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Racconti d'avventura

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URCA: incipit

Una voce irruppe nel buio.
"Ehi Mayo, sei sveglio?"..."Mayo, mi senti?"...
"Che c'è Autilo?"
"Scusami, ma non riesco a dormire".
"E io cosa ci posso fare?"
"È da un po' di tempo che voglio soddisfare una curiosità: cosa significa il tuo nome?... Mayo".
"Dico, ma sei matto? È notte fonda. Ti sembra questa l'ora per una domanda del genere?"
"Su, non ci vuole tanto a rispondere".
"Porca vacca. Poi prometti che mi lasci dormire?!"
"Prometto".
"Mio padre era uno studioso di antropologia. Ebbe l'ispirazione da una popolazione che abitava il continente americano più di mille anni fa, molto prima della desertificazione: i Maya. Così si chiamavano".
"Ah... Beh, è bello, sembra una cosa importante..."
"Tu piuttosto, rompiscatole, Autilo, cosa cavolo significa?"
"Lo sapevo che me lo avresti chiesto. Viene da un vecchio racconto che mia madre, che faceva la bibliografa, trovò rovistando fra pile di vecchi libri sopravissuti al tempo. Era stato scritto da un tale Jules Verne. Raccontava di una città sottomarina, come la nostra. Di un capitano, Nemo, e del suo
sommergibile, il Nautilus".
"Come mai non ti ha chiamato Nautilo allora?"
"A mamma non piaceva la enne iniziale, le sembrava un'accezione negativa; lei era un po' superstiziosa, così decise di chiamarmi Autilo".
"Una città sottomarina?! Qualcuno, già in quel tempo lontano, aveva intuito che si può vivere sotto il mare?"
"Già, pare proprio di sì. Prima dell'Era Caotica".
"Va bene Autilo. Adesso che abbiamo soddisfatto la nostra curiosità, lasciami dormire".
"D'accordo Mayo, scusami. Buonanotte".
"... notte..."

Per sapere come continua puoi richiedere URCA in libreria o acquistarlo in rete... Buona lettura

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2 commenti    0 recensioni      autore: Rudy Mentale


Qualche ospite indisederato in Africa

Prima di andare a Matany, nessuno mi aveva mai parlato dei serpenti o degli insetti che avrei potuto trovare lì, probabilmente perché, alle persone che avevo incontrato, prima di partire per la Karamoja, avevo posto molte altre domande.
La casa che mi fu assegnata era inoltre recente, costruita in mattoni, con il tetto in lamiera ed isolata con un buon contro soffitto; aveva due camere da letto, un soggiorno, una cucina e un bagno, tutte collegate da un lungo corridoio e alle finestre robuste zanzariere.
Se non avessi avuto le zanzariere alle finestre, durante la stagione delle piogge, sarei stato invaso da milioni di insetti, attirati in casa, la sera, dalla luce dei neon.
In Ospedale, invece, era impensabile mettere le zanzariere alle finestre perché le porte dei reparti erano costantemente aperte, perciò mi faceva sempre impressione, durante la stagione delle piogge, vedere alcuni muri del reparto neri di zanzare.
In casa, per fortuna, non c'era questo problema e, soprattutto con l'arrivo di Monica e dei nostri figli, nel 1994, il livello di guardia divenne massimo, con l’uso frequente degli spray insetticidi e di spirali al piretro in ogni stanza, e con controlli minuziosi di mia moglie, ogni sera, sulla tenuta delle zanzariere che coprivano i letti dei nostri bambini.

In casa c’erano anche degli ospiti non umani.
Il primo era un geco, una sorta di lucertola di color marrone chiaro, che viveva sui muri della casa e stazionava sempre in camera nostra.
Alla sera si spostava sulla zanzariera per catturare i piccoli insetti, tra cui le zanzare di cui era proprio ghiotto.
Questo animaletto l’ho sempre guardato con simpatia: era una piccola guardia del corpo nella mia camera, mi difendeva e, sapere che c'era, mi conciliava il sonno.

L'altro ospite presente in casa era la tarantola rossa, ragno assai velenoso.
Per fortuna, scoprii la sua presenza diverse settimane dopo il mio arrivo, quando il mio ambientam

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0 commenti    0 recensioni      autore: Antonio Sattin


Ivan

Ivan si stava preparando seriamente a quella nuova missione, il pericolo dell'ultima volta gli dava molte preoccupazioni, questa volta voleva essere sicuro di essere all'altezza della situazione, non voleva che l'imprevisto lo cogliesse nella sua trappola. Il suo allenamento doveva essere serio, il suo corpo non si doveva più piegare sotto lo sforzo fisico, doveva essere una molla di acciaio. E venne il giorno della partenza, tutto regolare, tutto controllato, lui e il suo equipaggio salirono a bordo, tre uomini e una donna, si inizia il conto alla rovescia e poi su nel cielo, no, su nell'universo. La terra sempre più piccola, sempre più lontana, ed ora erano soli nell'immensità dell'universo. il viaggio procedeva secondo i piani, tutto nella norma, ogni tanto potevano parlare anche con la famiglia, e ogni volta sul viso di Ivan compariva una lacrima; era fiero del suo lavoro ma la voce della sua donna lo riportava tra le cose della sua terra, tra le braccia del suo amore. Era stato difficile scegliere tra la missione o un tranquillo lavoro a terra; da una parte la sua donna, dolce, sensuale, donna nel senso più ancestrale della parola e dall'altra parte la sua eterna passione, l'ignoto, i misteri dell'universo. Ivan non sapeva scegliere, avrebbe voluto entrambe le cose, ma fu la moglie a scegliere per lui, lei lo sapeva che se non fosse partito sarebbe stato una condanna a morte per il suo uomo, e lo spinse a scegliere la missione anche se ogni volta che ne parlavano a lei venivano i lacrimoni. Lei avrebbe voluto dirgli di non partire ma lo amava troppo per renderlo infelice. In quella navicella c'era tanto tempo per pensare, si aveva le sue belle mansioni da svolgere, ma poi quando stava di riposo poteva fantasticare su quello che le sue donne stavano facendo, si Ivan aveva due donne che lo aspettavano, la moglie Franca e la figlia Roberta, una splendida ragazzina di quasi 13 anni; e si sa che a quell'età si vive di sogni, e Roberta aveva fatto del suo pa

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6 commenti    0 recensioni      autore: bruna lanza


L'insolito sesso

I vetri della lunga finestra erano rigati dall'acqua piovana. Le gocce ne segnavano la superficie scivolando lente, poi più veloci quando si univano fra loro. Ciascuna mostrava a suo modo il mondo intorno. Migliaia di minuscoli specchi ricurvi riflettenti una realtà deforme: questo erano. Luisella - che detestava il suo nome trovandolo insulso - le guardava, seguendo la loro triste sorte, il loro inevitabile suicidio sul davanzale, il momento in cui cessavano di vivere come gocce, mescolandosi al bagnato informe del freddo travertino.
"Che mattinata di merda!" pensava.
Al lavoro le avevano affidato troppe commissioni, come sempre. Così era uscita di corsa salutando i colleghi con un " Ciaoooo!" e si era infilata frettolosamente in auto. Dopo aver programmato rapidamente una mappa mentale dei vari luoghi della città da toccare, aveva deciso di fare la prima tappa alle poste. Il traffico era intenso nonostante fossero le nove del mattino e l'ufficio postale dove si recava di solito, a qualche chilometro di distanza. Lentamente, si era avvicinata in zona e aveva parcheggiato. Di buona lena si era avviata a piedi pensando che forse, data la distanza dal parcheggio, non era valsa la pena di andare in macchina.
Finalmente era entrata, sudata. Cinque sole persone in fila, quasi un miracolo! Mentre era assorta nel pensiero delle rimanenti ambasciate, si era avvicinato un giovane alto e scurissimo che lentamente l'aveva oltrepassata e con nonchalance, si era appoggiato con un gomito in prossimità dello sportello. Non una parola da parte di alcuno. La tensione era diventata palpabile, mentre la prima signora della fila stava terminando la sua operazione. Il giovane accennò ad ignorare il suo turno per rubare il posto agli altri, così Luisella sbottò:
"Guardi che c'è una fila!"
Senza neppure rivolgerle lo sguardo, lui:
"E chi si muove! Anzi, io non ho fretta. Quasi quasi mi leggo il giornale! "
E così detto, estrasse dalla tasca posteriore dei je

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La terra di Nuzgad - Il conte Krames

Anno Hundar 2784
Il villaggio del conte Krames prosperava sotto il suo stendardo.
Le truppe erano ben pagate e il loro morale era alle stelle.
I villani erano compiaciuti dalla bontà e dalle leggi scritte dal conte.
Nessuno pativa la fame, nessuno era povero.
Ma i banditi era sono in agguato in quelle fitte foreste, gli attacchi diventavano
sempre più frequente e i commercianti aveva chiesto al conte di fare qualcosa.
Il conte risposte subito alle loro suppliche, mandando qualche drappello di uomini
a sorvegliare le strade che portavano al villaggio.
In breve tempo i soldati crearono dei posti di pattugliamento lungo le strade
con ronde di soldati di 8/10 uomini.
I banditi non erano armati come i soldati del conte, per lo più preferivano l'arco
invece della spada, preferivano attaccare dalla distanza più tosto che usare attacchi ravvicinati.
Finchè i banditi decisero di fermare gli attacchi in quella zona, i commercianti così in poco tempo ritornarono a vendere i loro prodotti in quel villaggio.
I soldati del conte rimasero lì per un anno a controllare quelle strade, ormai divenute sicure.
Molti banditi decisero di disertare e mollare i loro capi, finchè un uomo chiamato Lester Nomak si fece avanti per guidare i banditi contro le carovane dei commercianti che passavano da quelle strade.
L'unico problema era che i banditi non sapevano combattere a corpo a corpo, ed essendo un ex soldato di professione, decise di insegnare hai banditi tutto quello che aveva imparato nell'esercito professionale del conte.
In pochi mesi molte reclute si aggiunsero nelle file dei banditi, che in breve tempo crebbero di numero.
Fino a quanto Lester, non decise che era l'ora di attaccare le strade che conducevano al villaggio. Il suo obiettivo in realtà non erano i commercianti, ma il villaggio.
Voleva impadronirsi del villaggio. Diventare il nuovo conte.
Solo che i banditi non sapevano che il loro capo gli avrebbe mandato a morte certa.
Si fidavano di lui e

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1 commenti    0 recensioni      autore: .:Spartacus:.


Ogni mattina in Africa

Tutti i giorni alle 11. 30 circa, dopo le visite nel mio reparto, mi recavo all'Outpatient Department, così erano chiamati gli ambulatori per i pazienti esterni.
L'edificio, ampio, costruito di recente, era situato a fianco dell'ingresso generale dell'Ospedale. Quando entravo, sempre di corsa, con il camice già indossato, immancabilmente in ritardo, davo una rapida occhiata alla sala dove sedevano, sulle file di panchine, numerosissimi pazienti, per rendermi conto di quanto sarei stato occupato lì quel giorno.
In fondo alla sala principale, sedevano ad un tavolo una suora Comboniana, infermiera, e un’infermiera Karimojong, intente ad interrogare i vari malati. Come in qualunque Pronto Soccorso moderno, queste due infermiere valutavano rapidamente la gravità dei casi arrivati, li registravano e preparavano una scheda d'ingresso ad ognuno di loro. Se la patologia riscontrata era banale e il paziente non appariva grave, seguendo precisi protocolli, somministravano dei farmaci e il paziente veniva quindi mandato via. Tutti gli altri passavano nel secondo corridoio dove erano disposti tre ambulatori medici, due per gli adulti e uno per i bambini.
Normalmente quando arrivavo io, nell'ambulatorio pediatrico era già al lavoro Giulietta, la pediatra, molto più puntuale di me. Aprivo la porta, la salutavo calorosamente e proseguivo nella seconda stanza dove mi attendevano i due infermieri del mio ambulatorio.
I malati che visitavo non perdevano certo tempo a spogliarsi, vestiti com’erano solamente di un telo e di una gonna, le donne, e di un mantello la maggior parte degli uomini. Si distendevano, apparentemente tranquilli, sul lettino dopo che avevo raccolto molte informazioni che l'infermiere mi traduceva in inglese. Li visitavo accuratamente, da capo a piedi, cercando di capire ed assegnare, infine, un nome al disturbo, malattia o sindrome che il bambino, la donna, la gravida o l'anziano presentavano.
Scrivevo tutto nella scheda med

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0 commenti    0 recensioni      autore: Antonio Sattin


Due amori

-Non si tratta di inutili parole, ma di fatti- mi sussurrò Antonio, stringendomi le spalle col braccio.-Ti do tre milioni e tu mi porti Penelope in Turchia, ad Antalya,- aggiunse ancora.
-Che ci faccio con tre milioni? Non mi bastano, non se ne parla...- obiettai, conoscendo bene Penelope e le sue esigenze.
- Non fare il difficile, lo so che Penelope ti piace. Ho visto come la guardi, come la sfiori...- mormorò malizioso. -E poi, quando ti capita... hai un mese intero da trascorrere solo con lei, lontano da quel ladro che la mantiene e che la trascura...-
Annuii in silenzio, fissando i suoi occhi lucenti da felino attraverso la fessura delle palpebre. "Ha ragione", pensai uscendo,"io amo Penelope e farei di tutto per stare un po' con lei".
Penelope la vidi per la prima volta a Favignana. Era sola come me, stava quasi in disparte sulla banchina della tonnara vecchia, carezzata dalle acque limpide della baia, dalla brezza tiepida di giugno, ed era, non ho bisogno di dirlo, bellissima.

-Il denaro non è importante- mi assicurava ancora Antonio - l'importante è il mare, l'avventura...- e io, ingenuo, gli credevo, anzi credevo a tutti quelli che mi lusingavano con le sirene dell'avventura ad ogni costo.
Col senno di poi devo ammettere a me stesso che la storia dell'avventura costi quel che costi io l'ho pagata di prima persona e a caro prezzo, mentre i "signori" che me la facevano continuamente baluginare davanti hanno continuato ad essere ricchi adoperando altri deficienti come me per fare i loro porci comodi. Ma questa è un'altra storia.
Quel giorno d'inizio giugno Antonio mi consegnò le chiavi di Penelope... perchè Penelope è uno splendido sloop di quaranta piedi in vetroresina dalle linee molto marine chel'armatore lasciava marcire nelle acque sporche del porto per quasi trecento giorni all'anno. Io ero felice ( da giovani basta poco), avevo una barca, un porto d'arrivo ben distante e quattrini e ancora un carico di nafta, mezza tonnellata d'ac

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