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Racconti autobiografici

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Pensieri da u n'esperienza

Queste mie riflessioni sono maturate durante l'esperienza del vivere, nelle circostanze consuete, talvolta banali ed impreviste, ma che hanno saputo attrarre la mia attenzione, stimolandomi alla riflessione e mi hanno indotta a comprendere il valore profondo di ciò che è stato motivo di taluni modi di agire. A seguito di quanto sono andata man mano scoprendo, ho curato di non perderne l'insegnamento per la mia vita, per il mio crescere come persona e per l'eventuale e conseguente insegnamento ai figli.
Ciò che ho trattenuto, che non mi sono lasciata sfuggire, mi è stato utile anche nei rapporti con le altre persone, con i familiari, con gli amici.
Ora è importante per me credere che gli incontri avvenuti nel cammino sin qui fatto, abbiano avuto un significato umano e spirituale, da me ricevuto ed assimilato e che ho fatto rifluire attraverso il dialogo, per un conforto, per un sostegno a coloro che si trovavano in situazioni difficili.
L'idea di mettere per iscritto quanto detto, mi è venuta a seguito di fatti recenti dove, nell'incontro con genitori giovani ed inesperti, ho visto compiere errori eclatanti; ed ho così voluto programmare questo insolito racconto, nella speranza di trovare qualche interlocutore che abbia la pazienza e la benevolenza di leggermi e, forse, che trovi interesse per queste mie personalissime considerazioni sulla vita, che peraltro vogliono essere prive di velleità scientifica e pretestuosa, in modo da farle pervenire, in seguito, ad una più ampia realtà. Il richiamo alla memoria degli avvenimenti salienti della vita, costituiscono la fonte principale dalla quale ho attinto gli argomenti, munita soltanto della mia sensibilità e passione alla vita, alla persona, come cartina di tornasole della comprensione degli eventi vissuti.
D'altro canto ogni nozione che si tramanda nel tempo, è esito di riflessione popolare, di gente che ci ha preceduti e ritengo che chiunque abbia qualcosa da dire lo faccia con i mezzi che

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   1 commenti     di: Verbena


Ebbene, morirò

ebbene, morirò. mi sottoporrò all'estremo viaggio. un viaggio che non ho ancora affrontato, rimandandolo di giorno in giorno, quasi dimenticandolo. eppure si tratta del mio viaggio più importante, quello che non avrei mai fatto, se non mi fosse stato imposto. difficilmente riuscirò a stare qui.
e ora, il momento è venuto. ai miei amici, a chi è stato sincero con me, mando un abbraccio, e l'augurio di realizzare i propri sogni, agli ipocriti non posso che augurare di esser felici su questa terra, giacchè il loro paradiso è qui. e non altrove.



Il mio 11 settembre

"Buongiorno a tutti, edizione straordinaria del tg: da circa mezz'ora gli occhi del mondo sono puntati sul World Trade Center, a New York. Sembra un incidente, la notizia è arrivata in Italia intorno alle ore 15, forse un attentato; due aerei si sono schiantati sulle Twin Towers, nel cuore di Manhattan. Ecco, intanto stiamo vedendo le prime immagini che ci giungono dalla CNN".

Erano circa le nove di un martedì mattina piuttosto noioso e soleggiato, martedì 11 settembre 2001.
Ora italiana.
Avevo perso il traghetto, così aspettai il successivo, venti minuti dopo. Era la prima volta che portavo sulle spalle una chitarra: ero emozionatissimo.
L'avevo comperata pochi giorni prima a Varese insieme ad un caro amico e compagno di scuola, Roberto.
Cercavamo entrambi qualcosa che costasse poco. Avevamo molti sogni, ma scarse certezze: quando si hanno 18 anni credo sia così un po' per tutti.
Il nostro desiderio era quello di imparare a suonare, mettere su una band, fare le musiche dei Nirvana, farci trascinare dalle melodie cupe ed incazzate di Kurt Cobain e sognare successo, alcool, soldi, tour in giro per il pianeta.
Per il momento, la realtà si riduceva a qualche giro di accordi (che su sei corde ne suonavano quattro ad andar bene), scale da studiare su "A modern method for guitar", un paio di canzonieri dove c'erano tutte le canzoni possibili tranne quelle che volevamo suonare, e alcune tablature indecifrabili scaricate da internet.

Dirigendomi verso il traghetto sentivo tutti gli occhi addosso.
Cercavo di non farmi catturare da quegli sguardi curiosi ed invadenti; sembravo Ulisse, forte e determinato nel non cedere al canto delle sirene.
Sedetti sul piano alto, all'esterno; ho sempre amato farmi travolgere dal vento del viaggio, dai panorami visti ad occhi socchiusi per via dell'aria, del sole riflesso sull'acqua.
Dentro di me continuavo a pensare: "Sto arrivando Roby! Oggi spacchiamo il mondo! Non smetteremo mai di suonare, saremo i migliori

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   3 commenti     di: Mirko Zullo


La storia dell'occhio di vetro

Per noi bambini era molto naturale che la nonna avesse un occhio di vetro. Se si abituano i bambini a convivere con un fatto un poco strano o con una persona un po' particolare, essi, con il tempo, riterranno il fatto e la persona davvero normali, e non ci faranno più caso.
Questo è il presupposto della storia che ora narro e che riguarda quest'occhio di vetro.
In giovane età, la mia nonna materna - la stessa per intenderci delle creme, di cui ho scritto in un mio precedente racconto- era stata sottoposta ad un intervento chirurgico, per il quale era stato necessario e ineluttabile estrarle il bulbo oculare sinistro.
Il fatto risaliva agli anni '40. Con il tempo, la povera donna s'era abituata a collocare nell'orbita vuota un occhio in vetro sottilissimo, uguale in tutto e per tutto al fratello gemello. La protesi aveva un'iride e una pupilla del tutto identiche a quelle dell'occhio sano e, tranne che per una evidente fissità dello sguardo, un osservatore attento non avrebbe potuto dedurre altro.
Poiché la nonna era alquanto maldestra e " malanòsa" , ossia propensa a fare malanni e a rompere oggetti per disattenzione ( così come entrare con i piedi nella crema...) , di questi occhi finti ella ne aveva rotti diversi, soprattutto la sera quando, prima di andare a letto, sfilava l'occhio di vetro per riporlo in un bicchiere d'acqua sterilizzata che teneva sul comò.
La nonna dormiva senza quell'occhio, ma al mattino lo doveva rimettere al proprio posto.
Era proprio durante questa operazione di collocazione oculare, che l'occhio le scivolava di mano e si riduceva in mille schegge, frantumandosi al suolo.
La cosa era seccante perché l'occhio finto era molto costoso e non se ne trovava facilmente in commercio proprio di quello stesso preciso colore; bisognava ordinarlo presso un ottico, e nel frattempo alla nonna toccava mettere degli occhiali neri alla Ray Charles che a noi bambini impressionavano

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Dopo il mattino

Tutto doveva ricominciare da capo. Tutta la strada fatta fino a quel momento non contava più, tutte le cose imparate, tutte le esperienze vissute era come se non fossero state provate. Come lo scrittore che ad un certo punto arriva al fondo del paragrafo mette un punto e va a capo, così avrei dovuto fare io.
Nuovo paragrafo, nuovo argomento, nuovo foglio bianco su cui scrivere, su cui pigiare i tasti ed imbrattare d'inchiostro la pagina, fino a farla sanguinare, fino a farle chiedere pietà, fino ad un altro punto. Poi nuovamente il ciclo ricomincia. Lettera maiuscola e via a pigiare sui dannati tasti, odiati e amati.
Questo avrei dovuto fare da quando quel giorno la vita mi era sfuggita di mano. Da quando ogni cosa aveva deciso di andare a farsi un giro senza chiedermi prima il permesso. Già allora avrei dovuto prender la mia vita per le palle e viverla, semplicemente viverla, come un capitolo nuovo. Tutto bianco senza niente di deciso.
Invece come un amante impazzito ero rimasto attaccato alla vecchia vita, come un neonato ero rimasto attaccato al seno della mamma, senza che comunque da esso ne scaturisse nulla. Imprigionato nella mia stessa prigione dorata, nella mia incapacità di viver le cose senza avere la sicurezza degli affetti che fino a quel momento mi avevano accompagnato.
Ci sono persone che riescono ad andare avanti, una bella stretta tra le spalle, magari un sospiro e una bestemmia e poi via nuovamente a batter la strada nuova senza voltarsi indietro, senza timori, senza rimpianti. Io invece non c'ero riuscito ed ero rimasto attaccato a quel seno arido che neanche a spremerlo come un limone ne sarebbe più uscita una goccia di latte.
Non ho rimpianti per quei tempi, non ho rimorsi, se non il dolore infinito di aver fatto del male a chi amavo. Ecco forse è questo l'unica mia ferita di allora le cui cicatrici sono incise indelebilmente nel mio cuore. Profonde, come solchi in un campo appena arato, son lì. Alcune volte le sfioro e mi

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   1 commenti     di: Enrico Olivero


La soddisfazione data dall'avere meno lettori di quanti ne collezioni un codice a barre

Io ho tre blog, uno di metafisica, un altro di microstorie macroscopiche e, infine l'ultimo, sia per ordine d'importanza che per contenuti, scritto in un inglese talmente stentato che Google translate mi ha più volte mandato affanculo.
Delle migliaia di visite avute migliaia sono dovute al mio controllare se qualche disgraziato, nel digitare male sulla tastiera, per un volgare accidente sia incappato in una delle mie pagine. Una volta uno ha persino commentato una mia storiella, lasciando detto:— Mamma! Oggi arrivo a cena in leggero ritardo per problemi di lavoro—
Io, comunque, non mi sono montato la testa e ho continuato a scrivere dimessamente, come non sarebbe nel mio stile fare, ma quando si è alla frutta la gentilezza nel doverla pelare resta l'unica possibilità di non avanzarne neanche un po'.
Col passare degli anni mi sono convinto che la scrittura, per essere efficace e passare alla storia, deve essere incisa su una stele di granito alta almeno trenta metri, con caratteri inventati di ardua interpretazione, come quelli che la mia vicina di casa, la signora Rosetta, verga sul biglietto appeso sotto l'occhio magico della sua porta, per dire al postino di suonare due volte ché lei è sorda.
Ora che mi son fatto saggio, però, dagli e ridagli ho imparato a gustare il sapore dell'anonimato, affinando il palato con l'abituare le mie papille, che il palato non ha, al gusto estremo che ha la solitudine. Ho addirittura timore che qualcuno possa leggere una delle cose che scrivo, e che possa commentarla con frasi criptiche del tipo:— Non ti preoccupare, figliolo, ho cucinato roba fredda—...

   6 commenti     di: massimo vaj


La morte di mio padre

Inaspettatamente la notte del 26 Novembre dell’82 un tremendo dolore si abbatte sulla mia casa e sulla mia vita: papà sta male.
Mia sorella, subito lucida e razionale, chiama l’ambulanza e insieme alla mamma accompagnano mio padre all’ospedale, mentre io resto sola a casa per fare il necessario collegamento.
Sento tutto il peso della situazione, è notte dentro di me, è ancora notte, sposto la tenda, guardo fuori e vedo la luna che impassibile manda la sua luce fredda sulla terra, mentre tutte le famiglie del mio vicinato dormono tranquille, ma non io.
Mi sento inquieta e mi accorgo di essere molto legata a mio padre, la sua presenza mi comunica un senso di sicurezza esistenziale. Io gli somiglio molto, sia nel temperamento irruento e passionale, ma fortemente volitivo, sia fisicamente ed ho una buona vena poetica che spesso trasforma la prosa del quotidiano in poesia. Mio padre ha avuto una buona formazione letteraria e i suoi poeti preferiti son Foscolo e Alfieri e spesso il motto del poeta astigiano affiora sulle labbra: “Volli, sempre volli, fortissimamente volli”.
Mi avvicino alla libreria, prendo la Bibbia, l’appoggio sul tavolinetto accanto al telefono e l’apro; in un foglio interno c’è una piegatura, vi getto un rapido sguardo, ma ecco suona il telefon è mia sorella: “Papà si è ripreso, ma io e la mamma passiamo qua la nottata, tu cerca di riposare un po’. Fatti coraggio!”. Ma io non riesco affatto a riposarmi, tuttavia cerco di farmi coraggio nell’unico modo che conosc pregando. Prendo la Bibbia e leggo così nel foglio spiegazzato: "Sentendo avvicinarsi il giorno della sua morte, Davide fece queste raccomandazioni al figlio Salomone: io me ne vado per la strada di ogni uomo sulla terra. Tu sii forte e mostrati uomo. Osserva la legge del Signore tuo Dio procedendo nelle sue vie". (1Re 2, 1-2).
Che cosa significa questo messaggio biblico? <<Mio padre non guarirà, non tornerà a casa con me?>>.
Reagisco dandomi una spiega

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