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Racconti autobiografici

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Libeccio

Contento matto, dopo un mese e mezzo di lavoro, eccoli i primi soldi veri!

Niente accredito in banca, i soldi pronti sull'unghia; troppi per tenerseli in casa, meglio metterli sul libretto postale il pomeriggio stesso, nonostante la giornata di libeccio non promettesse bel tempo.
C'era solo da arrivare in auto al quartiere vicino dov'era l'ufficio postale.

I soldi, venti pezzi da centomila lire, inseriti con cura dentro una bustina trasparente insieme al libretto e riposti nella tasca interna del giacchetto di jeans.
Scesi le scale e salii in macchina.
Troppo avanti il sedile, visto che era l'auto di mamma, una vecchia Panda.
Allora giro di maniglia, sotto il sedile, e qualche movimento per farlo regredire. Niente da fare.
Apro la portiera e metto un piede interra per dare più forza facendo al movimento ondulatorio.

La scena come in un film. Vidi la tasca del giacchetto aprirsi, la bustina che cadeva sull'asfalto perpendicolarmente e che rimbalzava facendo sobbalzare il pacchetto di soldi nuovi all'interno e facendoli uscire tutti.
Vederli un attimo e non vederli più fu fulmineo.

Il libeccio se li portò via tutti, sparirono sotto la macchina e uscirono dall'altro lato.

Uscito dall'auto, subito dopo, la scena era ancora peggiore. I soldi volavano via e alcuni si erano attaccati alla rete del condominio di fronte. Erano lì in irreale attesa.
"Non può essere vero!" Non sta succedendo a me, è un film!"
Sembrava una sorta di campo dei miracoli con i soldi attaccati, invece che agli alberi, alla rete metallica.

Una volta capito che era proprio successo a me, cominciò la raccolta e la ricerca dei biglietti via via mancanti. I primi li presi agilmente sulla rete, poi nel condominio di fronte, incastrati sotto le piante, poi dietro al palazzo, su indicazione di un condomino.
"Uno l'ho visto andare dall'altra parte!"Un altro è andato sotto quella siepe."
Una caccia al biglietto!

Alla fine della raccolta ne mancava solo uno. Potev

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La corsa con le macchinine a propellente umano

La corsa con le macchinine con le ruote fatte utilizzando i cuscinetti a sfera metallici, chi non ricorda, quei mezzi? le macchinine fatte artigianalmente da noi ragazzi utilizzando le sotto misure di scarto nei lavori di carpenteria dell'edilizia? la prima cosa che facevamo, era andare in cerca presso le varie officine, dei cuscinetti metallici di grosso calibro sostituiti ai mezzi pesanti, si prendevano due cuscinetti grandi e due piccoli uguali, i grandi andavano nel posteriore i piccoli nell'anteriore e fungevano anche da sterzo, si fa per dire, poi tutti i gruppi dei competitori si riunivano nei garages di famiglia, per chi lo aveva, oppure nelle immediate vicinanze di casa.
Iniziavano le prime discussioni, per la realizzazione dei mezzi, chi la voleva corta e larga chi lunga e stretta, ognuno aveva la sua teoria, alla fine dopo varie discussioni, nasceva l'oggetto del desiderio i go-cart da corsa a propellente umano, un compromesso tra le due teorie, non troppo lungo non troppo largo, comunque simile alle auto da corsa, dietro largo davanti più stretto.
La furbata consisteva nel farli guidare ai ragazzi più leggeri, quindi per ragioni di logica, i più piccoli concorrevano per il posto pilota e i ragazzi più grandi e forti da propellente umano, (spingevano).
Appena finite, si facevano le prove di scorrimento sulla strada, poi le prime vere prove con il conducente, in paese c'erano delle lunghe discese, per non affaticarci molto, e capire come uno sapesse guidare si lanciavano in queste discese, il suolo non era regolare il fondo era fatto con i sanpietrini, l'unico sistema di frenata era costituito da due leve di legno, posizionate ai lati e funzionava mediante azionamento manuale tirando dal basso verso l'alto, la parte opposta andava ad impattare sulla superfice della strada e frenava??? a volte questo sistema era utile anche per curvare, come freno era poco affidabile ma era l'unica soluzione.
Con l'inizio dei tentativi arrivavano i primi probl

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   4 commenti     di: alta marea


Sinistri presagi

Da un po' di tempo le mie notti non erano più le stesse. A notte fonda sentivo un bruciore alla palpebre, il respiro diventare affannoso e una sudorazione incontrollata mi inumidiva ogni parte del corpo.
Consultai il mio medico che mi misurò la pressione e mi prescrisse le analisi del sangue e quelle delle urine. Il risultato delle analisi fu confortante, ma il mio malessere continuava ogni notte.
Un giorno lessi una strana pubblicità: "Al Mago della Torre, ogni quesito puoi porre!" mi piacque. In fondo anche da me c'era una Torre che dominava le acque di un laghetto artificiale. Forse quello poteva essere un benefico segno del destino.
Lo contattai e presi un appuntamento. Il Mago della Torre era un uomo alto e magro, il viso scavato con gli zigomi evidenti, gli occhi possedevano un tenue riflesso iridescente, mentre una barba scura dava a quel volto un aspetto mistico.

Con una voce appena udibile, mi chiese quale fosse il mio problema. Gli accennai i miei fastidi notturni. Mi chiese che cosa facessi e quali fossero i miei sogni. Gli raccontai che ero un dipendente di una grande Azienda e che nel corso degli ultimi dieci anni, avevo cambiato per almeno dieci volte l'azienda di riferimento nella quale ricoprivo l'incarico di consulente telefonico.

Quando iniziai a sforzarmi di ricordare i miei sogni, di colpo compresi che il mio malessere era associato alla mia attività lavorativa. Questo era l'incubo ricorrente; "mi trovo in postazione, quando d'un tratto il silenzio viene squarciato dallo squillo del telefono. Dopo il primo trillo, rispondo: Comune di Velletri. Buongiorno! Sta parlando con Fabio, come posso esserle utile? Dall'altra parte del filo la voce incerta di un cliente del Banco di Sardegna che vuole ricevere conferma degli ultimi movimenti del suo conto corrente. Con sommo imbarazzo mi accorgo di aver sbagliato presentazione! Ho risposto ad un servizio che svolgevo quattro anni prima".
Com'era possibile tutto ciò? Intuisco di avere ta

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   0 commenti     di: Fabio Mancini


Una gita in barca

Avevo preparato tutto, il cestino ricolmo di frutta, il capello per il sole e tanta acqua... non sapevo quanta ne sarebbe servita. Ero felice, ma l'idea di stare tutto il giorno in barca mi dava una strana sensazione...
"Facciamo una gita in barca?" aveva detto Armando, un nostro amico di Siena che per cinque mesi all'anno si trasferiva al mare in Sardegna e viveva a due passi da casa. Armando era avanti negli anni, qualcuno avrebbe anche potuto dire che era anziano, ma era forte e dinamico come un vero lupo di mare e l'età non contava, nessuno avrebbe potuto dirgli, guardandolo in viso, quanti anni avesse veramente. Ogni mattina lo si vedeva in veranda preparare ami e lenze per la pesca e riporre con cura piombi e esche finte, ognuna nella sua nicchia, nel contenitore rosso degli attrezzi della barca. La moglie non lo incoraggiava ad usare la barca; aveva paura che un giorno o l'altro questa sua passione gli avrebbe creato grossi problemi. Lei non lo accompagnava mai, anzi inveiva contro di lui tutte le volte che non era puntuale per il pranzo; a mezzogiorno, infatti, il tavolo era apparecchiato e Armando doveva essere già con le posate in mano se non voleva vedere il broncio della moglie e il suo ammutinamento in cucina. Lui non sapeva cucinare, perciò anche se si trovava in mezzo a un branco di pesci, pronti ad abboccare, tirava i remi in barca e rientrava sempre puntuale all'ora stabilita. Un giorno tra una chiacchierata e un sorso di caffè era nata l'idea di una gita in mare. A dire la verità non adoravo il mare, mi piaceva osservarlo da lontano, godere di quella immensità azzurra, del profumo di salsedine, della candida sabbia, ma appena mi sovveniva il pensiero della sua profondità, del segreto dei suoi abissi, della sua ferocia nell'avviluppare esseri umani, la cosa mi faceva rabbrividire. Mi rasserenava, comunque, il fatto che il nocchiero fosse esperto e conoscesse bene il mare. Cosi, quella mattina, ci alzammo presto e partimmo da casa in tre, io

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   4 commenti     di: antonina


L'invito alla festa (parte 2)

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   1 commenti     di: Arianna Soleri


Storie di miserie umane la settimana prima delle ferie

La settimana prima delle ferie una pensa di starsene un po' tranquilla in ufficio, con l'aria condizionata, a raccogliere le idee per quello che dovrà fare in vacanza, ma non è stato così per me.
Uno dei primi giorni di lavoro, la collega che mi formava, mi spiegò che tutte le persone che varcano la porta del mio ufficio sono in un momento di disagio perché in lotta con quella che sembra essere la merce più rara al giorno d'oggi: il lavoro. C'è chi lo ha perduto, c'è chi non lo ha mai avuto, c'è chi probabilmente non lo avrà mai, e poi ci sono le miserie umane. Si sentono tante storie in quell'ufficio, alcune superano il limite della professionalità e ti lasciano un segno dentro.
Ci ha messo un po' a compilare la domanda di lavoro, era molto impegnata e preoccupata di sbagliare ad inserire i tanti dati che le venivano richiesti. Quando è stato il momento del colloquio ho notato i lineamenti del suo volto, sottili ed eleganti, sul collo taurino una collana con tre piccoli pendenti, ma non ricordo la forma precisa. È partita in quarta, e la sua franchezza, tipica delle persone semplici, mi ha fin da subito spiazzata. Mi ha raccontato di un padre che non l'ha fatta studiare perché secondo lui sarebbe stato inutile. Lei comunque si è fatta strada e a quindici anni ha cominciato a lavorare in un'azienda di pellami. Lì ha imparato tutti i segreti della lavorazione conciaria. Poi finalmente dopo diciannove anni di lavoro ha scoperto di essere incinta. La gioia ha presto lasciato posto all'angoscia, il bimbo che portava in grembo aveva seri problemi. Le è stato consigliato di interrompere la gravidanza, ma lei, probabilmente cresciuta tra: casa, chiesa e lavoro, ha detto no. All'ottavo mese ha partorito il suo bimbo morto e, forse, dentro è morta un po' anche lei. Ha fatto i suoi tre mesi di maternità, le avevano detto che ne aveva diritto. Ritornata al lavoro, il lavoro non c'era più, al suo posto una lettera di licenziamento per riduzione del persona

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   1 commenti     di: Chiara Zaupa


Finì così, forse nel migliore dei modi

Mi hai deluso. Sì, mi hai solo deluso, ingannato, presa in giro. Non ti credevo così ed invece ti sei rivelato come tutti gli altri. Un ragazzo senza cuore che prende in giro le piccole innamorate. Senza scrupoli, senza paura di farle del male. Eri diverso un tempo, quando ancora parlavamo, giocavamo e ridevamo insieme. Ma poi è entrata lei nella tua vita, quella ragazza che ti è piaciuta fin da subito. Il sentimento però non era ricambiato e tu lo sapevi. Mi hai usato. Volevi farla ingelosire ed invece hai solo rovinato la nostra amicizia. Quell' unico sentimento vero che forse provavi nei miei confronti.
Ho sbagliato, mi dicesti. È colpa mia.
Era così. Sbagliasti ma non riuscivo ad odiarti. La vita mi aveva imparato tanto, i mille avvenimenti mi insegnarono molto.
" Non fidarti troppo della gente, neanche di quelle persone che tu reputi amici. Se possono, loro, sono i primi a voltarti le spalle. " Frase vera.
Il nostro rapporto non sarebbe stato lo più stesso e tu lo sapevi. Ti allontanavi da me quando provavo a parlarti. E alla fine mi sono chiesta: Perchè continuare cosi? Non mi vuoi? Ok. Ne trovo un altro più bello che problemi non ha.
Iniziò cosi un altra avventura. Senza te e senza noi.

   5 commenti     di: Sara Turco



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