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Racconti d'avventura

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LA FUGA : i brani più toccanti

Propongo alcuni brani del mio primo romanzo LA FUGA che ora è giunto alla seconda edizione:
Quell’appartamento era proprio il mio nido. Mi muovevo a piedi nudi sul parquet tra vecchi mobili presi al mercatino dell'usato, ricordi di viaggi, cuscini cangianti, candele e foto in bianco e nero sulle pareti coloratissime. Dalla cucina arrivava un buon odore di biscotti alla cannella appena sfornati e una sinfonia di Beethoven si diffondeva ovunque, era una musica piena, limpida, a tratti intensa, quasi violenta e, subito dopo, lieve, delicata come un soffio.
Mi sdraiai tra i cuscini sul grande divano rosso, mangiavo biscotti e leggevo la biografia di Evita Perón, che tanto mi coinvolgeva. Era un momento perfetto, pur nella sua semplicità.
Avevo dato forma, colore e odore a quelle stanze; erano il mio rifugio quando cercavo riparo e intimità dalle urla della città che si agitava fuori.
Durante la mia convivenza con Alex non ero mai riuscita a crearmi un posto che mi aderisse perfettamente, nel nostro appartamento scolorito regnava il disordine, la musica era sempre troppo alta, i libri sparpagliati ovunque e le valige pronte per le previste fughe del mio uomo.
Di ritorno da quei viaggi solitari portava sempre con sé qualche novità, nuova energia, una rinnovata sensibilità, e allora, mi scaldava, mi nutriva e mi amava disperatamente, fino poi ad avere ancora bisogno di quel caos interno e cercare nuove strade tra i fili taglienti della sua inquietudine.
Dal computer arrivò l'avviso che stavo ricevendo della posta elettronica, pigramente mi alzai, certa che si trattasse di lavoro, aspettavo giusto delle comunicazioni dall'ufficio.
Lessi chi era il mittente e tutto si fermò, una feroce nostalgia mi graffiò dentro.

«Elena,
come si spiegano a parole le emozioni?
Come si traduce lo sguardo rassegnato e dignitoso di questa gente? E i colori di un tramonto? L' odore della terra dopo un temporale? L'emozione che dà

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Oggi sposi

Dormivo profondamente, come sempre, anche quella notte; una leggera coperta mi copriva fino alle spalle, sufficiente per stare bene con quella temperatura fresca, ideale per un sonno tranquillo, al riparo, dentro la zanzariera, dalle tremende zanzare anofele.
Ad un tratto sentii qualcosa che mi toccava il piede, prima in modo leggero, poi ebbi la netta sensazione di essere afferrato.
Balzai nel letto, nel buio della stanza, con uno scatto rapido, “L’ho preso! Al ladro! ” gridai ad alta voce. Un altro grido si levò subito: “Papà!? ”.
Era Monica, sveglia e impaurita con la mano sull’interruttore della luce, accanto a me nel letto.
Ci guardammo ancora scossi dallo spavento: avevo avuto un incubo e l’avevo afferrata per un piede.
Erano le nostre prime notti di matrimonio e ci sentivamo ancora estranei, dopo un lungo anno di fidanzamento per lettera ad oltre 6000 chilometri di distanza, lei in Italia ed io a Matany.
Ridemmo di quella buffa situazione che diceva proprio tutto su quell’inizio di vita a due e che ci vedeva cauti nella conoscenza l’uno dell’altro.
Eravamo, però, davvero felici di essere finalmente insieme, tanto c’eravamo desiderati durante quel lungo anno di lontananza.

C’eravamo innamorati un mese prima della mia partenza per l’Africa e il mio ritorno, per una vacanza dopo alcuni mesi passati a Matany, aveva confermato che insieme stavamo proprio bene.
Centinaia di lettere, negli otto mesi e mezzo successivi, e rare telefonate, possibili soltanto dal Post Office della capitale ogni due tre mesi, mantenevano altissimo il nostro reciproco amore.
Monica mi rispondeva dal telefono del salotto di casa. Quale privacy per lei senza cordless e con i nonni molto anziani sempre presenti!
Quando mi recavo al Post Office, avevo con me uno zainetto pieno zeppo di pacchi di banconote e mi muovevo per le strade con grande cautela.
In Uganda negli ultimi anni '80, c’era una grande e diff

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


I Tagliatori

"L'avventura che sarebbe durata 53 anni o forse anche di più sarà raccontata da me grazie a una carta volata nel tempo che mi permette di conoscere la storia di coloro capaci di saltare..."

L'avventura che sarebbe durata 53 anni o forse anche di più vi sarà raccontata da me attraverso un foglio contenente una storia ricca di mistero e di paura.
Tutto iniziò nel 1999 quando in Scozia nacque Jonathan Long, egli faceva parte della stirpe dei Tagliatori, un'antica stirpe basata sui principi del combattimento, egli fu abbandonato a soli quattro anni dalla sua nascita da sua madre, una donna che aveva attraversato l'inferno per suo figlio, che lo lasciò ad un vecchio esperto, in campo di combattimento. Il vecchio aveva un nipote, che fu riconosciuto, da quel momento, fratello di Nathan.
I due ragazzi furono allenati sulla concentrazione, sulla velocità e furono istruiti come veri Tagliatori fino a che non diventarono Tagliatori completi.
Quando compirono diciotto anni dovettero partire facendosi una promessa, che un giorno si sarebbero rincontrati e, così fu.
Quando tornò Nathan disse a suo fratello, dopo essersi salutati "Cosa ci fai qui?" a quel punto il fratello rispose "Potrei farti la stessa domanda, lo sai Jonathan?" "Sì" In un istante il fratello sfoderò la spada e disse "Combatti Jonathan, o forse preferisci Nathan?" e lui rispose
"Ma di che diavolo stai parlando?"
"Lo sai benissimo di che sto parlando"
"No, non lo so"
"Ok, ora ti rinfresco la memoria, ti dice qualcosa vecchio, maestro e morte"
"Che cosa stai cercando di dirmi?"
"Che il nostro maestro è morto e che tu sei stato ad ucciderlo"
In quel momento sferrò la spada contro Nathan che la schivò e disse "Se vuoi un incontro va bene, andremo alla stazione abbandonata"
Il tragitto fu breve; quando arrivati alla stazione e saliti fino in cima Nathan esclamò "Con o senza armi fratellino?"
"Con armi, Jonathan"
Sfilarono le spade e iniziarono a battersi spiccando salti e facendo cap

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Alla ricerca della tua isola

Nel 2002 a fine aprile ho navigato da Port Colon (Panama) fino alla Jamaica. Mi ha sempre affascinato il mondo dei pirati e cosi' decisi di fare rotta verso il mitico Morgan's Harbour in Jamaica. Purtroppo non fu una navigazione semplice, anche perche' avevo a bordo due israeliani privi di esperienza. Incontrai mare formato e onde incrociate per le prime 24 ore, dopo miglioro' di poco la situazione; stremato decisi di consegnare il timone a Davide. Non ricordo se furono 4 o 5 i giorni di navigazione, ma quando arrivammo nel lungo canale che ci portava al Morgan's Harbour l'unica cosa che desideravo era una coca-cola fresca (avevo vomitato per due giorni); la seconda che sbarcassero immediatamente i miei due ospiti, che sollievo un po' di pace in barca.
Nei giorni successivi consolidai l'amicizia con Carlos, che fortunatamente oltre a parlare quella lingua strana (patwah), parla anche spagnolo. Uscendo dal marina mi recai (era domenica)al villaggio vicino, sconsigliato da Carlos mi fermai in un bar gestito da due ragazze; immediatamente attirai l'attenzione di diverse persone, alcune delle quali si dimostrarono subito ostili nei miei confronti, ma le due ragazze del bar e un tipo che lavorava al marina presero subito le mie difese, dopodiche' Mary la più giovane delle propritarie mi fece conoscere un tipo dalla corporatura grossa, che inconfutabilmente doveva essere il boss del paesino, aho! Dal quel giorno che mi videro girare per il villaggio con lui mi rispettavano tutti. Cari amici miei a parte NAUSICA, dhai si scherza! Dicevo ue' la' la situazione non è tanto piacevole per noi "bianchi". Non si scherza la Jamaica e soprattutto Kingston sono pericolose.
FINE PRIMA PUNTATA

Seconda Puntata: Ricerca di un pezzo di ricambio nella capitale.
... continua SECONDA Puntata.
Brevemente vorrei ritornare a Colon, una cittadina squallida degradata e pericolosa, l'unica nota positiva era la presenza di svariate iguana sul prato del marina, la mia barca era ormeggiata

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   0 commenti     di: Isaia Kwick


24 ore a Dar es Salaam

Era da poco iniziata la partita Barcellona–Arsenal, finale di Champions League 2005-06, e, seduto sul bordo di una comoda poltrona del soggiorno, guardavo appassionatamente con gli altri ospiti della casa quel match, augurandomi che, già nei primi minuti di gara, Ronaldinho o Henry sbloccassero il risultato segnando un bel gol. Sapevo, infatti, che per me lo spettacolo sarebbe durato ben poco e che appena dieci minuti dopo, Kikoti, il taxista di fiducia di padre Alojsious, sarebbe venuto a prendermi.
Kikoti molto puntuale, come ho imparato subito al mio arrivo in Tanzania, suonò dopo poco alla porta. Con grande disappunto, fui costretto ad alzarmi. Un’ultima occhiata allo 0-0 sullo schermo, un breve saluto agli altri volontari rapiti dalla partita, e via in taxi, direzione aeroporto.
Da poche ore ero arrivato a Dar es Salaam ed era già sera inoltrata. Le strade di Dar, poco illuminate, si erano svuotate e davano un’immagine veramente irreale di questa grande città, capitale caotica della Tanzania. Il traffico dopo le ventuno si spegne in fretta come le luci delle sue case. Nessuno è più in giro a quell’ora e raggiungere l’aeroporto diventa uno scherzo, neanche trenta minuti.
Scambiavo con Kikoti qualche battuta sull’aspetto della città di notte, ma i miei pensieri erano concentrati su come organizzarmi il resto della serata e l’indomani……quante cose dovevo e volevo fare nelle mie ultime 24 ore in Tanzania!
In aeroporto andavo a prendere Mario, Capo Sala della Sterilizzazione dell’Ospedale di Schio, alla sua prima missione in Africa. Non lo conoscevo e così, nell’attesa, davanti all’uscita, preso un foglio bianco all’ufficio informazioni, avevo scritto in stampatello il suo nome, MARIO, per richiamare l’attenzione di quelli che uscivano con le valigie del volo KLM, l’ultimo della serata. Poco dopo, Kikoti era al mio fianco, sorridente, serafico, stupito dal mio gesticolare continuo con quel foglio. “Tanto gli It

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


La farfalla nera: La fuga

Se solo non avesse lasciato scivolare la mano, se solo non avesse visto il suo affilato pugnale entrare nella carne dell'uomo, ora non avrebbe avuto i soliti sensi di colpa. Ma quello era il suo lavoro, non conosceva altro che l'omicidio, sin dalla nascita era stata abituata ad uccidere lasciando da parte la pietà, proprio come un assassina fredda e senza cuore. Le sue vittime morivano rassicurate dai suoi profondi occhi smeraldo illuminati dal leggero trucco nero. Nella setta veniva chiamata "Farfalla nera" perché vestiva sempre una lunga cappa corvina che la confondeva tra le ombre create dalla sua amica notte, era agile, splendida e leggiadra, la numero uno fra tutti gli assassini. Quel lunedì le era stato assegnato il compito di uccidere un poliziotto che si era immischiato troppo negli affari della setta, aveva scoperto ed ucciso "La serpe" mentre era in missione esplorativa. Quello fu un proiettile al cuore per suo padre, il re della notte, che ordinò subito a Butterfly di punire il federale con i suoi due pugnali, facendolo soffrire come un condannato ad una lunga e dolorosa pena di morte. Ma la giovane vedendo il viso del suo bersaglio contratto dalla paura aveva avuto pietà, quella schifosa pietà che l'aveva portata a disubbidire agli altissimi ordini del capo, infatti in quella fredda notte di Novembre, lo sbirro era morto senza provare dolore, e lei come d'abitudine gli aveva chiuso gli occhi e aveva lasciato sul cadavere un biglietto con disegnata una farfalla nera.
Passarono diversi mesi, il lavoro di Butterfly e dei suoi colleghi procedeva all'insaputa del mondo. Nemmeno i più grandi investigatori dei servizi segreti erano riusciti ad interpretare quei biglietti con disegni animali gettati sui corpi delle vittime della setta, che giorno dopo giorno si moltiplicavano. La fredda ragazza era stanca di vivere nel sangue, ma era costretta, quella era sempre stata la sua vita, era nata dal re e dalla defunta regina della notte, i suoi genitori, ed e

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   3 commenti     di: filippo pagani


Profonda poesia

Eccomi finalmente arrivato in un mondo di uguaglianza, di serenità, in cui è assente l'ansia, dove esiste il valore della fratellanza, e tutto si svolge in una pacifica armonia. Eccomi finalmente giunto in una dittatura felice, dove chi detiene la sovranità la mantiene senza censura né bugie. Un bel regno, sembrerebbe un'utopia, tutti prima o poi scopriranno la magia, la profonda poesia, di questa valle incantata, questa isola dimenticata. È un'uscita, dal mondo l'alienazione, permette il rispetto della volontà e l'uso senza rischi della parola. E puoi dire tutto, quello che pensi, quello che sogni, anche frasi provocatorie, puoi trasmettere il tuo sentire, la tua voglia di agire, e sperare senza delusioni, senza soffrire, scordatevi le umane fobie.
La vita è blasfema, è straordinaria, non c'è uno schema, tutto viene travolto dall'umana prepotenza. Nella morte invece, nella conclusione, vige il rispetto, c'è la riconoscenza assoluta dell'ordine imposto.

   0 commenti     di: vasily biserov



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