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Racconti d'avventura

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Ogni mattina in Africa

Tutti i giorni alle 11. 30 circa, dopo le visite nel mio reparto, mi recavo all'Outpatient Department, così erano chiamati gli ambulatori per i pazienti esterni.
L'edificio, ampio, costruito di recente, era situato a fianco dell'ingresso generale dell'Ospedale. Quando entravo, sempre di corsa, con il camice già indossato, immancabilmente in ritardo, davo una rapida occhiata alla sala dove sedevano, sulle file di panchine, numerosissimi pazienti, per rendermi conto di quanto sarei stato occupato lì quel giorno.
In fondo alla sala principale, sedevano ad un tavolo una suora Comboniana, infermiera, e un’infermiera Karimojong, intente ad interrogare i vari malati. Come in qualunque Pronto Soccorso moderno, queste due infermiere valutavano rapidamente la gravità dei casi arrivati, li registravano e preparavano una scheda d'ingresso ad ognuno di loro. Se la patologia riscontrata era banale e il paziente non appariva grave, seguendo precisi protocolli, somministravano dei farmaci e il paziente veniva quindi mandato via. Tutti gli altri passavano nel secondo corridoio dove erano disposti tre ambulatori medici, due per gli adulti e uno per i bambini.
Normalmente quando arrivavo io, nell'ambulatorio pediatrico era già al lavoro Giulietta, la pediatra, molto più puntuale di me. Aprivo la porta, la salutavo calorosamente e proseguivo nella seconda stanza dove mi attendevano i due infermieri del mio ambulatorio.
I malati che visitavo non perdevano certo tempo a spogliarsi, vestiti com’erano solamente di un telo e di una gonna, le donne, e di un mantello la maggior parte degli uomini. Si distendevano, apparentemente tranquilli, sul lettino dopo che avevo raccolto molte informazioni che l'infermiere mi traduceva in inglese. Li visitavo accuratamente, da capo a piedi, cercando di capire ed assegnare, infine, un nome al disturbo, malattia o sindrome che il bambino, la donna, la gravida o l'anziano presentavano.
Scrivevo tutto nella scheda med

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


bene arrivato in Africa

La prima volta che arrivai a Matany fu il 1 maggio del 1987 e come tutte le prime volte di qualcosa, la prima partita, il primo bacio, la prima ragazza, ma anche la prima sconfitta, il primo rifiuto ecc., il ricordo è nitido, quasi fissato, forse è meglio dire inciso nella memoria.
Avevo viaggiato tutto il giorno, dall’alba al tramonto su una Suzuki quattro ruote motrici, nuova di zecca, con il dott. Emmanuel, ugandese, neopatentato da un solo giorno, con il bagagliaio pieno di farmaci e vaccini.
C’eravamo alternati alla guida, prima io, nella prima parte della giornata, sulla strada asfaltata dove ci voleva più abilità sia, per il traffico e le numerose buche, che per la guida a sinistra come in Inghilterra; poi, una volta entrati in Karamoja, è stato il turno di Emmanuel che conosceva molto bene il territorio, con le strade che assomigliavano a piste nel deserto: così, infatti, mi era apparsa per la prima volta, quel giorno, la savana, del tutto arida, come sempre accadeva e come ebbi modo di imparare, alla fine della stagione secca.
Arrivammo a Matany ben dopo il tramonto e feci fatica, per il buio, a distinguere, all’interno del recinto dell’Ospedale, i vari edifici finché ci trovammo di fronte a quella che sarebbe stata la casa, mia e di mio fratello, che sarebbe arrivato, però, il giorno successivo con un piccolo aereo.
Era ora di cena. Mi dissero subito che avrei mangiato con gli altri volontari scapoli, un medico italiano, Sebastiano, un fabbro irlandese ed Emmanuel, nella casa vicina alla mia: pregustavo un’ottima cena di benvenuto e in fretta disfeci le valige nella mia camera.
Arrivarono a salutarmi, poco dopo, gli altri medici italiani, quelli sposati, tutti in camice, che tornavano dal lavoro. Apparivano proprio contenti per il mio arrivo, con un bel sorriso felice e cordiale.
Finalmente mi sedetti a tavola con gli altri tre scapoli, affamato e con grande aspettativa. Mi fu servito, sulla tavola nuda, come p

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


Doveva essere fatto!

"Doveva essere fatto!!".
Questo riecheggiava nella mia testa mentre il rumore del rotore del BlackHawk accompagnava le comunicazioni terra-bordo-terra del pilota che riceveva le ultime coordinate prima del drop-point.
Poco dopo l'annunciato ordine di mantenere il silenzio radio, assorto nelle ragioni che mi avevano portato fin li, fui riportato alla realtà dall'accensione della luce rossa e dall'interfono che mi dichiarava i cinque minuti allo sbarco.
Mettendo da parte i pensieri cercai di concentrarmi sui punti chiave della missione.
Sbarco, infiltrazione, sabotaggio, evacuazione e recupero.
Tutto di apparente semplicità ma quante cose potevano andare storte?
Non importava doveva essere fatto.
La pianificazione era stata studiata sin nei minimi particolari, ma si sa non si può prevedere tutto. Se solo una guardia avesse deciso che le sue necessità fisiologiche non avrebbero più potuto aspettare, mi sarei ritrovato con un problema non previsto da risolvere.
Non che non sapessi come affrontare le situazioni inaspettate. Anzi gli ingegneri della H&K avevano trovato un modo veramente efficace per risolvere quel tipo di problemi. Una soluzione che aveva il nome di MP-5SD. Un giocattolo veramente utile ma dannatamente micidiale se visto dalla parte sbagliata.
In certi casi però preferivo non farmi troppa pubblicità in quanto si rischiava solo di aumentare il numero delle sorprese non gradite.
Non importava doveva essere fatto.
Sistemato il giocattolino verificai che il resto dell'equipaggiamento fosse al suo posto.
La luce da rossa fissa divenne lampeggiante ad indicare l'incombente richiamo al dovere.
Il copilota girandosi dal suo sedile mi indicò col pollice alzato buona fortuna. Gli risposi con un cenno della testa, troppo teso e concentrato per rispondere col medesimo gesto.
L'elicottero per operazioni speciali si abbassò velocemente e la luce divenne verde.
Con le pulsazioni a mille mi gettai dal portellone già aperto coprendo quel p

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e fu vittoria!

Dopo i fasti di una mattinata passata a fumarsi cilum e a sparare stronzate sulla vita in generale, mi dirigo verso l'autobus che, con il solito ritardo olimpionico e da guinnes dei primati, mi riporta nella mia cara citta' natale. Non so perchè, ma il mio paese ha sempre un' alone di nebbia intorno. Manco fosse la transilvania o giu' di li. Appena scendo dal bus, in piazza, intravvedo Lory che sta li al solito posto. Il suo posto riservato, davanti alle cabine del telefono. Lory non si schioda mai da quel posto, sta li e attende tutto il giorno. Aspetta chiunque abbia grana, chiunque possa darle un po' di euri in cambio di sane sbocchinate.
La saluto. Lei risponde al mio saluto con un cenno fatto con la sua testa vaporosa. I suoi capelli sono sempre perfetti, sempre tenuti a posto. Alla fine lo fa per il suo business. Si puo' dire che non è una puttana vera e propria. Fa solo di bocca lei. Niente di piu'. Entro al tabacchi e mi compro le sigarette, che non ne avevo piu'. Gli sguardi delle persone continuano a tirarmi pietre. Certo ammetto che il mio aspetto non è da vip stile tv, ma cioè, ognuno fa del suo meglio per tirare avanti. A parte gli occhi piccoli piccoli e rossi iniettati a causa della fumata della mattinata, tenevo su una felpa sgualcita con qualche toppa, i jeans si stavano disfacendo tutti, non so neanche come stessero ancora assieme. i dreadlocks erano (sono ancora) sfatti ma alla fine, uno che ci deve fare? Mica si puo' avere il parrucchiere a casa tutti i giorni... e mica posso rompere sempre le palle a chi me li fa... non pensate?
va beh, mi compro ste sigarette immerso in questo campo minato di sguardi. Ci sono esemplari di vita di ogni tipo: tossici-vitelloni-vecchietti-etilici-etilici ultimo stadio-mafiosi-magrebini- vecchie-mamme-sorelle-eccetera eccetera eccetera. Il barista mi butta le sigarette sul bancone. Chesterfield rosse. Esco.
Mi appizzo la paglia mentre torno a casa. Sinceramente oltre alla nebbia costante, il mio p

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   1 commenti     di: aleks nightmare


La terra di Nuzgad - Il conte Krames

Anno Hundar 2784
Il villaggio del conte Krames prosperava sotto il suo stendardo.
Le truppe erano ben pagate e il loro morale era alle stelle.
I villani erano compiaciuti dalla bontà e dalle leggi scritte dal conte.
Nessuno pativa la fame, nessuno era povero.
Ma i banditi era sono in agguato in quelle fitte foreste, gli attacchi diventavano
sempre più frequente e i commercianti aveva chiesto al conte di fare qualcosa.
Il conte risposte subito alle loro suppliche, mandando qualche drappello di uomini
a sorvegliare le strade che portavano al villaggio.
In breve tempo i soldati crearono dei posti di pattugliamento lungo le strade
con ronde di soldati di 8/10 uomini.
I banditi non erano armati come i soldati del conte, per lo più preferivano l'arco
invece della spada, preferivano attaccare dalla distanza più tosto che usare attacchi ravvicinati.
Finchè i banditi decisero di fermare gli attacchi in quella zona, i commercianti così in poco tempo ritornarono a vendere i loro prodotti in quel villaggio.
I soldati del conte rimasero lì per un anno a controllare quelle strade, ormai divenute sicure.
Molti banditi decisero di disertare e mollare i loro capi, finchè un uomo chiamato Lester Nomak si fece avanti per guidare i banditi contro le carovane dei commercianti che passavano da quelle strade.
L'unico problema era che i banditi non sapevano combattere a corpo a corpo, ed essendo un ex soldato di professione, decise di insegnare hai banditi tutto quello che aveva imparato nell'esercito professionale del conte.
In pochi mesi molte reclute si aggiunsero nelle file dei banditi, che in breve tempo crebbero di numero.
Fino a quanto Lester, non decise che era l'ora di attaccare le strade che conducevano al villaggio. Il suo obiettivo in realtà non erano i commercianti, ma il villaggio.
Voleva impadronirsi del villaggio. Diventare il nuovo conte.
Solo che i banditi non sapevano che il loro capo gli avrebbe mandato a morte certa.
Si fidavano di lui e

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   1 commenti     di: .:Spartacus:.


Viaggio per la Karamoja

L'Uganda è chiamata la perla d'Africa.
Si trova proprio al centro dell'Africa, bagnata a sud, come se fosse un mare, dal lago Vittoria, il più vasto lago d'Africa e la vera sorgente del fiume Nilo.
Questa verde e fertile terra fu conosciuta ed esplorata dagli europei ben dopo la metà dell’800 ed ha rappresentato per tanti secoli quel mitico e ignoto territorio, sogno di tutti gli esploratori, dal tempo dei Romani, dove cercare le famose sorgenti del Nilo.
Tanti furono gli esploratori, nei secoli, che si avventurarono lungo le acque del Nilo sperando di raggiungere le sorgenti, ma vi trovarono solo la morte e in luoghi ancora molto lontani dalla meta.
La scoperta delle sorgenti del Nilo si deve agli esploratori inglesi che le cercarono partendo da sud, vale a dire dalla Tanzania, invece che da nord, cioè risalendo il Nilo, come avevano fatto tutti i loro predecessori. Per primi questi esploratori, in canoa, attraversarono, con molte difficoltà, il grande lago ed incontrarono la popolazione Baganda da cui il nome, in seguito, dello stato dell’Uganda.
L'Uganda è stata così isolata, per secoli, che quegli esploratori inglesi furono i primi uomini bianchi mai incontrati prima dalle popolazioni locali.
Scoperta la via d'accesso a questo verdissimo angolo ancora nascosto nel mondo, gli inglesi ne fecero presto, approfittando della buona accoglienza dei Baganda, un Protettorato, e già alla fine dell’800 fu costruita la lunghissima linea ferroviaria che dal Kenya arriva fino a Kampala, sede antica del re Baganda, che da villaggio divenne città ed infine capitale dell’Uganda.
L'aspetto dell’Uganda, per chi arriva in aereo, è davvero rigoglioso e le isole del lago Vittoria vicino alla costa, la rendono molto simile ad un paesaggio esotico caraibico.
Ogni volta che arrivavo all'aeroporto di Entebbe, a 30 chilometri dalla capitale, rimanevo colpito dai colori, così vivi che proprio m’incantavano, come pure dalle

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


Come nasce e muore una passione 1°

La prima volta fu per caso, senza averci mai pensato prima. Una croce, su un quesito d'un test della visita di leva, alla caserma Martini. E quel che ne conseguì fa parte di un'altra storia, ormai. Anzi, di un'altra vita: la mia prima. La seconda volta non fu un caso e non fece parte né della prima ne della mia seconda vita, ma della terza. L'attuale. Solo di striscio riguardò, anzi, riprese un po' la prima. Nell'ispirazione. E qui devo fare un passo indietro.
Come nasce una passione? Da un'idea, in primis, una voglia o poco più. Che però, invece di andare e venire, resta e, un po' alla volta, diventa un'esigenza e poi un progetto. Di solito con me funziona così. Ed ha un inizio ed anche una fine, se è vero che una volta scrissi "passioni transitorie e intermittenti / non funzionali ai loro stessi fini" che, penso, mi definisca più di mille parole. Questa durò sei anni, mese più mese meno.
Eran passati vent'anni da quella prima croce che mi catapultò, nel lontano 77, alla Scuola Militare di Paracadutismo di Pisa prima e alla caserma Vannucci di Livorno dopo, e nel frattempo non c'era mai più stata nessuna attività specifica, nè alcun interessamento di qualsiasi genere. La naja fu un capitolo, chiuso col congedo e riposto in un angolo oscuro della mente, assieme a tutti gli altri ricordi della mia prima vita.
Fino a una telefonata ricevuta da un amico di lavoro, alpino paracadutista, che proponeva una rentreè. Andata e ritorno alla festa annuale della Folgore. A me e a mio cognato, carabiniere paracadutista anche lui. In un primo momento declinai, perché sono sempre stato immune alle rivisitazioni nostalgico-goliardiche. Per me quando una porta è chiusa è chiusa. Difficilmente la riapro per riguardare dentro. E quella tale era: chiusa ormai per sempre.
Invece ci andai, più che altro per non rovinar loro l'idea e fare il viaggio in tre invece che due. Anche perché loro, tra di loro, si conoscevano appena. Infine nessuno di noi era nè d

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   7 commenti     di: mauri huis



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