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Racconti d'avventura

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Una notte incredibile

Per noi europei la notte in Africa ha degli aspetti magici e fantastici.
A Matany, l'Ospedale sorge su un lieve rilievo di un vasto altopiano a circa 1000 metri sul livello del mare, con una vegetazione rada, tipica della savana, e questo permette quasi dovunque un panorama a 360 gradi e così pure dalla casa dove abitavo; questo è uno degli aspetti più caratteristici ed incantevoli della Karamoja rispetto ad altre regioni ugandesi dove la vegetazione più fitta o l’assenza di rilievi impedisce una visione così imponente dei dintorni.
A Matany, la notte è inoltre arricchita dal panorama più affascinante del mondo e in pratica uguale da centinaia di secoli, la volta celeste, visibile dalla stella polare alla croce del sud, con la rotazione ciclica delle costellazioni, che rende lo scenario sempre diverso ad un occhio attento ed esperto, nelle varie ore notturne, con il migrare lento degli ammassi stellari, delle galassie e il passaggio da est ad ovest della luminosissima Via Lattea.
L’aria più secca della Karamoja e l'altitudine rendono davvero incredibilmente vicino il cielo.
Amavo molto, nelle ore notturne, leggere nella veranda di casa e ogni tanto guardare verso l'alto, incantato e sorpreso dalla luminosità delle miriadi di astri e galassie visibili e pensavo alle poche centinaia che ero solito vedere dalle nostre Dolomiti nelle migliori serate.
Ricordo che una notte, accampato con la mia famiglia sul monte Moroto, per una breve vacanza, a circa 100 chilometri da Matany, osservando il cielo notturno, chiesi ad un pastore, lì con noi, che cos'era quell'ammasso di stelle che disegnavano una figura imponente nel cielo. La risposta del pastore, che ci faceva da guida in quel piccolo villaggio nelle montagne del massiccio del Moroto, fu immediata: “Il guerriero”. Il tono della sua voce era però anche un po' interrogativo. Come per dire, “Ma nel vostro cielo non esiste questa costellazione? ”
Qualche anno dopo ho co

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   1 commenti     di: Antonio Sattin


Atlantide (Prima parte)

Un vento impetuoso schiaffeggiava la superficie dell'oceano aprendo in essa effimeri squarci e facendone sgorgare lacrime di candida schiuma. Un unico manto di nubi scure copriva il cielo fin dove vista umana potesse allungarsi, lugubre sudario che metteva fine al gioco di successione tra giorno e notte, risolvendolo in un'unica, eterna oscurità. Si sarebbe potuto dire che in quel luogo non v'era notte come nel deserto non attecchiva la vita, che fosse una condizione naturale ed immutabile. Appropriata, addirittura.
Sulla riva, lambito dalle dita più impavide che il mare protendeva, giaceva il corpo inanimato di un uomo vestito di stracci appesantiti dall'acqua e recante ferite ancora fresche sulle mani e sul viso. Un granchio stava per saggiare la sua consistenza con una chela quando un tremito lo scosse da capo a piedi e gli occhi gli si spalancarono. Privo di forze, il viso in parte affondato nel suolo molle, per lunghi momenti si contentò di scrutare la piccola fetta di mondo che gli era concesso di vedere.
Che si trovasse su una spiaggia era ovvio, e notò anche un piccolo molo di legno al quale erano attraccate diverse barche da pesca. Dove si trovasse quella spiaggia e a che città appartenesse quel modesto porto non riusciva proprio ad immaginarlo.
Con un sforzo immenso di volontà, pregando di non avere niente di rotto, incominciò a puntellarsi prima sulle spalle e le ginocchia, poi sui gomiti ed infine sulle mani, trovando che mettersi in piedi non fosse mai stato tanto difficile e che, a ben vedere, era un operazione abbastanza complessa da meritare qualche trattato ad essa dedicato. Barcollò e si tenne forte la testa perché temeva che potesse esplodergli, socchiuse gli occhi per ridurre il dondolio che minacciava di farlo vomitare. Quando finalmente trovò una sufficiente lucidità e riuscì a stare del tutto eretto, poté vedere qualcosa in più del luogo nel quale era naufragato.
<<Dove diavolo sono finito?>> chiese a nessuno o al ven

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La grande oratoria del Maestro Parlantini

Gentile pubblico. Sono qui presente per lo spettacolo di questa sera che come sapete non ha attori, non ha luogo, non ha regista, ci sono solo io qui con un rotolo di carta igenica sul quale ho scritto dei miei pensieri sia su di Voi che sulla società attuale.
Il secondino sentì filtrare la voce dalla cella e guardò l'orologio, si afrettò di corsa a chiamare altri suoi colleghi e a liberare dalle celle i carcerati meno pericolosi perchè anche questa notte, l'ex attore Parlantini, di ottanta anni, rinchiuso in cella per aver rubato un chilo di pasta al supermercato, ma recidivo, stava di nuovo sognando un suo spettacolo. Un gruppo inverosimile si accostò alla porta della cella per ascoltare le sue parole. Erano tutti affascinati dalla parlantina del Parlantini, e dai temi che toccava nei suoi monologhi, sempre attuali, e lucidi. Oppure storie emozionanti, di amore, di avventura.

Insomma lo spettacolo anche per quella notte, nel carcere della città di non so dove era cominciato. Ora ditemi voi se un paese come il nostro ha bisogno di un gruppo di tecnici per poterci governare? Ma tecnici di che? Questi sono elite di una classe
privilegiata che ha come scopo quello di ridurre al minimo il disastro commesso da cinquant' anni di falsa democrazia. Ma noi siamo una colonia. Siamo la colonia dell'America, dell'Africa, dell'Asia. Non ci riproduciamo più. Ma vi rendete conto? Fuori dalla porta i più annuivano. Ma ai miei tempi in Italia c'erano italiani ed europei, per lo più. E non voglio esser razzista è. Voglio solo dire che tra europei si tromba poco! Si scusate la volgarità ma la realtà è questa. Da fuori un accenno dì' applauso fu subito sedato con una manganellata sulle mani dell'entusiasta ascoltatore.

"Una volta non c'erano tutte le diavolerie come la tivu, il cinema, oppure internet. E tutta questa pornografia. Questa mancanza di contatto. Questa paura di malattie. Una volta ci si incontrava, si usciva, (lanciò un fischio a due dita che

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   3 commenti     di: Raffaele Arena


la bici di Tom

Era il classico tipo che si fa notare. Non troppo alto, capelli lunghi fino alle spalle castani, occhi sgranati con pupille a spillo. Vestiva quasi sempre con indumenti di jeans. Giubbotto e pantaloni. Si, era un tipo strano. Ormai aveva passato i trenta, ed era un reduce della sua generazione, della sua compagnia.
Erano rimasti in due. Lui e un'altro. Questo pero' era più conciato. Continuava a fare avanti ed indietro dal carcere. Aveva il sangue sporco. Era malato di aids. Anni di vagabondaggio e di interscambi sociali-tossici gli avevano fottuto la vita. Tom almeno si era salvato dalla malattia. Lui era pulito.
Non faceva un cazzo tutto il giorno, o almeno cosi' pareva. Non lavorava, non aveva una sua casa, non aveva un'auto. In fondo non aveva niente. Alla fine non aveva ne' l'affetto di amici, visto che tutti quelli che gli orbitavano attorno erano dei luridi bastardi, ne' aveva una ragazza, visto che era stato lasciato un' anno prima a causa della sua dipendenza. La mattina si svegliava sempre grazie a sua madre. Tom viveva con lei. Usava sempre la sua bicicletta per spostarsi. Usciva di casa e gia' a mezzogiorno era ubriaco. Tom beveva solo e sempre vino in cartone. S'ingollava litri e litri di purolento vino bianco in cartone tutti i giorni.
Molto probabilmente era anche alcolizzato oltre che eroinomane. Tom aveva una fama in paese, la fama del drogato perso, del perditempo, del fallito, del poverino. Era quello che rimaneva di un periodo grigio della gioventu' del paese. Una volta, la gran parte dei ragazzi si facevano le spade. Su cento ragazzi sicuramente settanta si peravano.
La roba veniva consumata in ogni luogo, in qualsiasi momento, in qualsiasi situazione. Di solito la gente si faceva in stazione. La stazione. Gente che va, gente che viene.
Beh, il più di loro ha preso un treno diretto per l'inferno. La stazione era cosi' trafficata di bucomani, che il capostazione la sciava una bottiglia tagliata di plastica, con scritto:-"LE SIRINGHE QUI!"-

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   1 commenti     di: aleks nightmare


Gli Ultimi Cavalieri - Kazakov

Si alzò di scatto dalla sedia. Buttò per terra la sigaretta appena accesa. Rimase a fissare l’orizzonte per un istante che sembrò eterno. Poi s’incamminò a passo lento verso la parte del campo dove erano parcheggiati gli aerei. Un turbinio di pensieri riempiva la sua testa. Lui, l’asso degli assi di tutte le Russie non riusciva a stare con le mani in mano aspettando che il suo paese scivolasse verso la fine. Doveva reagire, doveva assolutamente fare qualcosa. Si avvicinò al suo Snipe. Lo accarezzo quasi con tenerezza. Lasciò le sue ultime sigarette al meccanico, chiedendogli di conservarle fino al suo ritorno. Sapeva bene che stava mentendo. Diede l’ok ed il piccolo caccia si mise in moto. Traballò un attimo. Rimase in silenzio. Poi diede gas e si alzò in volo. Iniziò a virare. Dal principio piccole evoluzioni. Poi vere e proprie acrobazie. I soldati uscirono dalle baracche per ammirare lo spettacolo. Attirata dalle urla e dagli incitamenti una gran folla si ammassò per osservare il grande cavaliere. Kazakov li vide. Vide la sua gente. Vide la sua nazione. Era felice. Il suo cuore era pieno di gioia. Aveva ottenuto quello che voleva. Fece un ultimo passaggio a bassa quota e urlò loro di prendere le armi e combattere per la madre Russia. Tutti gridarono. Probabilmente non l’avevano sentito, ma poco importava. Era felice. Alzò ancora il suo Snipe. Calde lacrime gli segnavano il viso. Sorrise. Era soddisfatto. Mosse la leva e indirizzò il caccia verso terra. E chiuse gli occhi. Per l’ultima volta.

   5 commenti     di: Andrea Oldani


Viaggio per la Karamoja

L'Uganda è chiamata la perla d'Africa.
Si trova proprio al centro dell'Africa, bagnata a sud, come se fosse un mare, dal lago Vittoria, il più vasto lago d'Africa e la vera sorgente del fiume Nilo.
Questa verde e fertile terra fu conosciuta ed esplorata dagli europei ben dopo la metà dell’800 ed ha rappresentato per tanti secoli quel mitico e ignoto territorio, sogno di tutti gli esploratori, dal tempo dei Romani, dove cercare le famose sorgenti del Nilo.
Tanti furono gli esploratori, nei secoli, che si avventurarono lungo le acque del Nilo sperando di raggiungere le sorgenti, ma vi trovarono solo la morte e in luoghi ancora molto lontani dalla meta.
La scoperta delle sorgenti del Nilo si deve agli esploratori inglesi che le cercarono partendo da sud, vale a dire dalla Tanzania, invece che da nord, cioè risalendo il Nilo, come avevano fatto tutti i loro predecessori. Per primi questi esploratori, in canoa, attraversarono, con molte difficoltà, il grande lago ed incontrarono la popolazione Baganda da cui il nome, in seguito, dello stato dell’Uganda.
L'Uganda è stata così isolata, per secoli, che quegli esploratori inglesi furono i primi uomini bianchi mai incontrati prima dalle popolazioni locali.
Scoperta la via d'accesso a questo verdissimo angolo ancora nascosto nel mondo, gli inglesi ne fecero presto, approfittando della buona accoglienza dei Baganda, un Protettorato, e già alla fine dell’800 fu costruita la lunghissima linea ferroviaria che dal Kenya arriva fino a Kampala, sede antica del re Baganda, che da villaggio divenne città ed infine capitale dell’Uganda.
L'aspetto dell’Uganda, per chi arriva in aereo, è davvero rigoglioso e le isole del lago Vittoria vicino alla costa, la rendono molto simile ad un paesaggio esotico caraibico.
Ogni volta che arrivavo all'aeroporto di Entebbe, a 30 chilometri dalla capitale, rimanevo colpito dai colori, così vivi che proprio m’incantavano, come pure dalle

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


24 ore a Dar es Salaam

Era da poco iniziata la partita Barcellona–Arsenal, finale di Champions League 2005-06, e, seduto sul bordo di una comoda poltrona del soggiorno, guardavo appassionatamente con gli altri ospiti della casa quel match, augurandomi che, già nei primi minuti di gara, Ronaldinho o Henry sbloccassero il risultato segnando un bel gol. Sapevo, infatti, che per me lo spettacolo sarebbe durato ben poco e che appena dieci minuti dopo, Kikoti, il taxista di fiducia di padre Alojsious, sarebbe venuto a prendermi.
Kikoti molto puntuale, come ho imparato subito al mio arrivo in Tanzania, suonò dopo poco alla porta. Con grande disappunto, fui costretto ad alzarmi. Un’ultima occhiata allo 0-0 sullo schermo, un breve saluto agli altri volontari rapiti dalla partita, e via in taxi, direzione aeroporto.
Da poche ore ero arrivato a Dar es Salaam ed era già sera inoltrata. Le strade di Dar, poco illuminate, si erano svuotate e davano un’immagine veramente irreale di questa grande città, capitale caotica della Tanzania. Il traffico dopo le ventuno si spegne in fretta come le luci delle sue case. Nessuno è più in giro a quell’ora e raggiungere l’aeroporto diventa uno scherzo, neanche trenta minuti.
Scambiavo con Kikoti qualche battuta sull’aspetto della città di notte, ma i miei pensieri erano concentrati su come organizzarmi il resto della serata e l’indomani……quante cose dovevo e volevo fare nelle mie ultime 24 ore in Tanzania!
In aeroporto andavo a prendere Mario, Capo Sala della Sterilizzazione dell’Ospedale di Schio, alla sua prima missione in Africa. Non lo conoscevo e così, nell’attesa, davanti all’uscita, preso un foglio bianco all’ufficio informazioni, avevo scritto in stampatello il suo nome, MARIO, per richiamare l’attenzione di quelli che uscivano con le valigie del volo KLM, l’ultimo della serata. Poco dopo, Kikoti era al mio fianco, sorridente, serafico, stupito dal mio gesticolare continuo con quel foglio. “Tanto gli It

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   0 commenti     di: Antonio Sattin



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