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Racconti autobiografici

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Ricordi

Sembrano lontani ma alla fine ti ritorna tutto in mente e così le immagini sfocate prendono vita.
Quando uscivo di casa con quell' orribile cappello che la mamma, provvidenzialmente, mi incastrava sulla testa per riparare le mie orecchie già a sventola.
Girato l'angolo lo strappavo via con rabbia mista a soddisfazione e via con lui tutte le raccomandazioni sentite quella mattina.
Ho sempre saputo di non essere la sua preferita, la mia maestra correggeva errori inesistenti, ho molti quaderni che lo testimoniano, ma la vera tragedia avveniva all'uscita della scuola quando m'impediva di tornare a casa da sola.
Sapevo che i miei, lavorando fino a tardi, non potevano venire a prendermi e così aspettavo che lei s'incamminasse per avere poi via libera.
E poi ricordo i pomeriggi con le mie barbie avevo un intero guardaroba con mille accessori.
Cappelli, scarpe, stivali, collane... le vestivo e svestivo in base alla storia che inventavo.
La mia preferita però era quella che impersonava un'impavida poliziotta.. era molto coragggiosa.. proprio come avrei voluto essere io.
Ricordo le punizioni... quelle sono ben impresse nella mia testa e li rimarranno.
E poi ricordo un giorno in cui mi sentivo molto triste e qualcuno mi disse di sorridere e di girare l'angolo... ma questo non appartiene al passato... i suoi occhi mi stanno guardando proprio ora.

   4 commenti     di: paola lorusso


Patetica

Raccolse i suoi quattro pensieri sparsi credendoli importanti. Li ordinò, mettendoli uno dietro l'altro come si fa con i libri su uno scaffale. Irrimediabilmente l'ultimo, che dovrebbe fare da coda e sorreggere gli altri precedenti si obliquò, provocando lo stesso effetto sugli altri e tutti assunsero le sembianze di piccole Torri di Pisa, pendenti tra il bisogno di stabilità e la convinzione consolante di averla raggiunta.
In quel istante sarebbe dovuta intervenire la sua forza di volontà: ci voleva un colpo deciso che assestasse la fila di pensieri e desse sicurezza all'ultimo di essi. Ma non arrivò. Allora i pensieri si adagiarono come un ventaglio l'uno sull'altro e lei insoddisfatta dell'azione disegnò con le labbra alla finestra, davanti la quale si pose, un broncio simile a quello delle bambole di porcellana.
Confusione
Solitudine
Tristezza
Dolore
Le pizzicavano le guance con fare divertito e le lacrime non si fecero aspettare. Puntuali scesero ad impregnarli l'anima di pensieri nervosi, ombrosi, cattivi. Dicono che piangere sia un ottimo sfogo: era in realtà l'ultimo atto apparente di una rappresentazione mentale. La paura del futuro, del farsi carico delle proprie responsabilità , l'abbandono subito da chi fino a poco tempo fa aveva rappresentato per lei " fobica sociale" il suo "piccolo mondo" non per volontà ma per necessità, la malattia crudele di suo padre, l'insicurezza sul lavoro, il suo rincorrere amori impossibili avevano recitato alla perfezione davanti i suoi occhi di spettatrice. Ed ora per premiarli della ottima interpretazione pianse, non di commozione, di dolore. Ciò non bastava.
Le lacrime, infatti, irroravano la gemma di una nuova consapevolezza: aveva vissuto i suoi ventitre anni all'ombra di sua sorella gemella. Incapace a costruire amicizie, come una sanguisuga si era nutrita della sua vita sociale. Lei era più estroversa, più sicura, più diplomatica, più sorridente, più piacente all'altro sesso... lei era l'esa

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Carlo, il mio solo amico

CARLO, IL MIO SOLO AMICO



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Nel 1970 avevo dodici anni, l'età migliore; non perdevo il mio tempo coi telegiornali o sfogliando gazzette, dei problemi del mondo e del campionato di calcio me ne infischiavo, evitavo anche accuratamente d'infilarmi in problemi di cuore che già tormentavano molti miei compagni di classe. Mi ritenevo un saggio, vedevo le fanciulle come il fumo negli occhi.
" Sono insopportabili, pettegole, smorfiose, come può morirci dietro un ragazzo con del sale in zucca? "
Queste stupidaggini le ripetevo a mia madre, che mi ascoltava, sorrideva, taceva e, con mia grande rabbia, scuoteva la testa, sembrava non condividere il mio... vangelo. Nemmeno ci provavo a portarla dalla mia parte. Anche con lei una discussione sarebbe stato tempo buttato via, la mia mammina era una donna e le donne, è risaputo, hanno sempre ragione, e quando non l'hanno la pretendono. " Crescerai e capirai, " con queste parole concludeva invariabilmente ogni accenno di discussione accarezzandomi una guancia.
Io mi limitavo a comportarmi come un giovane della mia età anche se, mi sento in obbligo di precisarlo, ero un tantino sopra la media, molto più vivace, molto più brillante, più scaltro, più furbo... tradotto nel linguaggio caro agli adulti, significava che ero la disperazione dei miei genitori. Per quanto me ne fossero capitati di eccezionali, tanto che non ricordo un rimprovero non giusto, ugualmente non seppi sottrarmi ad una dozzina al giorno. Ma, se non sopportavo la carne ( più abile di un mago la facevo sparire dalla bocca e la nascondevo in una tasca dei calzoni per poi gettarla nel water a fine pranzo), se la mia indole meno ancora sopportava i villani, gli spioni, i presuntuosi, i secchioni, i bugiardi, i prepotenti, i ladri, i leccapiedi ed a queste belle categorie a modo mio gliela cantavo, abbia il coraggio di farsi avanti chi è tanto fesso da pretendere di darmi torto.
Ero figlio unico, non per scelta ma per un intervento al q

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Ringraziamento

Un cambiamento di lavoro, non volontario, motivato, sofferto, fece fare una improvvisa svolta al mio percorso di vita. Si presentò innanzi a me, una diversa, sconosciuta realtà che, all'età di ben cinquantaquattro anni non è facile da accettare e comprendere. Chi l'avrebbe detto che, io, così piena di fantasia e di voglia di cambiare il mondo, mi sarei ritrovata catapultata bruscamente sulla poltroncina nera di un ufficio, davanti ad una scrivania ad inserire dati da una fredda e anonima tastiera.

" Grazie a Dio che hai un lavoro" mi ripetevano familiari ed amici. Ma io, non avevo voglia di ringraziare proprio nessuno.
Il rapporto con la maggioranza dei colleghi fu da subito di facile impatto. Mentre quello con " Lui" si rivelò invece essere: difficoltoso e problematico. Tutto ciò mi impensieriva molto, perché con lui dovevo lavorare a stretto contatto.
La mattina appena mi affacciavo, lui era già lì che mi aspettava. Lo avrei volentieri ignorato ma ciò non era ovviamente possibile.
La nostra relazione sopratutto da parte mia era pervasa da una diffidenza sconcertante, che lui percepiva e ciò non era assolutamente proficuo per il lavoro che dovevamo condividere.
Lo giudicavo freddo e inutile, non nutrivo verso di lui alcuna fiducia, ciò mi portava a commettere errori grossolani dei quali gli attribuivo sempre la colpa.
Certo lui, non risparmiava mai nei miei confronti i suoi sarcastici commenti.
La mia vita, a causa sua era divenuta insostenibile, un vero inferno
Chissà cosa avrei fatto per non vederlo più, sopratutto per riuscire a fare a meno di lui.
" Giulia non puoi continuare così mi ripeteva Laura, la mattina, scorgendo la mia solita espressione angosciata."
" Laura ma come devo fare se non riesco ad andarci d'accordo, le risposi stremata"
" Dobbiamo assolutamente trovare una soluzione, così non va! Mi rispose"
In seguito Laura mi suggerì di andare a casa sua, dove avremmo potuto parlare con più calma. Acconsentii con la

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Pensiero da scrivania

Il mouse mi trascina in un vortice, il puntatore ultrarapido mi picchietta docilmente sulla testa, lo schermo luminoso mi fa l’effetto di mille bong stappati a kingston: occhi rossi, fulminati, pupilla dilatata, bruciore e vista ridotta; mi chiedo quale possa essere l’effetto a livello cerebrale. Mi discosto un istante dal diciassette pollici ultrapiatto a ridotte emissioni di luci accecanti e ruoto la testa di 360 gradi senza muovermi, mi sento gufo diurno. Ringrazio gli dei: è una giornata di sole, che per un metereopatico come il sottoscritto è dolce morfina; emetto un sonoro crac con entrambe le caviglie, troppo a lungo costrette alla paresi, mentre con nonchalance abbasso non poco il nodo della pessima cravatta corporativa, colore di fondo blu e striata di tutte le varianti dell’iride, assumendo uno stile post punk che poco si addice al luogo. Giusto il tempo di ossigenarmi, dare ai miei oleosi polmoni un’illusione di benessere, da cancellare alla prossima lucky strike. La radio, senza ombra di dubbio un ottimo strumento di comunicazione (apparentemente meno discarica della tivì), in questo ambiente ha poco mordente su di me, sintonizzata su una frequenza che mai e poi mai mi sarei sognato di regalare alle mie orecchie. Sono in minoranza e taccio, com’è raccomandabile in questi casi, mentre giochicchio nervosamente con il lobo dell’orecchio sinistro, ripensando a quanto ancora non mi sia adeguato alla malattia che mi ha contagiato, la responsabilità di una professione.
Gli obblighi di chi entra prepotentemente nella fase di vita che conduce alla pensione sono questi, anche per chi ha sempre rinnegato tutto ciò, adducendo mille efficaci e futili motivazioni: impossibile congedarsi dalle mollezze di una vita agiata, in cui si ha solo chiesto e dato poco rispetto a ciò che si ha ricevuto dal fato.
Indosso un abito di sartoria, gessato, bellissimo, dono inutile di mia madre, santa donna, rimasta basita alla notizia della mia assunzione premat

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Sulla strada

Dedico parte del tempo libero a caccia e pesca subacquea: la prima nelle campagne della Barbagia, l'altra nei litorali della costa nord orientale della Sardegna; Orosei - Budoni.
All'interno della seconda isola del mediterraneo c'è una zona particolarmente vasta e impervia denominata Barbagia, nella quale sono situati anche alcuni centri più o meno abitati come Nuoro, Orune, Oliena, Oniferi, Orani, Sarule, Ollolai, Gavoi, Ovodda, Teti, Tiana, Lodine, Fonni, Orgosolo e Mamoiada.
Come in gran parte dell'Europa anche a Mamoiada pioggia e freddo caratterizzano questo secondo fine settimana di gennaio duemila.
Tra il fumo del caminetto, delle sigarette, e accompagnati dall'odore e sapore del vino, con gli altri compagni sono nella sezione dei cacciatori dove ogni sabato sera ci riuniamo per organizzare la giornata di caccia grossa dell'indomani.
Con gli abiti impregnati di fumo, qualche bicchiere di buon vino rosso in corpo e col programma di partenza definito per l'indomani alle sei meno un quarto, alle undici e mezza rientro a casa.
Alle cinque del mattino l'antipatico suono della sveglia mi distoglie dal sonno, e ancora mezzo addormentato, per non svegliare mia moglie percorro al buio i tre o quattro metri che mi separano dall'accensione della luce del corridoio che silenziosamente mi guida verso il bagno.
Al termine dei lavaggi rientro in camera da letto, sfilo i pantaloni del pigiama e indosso un indumento leggero e aderente, tipo canadese; a questo segue la vestizione di un grosso paio di calzettoni in lana di pecora sarda che sollevo fino quasi al ginocchio. Sono calze particolari, acquistate oltre quindici anni fa a Villanova Strisaili, piccolo paese dell'Ogliastra.
Di buon spessore e lavorate interamente a mano da una signora del luogo dove sono abitualmente utilizzate dai pastori locali; non sorprenda quindi il fatto che dopo oltre quindici anni possa averle ancora disponibili, ma sono indumenti che indosso per la caccia e nei giorni di freddo, pioggi

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   1 commenti     di: Antonio Balia


Stai zitto

Ho conosciuto una scimmia parlante, di tutte le frasi che le ho sentito dire, credo che quella che maggiormente mi ha colpito fosse:le parole pungono me e io pungo loro.
Vedete di animali parlanti ci siamo belli che frantumati le palle, non stò raccontando la storia di babe maialino coraggioso.
George la mia amica scimmietta aveva un modo tutto suo di porsi.
Anche se amava non diceva mai ti amo, anche se era triste non diceva mai sono triste.
Le parole per lei erano come aghi dolorosi, avevano un potere sconvolgente, ed ogni volta che imparava un vocabolo nuovo lo custodiva nella sua piccola testolina pelosa.
Sapete perchè?
Perchè George pensava a quello che diceva, cercava di farsi aiutare dalle nuove parole, tentava di formulare concetti propri.
George era completamente estranea al mondo dell'uomo. Aveva persino paura di alcune parole, perchè certi suoni erano troppo duri e cupi.
Ovviamente George parlava in italiano, ma solo perchè io sono italiano.
Era il 15 maggio del 95 e nella foresta amazzonica si respirava acqua, l'umiditá era pazzesca e il sole faceva fatica a filtrare tra le foglie degli alberi, era la prima volta per me in un posto del genere, descriverei il tutto come "un verde bagnato".
Mentre tantavo di tenere il passo della mia guida indigena senza spaccarmi l'osso del collo tra le radici giganti, vidi una costruzione in legno e lamiere arrugginite.
In circa tre colpi di machete e parecchie imprecazioni dopo finalmente arrivai all'entrata dello "stadio", perchè si chiamasse cosi non l'ho mai capito.
Fondamentalmente lo stadio era solo una capanna malmessa di circa 70 metri quadri. Non c'era nulla di interessante o doveroso di una descrizione.
Passai innumerevoli giornate a interrogare persone poco credibili e senza denti che dicevano di aver visto una scimmia parlante.
Trascorsi sei mesi allo stadio, sei mesi tra zanzare gigant, i odore di sudore e interviste improbabili.
Sei mesi inconcludenti.
L'ultimo giorno della mia perm

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   1 commenti     di: Attilio Fugazza



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