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Racconti d'avventura

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Quanto pus!

Una delle ricchezze più grandi che abbiamo noi europei e il mondo cosiddetto civilizzato è la disponibilità e l’accesso all'acqua potabile.
Quest'acqua straordinaria, di cui noi disponiamo in casa, è un sogno per la stragrande maggioranza degli abitanti della terra. Per molti del Nord del mondo però quest'acqua è diventata ormai da tanto tempo il minimo indispensabile; la vera ricchezza ora è avere la vasca con l’idromassaggio o la piscina.
Nel mondo povero, l'accesso all'acqua è davvero una grande ricchezza e ricordo bene che, nel 1989, il Presidente Ugandese Museveni annunciava alla tivù, tra i miglioramenti della nazione, in quell'anno, la costruzione di molte centinaia di nuovi pozzi per l'acqua, oltre l'incremento di produzione di bottiglie di Coca Cola e di birra, forse, più veri indici di benessere di quel Paese.
La Karamoja è la regione più povera ed arretrata dell’Uganda e assetata d’acqua per molti mesi dell'anno.
La popolazione locale costruisce, da secoli, piccole dighe per fermare l'acqua piovana, creando così dei laghetti, o meglio delle pozze, circondate nel tempo da grandi alberi. Quell'acqua fangosa rappresenta davvero una ricchezza per gli abitanti dei piccoli villaggi nei dintorni e per i loro animali.
Nel tempo, sono stati costruiti, in principio da parte degli europei, in seguito anche dal governo, dei pozzi vicino a questi piccoli bacini, nella speranza che solo l’acqua dei pozzi fosse utilizzata per bere. Quest'acqua, come la normale acqua potabile, è insapore ed incolore ma i karamojong preferiscono, finché ce n'è, il gusto carico dell’acqua della pozza, con tutte le conseguenze che si possono immaginare.
I lunghi mesi senza pioggia di questa sperduta regione, l'utilizzo di poca acqua sporca, il vento impetuoso di quei lunghi mesi aridi, la polvere che entra fin dentro le capanne, l'abbigliamento minimo della gente, il camminare a piedi nudi, la pochissima igiene per

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0 commenti    0 recensioni      autore: Antonio Sattin


La terra di Nuzgad - Il conte Krames

Anno Hundar 2784
Il villaggio del conte Krames prosperava sotto il suo stendardo.
Le truppe erano ben pagate e il loro morale era alle stelle.
I villani erano compiaciuti dalla bontà e dalle leggi scritte dal conte.
Nessuno pativa la fame, nessuno era povero.
Ma i banditi era sono in agguato in quelle fitte foreste, gli attacchi diventavano
sempre più frequente e i commercianti aveva chiesto al conte di fare qualcosa.
Il conte risposte subito alle loro suppliche, mandando qualche drappello di uomini
a sorvegliare le strade che portavano al villaggio.
In breve tempo i soldati crearono dei posti di pattugliamento lungo le strade
con ronde di soldati di 8/10 uomini.
I banditi non erano armati come i soldati del conte, per lo più preferivano l'arco
invece della spada, preferivano attaccare dalla distanza più tosto che usare attacchi ravvicinati.
Finchè i banditi decisero di fermare gli attacchi in quella zona, i commercianti così in poco tempo ritornarono a vendere i loro prodotti in quel villaggio.
I soldati del conte rimasero lì per un anno a controllare quelle strade, ormai divenute sicure.
Molti banditi decisero di disertare e mollare i loro capi, finchè un uomo chiamato Lester Nomak si fece avanti per guidare i banditi contro le carovane dei commercianti che passavano da quelle strade.
L'unico problema era che i banditi non sapevano combattere a corpo a corpo, ed essendo un ex soldato di professione, decise di insegnare hai banditi tutto quello che aveva imparato nell'esercito professionale del conte.
In pochi mesi molte reclute si aggiunsero nelle file dei banditi, che in breve tempo crebbero di numero.
Fino a quanto Lester, non decise che era l'ora di attaccare le strade che conducevano al villaggio. Il suo obiettivo in realtà non erano i commercianti, ma il villaggio.
Voleva impadronirsi del villaggio. Diventare il nuovo conte.
Solo che i banditi non sapevano che il loro capo gli avrebbe mandato a morte certa.
Si fidavano di lui e

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1 commenti    0 recensioni      autore: .:Spartacus:.


Ancora una volta

16 Ottobre di gelo.
Mi sono svegliata alle 07. 00 con la stessa sensazione di Dicembre 2008.
Spaesata, crisi d'identità e ansia. Bum Bum Bum. Il cuore impazzito. La mente pure. Non ho dato molto peso a queste sensazioni. Per fortuna dopo 9 mesi riesco a gestirle quando ritornano. Mi spavento comunque, ma non come un anno fa.
Un anno fa rimanevo nel lettone di mamma a guardare la tv a pensare in continuazione a queste brutte sensazioni, era un circolo vizioso. Non riuscivo a non pensarci e più ci pensavo piu mi veniva l'ansia. Un anno fa piangevo disperata e non mi andava di vedere nessuno. Avvolte mi dava fastidio perfino il mio stesso respiro. Ascoltavo troppo il mio corpo, ascoltavo troppo ''Gli Scherzi Della Mente". Gli Scherzetti Dell'ANSIA, o meglio del Dio PAN. Non mi riconoscevo più e ogni notte chiedevo a mamma quando tutto ciò sarebbe finito.
È stato un fulmine a ciel sereno. Mi sono ritrovata di colpo come un cucciolo infreddolito, impaurito, terrorizzato. Mi sentivo il Niente dentro. Anzi non mi sentivo proprio. Avvolte avevo il BISOGNO di masturbarmi per sentire che c'ero. Per sentire che ero VIVA. Era come se io fossi completamente esclusa dal mondo. Una cosa a parte. Tutto questo l'ho rinchiuso per tre mesi dentro a quattro mura e un lenzuolo. Poi mi decisi a reagire, come ho sempre fatto. Io sono una debole, è vero, ma quando mi rialzo sono più forte di ogni cosa. Decisi di uscire, era periodo Natalizio quindi uscii per comprare qualche cosuccia. Viale Bonaria, Via Roma, Via XX Settembre e Via Sonnino. Un freddo cane, fuori e dentro me. Guardavo il mondo, le persone, i palazzi, il cielo con occhi diversi. Come se fosse una specie di sogno.
È dura rivivere certi periodi della propria vita raccontandoli. Sopratutto se è la prima volta che lo fai.
Avevo le occhiaie, pesavo 38 Kg. Non mangiavo quasi nulla. Per me niente aveva senso. Anzi, qualcosa si. La presenza di mamma ogni notte affianco a me. Le stringevo la mano

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4 commenti    0 recensioni      autore: Anna Lecardi


L'incontro con Vernard

Tutto ebbe inizio nel 1412, la santa inquisizione aveva nelle sue mani l'intera Inghilterra dominata usando un ragionamento basato sull'idea comune di un Dio, il sistema era semplice: chi dubitava di loro finiva tra le fiamme, ma ora parliamo della mia vita, come già detto, tutto iniziò nel 1412...

Ero nella mia casa, un'abitazione umile, in legno, abitavo con i miei genitori e a quel tempo avevo 18 anni ne più ne meno di quanti ne avrei avuti per centinaia di anni a venire. Quel pomeriggio uscii per una battuta di caccia, con me portai solo un arco; qualche freccia e un coltello da caccia. Chiusi la porta e osservai gli alberi: la debole luce del pomeriggio era resa smeraldina dalle foglie attraverso cui passava e le venature di esse erano ben visibili, l'aria era umida e tirava un debole venticello. Mi incamminai all'interno del bosco dietro la mia casa, l'autunno era passato da poco quindi il terreno era ancora tappezzato di foglie rosse e gialle, che si univano a formare un quadro di straordinaria bellezza. Vidi un cervo saltare agilmente tra gli alberi, iniziai a camminare lentamente per vedere dove si sarebbe fermato, mi piazzai dietro un albero con la freccia alla mano; l'animale si fermò a mangiare delle bacche, era l'occasione perfetta, non potevo muovermi; se mi fossi mosso avrei pestato le foglie e il cervo sarebbe fuggito, allora presi bene la mira e scoccai la freccia: vibrò nell'aria come un calabrone ma per il vento o per qualche decisione divina la freccia andò a conficcarsi nel terreno facendo così fuggire l'animale. Dentro di me soffrì per il fallimento ma decisi che avrei continuato a dare la caccia alla bestia, mi avvicinai al cespuglio e cercai di trovare qualche indizio, ma nulla, proseguii guardandomi intorno, cercando l'animale, durante il percorso potei osservare la natura: piccoli passeri che volavano e canticchiavano soavi melodie, il profumo del muschio che riempiva i miei polmoni e quella strana serenità che provavo in quel p

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La volta che sono quasi morto

Faccio roccia, tuffi, enduro, sci e paracadutismo. Oppure ho fatto, d'accordo, e mica si può far tutto in una volta del resto! Faccio anche un lavoro itinerante, di cui parlerò magari un'altra volta, e che mi costringe a fare circa centomila km l'anno, tra auto, aereo e treno, da più di trentatre anni, ormai. Fanno più di tre milioni di chilometri con lo sconto. Sono andato e tornato dalla luna più di tre volte, per capirci. E ho avuto i miei begli incidenti stradali, circa dieci/dodici in auto, tra piccoli e grossi, ed altrettanti in moto. Undici in una sola estate, dei quali otto denunciati all'assicurazione, che per questo non mi amava molto, al tempo. Incidenti eh, non cadute, perché con quelle i numeri a due cifre non basterebbero nemmeno!

Ma la volta che sono quasi morto non stavo facendo nulla di tutto questo.
Ero in barca con mio cognato, fedele compagno e collega di quasi tutte queste mie attività, pur con proprie peculiarità, la più pericolosa delle quali è proprio la sua assoluta mancanza di paura e la sua incomparabile presunzione. Insomma, lui è uno di quelli che credono sempre di saper fare tutto e di poter fare tutto, specialità nella quale comunque anch'io non me la cavo male. La vela è una di queste attività che abbiamo condiviso, con risultati quasi sempre inferiori a ogni nostra più nera aspettativa. Però di morire, beh, quello non l'avevamo messo in conto. Invece...

Invece successe che un bel giorno d'estate, al lido di Spina, provincia di Ferrara, attività prevalente produzione di zanzare, di ogni tipo e cilindrata, decidessimo di fare, appunto, un giro con la mia barca a vela. Oddio, barca forse è una parola grossa, un guscio di quattro metri con una vela latina piantata sopra, ecco! Comunque era mia e l'avevo portata fin là sul tetto della mia auto. E non capovolta come farebbe qualsiasi persona di buon senso, ma all'altro verso, così da prendere più aria possibile e fare un po' da ala portante durante il viaggio

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7 commenti    1 recensioni      autore: mauri huis


Il Capitano e l'arte della guerra

Il Capitano si alzò di buon umore. Sbocconcellò con grande piacere una fetta di strudel di mele ancora caldo, che il suo attendente era andato a prendere di buon'ora al villaggio vicino al fronte, sorseggiò con soddisfazione crescente la fumante tazza di caffè arabico che, sempre per opera del suo impareggiabile attendente, gli era stata posta a tempo debito sopra il tavolo da campo, su cui erano distese le carte militari. Badando a non lasciar cadere goccia dello scuro liquido sulle preziose mappe, il Capitano sorseggiava, esaminava e meditava. Erano diversi giorni che il fronte era statico. Le due compagnie si fronteggiavano, ma nessuna delle due parti prendeva iniziative. Ciò lo turbava: si aspettava da un momento all'altro una sollecitazione all'azione da parte degli Alti Comandi ed era sua intenzione prevenirla. Si fece portare il suo potente cannocchiale e si avviò a passo deciso verso la torretta di osservazione. Piazzò lo strumento sull'apposito sostegno, estrasse dal taschino della giubba un immacolato fazzoletto e con esso si stropicciò l'occhio destro, quindi pulì accuratamente l'oculare e si accinse all'osservazione. Grandissima fu la sua meraviglia e il suo sconcerto nel constatare, dopo alcuni minuti di attento e scrupoloso esame, che le linee del nemico apparivano completamente deserte. Chiese all'attendente di osservare a sua volta, per essere certo di non aver preso un abbaglio: questi confermò che da quell'altra parte non si vedeva alcuno. Interpellò la sentinella che rispose di aver notato il fatto e che lo avrebbe riferito all'ufficiale di servizio non appena questi si fosse presentato. In effetti l'ufficiale arrivò in quel preciso momento, giusto in tempo per attirare su di sé le ire del Capitano, il cui buon umore mattutino era definitivamente svanito. Terminata la dura rampogna, il Capitano si ritirò nel suo quartiere per raccogliere le idee. L'assenza del nemico sulla linea del fronte lo sconcertava. Nella sua non lunga ma d

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La luce a Matany

La sala macchine dell’Ospedale di Matany è il cuore energetico pulsante, indispensabile per la vita di tutto quel complesso costituito da reparti, laboratorio, radiologia, farmacia, sala operatoria, sterilizzatrice.
Senza energia elettrica un Ospedale africano passa di categoria e diventa soltanto dispensario.
Nella sala macchine funzionavano tre potenti generatori; il più piccolo era tenuto fermo, di riserva, mentre gli altri due si alternavano al lavoro.
Il più potente dei tre era impiegato la mattina per cinque ore, dalle 8 alle 13.
Durante queste ore si accumulava la maggior richiesta energetica per l’attività della radiologia, dell’officina meccanica dell’Ospedale, così pure della falegnameria, oltre al laboratorio e alla sterilizzatrice. I generatori venivano spenti alle 13 per essere riaccesi dalle 17 fino alle ore 21.
Poi a Matany piombavano il buio e il silenzio.
Nel tempo, grazie a donazioni e ad acquisti intelligenti, era stato man mano installato, all’interno dell’Ospedale, un sistema di illuminazione a 12 Volt, grazie a batterie caricate dal sistema foto-voltaico.
Diversi pannelli solari sui tetti, permettevano ai frigoriferi di funzionare e a numerose lampade al neon di illuminare in modo sufficiente i reparti.
Quando accadeva che il silenzio della notte fosse interrotto dal rombo lontano del motore diesel del generatore, e dalla contemporanea accensione di tutte le luci delle case e dell’Ospedale, non opportunamente spente, significava che la sala operatoria era stata aperta per qualche emergenza.
Mi svegliavo sempre a quel rombo lontano e allo scintillio dei neon che si accendevano in casa e riprendevo sonno soltanto quando era ritornato il silenzio che ovviamente segnava la fine dell’intervento.
Quando ero di guardia o reperibile per la sala operatoria, accendevo il generatore soltanto dopo aver organizzato per bene l’intervento chirurgico, con tutto il personale della sala operatoria pr

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1 commenti    0 recensioni      autore: Antonio Sattin



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