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Racconti d'avventura

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C era una volta

un giorno d"inverno una bambina decise di scendere in giardino, lei sentiva sempre rumori di notte e un bel giorno decise di uscire a vedere cosa ci fosse. si avvicino ad un albero grande e sentiva che li arrivavano i rumori, dopo un attimo l"albero inizio a parlare e gli disse che era il suo angelo custode che lo manda... la piccola ELISA era impaurita ma poi si calmò e capi che lui era l"amico che lei tutte le sere sognava.. la notte cala e lei si addormenta accanto a lui. l"albero la protegge con i sui rami ed è cosi che lei si sentiva la bimba più felice del mondo. sapeva che aveva un angelo accanto a lei e non doveva più avere paura della notte

   4 commenti     di: annalisa


Virtuosismi sulle note degli iron butterfly

Scendi le scale, lasciati andare, senti la pelle che frigge sotto le mie mani, il suono stridulo di questa chitarra, viene da qui sotto, sotto dove sono i nostri amici che ancora ballano. Che ora è? Il tempo si è dilatato e ha preso la forma di un bicchiere, quello pieno ancora di birra, mi piace la birra, gonfia ma ne berrei a litri, cade giù ghiacciata lungo la gola e la musica si prende gioco delle bollicine e chiudo gli occhi, perché mi piace esserci senza che la vista mi ottunda il pensiero. Parole, parole che scorrono come il liquido gelato, si adagiano sui suoni primordiali di una batteria, entrano nel circuito viola della nostra essenza quella buia del nulla. Ci sono, vi ho chiamato più volte, eravamo tutti giù, dentro la buca del suono e aspettavamo la vostra chiamata per risalire alla luce, la luce lattea dell'alba, quando ancora il freddo buca il viso.
Il lago questa notte è nero, camminiamo avanti e indietro, sono ore che camminiamo, la testa sembra esserci ma è solo un'immagine virtuale. Siamo persi, uno nella testa sua e camminiamo lungo questo bosco illuminato da lucciole, punti bianchi fosforescenti, gli stessi che ora il buon Andrea prende a prestito al cosmo per i suoi quadri non quadri, finestre, lenzuoli di colori e di dissolte emozioni.
Il tempo è andato, quel lago è stato circondato, chi può essere più libero di assaporare il gusto della terra, di vivere su una spiaggia in una grande comune di gente che vuole giocare, si giocare in questa eterna infanzia, che non vogliamo abbandonare, perché non è esistito nulla che non sia stato già scritto o detto, dipinto o suonato.
Adagiamoci su questo prato di stoffa, afferrami la bocca e rotoliamoci fino a perdere i sensi, nel deliquio dell'amore, solo quello è l'antidoto per non impazzire.
Gli anni aumentano l'ingordigia e ti afferro per rapirti in quell'inferno di sensi, nel quale mi hai plasmato, nel quale sono cresciuta e di cui ci gustiamo golosi il maturo frutto.

   7 commenti     di: silvia leuzzi


I Tagliatori

"L'avventura che sarebbe durata 53 anni o forse anche di più sarà raccontata da me grazie a una carta volata nel tempo che mi permette di conoscere la storia di coloro capaci di saltare..."

L'avventura che sarebbe durata 53 anni o forse anche di più vi sarà raccontata da me attraverso un foglio contenente una storia ricca di mistero e di paura.
Tutto iniziò nel 1999 quando in Scozia nacque Jonathan Long, egli faceva parte della stirpe dei Tagliatori, un'antica stirpe basata sui principi del combattimento, egli fu abbandonato a soli quattro anni dalla sua nascita da sua madre, una donna che aveva attraversato l'inferno per suo figlio, che lo lasciò ad un vecchio esperto, in campo di combattimento. Il vecchio aveva un nipote, che fu riconosciuto, da quel momento, fratello di Nathan.
I due ragazzi furono allenati sulla concentrazione, sulla velocità e furono istruiti come veri Tagliatori fino a che non diventarono Tagliatori completi.
Quando compirono diciotto anni dovettero partire facendosi una promessa, che un giorno si sarebbero rincontrati e, così fu.
Quando tornò Nathan disse a suo fratello, dopo essersi salutati "Cosa ci fai qui?" a quel punto il fratello rispose "Potrei farti la stessa domanda, lo sai Jonathan?" "Sì" In un istante il fratello sfoderò la spada e disse "Combatti Jonathan, o forse preferisci Nathan?" e lui rispose
"Ma di che diavolo stai parlando?"
"Lo sai benissimo di che sto parlando"
"No, non lo so"
"Ok, ora ti rinfresco la memoria, ti dice qualcosa vecchio, maestro e morte"
"Che cosa stai cercando di dirmi?"
"Che il nostro maestro è morto e che tu sei stato ad ucciderlo"
In quel momento sferrò la spada contro Nathan che la schivò e disse "Se vuoi un incontro va bene, andremo alla stazione abbandonata"
Il tragitto fu breve; quando arrivati alla stazione e saliti fino in cima Nathan esclamò "Con o senza armi fratellino?"
"Con armi, Jonathan"
Sfilarono le spade e iniziarono a battersi spiccando salti e facendo cap

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Viaggio per la Karamoja

L'Uganda è chiamata la perla d'Africa.
Si trova proprio al centro dell'Africa, bagnata a sud, come se fosse un mare, dal lago Vittoria, il più vasto lago d'Africa e la vera sorgente del fiume Nilo.
Questa verde e fertile terra fu conosciuta ed esplorata dagli europei ben dopo la metà dell’800 ed ha rappresentato per tanti secoli quel mitico e ignoto territorio, sogno di tutti gli esploratori, dal tempo dei Romani, dove cercare le famose sorgenti del Nilo.
Tanti furono gli esploratori, nei secoli, che si avventurarono lungo le acque del Nilo sperando di raggiungere le sorgenti, ma vi trovarono solo la morte e in luoghi ancora molto lontani dalla meta.
La scoperta delle sorgenti del Nilo si deve agli esploratori inglesi che le cercarono partendo da sud, vale a dire dalla Tanzania, invece che da nord, cioè risalendo il Nilo, come avevano fatto tutti i loro predecessori. Per primi questi esploratori, in canoa, attraversarono, con molte difficoltà, il grande lago ed incontrarono la popolazione Baganda da cui il nome, in seguito, dello stato dell’Uganda.
L'Uganda è stata così isolata, per secoli, che quegli esploratori inglesi furono i primi uomini bianchi mai incontrati prima dalle popolazioni locali.
Scoperta la via d'accesso a questo verdissimo angolo ancora nascosto nel mondo, gli inglesi ne fecero presto, approfittando della buona accoglienza dei Baganda, un Protettorato, e già alla fine dell’800 fu costruita la lunghissima linea ferroviaria che dal Kenya arriva fino a Kampala, sede antica del re Baganda, che da villaggio divenne città ed infine capitale dell’Uganda.
L'aspetto dell’Uganda, per chi arriva in aereo, è davvero rigoglioso e le isole del lago Vittoria vicino alla costa, la rendono molto simile ad un paesaggio esotico caraibico.
Ogni volta che arrivavo all'aeroporto di Entebbe, a 30 chilometri dalla capitale, rimanevo colpito dai colori, così vivi che proprio m’incantavano, come pure dalle

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


Atlantide (terza parte)

<<Lunga e tortuosa è la strada per la salvezza>>, mormorò Liam Fletcher osservando il cammino in costante salita lungo il quale venivano condotti.
<<Le parole di un saggio scrittore?>> domandò Lescard accostandosi a lui.
<<No, solo i deliri religiosi di una madre in punto di morte.>>
Una fitta vegetazione circondava il sentiero, rigogliosa ed insolita. In essa conviveva ogni specie vegetale che Fletcher avesse mai visto o della quale avesse sentito parlare; o era un prodigio della natura o l'opera di biologi superlativi. Il sole splendeva vivace e spingeva la fauna a prodursi in una melodia costante che accompagnava ogni passo della strana processione. Le corde gli impedivano di controllarsi le tasche, ma Liam dubitava che gli avessero lasciato il telefono. Era inservibile, come mezzo di comunicazione, ma poteva ancora indicargli la data. Giudicò, ad ogni modo, che stava trascorrendo la mattina successiva al naufragio.
<<Il tempo cambia in modi strani, in questo posto>>, commentò senza rivolgersi ad alcuno, ma sapendo che solo uno dei presenti poteva rispondergli.
Alain Lescard emise un curioso suono strozzato e fece dei cenni. Gli uomini che li circondavano allungarono il passo o rallentarono per restare un po' indietro. <<Non cambia affatto, signor Fletcher. Questo sole è perenne, come pure la tempesta che l'ha accolta. Questo non è un luogo nel senso stretto del termine, non ha precise coordinate geografiche e non rispetta leggi comuni.>> Sollevò un angolo della bocca, ma non ne scaturì un vero e proprio sorriso. <<Se lei naufragasse oggi, Liam, troverebbe comunque vento e pioggia.>>
Si beava della propria consapevolezza, si rese conto Fletcher, ne faceva una posizione di privilegio e forza. Impossibile dargli torto, però, poiché in un luogo tanto singolare, dove nulla pareva al posto giusto, la conoscenza poteva essere una moneta preziosa. <<Se non è un luogo, come sono arrivato qui?>>
<<Domanda sbagliata, signor Fletcher. Ritent

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Il dentista

Mi svegliai, quella mattina di metà novembre, con un forte mal di denti e durante la colazione cercai sollievo con un analgesico, sperando che quel dolore fosse passeggero.
Lavorai tutto il giorno con quel piccolo tormento in bocca che non mi dava pace.
Ero tornato soltanto da un mese dalla mia vacanza in Italia e, preoccupato, pensavo che avrei dovuto aspettare quasi un anno, prima di rientrare a Padova per un'altra vacanza, e potermi curare da mio cugino Nanni.
Quando andai a letto, la sera, non presi sonno per il mal di denti e al pensiero di come risolverlo.
In Ospedale non c’era il dentista, non c’era neppure l’attrezzatura per la cura delle carie, soltanto gli strumenti, i ferri, per le estrazioni dentarie.
Quante estrazioni di denti avevo fatto a Matany! E solo per un mal di denti!
I Karimojong, per loro fortuna, non hanno gran che bisogno di uno specialista dentista, grazie alla loro ottima dentatura e alla efficace pulizia dei denti eseguita con uno spazzolino ricavato dai rami di una pianta locale. Tutte le settimane, però, mi capitava di osservare qualche piccola carie che raramente produceva grosse lesioni.
Questi pazienti con il mal di denti arrivavano nell’ambulatorio dell’Ospedale già decisi per l’estrazione e, a noi medici, non rimaneva che sudare quattro camicie per togliere questi denti robusti con tutta la radice.
Durante questi interventi sudavo abbondantemente dalla fatica e la mia mano, dallo sforzo continuo ed intenso, al termine mi sembrava quasi paralizzata. Dovevo inoltre fare tanta attenzione a non fratturare quei denti, tra l’altro robustissimi, e aiutarmi con delle leve, per lussare pian piano quel dente malato, per facilitarmi quel mio lavoro davvero tutto muscolare.
Dopo aver eseguito l’anestesia, facevo sedere il paziente su una sedia dell’ambulatorio; quale poltrona! Quale luce se non quella della finestra!
Sudavamo in due. Anche il paziente con la bocca aperta per

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


Boeing 737

Molti dicono che per vedere l’Africa in movimento è sufficiente mettersi in una qualunque strada di quel continente ed osservare: moltitudini di persone, uomini, donne e bambini sono in cammino lungo le strade durante il giorno, dall’alba al tramonto. Si muovono senza fretta, hanno sempre tempo per salutarsi. Percorrono chilometri e chilometri, tutti i giorni, per andare al lavoro, al mercato, a scuola o per salutare qualcuno. I veicoli che si incontrano sono sempre stracarichi di persone all’inverosimile. Finché c’è anche un minimo spazio all’interno di un’auto o di una corriera la gente sale. C’è sempre spazio per tutti.
È curioso, inoltre, osservare che nei veicoli il posto per i bimbi è fittizio, non esiste, perchè stanno sempre in braccio ai loro genitori. Ricordo a questo proposito che a Matany, una famiglia di nostri amici in partenza per la capitale aveva calcolato di aver ancora spazio nella loro auto per altre due persone. La mattina si sono, perciò, presentate, puntuali, le due infermiere che avevano prenotato quel posto; avevano l’aria tranquilla, salutavano gioiosamente la piccola folla di amici, illuse di portare con sé due figli piccoli, due grosse valige e alcune galline, il cibo necessario per i giorni successivi.
Noi europei non siamo così abituati, come gli Africani, a spartire il poco, o pochissimo a disposizione, sicuramente siamo più portati a dare precedenza alle regole, norme, assicurazioni, orari da rispettare ecc..
Tra i tantissimi ricordi di questi veicoli stracarichi ce n’è uno speciale, di un’esperienza di tanti anni fa, la mia prima esperienza africana, quando ventenne e con tanto spirito d’avventura, assieme ad altri ragazzi e ragazze, padovani e milanesi ho partecipato ad un campo di lavoro in Zaire, ora Repubblica Democratica del Congo, organizzato dai missionari Comboniani.
Ci trovavamo, gli ultimi giorni d’agosto del 1981 a Kisangani, città nel cuore del Congo, nella via di r

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   1 commenti     di: Antonio Sattin



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