username: password: dati dimenticati?   |   crea nuovo account

Racconti d'avventura

Pagine: 1234... ultima

Il Capitano e l'arte della guerra

Il Capitano si alzò di buon umore. Sbocconcellò con grande piacere una fetta di strudel di mele ancora caldo, che il suo attendente era andato a prendere di buon'ora al villaggio vicino al fronte, sorseggiò con soddisfazione crescente la fumante tazza di caffè arabico che, sempre per opera del suo impareggiabile attendente, gli era stata posta a tempo debito sopra il tavolo da campo, su cui erano distese le carte militari. Badando a non lasciar cadere goccia dello scuro liquido sulle preziose mappe, il Capitano sorseggiava, esaminava e meditava. Erano diversi giorni che il fronte era statico. Le due compagnie si fronteggiavano, ma nessuna delle due parti prendeva iniziative. Ciò lo turbava: si aspettava da un momento all'altro una sollecitazione all'azione da parte degli Alti Comandi ed era sua intenzione prevenirla. Si fece portare il suo potente cannocchiale e si avviò a passo deciso verso la torretta di osservazione. Piazzò lo strumento sull'apposito sostegno, estrasse dal taschino della giubba un immacolato fazzoletto e con esso si stropicciò l'occhio destro, quindi pulì accuratamente l'oculare e si accinse all'osservazione. Grandissima fu la sua meraviglia e il suo sconcerto nel constatare, dopo alcuni minuti di attento e scrupoloso esame, che le linee del nemico apparivano completamente deserte. Chiese all'attendente di osservare a sua volta, per essere certo di non aver preso un abbaglio: questi confermò che da quell'altra parte non si vedeva alcuno. Interpellò la sentinella che rispose di aver notato il fatto e che lo avrebbe riferito all'ufficiale di servizio non appena questi si fosse presentato. In effetti l'ufficiale arrivò in quel preciso momento, giusto in tempo per attirare su di sé le ire del Capitano, il cui buon umore mattutino era definitivamente svanito. Terminata la dura rampogna, il Capitano si ritirò nel suo quartiere per raccogliere le idee. L'assenza del nemico sulla linea del fronte lo sconcertava. Nella sua non lunga ma d

[continua a leggere...]



Realta' molesta

Giorno freddo e piovoso. Un gran giorno del cazzo, anche se alla fine mi piace la pioggia. Quando piove la citta' si trasforma, diventa qualcosa di incredibile. Questi mutamenti si possono notare in tutto. C'e' in giro meno gente, prima nota positiva. L'asfalto si colora di tonalita' variopinte, anche se alla fine è sempre cemento desolante. L'odore cambia. Si puo' sentire tutto più amplificato, anche mentre stai fumando. Un tiro lungo, diretto ai polmoni come un treno in corsa. La sigaretta si consuma in un'attimo.
Il profumo del tabacco ti rimane adosso alle mani per un pacco di tempo. Piove. 5 del pomeriggio. Inutile mattinata passata a ricordare qualcosa che non esiste piu'... noia, angoscia, rabbia. Esco dalla mia tana, qualche soldo per farsi passare la serata. Vado in stazione. Mi è sempre piaciuto stare in stazione, vedere tutta quella gente che va e che viene, immersi ognuno nel proprio mondo, nei rispettivi problemi. A volte sembra bestiame al pascolo, oppure un cumolo gigantesco di formiche laboriose.
Io. Fermo. Immobile. Sembro una statua. Osservo, scruto, risolvo. Che cosa non lo ho ancora capito. Vado a comprarmi una birra. Ovviamente, da bravo reietto, alcol di scarto, una splugen. Mi fa cagare la splugen ma costa solo 40 cents. Ne prendo due. Cassa, sorriso alla cassiera che conosce gia' il mio vizio, porta.
In stazione c'è un carretto. io sto li di solito. Potrei vincere la gara di "trainspotting", almeno quelli del film si facevano le pere e avevano un po' di trambusto per portare avanti il loro sport. Bevo la prima birra... che palle. La noia ti colpisce in qualsiasi momento.È assassina, inferocita rispetto la morte. Quando arrivo a meta' della splugen inizia un retrogusto di vomito veramente particolare, mi chiedo da sempre se è questa la caratteristica che contraddistingue questa birra. Alla fine, la finisco.
Arriva Joy, un amico mio un po' più grande di me. Se ne va quasi subito, ma non prima di aver scroccato un paio di sorsi

[continua a leggere...]



Sotto natale

Gelida serata di metà dicembre, in prossimità del natale. Luci accese a festa, negozi aperti, vitalità, gente, consumo.
Cammino stanco sul bordo del marciapiede ghiacciato. Scende qualche fiocco di neve, L'aria buca i polmoni. Suoni tipici del periodo insediano il sonoro.
Triste, molto triste. Solo un po' di tempo e tutto questo verrà messo in soffitta, pronto per l' anno successivo. Sempre la stessa storia, altro giro altro regalo.
Non si cambia mai. Le mani rovistano nel cappotto, ormai troppo vecchio ma ancora utile.
È la mia corazza contro questo clima glaciale, cerca di salvare il mio corpo dalla tosse secca, che ormai da un paio di settimane insidia lo sterno.
Lo stomaco brontola, decido di fermarmi a mangiare qualcosa in una bettola a basso costo. Faccio su una sigaretta prima di entrare. Sono ormai lontani i tempi in cui si poteva aspettare la cena bevendosi un whisky e fumando in santa pace. Bei tempi quelli. Davvero.
Fumo svelto perchè il mix di fame e freddo mi sta provando, e pensare che una volta passavo giorni interi senza mangiare, dormire e a qualsiasi temperatura.
Entro nel bar-ristorante. L'insegna e la scritta del locale mi ha fatto capire subito che il menù del posto è al pari delle finanze del portafoglio.
Il locale è molto grezzo sudicio, pieno di vecchi con gli occhi spenti, i denti scomparsi e la pelle smussata, consumata. Molti non sembrano neanche uomini. Mi avvicino al bancone. Il bar è messo bene, vari tipi di liquore, diverse birre, bottiglie di vino. La mia sete sarà curata.
Tutto qua dentro sa di vecchio, anche il mobilio che tiene in bella vista i liquori è antiquato, quasi pericolante. Sopra cè un' enorme foto di un' uomo anziano, probabilmente un parente deceduto. Io rimango li, vivo fra i morti, ad aspettare che qualcuno mi dica qualcosa. Si avvicina subito un vecchietto, ha l'aria di uno bevuto dal mattino. Sicuramnte avrà bevuto sin da quel mattino. Lentamente si avvicina a me, zoppicando un po'. Proprio

[continua a leggere...]



Il dentista

Mi svegliai, quella mattina di metà novembre, con un forte mal di denti e durante la colazione cercai sollievo con un analgesico, sperando che quel dolore fosse passeggero.
Lavorai tutto il giorno con quel piccolo tormento in bocca che non mi dava pace.
Ero tornato soltanto da un mese dalla mia vacanza in Italia e, preoccupato, pensavo che avrei dovuto aspettare quasi un anno, prima di rientrare a Padova per un'altra vacanza, e potermi curare da mio cugino Nanni.
Quando andai a letto, la sera, non presi sonno per il mal di denti e al pensiero di come risolverlo.
In Ospedale non c’era il dentista, non c’era neppure l’attrezzatura per la cura delle carie, soltanto gli strumenti, i ferri, per le estrazioni dentarie.
Quante estrazioni di denti avevo fatto a Matany! E solo per un mal di denti!
I Karimojong, per loro fortuna, non hanno gran che bisogno di uno specialista dentista, grazie alla loro ottima dentatura e alla efficace pulizia dei denti eseguita con uno spazzolino ricavato dai rami di una pianta locale. Tutte le settimane, però, mi capitava di osservare qualche piccola carie che raramente produceva grosse lesioni.
Questi pazienti con il mal di denti arrivavano nell’ambulatorio dell’Ospedale già decisi per l’estrazione e, a noi medici, non rimaneva che sudare quattro camicie per togliere questi denti robusti con tutta la radice.
Durante questi interventi sudavo abbondantemente dalla fatica e la mia mano, dallo sforzo continuo ed intenso, al termine mi sembrava quasi paralizzata. Dovevo inoltre fare tanta attenzione a non fratturare quei denti, tra l’altro robustissimi, e aiutarmi con delle leve, per lussare pian piano quel dente malato, per facilitarmi quel mio lavoro davvero tutto muscolare.
Dopo aver eseguito l’anestesia, facevo sedere il paziente su una sedia dell’ambulatorio; quale poltrona! Quale luce se non quella della finestra!
Sudavamo in due. Anche il paziente con la bocca aperta per

[continua a leggere...]

0
0 commenti    0 recensioni      autore: Antonio Sattin


URCA: incipit

Una voce irruppe nel buio.
"Ehi Mayo, sei sveglio?"..."Mayo, mi senti?"...
"Che c'è Autilo?"
"Scusami, ma non riesco a dormire".
"E io cosa ci posso fare?"
"È da un po' di tempo che voglio soddisfare una curiosità: cosa significa il tuo nome?... Mayo".
"Dico, ma sei matto? È notte fonda. Ti sembra questa l'ora per una domanda del genere?"
"Su, non ci vuole tanto a rispondere".
"Porca vacca. Poi prometti che mi lasci dormire?!"
"Prometto".
"Mio padre era uno studioso di antropologia. Ebbe l'ispirazione da una popolazione che abitava il continente americano più di mille anni fa, molto prima della desertificazione: i Maya. Così si chiamavano".
"Ah... Beh, è bello, sembra una cosa importante..."
"Tu piuttosto, rompiscatole, Autilo, cosa cavolo significa?"
"Lo sapevo che me lo avresti chiesto. Viene da un vecchio racconto che mia madre, che faceva la bibliografa, trovò rovistando fra pile di vecchi libri sopravissuti al tempo. Era stato scritto da un tale Jules Verne. Raccontava di una città sottomarina, come la nostra. Di un capitano, Nemo, e del suo
sommergibile, il Nautilus".
"Come mai non ti ha chiamato Nautilo allora?"
"A mamma non piaceva la enne iniziale, le sembrava un'accezione negativa; lei era un po' superstiziosa, così decise di chiamarmi Autilo".
"Una città sottomarina?! Qualcuno, già in quel tempo lontano, aveva intuito che si può vivere sotto il mare?"
"Già, pare proprio di sì. Prima dell'Era Caotica".
"Va bene Autilo. Adesso che abbiamo soddisfatto la nostra curiosità, lasciami dormire".
"D'accordo Mayo, scusami. Buonanotte".
"... notte..."

Per sapere come continua puoi richiedere URCA in libreria o acquistarlo in rete... Buona lettura

0
2 commenti    0 recensioni      autore: Rudy Mentale


Sotto natale... Parte 2

Scendo di fretta le scale, proprio un fulmine. Lo vedo già bello carburato, il vecchio compare Omar, mi sa tanto che oltre la sera si è già fatto anche il pomeriggio, lo stronzo. Salgo in macchina perchè il freddo non lo sopporto proprio, neanche per i due secondi del tragitto.
"Ohhh finalmente si rivede... ehh?".
"Te lo detto che non tiravo buca, sono di parola". Rispondo io secco.
" Ehi calmino, dai, allora pronto per spaccarti la testa?".
"Si dai, ma proprio con quelli della piazzetta... ".
"Non ti preoccupare, ho già pensato a tutto io, loro sono diciamo i nostri babbi natale... hanno un bel po' di cose da regalarci". E quando dice regalarci, Omar diventa sempre un po' strano. Gli viene una faccia, una faccia da volpe. Ma è sempre stato così quando poteva guadagnare qualcosa sulla pelle degli altri. Sin da bambino. Sempre. Anche quando c'erano di mezzo quattro cazzate, tipo due figurine, una bottiglietta di cola. In tutto. Poi per un' attimo riprende il discorso:
"Comunque si va al Vortice, ci si fa un po' di birre li, i piazzettari ci offrono quello che ci devono offrire e poi teliamo, e poi su dai, vediamo come va la serata... e in qualsiasi caso ho sentito anche lo Smilzo e Crossi..."
Ottimo. Il ritrovo degli stronzi. No, diciamo, non proprio. Lo Smilzo e Crossi erano vecchie amicizie, diciamo, amici da campetto. Uscivamo assieme a loro quando eravamo proprio piccoli piccoli, quando ancora non si erano intromesse determinate questioni. Più o meno fino ai sedici anni. Ognuno aveva poi preso la sua strada e per una decina di anni c' eravamo persi di vista. Con loro. Omar, è sempre stato in mezzo ai coglioni... I due suddetti elementi li avevamo ripescati una sera che eravamo andati a ballare in un posto e da li avevamo riniziato a frequentarci ancora tutti, come i vecchi tempi quando eravamo pischelli. Smilzo era chiamato così non perchè era magro, ma perchè prima era un ciccione-obeso, ed era un modo "di classe " per prenderlo per il cul

[continua a leggere...]



Un viaggio pazzo organizzato da persone poco normali

Finiva il mese di luglio di quell'anno particolarmente impegnativo in cui Carlo aveva dato tutto se stesso al lavoro. Alla famiglia come al solito un po' meno.
Quasi dieci ore al giorno tra ufficio e clienti da visitare per quasi tutto l'anno lo avevano di certo provato parecchio.
Carlo, cinquant'anni passati mentre gli mancano ancora molte lune per i sessanta, innamorato del suo lavoro è proprio un self made man. Dopo aver ricoperto incarichi importanti come dirigente presso multinazionali ha deciso a cinquantadue anni suonati che era il momento di mettersi in proprio.
Lo fa con due ex suoi colleghi che decide di prendere come soci alla pari, come d'altronde nel suo generoso carattere.
Una piccola azienda con dieci dipendenti tra cui i suoi tre figli a collaborare con lui che lo coinvolgono ancora di più. Personaggio molto conosciuto e ben considerato nel proprio settore e nella sua terra d'origine.
Dopo anni di assenza da vacanze e riposo decide che è il tempo di fare una pausa di riposo e riflessione.
Quindi telefona al suo carissimo fraterno amico Enzo.
Enzo, un siciliano trapiantato a Milano da una vita. Anche lui uomo arrivato, presidente di una banca estera, anche lui schiavo del lavoro accetta di buon grado questa inusitata proposta ma ad un patto.
Sempre schiavi della programmazione ad ogni costo decidono che dovrà essere una vacanza all'insegna dell'avventura.
Senza aver interpellato su questo ultimo importante punto le rispettive mogli, come ormai accadeva da tempo immemorabile, decidono che si va all'avventura.
Ci si imbarca dalla Sardegna per la Corsica, ovviamente nessuna prenotazione. Solo una cosa certa, la data di partenza e quella di rientro e via per questa avventura che vedremo poi rocambolesca, per certi versi un po' pazza e certamente inusuale per i due.
Mogli al seguito, caricate le due macchine ovviamente strapiene di valige voluminose contenenti di tutto e di più delle mogli, come se la vacanza dovesse durare sei mesi anz

[continua a leggere...]

1
1 commenti    0 recensioni      autore: carlo sorgia



Pagine: 1234... ultima



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Avventura.