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Racconti autobiografici

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Amicizia

... credo di riuscire a percepire tutto ciò che è nell'aria, tutto quello che mi sfiora quell'energia quei pensieri quelle parole di disperazione di gioia che il vento trasporta fino a dissolverle nel nulla.
Forse è solo un'illusione, ma considerando che la vita stessa è un 'illusione, allora mi piace illudermi anche se qualche volta può far male, perché quando credi che certe situazioni ti toccano, sono vere palpabili, ti accorgi invece che sono soltanto delle inutili percezioni.
L'illusione comporta anche un Po di speranza, e tutti noi nella vita speriamo in qualcosa, tutti abbiamo un sogno nel cassetto, dobbiamo crederci illuderci altrimenti il nostro essere sarebbe inutile, inaccettabile.
L'altro giorno mi sentivo stranamente agitato, sentivo che c'era qualcosa di diverso ma non riuscivo a capire cosa fosse. Ero solo, notte fonda, tirava un vento fresco che faceva muovere tutti i rami degli alberi che mi stavano di fronte; la luna ora appariva piena del suo splendore, ora scompariva con il passaggio delle irregolari nuvole nere. Sembrava che da un momento all'altro potesse venir giù qualche scroscione d'acqua ma non piovve, forse perché non si voleva rovinare quel paesaggio ambiguamente stupendo.
Ero letteralmente accarezzato da quel venticello e piano piano mi accorsi con grande stupore, che mi stavo calmando, stavo entrando in un mondo dove le sensazioni diventano vere, quasi mi sembrava di toccarle.
Assorto in questa stupenda e strana sensazione udii delle voci, dei lamenti, dei sussurr che mi sfioravano e mi fecero rabbrividire.
Udii il pianto di un bambino, delle risa, ancora dei lamenti, un chiacchierio vicino e lontano, tutto però era talmente confuso che non riuscii bene a capire a chi appartenessero: era talmente eccitante che ne rimasi incantato, per un momento, per un momento credetti di sognare ma mi dovetti ricredere perché alcune gocce ora stavano bagnando il mio viso. Rimasi li quasi non avessi avuto la forza di allontanarmi, volev

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   2 commenti     di: bruno


Lettera a mia figlia Jeanne, nel giorno del mio compleanno

Mia cara piccola Jeanne, stasera mancavi fisicamente solo tu, perchè poi abbiamo trascorso la serata a parlare di te e di chi causa la nostra lontananza. Oggi qualcuno mi ha chiesto perchè non metto la mia foto in bacheca, ed io ho risposto che aver messo la foto di una bimba piccola è una scelta e mia volontà per non dimenticarti e sentirti sempre vicina. Molti non capiscono quale magia sia quella del nostro amore nei tuoi confronti, da dove nasce. Nessuno può capirlo se non noi che siamo uniti nei nostri pensieri attraverso il nostro cuore. Una madre ha tanti battiti al secondo quanti sono i suoi figli e a volte anche per gli altri bambini. Voi siete la mia forza, il mio sostegno e non c'è fatica di sorta nel sostenervi, nell'accudirvi. La stanchezza diviene come il dolore di una partoriente che appena vede il suo bimbo nascere ha già dimenticato le sue sofferenze. Io ti immagino e provo a pensare ciò che pensi, a vedere con i tuoi occhi quell'enorme povertà che ti circonda, la tua passività e l'abitudine allo squallore che diviene a poco a poco la tua realtà. Tu che accetti passivamente la vita che le persone adulte ti impongono perchè la tua spensieratezza farà presto, abbandonandoti ad andare via. È questo il motivo perchè io espongo sempre le crude realtà di tutte le guerre con immagini che gli altri si rifiutano di guardare perchè impressionanti... come se io provassi piacere a guardarle! Non è così, tento a modo mio e con i miei mezzi di comunicare con gli altri. Prendere coscienza della vera realtà quella che, mentre noi siamo seduti a mangiare spensieratamente una pizza, persone innocenti sono oggetto di atti vili di nazioni che si contendono le ricchezze di paesi deboli facendo sì che la violenza abbia il sopravvento. Caino contro Caino, usando Abele come scudo umano. Poi quando tutto si sarà chetato Caino andrà a cena con Caino ma Abele non ci sarà più. Questa è la triste verità!! Eppure queste mie parole, che possono sembrare

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   6 commenti     di: Vincenza


È morta, mia nonna... ha deciso così

Mia nonna è morta. Ha deciso di non nutrirsi più e a nulla sono serviti il ricovero e le fleboclisi.
Un anno fa, a novantasei anni aveva superato l'intervento per la frattura al femore e aveva affrontato con coraggio il duro periodo di riabilitazione. L'avevano dimessa dopo un mese dalla clinica, nonostante avesse due piaghe ai talloni e non fosse più in grado di camminare autonomamente: queste sono le regole della Regione, trenta giorni, non uno di più, a prescindere dai risultati. Nel frattempo, a causa della protratta cateterizzazione urinaria, era diventata incontinente.
Tornata a casa aveva accettato, non certo con letizia, la necessità di una badante h 24 e la nuova condizione di invalida al 100% e di disabile grave. Le pratiche per il riconoscimento del suo stato avevano comportato spese per le certificazioni, lunghe file e tempi di attesa non indifferenti per la visita della commissione medico-legale ma per fortuna la nonna non era sola e tutti noi nipoti ci eravamo fatti in quattro per darle una mano.
L'evento per cui mia nonna ha deciso di morire può sembrare banale ma per lei non è stato così.
Tra i molti diritti conseguenti al suo stato di invalidità e disabilità (diritti che, tutti, implicano costi non indifferenti alla collettività), c'era quello relativo alla fornitura di pannoloni e traverse usa e getta, che avveniva con cadenza trimestrale. Inizialmente aveva ricevuto 180 pannoloni da giorno, 90 da notte e 90 traverse, per un totale di 360 pezzi che, come ho detto, servivano per tre mesi. Nell'ultima consegna però i pezzi sono stati solo 240: 180 pannoloni e 60 traverse. Non si trattava di un disguido ma di una necessità di risparmio da parte dell'Ente erogatore del servizio.
Sentendo profondamente lesa la sua dignità la nonna ha dichiarato: - Ho novantasette anni: ho il diritto di non volere più vivere in un Paese dove la corruzione dilaga e i privilegi diventano diritti ma si risparmia sull'igiene quotidiana dei vecch

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Il coraggio di vivere sola

Cercando di essere piu sintetica possibile provero' a raccontarvi la mia vita interrota.
Una notte sognai una vecchia che mi disse tu morirai a 33 anni, avevo da poco compiuto 31 anni quando feci questo sogno che mi rimase molto impresso. Premetto che nel 94 una persona mi fece un maleficio molto potente, di cui gia ne portavo il dolorossimo segno. Da quando feci quel sogno pero sentivo che avrebbe avuto una certa rilevanza nella mia vita, infatti all'eta di 33 anni sono morta; una morte che ti permette di stare sulla terra ma di non essere piu considerata per essere umano. Io sono sempre stata un po cicciotella ma amavo uscire non stavo mai in casa, avevo la mia comitiva di amici, con la quale mi divertivo molto. Fu proprio con uno di questi componenti della mia comitiva che quel pomeriggio all'eta di 33 anni dovevo incontrarmi per una commissione fuori citta. Uscivo volentieri con con questa persona di sesso maschile anche perche mi piaceva molto sia lui che il carattere e poi eravamo amici sin da piccoli. Quel giorno stavo in cucina a pranzo con la mia famiglia, ad un tratto squilla il telefono, io mi alzo per andare a rispondere perche' immaginavo che fosse il mio amico con la quale mi dovevo vedere di li a poco. Nel camminare pero incinpai col piede in avanti e caddi torcendomi le dita dei piedi; fu tale il dolore che provai, che quasi svenni. Da quel giorno mi e preso il panico di camminare (eppure chissa quante volte ero caduta anche in quel modo ma passato il dolore ritornavo a camminare). Invece da quel giorno non sono piu riuscita a camminare da sola, e mi aiuto appoggiandomi alla sedia di casa. Ho cominciato pian piano a non uscire piu, sono ingrassata fino a 140 kg e la mia vita quasi non esiste più. Gli amici della comitiva mi hanno abbandonato lentamente e soffro una solitudine immensa. Non posso uscire perche non ho piu equilibrio sulle gambe, non sono piu padrona della mia vita, non posso mai andare a prendere un gelato, una passeggiata, non ho n

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   1 commenti     di: Maty' Sessa


Ologramma impoverito delle mie vicissitudini interiori

Avevano interrotto le comunicazioni. Le radio, le televisioni, i giornalisti, le loro stesse menti erano andate a farsi fottere. I cieli sembravano più plumbei del solito, nonostante l'inverno fosse sempre stato abbastanza crudele. Le strade, umide di pioggia, sembravano bocche lascive che bloccavano con cattiveria il volo delle foglie, incollandole alle loro labbra di cemento. Gli alberi grondavano resina e pioggia, nelle giornate di vento non era insolito percepire l'odore delle loro pelli coriacee. Un aroma di marcio e fiori, un profumo che avrei volentieri indossato. Il placido scorrere dei pomeriggi era a tratti ostruito da nubi gravide di altra acqua. Forse era tutto quel succedersi di piogge e fulmini ad aver causato la fine delle trasmissioni dei media. Forse era la stanchezza di tutte quelle persone, una nostalgia come amalgamata in coscienza collettiva. Un sospiro come di discreta rassegnazione. Ne feci parte anche io, prolungando volutamente le ore fino ad ottenere un aspetto consunto, livido e impoverito. Un ammasso di polvere, qualcosa di semplice da spazzare via. Ma in fin dei conti era la notte il vero problema. Quando il soffitto diventava l'unico paesaggio e le mie pupille erano dolorosamente dilatate, accadeva che la mente cominciasse a scivolare sulle proprie teorie. Chi ero? Non ero, forse. Quale sarebbe stato il mio avvenire? Nessuno, forse. La nullità del tutto che mi circondava era asfissiante e la notte, con il suo vestito freddo ed umido, non era d'aiuto. Che il mondo finisca, pensai, che finisca assieme a questi tormenti.



Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte (6)

La mia base operativa per lanciare segnali verso il mondo era uno stanzino minuscolo in cui era posizionato solamente un computer con il suo mobiletto, due o tre mensole per i cd e la sedia per mettersi di fronte al monitor. Le ginocchia andavano incastrate al meglio contro un ripiano che reggeva i fili necessari per il funzionamento della macchina.
Lo stanzino era mutato negli anni. Quando ero più piccolo, ai tempi della macchina da scrivere, era un vero e proprio ripostiglio contenente due scaffali pieni di roba incellofanata e riposta dentro i cartoni. C'era lo spazio a malapena per entrarci e, per aprire la finestra dagli infissi rossi, bisognava spingere in dentro un cartone con tutte le proprie forze. Dal momento che era la stanza meno frequentata della casa, decisi che sarebbe diventata la mia.
Quando la conquistai, per prima cosa scoprii il modo per aprire la finestra. Poi ci posizionai di fianco uno sgabello e disegnai con un pennarello rosso una serie di pulsanti sul cartone di fronte. Conteneva una batteria di pentole mai utilizzate. E infine lo bucai con il jack di un gran paio di cuffie rotte con microfono annesso che mio padre mi aveva regalato. Lo stanzino divenne la mia stazione radio ed io ci passavo i pomeriggi pensando che le cazzate che dicevo potesse ascoltarle tutto il mondo. Era facile. Ogni volta che mi serviva un nuovo canale, lo disegnavo col pennarello rosso e diventava immediatamente operativo. A volte gli ascoltatori mi chiamavano in diretta lamentando di non prendere al meglio il segnale e di non sentire bene la radio. Io fingevo di girare alcune manopole. Adesso sentivano bene.
In quella stanza avevo letto il mio primo libro: Il mago di Oz. Mi sedevo a terra con la schiena appoggiata alla porta senza permettere intrusioni. Ero praticamente in una botte di ferro. Ogni tanto mia madre spingeva la porta e mi faceva scivolare col culo sul pavimento chiudendomi nell'angolo tra il legno e il muro. Mi guardava, mi chiedeva che cosa st

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La caserma maledetta

Erano tempi pieni di sole. Erano tempi di gelati, caramelle e patatine; erano tempi colorati e appiccicaticci. Erano notti di nascondino e stelle cadenti, era così tutte le estati, immancabilmente, sempre uguali e bellissime. Sapevi cosa dovevi aspettarti... e questo era semplicemente meraviglioso. Ad agosto ogni anno ci ritrovavamo tutti lì, nel nostro piccolo paese, affollato solo in quel mese, divertente come nessun'altra cosa al mondo e noi eravamo speciali, spensierati e felici... più che mai. Lì è tutto in miniatura, tutte le case, le ville e i giardinetti sembrano un solo grande palazzo; una volta, di notte, sono rimasta seduta da sola, al confine tra il mio paese e la stradina che lo collega al resto del mondo, ed era tutto magicamente immobile, illuminato dalla luce gialla dei lampioni, con le case ferme e colorate, sempre uguali e bellissime. Ero seduta nell'ultimo angolo di quel piccolo mondo, l'ultimo pezzo del mio territorio, e faceva caldo, ed era accogliente e anche se mi trovavo in piena notte e non c'era nessuno, mi sentivo protetta come dentro casa, così tanto che mi sarei potuta stendere su quel marciapiede e rimanere lì in attesa, di un sogno, di un principe azzurro, oppure soltanto in attesa di chiudere gli occhi e di sentirmi in pace.
Ma poi i rumori della piazza mi hanno distratta e sono dovuta correre di nuovo giù, dai miei amici per incominciare un'altra serata, simile alle altre, ma sempre emozionante.
Nel mio gruppo siamo una ventina a contarci bene, qualcuno c'è sempre, altri a volte non si fanno vedere. Sono l'unica donna qui in mezzo, e mi piace. Sono un po' maschiaccio, un po' prima donna, sono fiera di essere solo io tra di loro, perché vuol dire che mi distinguo, che posso essere apprezzata come amica, vuol dire tante cose. Tutti mi fanno un po' la corte, chi più, chi meno, chi per anni, chi per una sola estate ed io non vedo in particolare nessuno, perché siamo felici e giochiamo e ci nascondiamo ovunque e tutta la n

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