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Racconti autobiografici

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Scene da un matrimonio

Il padre della sposa, paonazzo, alzo' ancora una volta il calice per l'ennesimo brindisi nell'aria satura di tabacco mentre sua moglie si ravvivava l'improbabile acconciatura.
Farfuglio' qualcosa che scateno' un uragano di urla, risa e battimani di approvazione, allento' il nodo della cravatta e cadde finalmente a sedere. Intanto gli specialisti delle occasioni solenni erano al lavoro nella pista da ballo ricavata all'interno del perimetro dei tavoli, li osservavo scambiarsi le dame e muoversi fuori tempo su ritmi veloci e su remake di qualche numero strappalacrime del tempo che fu.

Le ragazze meno attraenti ballavano scimmiottando un can can e alzando le gonne mostrando le loro gambe tozze infilate in autoreggenti dozzinali che avrebbero loro garantito comunque una nottata movimentata. Le più belle erano al tavolo, annoiate e altere come sempre e impegnate a rispondere ai rimbrotti dei loro uomni, rimbrotti feroci e impotenti che salivano di tono man mano che l'alcol scendeva in corpo.

Uscii fuori per una sigaretta, l'aria era secca e pulita e il caos della sala mi arrivava distante ed ovattato. Fumare assumendo un'aria interessante mi era sempre riuscito bene, davo il meglio di me, ero uno specialista. Sentivo che ne avrei approfittato.
Dietro le auto piu grosse si riparavano i più giovani a fumare in segreto e le ragazzine a digitare veloci messaggi sui cellulari colorati. Dichiaravano un qualche amore eterno, ne ero certo.

Mi mancava una donna, qualcuna che si fosse fatta bella proprio per l'occasione, avrei sorvolato sullo stile del vestito e sui concetti e avrei persino approvato i suoi rimproveri sul mio bere spropositato.
Ed avrei voluto tornarmene a casa con lei, dimenticando il grugno dello sposo e il pancione della sposa. Noi, soli nella notte, due esseri inconciliabili e percio' semplicemente perfetti.



L'odore del mare

Chissà perché ogni volta che salgo su un aereo ho sempre paura che quest'ultimo precipiti. È una paura davvero assurda, anche perché ogni giorno nel mondo partono centinaia e centinaia di aerei, e quasi mai capita che uno di essi non arrivi a destinazione. Quando il comandante annuncia:
"Prepararsi all'atterraggio",
tiro un sospiro di sollievo e, incuriosita, cerco di scorgere dal finestrino le prime immagini della città. Proprio ieri ero ospite della mia cara nonna, che ha aspettato l'estate per potermi rivedere, anche perché ora che studio a Roma non abbiamo molte occasioni per vederci. In effetti anche io non vedevo l'ora di venire qui da lei, non mi dispiace affatto tornare nella casa dove sono nata e cresciuta. Appena sono scesa dall'aereo l'ho vista, in mezzo alla folla, con le braccia conserte ed un sorriso stampato in faccia. Le sono andata incontro e lei mi ha abbracciato, mi era mancato il suo profumo, un misto fra sapone e tabacco.
"Bella di tua nonna!",
ha subito esclamato, e poi ha iniziato a chiedermi le solite cose, hai mangiato, ti trovi bene, Roma è bella, eccetera. Mentre parlava io frugavo nello zaino alla ricerca del suo regalo, e poco dopo glielo porsi.
"Avevo detto niente regali!",
ma scartò subito il pacchetto. Era una collana profumata, una di quelle che vendono ai mercatini estivi. Mi abbracciò nuovamente, e poi salimmo sull'auto di mio zio Angelo, il fratello della mammma. Faceva proprio caldo, attorno a me tutti sbuffavano o sudavano. Arrivata a casa andai subito nella mia stanza e spalancai la finestra:il pallido sole del pomeriggio illuminò l'umido muro della stanzetta in cui dormivo quando ero bambina. Mi affacciai e osservai il mare, che era come sempre bellissimo, le onde si infrangevano sulla riva, e i bambini giocavano a beach volley proprio di fronte la nostra abitazione. "Quanto mi è mancato il mare", pensai.
E sì... era l'unica cosa negativa di Roma, si deve andare a Fiumicino per fare un b

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   1 commenti     di: silvia costante


Mi ritrovo a scrivere nei momenti difficili

Dedicato a X, un Uomo

Mi ritrovo a scrivere nei momenti difficili della mia vita, è lo sfogo più sincero che posso ottenere da me stesso, non sono mai stato un grande oratore, sincero si, in eccesso forse, ma pur sempre autentico. Non è poco, in una vita dove vediamo cose troppo grandi e inarrivabili, ci distolgono dalle cose che abbiamo già, che ci rendono importanti.

Scrivo senza il pretesto di dare un messaggio di vita, rifletto, è una priorità che dovremmo avere tutti, che ci porti a crescere e a dare un valore a cose che prendiamo superficialmente nella quotidianità.
Quando mi ritrovo a soffrire, vorrei che tutto si fermasse, vorrei poter schiacciare il tasto "rewind " e capire perché sto cosi, dov'è l'errore, cosa mi ha portato a questo, se quello che provo è giusto, meritato. Più cerco una soluzione più sprofondo, più cerco la serenità e la capacità di svoltare più tutto si disintegra, le mie certezze, la mia autostima, i miei valori, la mia vita stessa. Vorrei starmene in un buco nero e non uscirci più, farmi schiacciare dal dolore e ripensare, sempre costantemente, con la solita domanda che mi romba nella testa, " perché? ".

Cose, persone fanno il girotondo nei miei sogni, incubi, mi piombano davanti nel quotidiano, e non sono pronto, mi manca la volontà di reagire, di accettare le cose in prospettive differenti, di apprezzare quello che mi circonda e m'investe senza che me ne accorga. Piani felici che si rompono; stai cadendo. Sono un ottimista depresso che crede nei ritorni e si renderebbe ridicolo pur di abbracciarli se ne vale davvero la pena.

Il dolore ha la capacità di evidenziare la vita, una persona che soffre sta vivendo realmente, non è un fantoccio, non rende tutto superficiale, non accetta l'indifferenza, dà un valore anche a cose stimate un soldo; sa valorizzare al massimo i momenti di gioia, per quello sono così strazianti da lasciar andare per un'altra strada. Persone che da parte mia avranno sempre stima

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   2 commenti     di: Enrico Cestaro


Riflessioni di uno scrittore che non è uno scrittore ma per sua sfortuna scrive e non sa che farsene (3)

Il futuro da scrittore incoerente, questa era la cosa certa di un'intera adolescenza. O il passato da scrittore adolescente. Incoerente. Significati che si logoravano nei mesi, negli anni. Ero partito dal dirompente credere di non credere a niente e quello era stato buono per i primi due libri, ma poi?
È possibile, mi chiedevo, uno scrittore che alla fine non ha nulla proprio da dire al mondo e che può discorrere con una tastiera per ore ed ore senza in realtà sapere dove voglia arrivare con le proprie righe? Che genere di poetica può essere mai questa?
Boh, mi rispondevo, che cazzo ne so? Non rientrava nelle mie facoltà farmi le domande e darmi le risposte. Troppi compiti. Fatemi le domande, pensavo, e vi darò le risposte, non posso fare tutto io. Ma le domande non le faceva nessuno.
 Lei che genere di autore si definisce?
 Io non lo so.
 I suoi libri quale messaggio vogliono diffondere?
 I miei libri no. Non lo so.
 Lo vuole il premio Nobel per la letteratura?
 I premi no, grazie. Sono molto contrario a tutto.
Mi facevo le interviste mentali e poi le cancellavo di colpo, sentendomi stupido.
 Ma, scusi, perché scrive?
Ah, basta, che cazzo! Però, in qualità di pensatore molto educato, mi veniva da rispondere lo stesso.
- Perché scrivo? Certe volte credo che sia solamente un vuoto narcisismo, il tentativo di creare una specie di mondo protetto tra te e te in cui puoi vendicarti di tutte le strane cose che subisci nella vita ed a cui non sai opporti. Sono un deficiente costellato di deficienze che crede di poter deficientemente sopperire alle proprie deficienze di uomo con le proprie deficienze di scrittore - e nel video dell'intervista mi accendevo una sigaretta.
Prendevo a camminare più veloce, cercando di seminare i miei avvilenti pensieri.
- Abbiamo saputo che in questa fase del suo percorso artistico si occuperà di completare il suo secondo testo, quello su un amore adolescenziale.
Niente. Le stupi

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Metempsicosi

Laddove risiede Krsna, il Signore dello yoga, e laddove si trova Parta, l’arciere, ivi sono stabilmente la fortuna, la vittoria, la prosperità e la giustizia: in ciò fermamente credo.
Bhagavadgita


Trent’anni o poco più. E raccontar di sé agli spiriti nel viaggio a ritroso. Come eco ritornano le vastità, vince uno sguardo sul mare. E uno sul cielo, successivo, inconscio infante, adolescente rifiuto e lotta. Adulto, uomo. Crebbi e credo d’essere. Uomo. Fanciullo incantato, trasparente, nell’animo. A volte, sì, solo a volte, lasciar capire di sé ciò che si è. Agli altri, ad alcuni, a pochi.
Gli spiriti incarnano le vie percorse, corrono e ripercorrono sempre: destino, storia e realtà. Quale realtà? Onnipresente a me stesso come una condanna, salvezza, ego. Così sottile è il confine tra le dimensioni, così difficile coglierlo e sapere che, una volta stabilito il punto esatto in cui le vie della conoscenza intersecano quelle della prassi, nulla ti lascerà mai veramente in pace. Sapere, conoscere, inoltrarsi… A volte vorrei essere un camionista che percorre le vie del mondo rimirando le foto di donne senza veli attaccate al cruscotto. Aprire il finestrino e respirare lo smog come fosse aria pura, limpida e incontaminata. E non pensare, non pensare a niente quasi fossi lobotomizzato. E invece, tutto e altro ancora, entra nella mia mente quando il corpo è immobile, quando si dimena, quando gode dell’altrui contatto.
La prima volta che ho fatto l’amore avevo sedici anni ancora non compiuti. Lasciandomi andare ho pensato fin troppo. Una, due, tre e forse anche quattro volte. Alla quinta, il pensiero si è tramutato in spirito e ha richiamato a sé un bimbo che diceva: “Alessia è come Giulia, ma in più ha un seno sviluppato”. O a me pareva tale una seconda misura. Alla sesta mi conoscevo e conoscevo il bambino che conosceva Alessia. Incominciavo a conoscerlo bene. Quel bambino, da quel momento in poi, non m’abbandonò più. Eppure

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   2 commenti     di: Federico Magi


Da Topo Gigio all'eternità

Non posso dire come e quando ho preso coscienza della morte. Ma ricordo bene il momento in cui ho raggiunto piena consapevolezza del significato che assume per chi rimane. Forse a causa di una scomparsa recente, ero pervaso da un doloroso senso di abbandono e cercavo di rasserenarmi pensando a Topo Gigio. Probabilmente mi consolava l’idea che almeno lui la sfangasse e che sarebbe stato un sicuro affidamento per gli anni a venire.
Anche piccina la mente però ha i suoi tarli e in un attimo mi trovai a pensare al volto ignoto che dava la voce all'amato topo. Un volto a cui certamente doveva essere attaccata una persona, una persona che prima o poi, come ormai avevo imparato, sarebbe volata lassù da qualche parte. Allora realizzai con orrore che, senza quella voce, anche Topo Gigio sarebbe finito e con lui l’unico sicuro baluardo contro la solitudine. Un pensiero intollerabile. Per questo, passato il primo sgomento, mi misi alla ricerca di una soluzione. Alighiero Noschese, allora unico imitatore della tv, avrebbe potuto metterci una pezza, ma anche lui era caduco e dunque non bastava.
Lo sconforto era in crescendo, poi, improvvisamente, l’illuminazione. Capii che quella voce era immortale e che, schiattato il supporto umano, sarebbe andata a sistemarsi dentro Topo Gigio, sua sede naturale, da dove avrebbe donato allegria e spensieratezza in eterno. Subito mi tranquillizzai conquistato e posseduto da questa assoluta certezza. E da allora, grazie alla consapevolezza dell’immortalità di Topo Gigio, ho potuto affrontare con serenità ogni prova della vita, sicuro che, dovunque mi trovi, qualunque cosa mi accada, Topo Gigio parla e parlerà per sempre.

   3 commenti     di: marco moresco


L'umana commedia

In tema dantesco a l'"Inferno" di Dan Brown, che ha preso volo (paradiso), contrappongo la mia "umana commedia" che è rimasta sottoterra (inferno) e che, in ultima analisi, non è una scrittura proprio terra terra!



L'umana commedia



L'animo umano,
perenne campo di battaglia
di interiori forze clandestine
per il quotidiano folle scontro
tra spirito e materia,
primordial alito vitale
e polvere condensata,
realizza in ognuno di noi
l'umana commedia che ha così luogo
istante dopo istante
all'interno delle nostre anime,
teatro di grandi eventi,
spesso nel segno dell'arte
ma anche rabbrividenti.
È proprio qui, nel più profondo io
dove ha sede la vera coscienza,
da sempre in filo diretto
con la sua eterna fonte,
che da sempre germogliano
quei momenti della nostra anima
che noi chiamiamo sentimenti,
che possono esser belli e puri
con tanta bontà, carità e pietà,
ma anche contaminati
come risentimenti e rancori,
e infin tra loro in conflitto,
se da antico tempo
si è sempre parlato di amore e di odio
all'unisono cantati.
Miscelando materia
con questi momenti della vita interiore,
ecco d'incanto affiorar i fantasmi
del nostro io profondo
in sembianze di belve feroci,
le famigerate gemelle,
invidia e gelosia, sempre presenti,
seppur nascoste e ben acquattate
in reconditi meandri al riparo della luce,
resistendo finanche alle fitte
e copiose piogge dei turbamenti,
lacrime dei sentimenti
e al colmo della cattiveria
resistendo senza fiato immerse così
nei densi umori di affetti ed emozioni,
senza pietà alcuna
anche ad estreme passioni.
Questo è lo scenario di un regno ignoto,
sede delle anime da sempre ricercato
da scienziati e filosofi,
e pensandoci bene
negli arcani della mia mente
un simil posto io ricordo,
peccato per le mie follie
che han creato confusione
tra reale e fantasia.
Comunque un lontano dì,
frastornato, stanco e disperso
per troppe umane disavventure,
con la gran convinzione
che a

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