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Racconti d'avventura

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Il monte Moroto

Ogni mattina, appena alzato dal letto, aprivo le tende delle due finestre della camera. La prima finestra, rivolta esattamente ad est, aveva un panorama davvero suggestivo e perciò era sempre la prima che andavo a spalancare perché la vista sulla sconfinata savana africana, senza nessun edificio che ne limitasse la visuale e con il maestoso massiccio del monte Moroto all’orizzonte, era di una bellezza straordinaria. L’altra finestra, invece, rivolta a sud, era assolutamente anonima, si apriva soltanto sul nostro piccolo orto, chiuso da un'alta siepe che separava la nostra casa dal giardino dell'ospedale, sempre molto affollato di pazienti e dei loro parenti.
La vista della montagna di Moroto, oltre che affascinante, mi destava sempre un immenso desiderio di scalarla, di esplorarla. Appariva così vicina, soltanto 40 chilometri, così bella e imponente che mi sembrava impossibile, per più di due anni nella mia precedente missione a Matany, non aver avuto modo di organizzarvi una sola escursione. L'altezza non era proprio proibitiva, solo 3100 metri, la cima più alta, e l'aspetto non era certo quello di una montagna impegnativa. Il Moroto era abitato da una popolazione, i Tepes, presente anche negli altri due massicci principali del Karamoja, il Kadam e il Napak, ed erano loro, probabilmente, i più antichi abitanti di quella remota regione dell’Uganda, emigrati sulle montagne per sopravvivere all’arrivo dei Karimojong, pastori nomadi, forti guerrieri, insediatisi in quel territorio qualche secolo fa.
Ad un occhio inesperto, come era il mio, non c'era una grande differenza tra questa popolazione delle montagne e quella dei Karimojong. La semplicità e la povertà del loro modo di vestire e di vivere era assai simile. Qualche differenza si poteva più facilmente osservare sugli ornamenti delle donne, in modo particolare sul numero di collane attorno al collo, molto più numerose nelle donne Tepes. La povertà di questa popolazione era anch

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   1 commenti     di: Antonio Sattin


Realta' molesta

Giorno freddo e piovoso. Un gran giorno del cazzo, anche se alla fine mi piace la pioggia. Quando piove la citta' si trasforma, diventa qualcosa di incredibile. Questi mutamenti si possono notare in tutto. C'e' in giro meno gente, prima nota positiva. L'asfalto si colora di tonalita' variopinte, anche se alla fine è sempre cemento desolante. L'odore cambia. Si puo' sentire tutto più amplificato, anche mentre stai fumando. Un tiro lungo, diretto ai polmoni come un treno in corsa. La sigaretta si consuma in un'attimo.
Il profumo del tabacco ti rimane adosso alle mani per un pacco di tempo. Piove. 5 del pomeriggio. Inutile mattinata passata a ricordare qualcosa che non esiste piu'... noia, angoscia, rabbia. Esco dalla mia tana, qualche soldo per farsi passare la serata. Vado in stazione. Mi è sempre piaciuto stare in stazione, vedere tutta quella gente che va e che viene, immersi ognuno nel proprio mondo, nei rispettivi problemi. A volte sembra bestiame al pascolo, oppure un cumolo gigantesco di formiche laboriose.
Io. Fermo. Immobile. Sembro una statua. Osservo, scruto, risolvo. Che cosa non lo ho ancora capito. Vado a comprarmi una birra. Ovviamente, da bravo reietto, alcol di scarto, una splugen. Mi fa cagare la splugen ma costa solo 40 cents. Ne prendo due. Cassa, sorriso alla cassiera che conosce gia' il mio vizio, porta.
In stazione c'è un carretto. io sto li di solito. Potrei vincere la gara di "trainspotting", almeno quelli del film si facevano le pere e avevano un po' di trambusto per portare avanti il loro sport. Bevo la prima birra... che palle. La noia ti colpisce in qualsiasi momento.È assassina, inferocita rispetto la morte. Quando arrivo a meta' della splugen inizia un retrogusto di vomito veramente particolare, mi chiedo da sempre se è questa la caratteristica che contraddistingue questa birra. Alla fine, la finisco.
Arriva Joy, un amico mio un po' più grande di me. Se ne va quasi subito, ma non prima di aver scroccato un paio di sorsi

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   0 commenti     di: aleks nightmare


Alla ricerca della tua isola

Nel 2002 a fine aprile ho navigato da Port Colon (Panama) fino alla Jamaica. Mi ha sempre affascinato il mondo dei pirati e cosi' decisi di fare rotta verso il mitico Morgan's Harbour in Jamaica. Purtroppo non fu una navigazione semplice, anche perche' avevo a bordo due israeliani privi di esperienza. Incontrai mare formato e onde incrociate per le prime 24 ore, dopo miglioro' di poco la situazione; stremato decisi di consegnare il timone a Davide. Non ricordo se furono 4 o 5 i giorni di navigazione, ma quando arrivammo nel lungo canale che ci portava al Morgan's Harbour l'unica cosa che desideravo era una coca-cola fresca (avevo vomitato per due giorni); la seconda che sbarcassero immediatamente i miei due ospiti, che sollievo un po' di pace in barca.
Nei giorni successivi consolidai l'amicizia con Carlos, che fortunatamente oltre a parlare quella lingua strana (patwah), parla anche spagnolo. Uscendo dal marina mi recai (era domenica)al villaggio vicino, sconsigliato da Carlos mi fermai in un bar gestito da due ragazze; immediatamente attirai l'attenzione di diverse persone, alcune delle quali si dimostrarono subito ostili nei miei confronti, ma le due ragazze del bar e un tipo che lavorava al marina presero subito le mie difese, dopodiche' Mary la più giovane delle propritarie mi fece conoscere un tipo dalla corporatura grossa, che inconfutabilmente doveva essere il boss del paesino, aho! Dal quel giorno che mi videro girare per il villaggio con lui mi rispettavano tutti. Cari amici miei a parte NAUSICA, dhai si scherza! Dicevo ue' la' la situazione non è tanto piacevole per noi "bianchi". Non si scherza la Jamaica e soprattutto Kingston sono pericolose.
FINE PRIMA PUNTATA

Seconda Puntata: Ricerca di un pezzo di ricambio nella capitale.
... continua SECONDA Puntata.
Brevemente vorrei ritornare a Colon, una cittadina squallida degradata e pericolosa, l'unica nota positiva era la presenza di svariate iguana sul prato del marina, la mia barca era ormeggiata

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   0 commenti     di: Isaia Kwick


La mucca in dono

Quando arrivai nella corsia del reparto maschile, quella mattina, Sampson, il capo sala, m’invitò ad entrare nella seconda stanza a destra, perché un paziente voleva ringraziarmi.
Il paziente, seduto nel letto, appariva notevolmente migliorato e pensavo di dimetterlo quello stesso giorno. Era entrato in Ospedale, pochi giorni prima, con febbre alta, dolore toracico e tosse. Con l'esame clinico era stata diagnosticata una polmonite. Dopo averlo ricoverato nel reparto maschile, avevamo iniziato subito la terapia antibiotica endovenosa. Come la maggior parte dei pazienti con polmonite, il quadro clinico era solitamente così eclatante che non veniva richiesta la radiografia del torace, per una conferma, e anche per non causare ingolfamento in radiologia dove lavorava soltanto un tecnico.
Il paziente era sorridente, contento di sentirsi bene; non parlava inglese e perciò Sampson, infermiere karimojong, anche lui allegro e sorridente, perché sapeva già tutto, traducendomi disse che quel signore voleva ringraziarmi tanto perché, quando era stato ricoverato, pensava di morire, tanto male respirava, ed ora invece si sentiva guarito.
Disse che mi donava una mucca, e mi sembrò proprio molto soddisfatto e orgoglioso di quel suo gesto.
Io mi sentivo così imbarazzato che dissi solo "grazie", cercando nella mente di ricostruire il caso clinico che non mi era mai parso così drammatico. Non sapevo che altro dire, perché era la prima volta, in assoluto, che ricevevo un dono da un paziente particolarmente riconoscente.
Le mucche, sapevo bene, rappresentano per i karimojong lo scopo della loro vita e inoltre questi pastori sono convinti che tutte le mucche del mondo siano per loro; i karimojong sono pastori da secoli, e le mucche non sono utilizzate per la produzione di latte o formaggio, un cibo che non conoscono, e nemmeno per la vendita della carne o del pellame, ma principalmente come simbolo di ricchezza. Più mucche possiedi, più sei ricco,

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   1 commenti     di: Antonio Sattin


L'hotel delle mille avventure

C'èra una volta, in un grande hotel, una giovane bambina di nome Catline, aveva sei anni ma era capace di molto nonostante l'età! Viveva in quell'hotel da circa due anni, con la sua tata, che si occupava di lei perchè la madre era fuori dall'Italia per lavoro, ed il padre era morto. Ma la bimba non era a disagio, anzi tutto il contrario, era ricca grazie al lavoro fiorente della madre che faceva l'attrice, e non le faceva dunque mancare nulla. Catline non si annoiava mai, era una peste, tutti ormai la conoscevano come una birbante in hotel e ne combinava di tutti i colori. Ma non aveva cattive intenizoni, infatti aveva moltissimi amici e ancora più conoscenti. In ogni occasione speciale (Come ad esempio per matrimoni, nozze comunioni e cose del genere che venivano svolti in hotel) lei non poteva mancare... e ovviamente combinarne una delle sue! Il proprietario, era una di quelle persone che ci tenevano alla propria reputazione e a fare un'ottima figura, a svantaggio di Catline, che, nonostante ciò, continuava a fare quello che aveva sempre fatto : Dispetti. Dall'apparenza non sembrava assolutamente così vivace, era bionda, ben vestita, sempre pettinata e aveva sempre un'aria allegra, che ti faceva cambiare umore, ma subito dopo averla conosciuta, l'umore tornava peggio di prima! La madre, la signora Barton, di ciò non sapeva niente, per questo la lasciava lì tranquillamente. Una delle sue più note birichinate è , quando tutti stavano organizzando gli antipasti per un matrimonio, lei, di nascosto cominciò ad assaggiare la torta nuziale... assagiando assagiando, un pezzo tira l'altro fino a mangiarla tutta... nessuno vide che fu lei ma chi poteva essere? pensò il proprietario, incastrandola. Per questo per ogni evento cercano tutti e in ogni modo di tenerla lontano dalla sala ospiti, ma invano. Il proprietario, il signor James, se ne fece una ragione e chiuse un occhio (Magari due) per tutte le cose che Catline aveva combinato. Ma ciò non poteva fare per

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   0 commenti     di: silvia


L'elettrone comunista

Ormai eravamo arrivati alla frutta, non c'era mattina che gli elettroni di una vecchia Tudor litigassero. Tutti contro uno, il solo ad affermare che la corrente gira da destra a sinistra e non viceversa.

   0 commenti     di: Isaia Kwick


Andrey e l'isola di Meth

Capitolo 1

C'era una volta, in un lontano paese del nord, un ragazzo, un certo Andrey, chiamato anche "Andre", aveva quindici anni, era vivace e in cerca di avventura, ma sfortunato. Era magrolino, esile insomma, ed era dunque il soggetto preferito dei ragazzi piu grandi. Ne vedeva di tutti i colori, ma non parlava. Ogni volta, quando usciva con una ragazza, cominciavano a prenderlo in giro, e gli fecero perdere perfino il vizio di uscire. Insomma, quel povero ragazzo non ne poteva più. Poi, un giorno, arrivò l'opportunità che gli avrebbe sicuramente permesso di cambiare vita : un trasloco. A proporre ciò fu lo zio, Simone, che sarebbe dovuto andare in un'isola sperduta per motivi di lavoro per fare ricerche, e se lo sarebbe voluto portare, per avere un po' di compagnia. Ovviamente Andrey accetta, tutto pur di liberarsi di quelle orribili persone che lo perseguitavano. L'avventura inizia!
Il viaggio, sarebbe durato circa 3 mesi, ma i genitori non avevano timore a mandarlo con lo zio Simone, si fidavano, quindi quei 3 mesi sarebbero passati velocemente. Il ragazzo, appena saputa la notizia comincia a fare i bagagli, felicissimo di intraprendere una nuova avventura; Finalmente arriva il tanto atteso giorno della partenza. I genitori erano in ansia, ma lo lasciarono partire ugualmente. Dopo tanti saluti, abbracci e raccomandazioni finalmente zio e nipote entrano in aereo (un aereo privato, ovviamente, non andavano a fare una vacanza e nessuno conosceva l'isola). Il volo è straziante, ma una volta arrivati tutto cambia. Andrey si sente una persona nuova, speciale, si vede sommerso dalla natura. Però c'è qualcosa che non quadra: dov'è la loro casa? Infatti appena scesi sull'isola egli domanda allo zio: " Zio, ma... ecco dov'è casa nostra? Cioè dove abiteremo per questi 3 mesi? E lo zio : "Bhe, caro Andrey, non abbiamo una casa, dobbiamo costruirla noi, se vogliamo avere un minimo di comodità, non credi?" "Sì, comunque hai ragione, e ti aiuterò! Sarà d

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   2 commenti     di: silvia



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