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Racconti su avvenimenti e festività

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La pompa non è per tutti

Io e la mia francesina stiamo attraversando un momento difficile. Davanti a noi un futuro incerto, dopo dieci anni forse ci separiamo, io sogno una più giovane, a lei l'aspetta uno più vecchio. La mia francescina va a metano, però ogni due mesi metto dentro benzina. Faccio tipo 10€ di metano a settimana e 20€ di benzina ogni due mesi. A momenti spendo più di benzina che di metano, ma vado a metano. È che la accendo a benzina, e poi passo a metano. Voi direte "accendila direttamente a metano", no, non si può, non vi sto a spiegare il motivo perché non lo so manco io, ma il tipo dell'impianto a metano mi ha detto "mai, mai, partire a metano, non lo devi fare". Mi aveva ricordato il tono del prete che quando ero piccolo mi diceva: "Non si toccano i culi delle ragazzine, non lo devi fare".
Adesso che sono cresciuto mi viene da pensare che quello era un divieto che avevano imposto a lui, ma lui visto che è un predicatore lo ha diffuso anche a noi ragazzini, ma secondo me, a pensarci adesso, era lui quello che non doveva toccare i culi alle bambine, mica noi. Che poi mettere in testa 'ste cose a delle anime candide io mica lo so. Ogni volta ci diceva "bambini, non vi toccate", e io non capivo cosa ci fosse di divertente nel toccarsi, però, da come ce lo diceva, sembrava una cosa che piaceva a tutti e che dava enormi soddisfazioni, e allora la voglia di provare ti viene. Sappilo, è colpa tua.
Comunque all'epoca ero un chierichetto modello, mi facevano fare le letture, una volta ne feci pure una a Natale che non toccava a me. Il bambino designato aveva dato forfait e io sono salito così, all'ultimo, senza preparazione e timoroso del giudizio delle pecorelle. Ero così modello che io il culo alle ragazzine non glielo toccavo mai.

Bene, adesso sapete perché non accendo la macchina a metano e perché non lo dovreste fare neanche voi. Ad ogni modo arrivo al rifornimento, c'è un'auto sulla colonnina del diesel. Ricordo solo che era bianca e che faceva diese

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   7 commenti     di: Moment


Ricordando, riflessioni sull'olocausto

Dalla fine della seconda guerra mondiale fino agli anni 70, dell'Olocausto poco si parlava, qualche breve notizia riportata sui libri di scuola, inserita da un programma didattico che esigeva che questo periodo storico si studiasse alla fine del ciclo scolastico, terza media e ultimo anno prima di conseguire la maturità.
Fu alla fine degli anni settanta, con la messa in onda per conto della rai della mini serie-OLOCAUSTO- che si iniziò a ricordare questa pagina oscura della storia e fu la prima volta che il governo tedesco ammise le proprie responsabilità per ciò che era successo.
Da allora si prese coscienza e venne poi istituita la giornata mondiale della memoria, della SHOAH, anche per porre fine alle malvagie affermazioni dei negazionisti, persone legate ad ambienti neo nazifascisti che sostengono che l'olocausto non sia mai esistito.



Un bacio

Tra i " personaggi " caratteristici di Caltanissetta vi erano
due poveri che circolavano per la città dotati della capacità
di essere invisibili, una si chiamava Maddalena e l'altro era
un ex facchino che stazionava in Piazza Marconi davanti al
Bar Casciano nascosto dietro una pianta.
Maddalena aveva avuto una vita tormentata da varie contra-
rietà sino a quando vinta dalle stesse aveva cercato rifugio
nell'alcool. Girava per la città con un bastone a cui si appoggiava ed entrava nei vari uffici a chiedere l'elemosina, spesso era cacciata in malo modo ed il rifiuto era il suo pane
quotidiano.
Un giorno entrò nell'ufficio dove lavoravo e ricordo che le diedi qualcosa se ne andò molto contenta e dopo due giorni
si ripresentò a chiedere l'elemosina, qualcuno come al solito
cercò di respingerla ma lei con forza disse di essere venuta a
trovare suo padre additando me, le diedi nuovamente qualche
cosa e lei contenta di essere stata accolta mi chiese un bacio,
venne verso di me mi abbraccio ed io le diedi un bacio. Il suo
volto divenne radioso era contenta e se ne andò canticchiando.
Anche con l'ex facchino povero ed intirizzito ho avuto degli
incontri donandogli qualcosa, ogni qual volta ero costretto a parcheggiare nella piazzetta Marconi, e un inverno gli portai
un mio cappotto che lui subito indossò visto che faceva molto freddo ricordo anche che diceva sempre : " grazie cumpà ! "
La sua vita era passata in quella piazzetta in cui, in passato,
svolgeva il suo lavoro presso la stazione di autobus caricando
e scaricando le merci dagli autobus e la sera insieme ai propri compagni di lavoro si scaldavano le mani bruciando cartone
e legna tra le macerie di un edificio della stessa piazzetta.
Era legato al posto in cui aveva passato la sua dura esistenza
e poiché aveva sempre lavorato per vivere non aveva il coraggio di chiedere l'elemosina e stava lì in silenzio sperando che qualcuno si accorgesse di lui. A Firenze al tempo dei M

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Bastava non pensare

Fumando l'ennesima fortuna blu capì che bastava non pensare. Doveva solo capire come.
Bevve un caffè amaro, guardò il Colle Oppio, ascoltò lo stridere dei gabbiani e cominciò a bestemmiare.
Viaggiò sulla metro B, lesse che erano vietate tante cose, ad esempio fumare. Si accese una sigaretta e smise di leggere.
Arrivò al lavoro, andò in bagno e lo trovò rotto. Accadeva spesso. Decise di inviare tre email. Ordinaria amministrazione. Spacchettò le serigrafie per l'invio natalizio e ci pisciò sopra. Chiaro, non aveva più un lavoro ma doveva pur sempre pisciare.
Capì finalmente come poteva non pensare.
Scese in strada. Fece un respiro profondo. Lo smog aveva l'odore ed il sapore del fumo passivo. Si accese una fortuna blu. Quello che contava era il percorso e non la meta. Cominciò a camminare.
L'asfalto gli sembrò un nastro che sussurrava di andare, una sorta di sirena post-moderna con gli occhi grigio ardesia ed i solchi del tempo. Vide uno stormo di gabbiani e decise di non farsi domande. Tanto lo sapeva che il mare non c'era.
Raccolse alcune pietre. Le mise in tasca. Aveva tasche grandi e grande era la voglia di alleggerirsi. Vide uno specchio che rifletteva l'immagine di un rottame. Pensò di essere lui. Guardò bene. Era solo un frigo arrugginito. Restava il più bello del reame.
Prese il frigo e lo scagliò contro lo specchio. Si assicurò che non vi fossero altri specchi. Meglio non guardare. Di rottami quel giorno ne aveva già visti. Mise una mano in tasca e accarezzò le pietre con un gesto deciso e cortese. Lui sapeva perché.
Arrivò alla fine della strada. Si girò e ricominciò a camminare. Non era un percorso a ritroso, disegnava una nuova traiettoria.
Quattro passi. E si fermò. Un gatto nero attraversava la strada. Con rapidità prese una pietra dalla tasca e la scagliò. Non era superstizione. I gatti li detestava esteticamente.
Otto passi. Aveva camminato abbastanza. Si sdraiò lungo la strada e si addormentò. Si sveg

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   4 commenti     di: Marco Roca


3 Gennaio

Immaginaria storia di come un neonato racconterebbe la sua nascita se fosse in grado di parlare e di come forse gli piacerebbe raccontarla se una volta imparato a parlare fosse in grado di ricordarla..


Mi chiamo Emanuele e sono nato il 03 Gennaio.
Quel giorno faceva freddo e la mamma, in sala parto per il travaglio, guardando verso la finestra, ha finalmente visto brillare il sole.
Dopo alcuni uggiosi giorni di pioggia infatti ricorda di aver sorriso pensando che quello sarebbe stato un giorno indimenticabile perchè io sarei stato il suo "nuovo" Sole.

Io non ricordo molto solo che ad un certo punto lei ha iniziato a lamentarsi, sembrava stesse male, la sua pancia ha iniziato a stringersi e dilatarsi intorno al mio corpicino e lontano lontano ho iniziato a vedere una piccola luce...

Pian piano quei movimenti sono diventati più frequenti ed intensi. Io ho iniziato a scivolare dal mio guscio e all'improvviso, spinto con forza verso quella luce accecante ho chiuso gli occhi e quasi mi è mancato il fiato..
Ero venuto al mondo!
Solo allora ho capito che la mamma si stava lamentando perchè mi stava dando alla luce.

Ad un tratto qualcosa mi ha colpito ed io ho spalancato la bocca d'istinto... ne è uscito uno strano ed acuto suono.
Era la mia voce ma io non l'avevo mai sentita prima di allora.
Sono stato preso, maneggiato, toccato ed infine poggiato su qualcosa di morbido, ho provato ad aprire gli occhi ancora confusi dalla luce e l'ho vista.. l'ho riconosciuta subito, era la mia Mamma che mi sorrideva e mi salutava!!

Dopo nove lunghi mesi, cullato dal suo tenero e rassicurante grembo materno, finalmente potevo vederla.
Non riuscivo a distinguerla nitidamente, ma ho riconosciuto subito la sua voce quando mi ha salutato ed il suo tocco quando mi ha accarezzato così come faceva quando ero nel suo pancione.

Il nostro è stato amore a prima vista, guardandoci l'un l'altra per quei brevi ed intensi istanti, ci siamo detti "Ti Amo" senz

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Annie e Anna

Quasi tutti la chiamavano l'Americana. O Annina la matta.
Per pochi ancora restava semplicemente Annina.
Se ne andava in giro a tutte le ore, da sola, per le strade del paese, vestita in modo eccentrico e sempre con un cappello grigio in testa. Sempre lo stesso, estate e inverno, per quante estati e per quanti inverni visse ancora.
Era una donna di bell'aspetto e di bel portamento, nonostante i suoi settant'anni passati quasi tutti a spezzarsi la schiena sulla terra arida più dura della pietra dalla quale mieteva, insieme al marito e ai tre figli, allora tutti pelle e ossa, spighe di grano alte non più di un palmo, che sarebbero diventate pane scuro per tutta la famiglia.
Rimase vedova presto, Annina, e si vestì di nero. Mai cedette alle lusinghe di altri uomini perché nessuno era disposto a risposarsela con tutti i suoi tre figli. E quando si presentò don Alessio che prometteva "amore e avvenire ai tuoi figli pur di avere te", Annina si fissò sul finale delle parole del ricco pretendente e comprese in un baluginare rapido di pensieri che ai suoi figli sarebbe toccato sempre un secondo posto rispetto a lei a causa della sua bellezza di cui il riccone si era invaghito.
Fu un no deciso che le costò, unite agli enormi sacrifici che si preparava ad affrontare da sola, invidie e antipatie.
Ma che si permetteva di fare quella donna che non aveva neanche gli occhi per piangere!
Nessuno era riuscito a penetrare nel suo cuore puro, né lei si preoccupò mai di svelarsi e così avvenne che la sua profonda dignità passò per superbia. Da allora rigò dritta per la sua strada che diventava sempre più dura fino a quando Clementino, Nicola e Benedetto non si fecero, in mezzo agli stenti, giovani uomini pieni di salute e di forza.
Il primo si trovò una moglie tra le ragazze che lavoravano come lui la terra. Se la rimirava con gli occhi pieni di desiderio mentre erano tra i covoni di grano e nascondevano appena i loro tentativi maldestri di toccarsi le

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Aisha 5 nel baretto

Mercoledì ore 18, fa quasi caldo e l’odore del fiume che a sprazzi invade la terrazza della gelateria, mi ricorda gli anni vissuti sul Po, a Ferrara, ma l’odore dell’Arno va detto, è meno penetrante, più gradevole insomma, almeno oggi.
È andato tutto come previsto, alla sorpresa dell’incontro ”casuale”, sono seguite le chiacchiere di rito e adesso Cesca è seduta al tavolo con le ragazze e sembra un fuoco d’artificio.
Noi maschietti siamo alla balaustra a guardare il parco fluviale, una zanzara, un ricordo, un velo di nostalgia; però negli occhi di Tonio vedo un bagliore strano, il bastardo mi guarda e sogghigna come se stesse tramando qualcosa.
Io non gli do spago e finisce che è lui a sbottonarsi e mi fa:
-“Cesca, la tua piccola pulce, mi ha fatto leggere la lettera che ti ha dedicato,”
-”Quale?”- faccio io con malcelata indifferenza, - “fra noi è d’uso scriverci lettere pur vivendo insieme “.
“Quella dove ti annuncia l’arrivo di un erede, stronzo!, non fare finta di non capire, Cesca mi ha onorato delle sue confidenze perché sa che ti sono fratello, ed io ho apprezzato molto il suo gesto, e devo dire che addirittura mi ha ingelosito l’amore che questa ragazza porta per te, onestamente non so se la meriti davvero; sto scherzando, la meriti e come, vi meritate l’un l’altra, siete in sintonia come non ho mai visto nessuno prima, si prof, confesso di essere veramente geloso e invidioso di te, e comunque, congratulazioni, e sia ben chiaro, il padrino del nascituro, maschio o femmina che sia dovrò essere io o non ti guarderò più in faccia.
E così dicendo mi ha abbracciato ed io mi sono messo a piangere, poggiato alla sua spalla, e fra un singhiozzo e l’altro gli ho confessato tutte le mie paure, lo sgomento e al contempo la gioia per la gravidanza di Francesca, il terrore per non essere capace di gestire questa cosa meravigliosa e terribile insieme, insomma la mia normale, quotidiana, inad

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   1 commenti     di: luigi deluca



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