

Buongiorno. Si dice così, no? Voglio dire, la cortesia impone di anteporre un saluto quando ci si incontra, anche e direi soprattutto, tra sconosciuti. Più che di cortesia sarebbe però giusto parlare di convenzioni, consuetudini. Conformismo, insomma.
Mi chiamo Plinio, ho un'età che si potrebbe definire ragguardevole, trascorro le giornate seduto davanti casa in compagnia dei miei due coetanei Sallustio e Tacito (a dire la verità il suo vero nome sarebbe un altro, ma ormai non se lo ricorda più nessuno). Facciamo parte, insomma, di quella consistente porzione di umanità che si limita a guardare. Noi lo facciamo per necessità, siccome l'età avanzata ci ha recato in dono, oltreché il consueto armamentario di acciacchi, anche la cecità per me e la sordità per Sallustio. Tacito no, lui ha tutti i sensi perfettamente funzionanti. Però non parla. Di sua spontanea volontà. Non parla da anni, decenni ormai. Perciò il soprannome.
Perciò i soprannomi. Ci chiamano "le tre scimmiette". Sì, quelle della famosa rappresentazione, "non vedo, non sento, non parlo".
La vita ci passa davanti, calma e tranquilla con il suo lento trascorrere lungo la strada come l'acqua del Tevere che scorre qui vicino. Così come il fiume, che ha i suoi periodi di secca, e l'acqua sembra non aver voglia di procedere verso il mare, anche la vita a volte sembra ristagnare, impaludarsi nelle storie quotidiane. Ma nessun periodo di magra dura tanto a lungo da non essere poi seguito da uno di piena.
La vita ci passa davanti, dicevo. Noi la guardiamo, oppure la ascoltiamo, la annusiamo, la tocchiamo. Ognuno usando i sensi superstiti.
Le immagini, i suoni e gli odori che stiamo percependo da un po' di tempo lasciano presagire che la piena sia già cominciata. Non parlo di quello che trasmette la televisione. Lasciatela stare, altrimenti oltre all'uso dei sensi perderete anche quello della ragione. Comunque, se proprio dovete ascoltarla, prendetela per quello che è: un mezzo d

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Il Cinema di Scola

Crudo come in "Brutti sporchi e cattivi", quando ancora c'erano le baracche anche a Livorno, senza andare tanto lontano, metaforico come ne "La serata più bella della mia vita", divertente in "Hostaria!" ed amarissimo in "Come una regina" ne "I nuovi mostri".
Perfetto come "Una giornata particolare", rivisto pochi giorni fa, verboso ne " La terrazza", storico ne "La famiglia"... e per ogni film un posto da ricordare, un cinema perso lasciato ad un bowling o ad un grande magazzino.
E poi vedere con tuo figlio il passaggio tra il bianco e nero e il colore, bello e nostalgico, in "C'eravamo tanto amati" scoprendo che la magia è rimasta intatta.

Centodieci cinematografico



Viviamo in un'epoca

Viviamo in un'epoca dove i ragazzini fumano, bevono e si drogano solo per sballarsi o perché va di moda. Viviamo in un'epoca dove la musica è scomparsa, adesso vanno avanti solo i cazzo di rapper perché secondo i ragazzini sono le loro parole la strada giusta da seguire. Viviamo in un'epoca dove i ragazzi perdono la propria vita sui libri, poi si ritrovano con la laurea in casa dei genitori con i sogni spezzati. Viviamo in un'epoca dove mancano gli artisti, dove quelli come noi non vengono apprezzati. Viviamo in un'epoca dove abbiamo tutto ma niente. Non ci bastano i computer, i telefoni super evolutivi, vogliamo sempre di più per riempire quel vuoto incolmabile che abbiamo dentro. Un'epoca in cui per riempire quel vuoto ci si sballa nelle discoteche, sotto musica senza senso che invece di riempire quel vuoto, lo dilata soltanto. Viviamo in un'epoca dove la grossa parte della popolazione mondiale ha avuto il lavaggio del cervello. Viviamo in un'epoca dove sputtaniamo i grandi uomini che ci hanno permesso di avere tutto quello che abbiamo oggi. Abbiamo sputtanato tutta la storia dell'uomo in pochi anni, facendoci guerre per la religione, attentati falsi programmati da uomini superiori. Viviamo in un epoca in cui ogni uomo ha un Demone dentro di se. Quel Demone si scatena nelle masse della gente e mangia l'anima di ognuno di NOI. Non ci sono più umani in giro, solo mostri che camminano, che parlano o di figa o di calcio o di soldi. Dove sono i sorrisi di una volta? Non esistono più, nessuno di questa generazione moderna li ha visti o provati. I sorrisi della televisione accecano molti di loro. Viviamo in un'epoca dove nessuno è immobile, tutti vogliono muoversi, muoversi e muoversi. Muoversi per fare le proprie pazzie che porteranno alla sola distruzione della società. Viviamo in un'epoca dove nessuno ha più le palle di cambiare le cose, nessuno ha più le palle di morire per la prossima generazione, per il proprio figlio. Viviamo in un'epoca di illusioni, di

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   1 commenti     di: Sante



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