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Racconti autobiografici

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Tombe maledette

Dopo una vita passata a Quarto Oggiaro, incrocio di sottoculture migliori della cultura nazionale, oggi abito in montagna, luogo di leghisti, fascisti e berlusconiani, i quali farebbero impallidire di incompetenza i mafiosi che credono di detenere la palma d'oro della cattiveria gratuita. Sono costretto ad ammettere di aver avuto torto a sperare, come speravano quelli della mia generazione di stravoltoni, nell'amore universale sceso dal cielo come regalo purificante. Mi resta solo da sperare che i giovani delle ultime generazioni non siano così coglioni come siamo stati noi, e che alla pace e all'amore universale ci credano davvero, e non solo col desiderio di ricevere un dono incartato nel simbolo "peace and love". Noi siamo una vecchia gioventù mai cresciuta, abitanti di un ghetto che ha meritato il nome di "barbon city", ma che era meglio degli ospedali cattolici dove ti tolgono un polmone sano per scroccare soldi allo stato, quello stesso stato in mano alle lobbie cristiane come comunione e liberazione, la compagnia delle opere e l'opus dei, congreghe mafiose di pedofili che alzano l'ostia al cielo per fare ombra ai propri crimini contro l'umanità, che sottraggono il futuro ai giovani, che costringono al suicidio i padri che così facendo sperano di far sopravvivere quello che resta delle loro famiglie in lacrime, abbandonate da uno stato che scende a patti con assassini che nasconde sotto alle toghe di ermellino impegnate a giustificare il Presidente di aver occultato le prove dello scellerato confabulare con gli stragisti. Come boy scout deliranti i politici applaudono sul palco davanti al quale sfilano poderosi armamenti già vecchi, che prima di spargere altro sangue scivolano leggeri su quello già versato dai poveri che hanno dovuto svenarsi per pagare un esercito che si compiace di essere portatore di pace, ed esportatore di una democrazia che dà ragione al più forte chiamandolo "il rappresentante del popolo". Un popolo rimbecillito dalla pubblicità

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   3 commenti     di: massimo vaj


Gigi a Venezia-Convegno scuola librai cap. 1

Venezia 19-26 gennaio 2008 Convegno Scuola Librai
Primo capitolo : viaggio e arrivo

Sorvolando sulla partenza del treno ritardata da napoletani che non ce la fanno più a vivere con la “mondezza”…
Arrivo comunque a Venezia alle h 5, 25 di Domenica, sala d’attesa, chiusa, gabinetti (a pagamento 70 centesimi per far aprire la porta) chiusi, edicola…chiusa, insomma apre tutto fra le 7 e le 7e30, per cui, infreddolito, più simile ad un emigrante che a un congressista, aspetto “pazientemente” le 7, 30, corro in bagno poi alla biglietteria dei traghetti, c’è un battello alle 8 che in 40 minuti circa mi porterà a S. Marco, per la tariffa “ordinaria” di 6 Euro!, nessuno mi dice che S. Marco ha ben tre fermate, io sono sceso alla terza, ovviamente sarei dovuto scendere alla prima, il chè ha comportato una “bella” passeggiata, con trolley e valigia su e giù per ponti e calli… in una sottilissima pioggerellina di nebbia in sospensione nell’aria, che dopo 10 minuti sei tutto zuppo e neanche te ne accorgi.
Trovato finalmente l’albergo, un portiere gentilissimo mi assegna subito la stanza senza dover aspettare le 14 come da programma, l’albergo è a 5 stelle, in una struttura architettonica semi faraonica, in camera c’è una temperatura da sauna, ed anche abbassando il termostato al minimo fa un caldo tremendo, il chè sarebbe gradevole se non dovessi uscire…sì, perché, sistemata la roba m’è venuta voglia di tornare a gironzolare per questa strana città che ho già amato nel 1975, in sintesi la città c’è ancora, i gatti, purtroppo, per una ignobile ordinanza sindacale sono stati decimati…e i veneziani…stanno pian piano scomparendo, tanto che oramai il novanta per cento dei palazzi dei grandi canali, sono diventati alberghi di proprietà di multinazionali straniere, e il 90 per cento dei negozi…pure!
È una triste legge di mercato, ma oggi trovate tedeschi svizzeri francesi arabi e chissà chi altro, ma solo raramente

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   2 commenti     di: luigi deluca


Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte (12)

Fu in mezzo a quel periodo frastornato di resistenze dei sogni dorati dell'adolescenza, di partenze sopite verso luoghi lontani e precoci inizi di abbandoni da parte degli amici, mezze confessioni di egoismi vari e fluide consistenze di rosei baci, che elaborai le mie più grandi idee circa quello che avrei voluto scrivere nella vita e circa quello che avrei voluto essere davvero. Tutto andava per il meglio e io dimenticai qualunque depressione. L'università era una necessità di facciata. Inutile alla mia crescita, ma utile a zittire il mondo attorno riguardo all'impegno che mi competeva nei confronti della realtà. Per di più avevo un lavoro e, per quanto potessi, cercavo di non rinunciare mai ad una giornata da cameriere. Non avevo bisogno dei soldi, ma non volevo dare preoccupazioni.
Nelle lunghe notti in cui la fucina del mio stanzino sfornava magiche mejfy che si libravano nel cielo attonito attraverso la piccola finestra rossa, mi concessi il lusso di migliaia di sigarette da accendere e da spegnere. Era tutto un tirare e riversare. Nelle mie orecchie suonava il lamento struggente dei primi Coldplay e degli Skunk Anansie, quello ancestrale dei Cure e degli Smashing Pumpkins, la foga dei Korn, dei 69 Eyes, dei Katatonia e più di tutto l'enorme scenario di significati allestito dagli eredi inascoltati dei Pink Floyd: gli Anathema. Era una distesa piatta d'acqua cristallina levata fino all'altezza delle ginocchia che raggiungeva qualsiasi orizzonte visibile. Era pura fantasia che intersecava la realtà con lo stesso potere di una vera e propria vista. Era il terzo occhio. Ed io ero lì a vedere attraverso la sua retina.
Una congiunzione astrale che prorompeva fino allo sfondo commovente dell'universo mi portò a scartare definitivamente ogni accenno del reale e a riversare l'intera mia mente nella contemplazione di ciò che esisteva al di sopra del tempo, al di sopra della vita e che si stagliava immobile e perenne come qualcosa di immune alla morte. In que

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Indelebile

Non avevo ancora 20 anni e mio padre mi aveva regalato in un tentativo di femminilizzarmi, credo - lui, abile venditore di stoffe, uso ad un pubblico quasi esclusivamente di donne che, sempre, riusciva ad intortare alla grande - un rossetto rosso corallo, effetto lucido brillante e, pure, recitava una scritta sull'astuccio, "indelebile" che si stendeva con un pennellino incorporato.
Convinta che il rossetto stesse bene alle nostre mamme e basta ero però, davanti alla novità, capitolata e così, un pomeriggio avevo dipinto le labbra prima di andarmene a lezione e poiché ero in ritardo ero salita su un'autobus al volo per scendere alla fermata successiva.
Un minuto dei due necessari a percorrere la galleria e il guidatore, in procinto di raggiungere la fermata, per evitare un'auto che aveva compiuto una manovra azzardata, tagliando la strada al mezzo pubblico, dà una brusca frenata proprio mentre io mi appropinquo alle porte centrali per discenderne.
Quale risultato io protrudo le labbra e vado a stampare sulla parte posteriore del colletto di una oxford azzurra indossata da un ignaro signore davanti a me che, per altezza, aveva il collo alla portata giusta, la perfetta riproduzione in rosso corallo delle mia bocca...
Genata.
Sono rimasta genata. E non ho avuto il coraggio di dirglielo.
Siamo scesi entrambi alla fermata, ricordo di aver fatto in tempo a vedergli uno scintillio all'anulare sinistro e lo ho visto allontanarsi con il mio marchio a fuoco, incredula.



Chissà

chissà se queste cose le produce il freddo! e la noia, e l'oppressione della coperta di lana.. chissà.. e la visione dei documentari sulla Polinesia.. o quella sui ghiacciai perenni. e il fatto che ci ssia un uomo che dice, alla sua donna, ti amo, anche se non è la sua.. soprattutto se non è la sua.. e il fatto che ci sia una donna che crede al suo uomo, anche se non è il suo.. soprattutto se non è il suo.. chissà..
io dico che la colpa di tutto ce l'ha il freddo...



Sulla strada

Pensavo che l'autobus non sarebbe più arrivato, lo aspettavo ormai da troppo tempo, e il freddo cominciava ad intorpidirmi le mani, quando ad un tratto lo vidi spuntare da dietro la curva, goffo e impacciato come un serpente dopo la colazione.
Ero l'unico ad attenderlo, mi parve che l'autista si fermasse di malavoglia, ma alla fine fra un gran trambusto di giunture cigolanti lo sbuffo delle porte mi accolse al suo interno.
Era piuttosto affollato, rimaneva in ogni modo un discreto corridoio nella parte centrale che permetteva di attraversarlo per tutta la sua lunghezza, fino a raggiungere il grosso finestrino posteriore dal quale si poteva osservare le auto in coda e i loro timidi sorpassi.
Il colosso non permetteva certo spavalderie, e di ciò mi parve che l'autista fosse consapevole, quando con la coda dell'occhio ne seguiva la traiettoria riflessa nello specchio, per un attimo ebbi la sensazione di vederlo sorridere con una punta di superiorità, mentre guardava quelle piccole auto multicolori schizzare velocemente o incolonnarsi impazienti fino a formare una lunga fila variopinta, immersa nei vapori di quella rigida mattina.
Ricordo che anche da bambino quella era la mia postazione preferita, attraversavo il bus o il tram per tutta la loro lunghezza e mi piazzavo a ridosso del finestrino posteriore con il naso appiccicato al vetro e vedevo la città allontanarsi, sfumata dalla condensa come in un sogno.
Vicino a me sedeva un uomo, non più giovane, con indosso un abito un po' stretto e allacciato di tutto punto, le mani grosse e segnate dal lavoro, segni indelebili ormai, scavati come giunture, parlava tra se, incurante dei presenti, come se fosse protetto all'interno di una bolla di sapone, due anime sembrava vivessero in lui e dialogavano pacatamente su quanto fossero diventate estranee le strade che gli scivolavano davanti agli occhi, quanto non fossero più quelle di un tempo, e anche la città, non era più come la ricordavano, e se ne rammaricavano

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   1 commenti     di: Marco Uberti


fino alla luce (II parte)

Venerdì 31 gennaio. Ventiduesimo giorno.
Il tempo è spietato, non dà tregua a noi condannati. Sembra che si affretti a compiere l’unica azione che gli compete: trascorrere.
I farmaci che ingerisco aumentano, ed anche la spossatezza. Il tramonto arriva in fretta ed ho sempre la sensazione che se ne sia andato altro tempo prezioso. Ho paura di non riuscire a fare tutto, ma poi tutto cosa? Mi sembra di avere espresso abbastanza per questa esistenza. Nessuno ha quantificato, ma è chiaro che mi restano poche settimane da vivere. Nessuno ha il coraggio di parlare con me di questo fatto. Ogni volta che lo affronto, la gente cambia argomento o mi liquida dicendo di non preoccuparmi, che tutto si sistemerà. A volte mi sembra di essere l’unico ad avere accettato la realtà dei fatti. Non è disperazione, né rassegnazione, semplicemente coerenza con il reale. La mia consapevolezza tutto sommato mi fa stare meglio di quanto non stiano i miei familiari, che recitano in mia presenza una forma di inutile negazione dell’evidenza. Vivo dei momenti di sconforto, non lo nascondo, ma non ho la possibilità di condividerli appieno con la famiglia, non sono ancora pronti. Sembra brutto, ma sto provando l’esigenza di vedere solo coloro a cui sono profondamente legato, parenti e amici, non i semplici conoscenti. Non posso permettermi di dedicare del tempo a tutti, vorrei sfruttarlo nel migliore dei modi.
Uno dei momenti più belli della mia vita è stato circa tre anni fa quando è nato L., il mio primo nipote, figlio del mio secondogenito. Ho avuto la sensazione di diventare di nuovo padre dopo più di trent’anni, ma in maniera più completa. Era nato il figlio di mio figlio. Colui che mi avrebbe chiamato nonno, colui con il quale avrei trascorso soltanto momenti idilliaci, permeati di una affettività assoluta. Quel bimbo rappresentava per me il più grande tesoro che la vita avesse potuto donarmi. A volte ho il rammarico per ciò che mi sta accadendo perché non potr

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