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Racconti di attualità

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È la scelta giusta?

Una sera in preda alla disperazione guardavo le mie foto che avevo caricato sul computer. Rivivere dei momenti del passato mi fa sempre sentire meglio permettendomi di non pensare alla situazione attuale. Sono laureato in economia e marketing con 100 e lode, i professori mi riempivano di complimenti confermandomi che avrei avuto un buon futuro, ma nonostante tutto sono ancora disoccupato. E non per scelta, ma perché di lavoro oggi non se ne trova, ai giorni nostri le possibilità di ottenerlo sono veramente poche. Dovrebbe essere un diritto oltre che un dovere, ma quando si parla di pretese i cittadini vengono messi sempre su un secondo piano. Per i governi è più importante esaudire le volontà di istituzioni più importanti, come le banche, le industrie, la chiesa. Bisogna avere una gran fortuna, la stessa che serve per fare un 6 al superenalotto. Quindi sono laureato e lodato, esperto e preparato, ma disoccupato.
Tra le varie foto trovo quelle che mi ritraggono con varie ragazze. Con alcune ci eravamo promessi un futuro insieme, anche di mettere su famiglia, ma tutti i nostri sogni, i nostri progetti, hanno avuto termine. Ogni volta germogliavano lentamente per poi infrangersi, come foglie spazzate dal vento. Altre immagini mi rappresentano in compagnia di amici. Pensavo che almeno questo legame dovesse essere più solido, e invece me ne sono rimasti ben pochi, di amici. La mia attenzione venne catturata da un'immagine che mi immola in compagnia di Andre, Jack e Matte seduti in Bigger Place. Che periodo felice che era quello! Tutti insieme cantavamo canzoni più o meno famose, dai Queen ai Doors, dai Red Hot Chili Peppers a Bob Marley mentre, a turno, Jack e Andre si alternavano alla chitarra. Era diventata un'usanza ritrovarci lì tutte le sere e, nel frattempo, consumare qualche bottiglia di vino rosso. Soprattutto quell'estate, quella di 6 anni fa. Avevamo sostenuto la maturità ed eravamo pronti ad affrontare il mondo con il primo riconoscimento della nos

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   1 commenti     di: vasily biserov


Il papa dell'umiltà e del sorriso

È giunto come un fulmine a ciel sereno l'annuncio delle dimissioni del papa tedesco, Benedetto sedicesimo.
Il giorno del suo insediamento sul trono di Pietro ero in piazza San Pietro tra un'immensa folla.
Ancora nei cuori e nell'aria troneggiava l'immagine possente, anche se negli ultimi tempi debilitata dalla malattia, del papa polacco, Giovanni Paolo secondo.
Si parlava di questo mastino, guardiano della fede, un tedesco granitico tutto di un pezzo. Invece quando l'ho visto, sono stato folgorato da un sorriso, innocente, disarmante. Quasi un sorriso di un bambino vivace, che comunica gioia ed ironia.
Sembrava piccolo e smarrito, timido nella sua veste bianca illuminata dal sole. Ogni tanto un colpo di tosse, un nodo alla gola, un inceppare sulle parole, un fazzoletto preso e riposto nella manica sinistra lo rendevano più umano e fragile. La raucedine che gli attanagliava la gola era sintomo di una inattesa timidezza.
Il suo linguaggio risuonò subito semplice e fresco come una sorgente alpina, semplice com'è semplice il linguaggio degli uomini umili e dotti che sanno cogliere l'essenza delle cose e parlare al bambino che è in ognuno di noi.
Su quel volto tirato e sorridente, due occhi brillavano un'intelligenza, straordinaria e piena di luce, che annunciava al mondo che la nostra è la religione della gioia del Gesù che è risorto.
Mi sentii istintivamente coinvolto, come racchiuso in un'anima collettiva che ci univa in quella piazza intorno a un uomo, a una luce, a un sorriso.
Dissi a chi mi stava vicino, questo è il papa dell'umiltà e del sorriso. E non mi sbagliavo.
È presto per un bilancio di un pontificato breve e intenso, ma anche in questo momento dalle sue parole latine emerge la grande umiltà di chi dimostra di non essersi affezionato al trono, di chi ha considerato il papato come servizio.
È stato un gesto di grande forza, di forte insegnamento, di esemplare coerenza giacché aveva detto di sentirsi solo un operaio nella vigna del

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   1 commenti     di: Ettore Vita


Scusate, ma questa la devo raccontare

Dopo una settimana di assenza, ripasso sempre nella mente se in dispensa è rimasto qualcosa di commestibile, in particolar modo se il ritorno cade di domenica.
Quando ci si rende conto che oltre alla razione K, costituita dalle solite scatolette, altro non esiste, non resta che provvedere. Io, che per un piatto di pasta rinuncio volentieri a tutto quello che segue fino all'ammazzacaffè, cerco di unire il pratico al dilettevole. E cosa c'è di più veloce e appetitoso di un bel piatto di spaghetti aglio olio e peperoncino? È il massimo del gusto e della praticità, è il rapporto perfetto qualità prezzo come direbbe qualcuno di governativa erre moscia.
Gli ingredienti sono semplici e basici.
Spaghetti? Presenti!
Aglio olio peperoncini? Presenti!
Poi, naturalmente, acqua e sale. Già il sale. Quello finito, quello che avrei dovuto comprare ancor prima di partire. Per fortuna lungo la strada del ritorno c'è un enorme centro commerciale aperto anche alla domenica.
Mi fermo un attimo, compro tutti i sali che mi servono e via verso il mio frugale, ma delizioso pranzo. Penso ed entro.
Un'orgia di luci e di gente, che nemmeno al concerto del primo maggio a Roma o in spiaggia a Cesenatico il 15 d'agosto. Mi sorge spontaneo il pensiero, che quelli che dicono di fare la canonica gita fuori porta in realtà convergano tutti nei centri commerciali, attirati da ammoniache profumate alla pesca, yogurt stimolabagnosalvarterie e cassoni pieni di miraggi tutto a 1 euro cammello compreso.
Pazienza, chi è causa del suo mal... Mi rassegno e mi inoltro, non munendomi nemmeno del cestello, tanto devo acquistare solo del sale.
Orientarsi nelle corsie che si aprono, si incrociano tra isole pedonali di cestoni con offerte speciali
è un'impresa che metterebbe in difficoltà anche un cane da tartufi. Io suggerirei un carrello corredato da navigatore satellitare " Sempre dritto lungo via dei Detersivi, poi a destra per viale Risopasta, dopo piazza delle Acque Minerali gira a

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   1 commenti     di: Floriano Fila


Reietto - II puntata

Nel frattempo, grazie alla tecnologia che galoppava prepotente, riuscii a contattare nuove case editrici, alcune di queste anche molto importanti.
Le risposte che giunsero variavano molto nell'aspetto grafico ma non nei contenuti.
Fu a questo punto che un nuovo luminare intervenne nella vicenda per offrire il suo apporto.
Questa persona mi disse che se ne avessi avuto le capacità avrei dovuto scrivere una storia su un personaggio o su un qualcosa che fosse molto noto, poiché se fossi riuscito a far giungere il manoscritto ad uno dei personaggi potenti e avessi suscitato in lui o lei interesse, ciò avrebbe rappresentato il punto di svolta della mia anonima e già travagliata carriera.
Se uno di loro, infatti, avesse mostrato il libro in una sua trasmissione, il gioco sarebbe stato fatto.
Non avevo alcuna idea su come raggiungere questo obiettivo.
Un giorno, per caso, mi trovavo a fare zapping con il telecomando, vidi che su un canale Mediaset trasmettevano una strana trasmissione. Cominciai a guardarla, mi colpì perché si chiamava; "Saranno Famosi", come il telefilm americano che adoravo da piccolo, sognando che anche in Italia potesse esistere una scuola fatta di materie culturali e discipline artistiche nella quale poter far emergere il proprio talento.
Cominciai ad appassionarmi a quella trasmissione, che però non riusciva a decollare, fino a quando non venne sostituito il timoniere.
Ad occupare il posto di capitano fu chiamata la già potente Maria De Filippi.
Continuai a seguire il programma e con il trascorrere delle puntate ne lessi il potenziale ma anche una delle più grandi offese ai miei sogni di ragazzino, come a quelli di molti altri e ai sacrifici che si facevano per poter recitare, cantare, ballare e studiare.
Fui colto dal raptus creativo dello scrittore lungimirante e scrissi una storia su quella trasmissione.
La terminai e decisi che era una delle storie multilivello che volevo ma anche il biglietto di presentazione per i

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   0 commenti     di: achiauthor


Matti in libertà

Non ho mai visto un'arma che uccide senza un pazzo dietro a premere il grilletto, ho visto invece pazzi trasformare in armi anche gli oggetti più innocui. Il deficiente che ha uccisi i bambini nella scuola americana soffriva di "disordini della personalità". Andremo avanti così all'infinito?????

   4 commenti     di: mauri huis


Un quaderno

Noi crediamo di vivere la vita al presente, ma commettiamo un grave errore. La vita è costituita da tanti momenti, potremmo scattare delle foto per ognuno di loro, e poi costruirci un grande, enorme album fotografico.
Un album che poi potremmo sfogliare ogni volta che dovesse rendersi necessario, per piacere o per dovere.
Così funziona la nostra memoria, costituita da innumerevoli tasche ognuna delle quali conserva una o più immagini. Noi pensiamo di vivere la vita al presente, invece la viviamo al passato. Ogni istante della nostra vita va ad aumentare le dimensioni di quell'album. Molte volte, però, il semplice ricordo non basta, abbiamo bisogno di lasciare testimonianze tangibili che provino l'intensità, l'importanza di quel momento. Procediamo allora ad accumulare ricordi, un fiore, un oggetto qualsiasi, un libro, qualche volta un foglio di carta su cui abbiamo tracciato le sensazioni provate, le emozioni, gioia, dolore... paura.
Tempo fa, in un banco di un mercatino antiquario ho trovato tra gli oggetti in vendita, sommerso tra cartoline, buste affrancate del dopoguerra e fumetti di personaggi di cui ignoravo perfino l'esistenza, un vecchio quaderno a quadretti, di quelli con la copertina tutta nera tranne un riquadro bianco al centro. Probabilmente non era mai stato usato, sensazione peraltro confermata da una rapida ispezione al suo interno.
Sempre affascinato da simili oggetti, chiesi il prezzo e pagai i pochi euro richiesti. Mi stavo allontanando con il mio acquisto quando la mia attenzione venne richiamata dal venditore con una mano che impugnava un vecchio foglio ingiallito. In breve mi informò che il pezzo di carta era caduto dal quaderno che avevo appena acquistato, quindi mi apparteneva. Io provai a replicare che si stava sbagliando, ma il foglio era già nelle mie mani; il venditore era stato chiamato da possibili clienti che poco più in là stavano guardando in estatica ammirazione una lettera autografa palesemente artefatta del Re d'

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C'era una volta il primo di maggio

Chi non lavora non fa l'amore-cantavano molti anni fa Celentano e Claudia Mori, ma la situazione di allora era diversa, a quei tempi il lavoro c'era. Ricordo che molto si scioperava,( i sindacati erano seri, non come adesso ) per ottenere dei diritti, poichè ai lavoratori fin allora spettavano solo doveri onerosi, diritti che acquisiti con lotte di classe che col passare del tempo, con il fenomeno berlusconiano poi, sono andati a scemare sempre di più. Ricordo che noi ragazzi della sinistra venivamo chiamati -i ragazzi con l'eskimo- causa uno strano pastrano che portavano e ci credevamo a quegli ideali di giustizia, di uguaglianza sociale, perchè almeno noi avevamo degli ideali, così come lo aveva il PCI, partito con a capo Berlinguer... dopo la sua morte è cominciato il declino del partito, hanno preso potere alcuni personaggi che per lungo tempo hanno vissuto di rendita, avendo il consenso del popolo operaio che credeva che il partito fosse a loro difesa... fin quando i cari compagni si son messi a far gli imprenditori, l'odore dei soldi piace a tutti e anno dopo anno siamo arrivati a questo declino odierno. Personalmente presi le distanze dal partito nel 77, a 20 anni, lessi "arcipelago gulak" e capii che il comunismo dal volto umano, il comunismo della libertà era una presa per il culo... e oggi, scandalo dopo scandalo, ruberia dopo ruberia da entrambe le parti, destra e sinistra, ecco dove siamo arrivati... il primo maggio che era una festa sentita è diventata la festa della disoccupazione e noi che riusciamo ancora ad avere un posto di lavoro dobbiamo stare sempre con le orecchie dritte, è facile perdere il lavoro, è facile trovarsi nella merda da un giorno all'altro. Molti ancora sono costretti a mantenersi i figli che non trovano nulla, il lavoro una chimera... metter su famiglia non possono, anzi vi sono milioni di casi dove genitori debbono sostenere
anche la famiglia che il figlio s'era formata a causa della perdita del lavoro.. Quindi mi sento

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