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Racconti d'avventura

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La resa dei conti

Procedeva al passo, con lo sguardo rivolto verso il terreno; alla ricerca delle orme da seguire, i segni che lo avrebbero portato sempre più vicino all'uomo che stava cercando. Mike cavalcava lungo il sentiero arido, il calore lo faceva sudare e ogni tanto una smorfia di dolore gli trasformava i tratti del viso: da qualche anno soffriva di una forte lombosciatalgia e a volte andare a cavallo risultava difficile. Aveva vissuto all'aria aperta, dormendo spesso nei bivacchi intorno al fuoco, a contatto con la natura ed esposto ai suoi capricci. Era il tempo in cui andava in cerca di fuorilegge che avevano una taglia addosso. Era stato molto in gamba, difficilmente qualcuno era riuscito a sfuggirgli. Aveva una capacità di osservazione notevolissima, carattere fermo e un'ottima mira. In gioventù aveva avuto un fisico atletico, il viso dai tratti decisi con occhi attenti e profondi.
Portava folti baffi che gli conferivano un'espressione dura e un revolver Smith & Wesson Schofield in bella vista, dentro una fondina in cuoio modellata per l'estrazione rapida. Aveva inoltre l'abitudine di nascondere una piccola pistola a due colpi con le guance dell'impugnatura in madreperla. La teneva dentro un taschino per tutte le evenienze. Aveva tante avventure da ricordare, momenti in cui la vita si gioca in un attimo e i riflessi sono importanti quanto una buona dose di fortuna! Ma era stato molto tempo prima e lui aveva creduto che non si sarebbe più trovato in una situazione simile. Ormai aveva più di sessant'anni. Era appesantito, più lento, non si sentiva l'uomo di una volta: non avrebbe più cercato nessuno per soldi, per riscuotere una taglia. Si era ritirato nella sua casa in Arizona e là avrebbe voluto finire i suoi giorni. In pace!
La notizia era arrivata per caso: si era sparsa velocemente la voce che un giovane era stato assassinato da un giocatore d'azzardo, probabilmente scoperto a barare. Il giocatore lo aveva pugnalato a morte a sangue freddo e poi era

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La scrivania.

Se guardiamo attentamente dentro di noi, possiamo suddividere la nostra vita in tanti paragrafi, come nei racconti, basta far combaciare tutti i tasselli al posto giusto, come nei puzle.
Sin da piccolo ero attratto dalla donna, mi piaceva guardare le sue forme, le sue labbra, le sue cosce, spesso nell’uomo è sintomo di sguardi libidinosi, è delizioso vederla ancheggiare a destra e a sinistra, con fare disinvolto ed innocente, come gli sguardi sempre ingenui ma folgoranti, spingendo il più delle volte l’approccio, in un incontro casuale, (è sempre la donna a decidere chi deve corteggiarla).
L’uomo crea lo spunto iniziale per far si che la donna, si convinca a lanciare quei sguardi di cui parlavo prima.
Avevo accennato prima dei puzle, già, quando ero giovane cercavo avventure con donne più grandi di me, mi appagavano ma non completamente, dovevo spaziare in più parti per sentirmi soddisfatto.
Forse sarà stato il caldo del sud ad aver sviluppato in me questo istinto di conquista, fatto sta che ho sempre inseguito gonnelle, le mie avventure sessuali hanno riempito la mia giovinezza.
Giovinezza tanto per dire, ricordo per esempio l’inizio del nuovo secolo, avevo già superato i 45 anni, vita tranquilla da uomo sposato, qualche macchia, (c’è sempre negli uomini sposati), qualche avventura senza particolare significato, come per esempio quella mattina, ero andato al lavoro come al solito, mi occupo di costruzioni, ho una ditta ben avviata, una decina di operai che seguo tutti i giorni, poi nel pomeriggio vado nel mio ufficio per sbrigare la parte burocratica e contabile della ditta.
Quella mattina dicevo, all’entrata del cantiere, c’era un operaio in compagnia di una bella ragazza, (poteva avere vent’anni, pensavo fosse la fidanzata), mi chiedeva lavoro, erano dell’est, lui parlava poco Italiano, mentre lei era già un po’ di tempo che viveva in Italia, per cui era lei a parlare per lui, gli risposi che eravamo al completo ma aspettavo

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La guerriera

Abituata a cavarsela da sola, Leya non fece tanto caso alla carovana che transitava in fondo alla valle, pensava anzi che qualsiasi aiuto, le venisse offerto, era solo un ostacolo al suo cammino, quindi si preoccupò di rimanere il più possibile nascosta, senza tuttavia rallentare la marcia, ma sempre attenta a non avvicinarsi troppo.
Era cinque giorni che camminava, in quel territorio selvaggio e sconosciuto, ma dove sapeva muoversi con destrezza, cibandosi con piccole prede arrostite, amare radici vegetali e dissetandosi con frutti dolciastri e acqua di magri ruscelli, era diventata una guerriera sfuggendo alle regole del villaggio che la volevano moglie sottomessa e madre prolifica, era cresciuta tra rozzi uomini dediti alla caccia e donne esperte nel crescere la prole, ma ne gli uni, ne le altre l'avevano domata quando era una ragazza, figuriamoci adesso.
Quando decise di abbandonare il villaggio, era certa che nessuno l'avrebbe seguita ne cercata, in fondo, a chi mai poteva interessare una donna che tutto sapeva fare tranne che essere una degna moglie ; agli occhi degli uomini del villaggio, lei appariva come una figura incompleta, troppo asciutta e muscolosa per generare la vita, troppo astuta e intelligente per sottomettersi alle regole domestiche. Così, quando per due giorni non la videro rientrare, nessuno se ne preoccupò.
La carovana avanzava pigramente sospinta dalle possenti zampe di quadrupedi mansueti, in testa alla fila c'era il carro di Yark, esperto e rispettato uomo che guidava il resto del gruppo con coraggio e imparzialità, tanto da essere stato eletto loro Capo indiscusso. Con lui, viaggiava la moglie ed i quattro figli, tre maschi poco più che ragazzi e una femmina Shara, già in età da marito.
Yark, conscio della sua responsabilità, stava sempre attento a non mostrarsi mai debole ed insicuro,
anzi, faceva della sua fierezza un arma contro la quale nessun altro uomo poteva competere, sapeva guardare sempre più lontano di qualsias

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2 commenti    1 recensioni      autore: enrica. c


L'Immorale

Avevo dato appuntamento ai miei creditori inferociti, per la fine del mese, presso la Free Bank.
Non mi sono fatto trovare e nemmeno so come l'abbiano presa.
So, solamente, che in questo splendido albergo dolomitico, crostacei e mozzarella arrivano in elicottero e sono serviti con i guanti bianchi.
L'aria frizzante è buona e della modella elvetica con cui condivido
la suite, vi dirò dopo.
Peccato per il tempo speso nello studiare l'ennesimo piano di fuga.
Le tre valigette piene di cartastraccia stanno, ancora, nella cassaforte del Maestoso.
Come souvenir, ho arraffato gli asciugamani, il posacenere e Ingrid.
Ho dimenticato di regolare il conto e mi auguro che lo dimentichi,
anche l'Albergatore.
Ad ogni buon conto, gli ho telefonato, ammonendolo che se avesse
osato denunciarmi, ci saremmo rivisti in Tribunale, dove avrei spifferato tutto.
Forse aveva la coscienza sporca, visto che fino ad oggi non ha sporto querela.
 
Annoiarsi è bello e annoiarsi con una straniera è stupendo.
Ingrid ama, ancora oggi, indossare le minigonne e calzare stivaletti.
L'immaginario erotico non saprebbe inventare di meglio.
Già le ginocchia inducono a peccare, figuriamoci il resto.
Angolazioni inesplorate e foriere di promesse ammaliatrici.
Tanto ben di dio lo avevo sempre sognato, sin da fanciullo.
Ognuno ha i suoi limiti di perversione, ma temo che per me, non ci sia salvezza.
Allorché Ingrid accavalla le gambe, cerco sempre di spiare il colore dei suoi slip.
Fatica inutile, non ne ha.
 
I patti erano stati chiari: Niente sesso, solo collaborazione per truffare alcuni evasori, abili nello "ottimizzare" le imposte da pagare all'erario.
Dopo tre settimane di isolamento in un villino sul lago di Ginevra,
cominciai a guardare la coinquilina, in un certo qual modo.
Con sorpresa, mi accorsi che anche lei mi guardava in quel certo qual modo.
Era bello vederla ed era bello canticchiare nella vasca da bagno.
E già, non dovevamo parlarne, ma si pensava sempre

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6 commenti    1 recensioni      autore: oissela


Guardando la linea del mare

Paul guardò dietro di se, l'enorme campo di grano che si estendeva sembrava quasi affogare fra le grandi pozzanghere. Tornando a guardarsi dinanzi vide un cartello che indicava il nome del paese che si innalzava davanti ai suoi occhi:PIANGENTE. Il paesino era interamente costruito in pietra, le mura che lo circondavano erano piene di crepe e muschio. A prima vista comprese che all'interno di esse si racchiudevano tristezza e angoscia da sempre. Paul decise di addentrarsi in quella macabra città. Al suo interno era completamente desolata, ogni casa aveva le persiane chiuse e le porte sbarrate. Paul camminò fino a trovarsi davanti a un campanile con un grande rosone sulla facciata.
Entrò nella chiesa e rimase affascinato dai meravigliosi dipinti sul soffitto, abbassò lo sguardo e sul fondo della navata vide una figura incappucciata, non poteva vedere il suo viso ma nella penombra gli sembrò di riconoscere un sorriso maligno sul suo volto. La misteriosa figura dal mantello nero cominciò ad allungare le sue mani pallide e scheletriche verso il cappuccio e cominciò ad abbassarlo lentamente. Proprio nel momento in cui Paul era sul punto di di vederlo in viso sentì suonare la sua sveglia e sua madre che lo chinava. Aveva fatto un'alta volta quel sogno. Chissà come mai faceva sempre lo stesso, sempre uguale, sempre con gli stessi minimi dettagli.
Comunque oggi era il 20 giugno: il giorno del trasloco, doveva prepararsi a partire. Paul e la sua famiglia sarebbero andati ad abitare in quella che era stata la casa di suo nonno prima di morire. I suoi genitori gli avevano detto di averci già vissuto per un paio d'anni quando lui era ancora molto piccolo, troppo piccolo per ricordare qualsiasi cosa.
<<è pronta la colazione Paul!>>Urlò sua madre<<Scendo subito mamma!>>. Paul non era affatto triste di partire, anzi, qui non aveva amici e pensò quindi che avrebbe avuto l'occasione per farsene di nuovi. Il viaggio fu molto lungo e quando cominciò a

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0 commenti    0 recensioni      autore: Alice


Il dentista

Mi svegliai, quella mattina di metà novembre, con un forte mal di denti e durante la colazione cercai sollievo con un analgesico, sperando che quel dolore fosse passeggero.
Lavorai tutto il giorno con quel piccolo tormento in bocca che non mi dava pace.
Ero tornato soltanto da un mese dalla mia vacanza in Italia e, preoccupato, pensavo che avrei dovuto aspettare quasi un anno, prima di rientrare a Padova per un'altra vacanza, e potermi curare da mio cugino Nanni.
Quando andai a letto, la sera, non presi sonno per il mal di denti e al pensiero di come risolverlo.
In Ospedale non c’era il dentista, non c’era neppure l’attrezzatura per la cura delle carie, soltanto gli strumenti, i ferri, per le estrazioni dentarie.
Quante estrazioni di denti avevo fatto a Matany! E solo per un mal di denti!
I Karimojong, per loro fortuna, non hanno gran che bisogno di uno specialista dentista, grazie alla loro ottima dentatura e alla efficace pulizia dei denti eseguita con uno spazzolino ricavato dai rami di una pianta locale. Tutte le settimane, però, mi capitava di osservare qualche piccola carie che raramente produceva grosse lesioni.
Questi pazienti con il mal di denti arrivavano nell’ambulatorio dell’Ospedale già decisi per l’estrazione e, a noi medici, non rimaneva che sudare quattro camicie per togliere questi denti robusti con tutta la radice.
Durante questi interventi sudavo abbondantemente dalla fatica e la mia mano, dallo sforzo continuo ed intenso, al termine mi sembrava quasi paralizzata. Dovevo inoltre fare tanta attenzione a non fratturare quei denti, tra l’altro robustissimi, e aiutarmi con delle leve, per lussare pian piano quel dente malato, per facilitarmi quel mio lavoro davvero tutto muscolare.
Dopo aver eseguito l’anestesia, facevo sedere il paziente su una sedia dell’ambulatorio; quale poltrona! Quale luce se non quella della finestra!
Sudavamo in due. Anche il paziente con la bocca aperta per

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0 commenti    0 recensioni      autore: Antonio Sattin


Realta' molesta

Giorno freddo e piovoso. Un gran giorno del cazzo, anche se alla fine mi piace la pioggia. Quando piove la citta' si trasforma, diventa qualcosa di incredibile. Questi mutamenti si possono notare in tutto. C'e' in giro meno gente, prima nota positiva. L'asfalto si colora di tonalita' variopinte, anche se alla fine è sempre cemento desolante. L'odore cambia. Si puo' sentire tutto più amplificato, anche mentre stai fumando. Un tiro lungo, diretto ai polmoni come un treno in corsa. La sigaretta si consuma in un'attimo.
Il profumo del tabacco ti rimane adosso alle mani per un pacco di tempo. Piove. 5 del pomeriggio. Inutile mattinata passata a ricordare qualcosa che non esiste piu'... noia, angoscia, rabbia. Esco dalla mia tana, qualche soldo per farsi passare la serata. Vado in stazione. Mi è sempre piaciuto stare in stazione, vedere tutta quella gente che va e che viene, immersi ognuno nel proprio mondo, nei rispettivi problemi. A volte sembra bestiame al pascolo, oppure un cumolo gigantesco di formiche laboriose.
Io. Fermo. Immobile. Sembro una statua. Osservo, scruto, risolvo. Che cosa non lo ho ancora capito. Vado a comprarmi una birra. Ovviamente, da bravo reietto, alcol di scarto, una splugen. Mi fa cagare la splugen ma costa solo 40 cents. Ne prendo due. Cassa, sorriso alla cassiera che conosce gia' il mio vizio, porta.
In stazione c'è un carretto. io sto li di solito. Potrei vincere la gara di "trainspotting", almeno quelli del film si facevano le pere e avevano un po' di trambusto per portare avanti il loro sport. Bevo la prima birra... che palle. La noia ti colpisce in qualsiasi momento.È assassina, inferocita rispetto la morte. Quando arrivo a meta' della splugen inizia un retrogusto di vomito veramente particolare, mi chiedo da sempre se è questa la caratteristica che contraddistingue questa birra. Alla fine, la finisco.
Arriva Joy, un amico mio un po' più grande di me. Se ne va quasi subito, ma non prima di aver scroccato un paio di sorsi

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