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Racconti autobiografici

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Io e Wilson (prima parte)

... talvolta, nella vita, l'imponderabile decide di intervenire nelle nostre faccende.
Perché si sono ingarbugliate, sono quelle sbagliate, o non sono le nostre... chi lo sa?
E allora è necessaria un po' di luce, ricordare cose dimenticate, cose amate e poi scordate, cose credute e poi dubitate...
Il più delle volte tale intervento è così lieve, così discreto da non essere neppure rilevato, e la nostra mente indaffarata attribuisce al caso l'inatteso soccorso.
Ma qualche volta, nella vita, a qualcuno, l'imponderabile si manifesta con forza perché, forse, così è necessario... anzi indispensabile...
E allora la realtà, l'immaginazione e il sogno si confondono e si amalgamano, perché solo in un luogo dove non c'è tempo e non c'è spazio possono incontrarsi...
Là dove avvengono i miracoli...




... questa è la storia di me e di Wilson, e del nostro incredibile viaggio durato sette giorni, o sette ore, forse sette secondi... non so. E io la racconterò servendomi delle parole che da sole verranno a riempire queste pagine.
Non cercherò di farne una favola, né di affermarla come realtà.
Lascio il lettore libero di farsene l'idea che vorrà, perché è così che deve essere.
Avrei voluto serbarla per me, e custodirla come si fa coi doni preziosi.
Ma nessun dono è davvero prezioso se nessun altro può goderne.
Devo questo alla saggezza universale, alla sua lungimiranza, a tutti quelli che non smetteranno mai, o hanno voglia di ricominciare a sognare...
ma soprattutto devo questo a Wilson, che mi ha insegnato tutte quelle cose che già sapevo, e credevo e amavo, ma che avevo dimenticate.



... quando fui a un terzo della caduta seppi che tutti i miei problemi potevano essere risolti. E fu l'unica certezza assieme al fatto che non mi importava più niente dei miei problemi perché l'unico problema era che stavo cadendo, e non sentivo più le gambe e le braccia, eppure mi muovevo a una velocità folle... a tratti mi sembrava di gallegg

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Il cammino della vergogna

C'era una volta una 24enne... che tutti prendevano per 17enne... e in realtà, diciamo la verità fino in fondo, non le dispiaceva affatto.
Questa 24enne è un vulcano di idee, ma ha seri problemi ad organizzarle; ci vorrebbe un archivio mentale ( ma cazzarola perché mai nessuno ci ha mai pensato???) dove immagazzinare tutte le idee e dividerle ordinatamente per concetti e tematiche. Già il fatto che si è pronunciata la parola ORDINE nella sua testa vuol dire che è una cosa puramente utopica e impossibile da realizzare. E vabbè...
Ma partiamo per ordine (ahah)... Io volevo raccontare una storia oggi... Una bellissima storia chiamata "Il cammino della vergogna".
Questa ragazza, a cui daremo il nome di Gin (sempre lo stesso per intenderci) è, o per lo meno ERA fino alla notte scorsa, in una seria situazione di astinenza cronica, e vorrei sottolineare il fatto che si parla di questa astinenza come se fosse una malattia più che mortale. Un bel giorno decise di accettare l'invito ad una cena di leva, proprio perchè non partecipava a questi eventi da almeno un lustro di tempo, o forse più. E beh, senza togliere un po' di timore e paura iniziali, pensò che potesse essere una bella idea per cambiare un po', e perché no, magari pure divertirsi!
Ma iniziamo per gradi. Non avendo mai, e sottolineo MAI più partecipato ad eventi del genere non aveva assolutamente idea di cosa mettersi addosso, né tanto meno qualcuno a cui chiedere, qualcuno per orientarsi, nulla più totale. Quindi si optò per un vestito vedo non vedo, seguendo la classica regola del "scoperto sotto, coperto sopra", classica scusa per non uscire completamente nuda a meno dieci gradi sotto zero, per intenderci. Se la scelta del vestito fu ancora una scelta piuttosto semplice nel complesso, anche perché mille strabordano nel suo armadio, i soliti due mette sempre; la scelta delle scarpe fu un vero e proprio inferno. E come si fa ad azzeccare le scarpe al primo colpo???
Questo accessorio deve so

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   1 commenti     di: elisa


Caro diario

Fogli bianchi che vanno via via riempiendosi, fogli che, ormai scritti, vengono riletti dopo un tempo infinito, con lacrime e sorrisi che si delineano sul viso del lettore.

Tu, mio caro diario, mi sei stato accanto dai tempi delle elementari, non mi hai mai abbandonato, grazie a te ho riflettuto prima di agire, grazie a te la solitudine non mi è mai appartenuta, grazie alla tua compagnia anche i momenti più brutti non mi sono pesati.
Dopo tanti anni ti ho voluto dedicare qualche parola, perché il tuo ruolo, se pur scontato, è stato fondamentale. Lì dove non arrivavano le amiche, arrivavi tu, lì dove la rabbia e il nervosismo mi oscuravano la mente, c'eri tu a schiarirmela, a farmi capire che basta riflettere, basta pensare, e tutto può essere risolto nei migliori nei modi.
Non sono mai stata molto brava a scrivere, ma con te tutto mi è sempre venuto naturale, non avevo paura, con te, di mostrare ciò che ero e sono veramente. Mi è sempre bastato semplicemente prenderti tra le mani, che le parole scorrevano l'una dietro l'altra, come l'acqua che fuori esce da una qualunque fontana, così il pensiero dettava parole pregne di significato... che esse rappresentassero la rabbia o l'allegria, la tristezza o la felicità, tu le hai sempre accettate, senza giudicarmi.
Quando gli altri ti guardano, e capiscono chi sei, posano il loro sguardo su di me con un sorriso scettico, "che cosa da bambini- pensano- alla sua età ha ancora un diario!".
Ma la necessità di sfogarsi, la necessità di un'amica fidata, a cui poterti sempre rivolgere, anche in piena notte, non ha età!
Tu sei la mia Mery, e questo nome lo conservi ormai da tanti anni, da quando sei nata.
Non so se un giorno non ti scriverò più, so solo che ora tu conservi tutto ciò che la memoria tende a dimenticare, tutto ciò che la memoria ha dimenticato per stare meglio, perché alle volte è più facile dimenticare, che riuscire ad imparare dai propri errori ricordandoseli per sempre.
Tu sei il mi

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   6 commenti     di: licia ambrosini


Con gli occhi in su

... è che io non l'ho mai vista un'eclisse totale di sole. il buio in pieno giorno. il cielo nero in pieno giorno.
il sole spento in pieno giorno, dalla luna, che è piccola, che è donna.
.. io mi identifico.. e poi, è pur sempre un'emozione. non come quelle solite, quelle che il cuore batte, le gambe tremano, il sudore che cola, freddo o caldo, no..
è un'emozione che viene dall'alto, proprio. in tutti i sensi, come significati e come effetti.
con gli occhi in su.. no in giù. finirà che mi troverò non so dove, a fare non so cosa, tra gente distratta da non so che.. io, così mi sento persa. un pò.



Blues

The blues can come to you in any shape or form
It can come to you in the shape of a woman, just like the one that left
me alone (Albert King, I got the blues)

Quella sera una miriade di pensieri mi violentavano la testa. Dopo una giornata all'insegna della mediocrità esistenziale, avevo disperatamente bisogno di un po' di blues e di qualcosa di forte, così mi versai un bicchierino di whisky.
Faceva schifo.
A vent'anni si dovrebbe essere ebbri di vita, non di distillati americani da quattro soldi. Ciononostante, continuai a berne: quel liquido color rame chiaro mi riempiva le narici fino a togliermi il respiro, e più ne mandavo giù, più singhiozzavo dal dolore. Lo sentivo disintegrarmi la bocca dello stomaco, ma cazzo... era proprio quello che volevo! Whisky e Blues, ebbrezza e malinconia!

Insomma, c'erano tutti i presupposti per imbastire una serata veramemte merdosa.

"I got the blues..."

Era un periodo grigio scuro. Per l'ennesima volta, mi ritrovai invischiato nelle spire di una tentazione troppo grande per uno come me. Una donna, tanto per intenderci. Bella, di una bellezza che ti viene voglia di prenderti a schiaffi, con la lingua tagliente e la patata calda come l'Inferno. [...] Già, l'Inferno era qualcosa di molto simile a quello che sentivo ribollire dentro ogni volta che ce l'avevo vicino. O forse era il paradiso, non so. Sta di fatto che quando entravo nel ventre caldo della notte lei era già li che mi aspettava per scaldarmi le idee, se capite cosa voglio dire.

"There ain't nothin' you can do, darlin' to stop me from lovin' you..."

A dire il vero, non so ancora se l'amavo... però la pensavo molto, ecco. E non solo con la testa: anche le mani avevano il loro bel da fare quando c'era lei ad incendiarmi i neuroni.
Fatto sta che tutto quel pensarla, putroppo, rimaneva fine a se stesso. Lei, la mia ruvida musa dai capelli corvini, non me l'avrebbe mai data.

Giù altro whisky. (Merda! Brucia!)

Me ne accorsi un giorno ch

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   2 commenti     di: Antonio Villani


Un amore bambino

Si chiamava Francesco. Perché conoscevo il suo nome fin dall'inizio?
Alla scuola elementare Luigi Cadorna c'erano migliaia di bambini. Una scuola gigantesca, con molte sezioni per ogni classe. E lui era in un'altra sezione, pur facendo la terza elementare come me. L'avevo notato, perché era straordinariamente pulito e stirato. Sempre in ordine. Con una faccetta seria e gli occhi fondi, da adulto. E in contrasto i capelli: tanti, castani, mossi come le onde del mare. Aveva un che di romantico, di cavalleresco e durante gli intervalli era spesso appartato. Una delle mie compagne mi aveva riferito ch'era il migliore della sua classe in italiano e lì avevo avuto un tuffo al cuore: anch'io ero la migliore della mia classe e ciò era bastato per creare un link. Da quel momento, nella mia testolina io e Francesco fummo uniti, una spanna al di sopra degli altri. Eppure, non ricordo d'averlo mai avvicinato nei corridoi della scuola, non una parola, né uno sguardo d'intesa, né un gesto. Anzi, quando lo vedevo da lontano giravo al largo, o mi impegnavo in qualche attività del tutto inutile, per paura che la mia emozione fosse troppo palese e mi tirasse addosso il dileggio delle compagne.

Il primo contatto fu in chiesa. Non era una chiesa come le altre, la nostra. Era la chiesa dei missionari del PIME, preti terrigni, veementi, perennemente abbronzati. Andavano e venivano da terre lontane, raccontavano d'Africa, di foreste e capanne, di serpenti e magìe.
Era il mese di maggio. Profumo intenso di tigli e di rose nell'aria. Un'eccitazione serpeggiante tra noi bambini del quartiere, perché ci era concesso di uscire la sera, per assistere alle funzioni in onore della Madonna e poi di giocare per un'oretta sul marciapiede sotto casa, finché i genitori non ci chiamavano dalle finestre e noi a mercanteggiare "ancora cinque minuti, tre minuti, un minuto..." Senza contare che l'ultimo giorno del mese ci sarebbe stata la processione nel parco dei missionari, con la statu

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Mi piace ancora sognare

Fin da piccolo ho sempre desiderato vedere un Angelo...
E quel sogno l'ho cullato e preservato sino ad oggi che, maturo, e avanti cogl'anni, non dovrei più credere alle favole o desiderare cose inarrivabili.
Ma imperterrito continuo a credere, a fantasticare... al sogno d'un ragazzo diventato uomo con il desiderio d'un miraggio, con il sogno del bimbo mai cresciuto... quello di poter vedere un Angelo... con le ali!

   62 commenti     di: Bruno Briasco



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