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Racconti dialettali

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L'oculare a Roma

Mo nun m'aricordo, iniziava già quarche bagordo,
er sole s'era quasi coricato, er tocco delle nove era sonato.
Vecino ar campo santo de San Lorenzo, navamio io,
Ciccio e er poro Renzo.
Lo sò nun è creanza, io sfottevo Ciccio sulla panza,
lo facevo solo pe rintuzella, ma Renzo sfotteva, sarvognuno, la sorella.
Così trà no strillo, quarche carcio e na ramanzina, arivamio insieme a na cantina.
Che ve devo da dì, la se cantava e se rideva, ma ripensanno ar fatto, ammazza Ciccio si beveva.
Dev'esse stata l'una quanno semo sortiti, Renzo era ciucco, io quasi nun c'avevo più li vestiti.
Ciccio mbriaco però, c'aveva no sguardo n'ovo, scusate vostro onore si me commovo.
Era come si er vino, javesse nturcinato le budella,
stava ancora a rimurgina sulla sorella.
Ciccio, pe me è come n'fratello. Vostro onore, nun me chiedete der cortello, per favore.
Puro Renzo, poro fio, era de San Lorenzo, ma sempre amico mio.
Dottò nun me chiedete de fa er boia, nun ve vojo dà noia,
rimetteteme a catena, nun me date st'antra pena.
Nun m'aricordo quello che feci, Renzo ormai è tera pe li ceci. Ciccio nun l'ho visto accortellallo, perche dovrei ariccontallo.
Voi dite ch'era n'duello, appena sentite puzza de n'cortello.
Eravamo m'briachi, questo è stato, e Renzo aniede a finì su n'cortello ch'era cascato.
Vostro onore, nun lo dico pe capriccio, ma ve pare cor dolore, me ce pio n'antro impiccio.
Che fate, me portate ar carcere novo, si Ciccio sta quell'antro no, io nun me movo.
È inutile appuntà, io nun ho visto niente!
Ve lo stò a riccontà, ve dico ch' è innocente.
Ma quale complice, eccellenza, ve pare,
sò n'alice, usateme pazienza.
Er poro Renzo era n'toro, io e Ciccio buttallo a tera?
Ma manco n'coro.
Lo sò ve pare strano, sò l' unico oculare,
com'era in italiano, io nun ho visto " vogliatemi scusare".
Va beh, io vò accontentato, lo sò n'ho visto niente, e vado carcerato.
Lo sò la giustizia, è der padre e

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   7 commenti     di: Emiliano Gioia


16 Agosto, la processione di San Rocco

Anche quest'anno era arrivato il 16 agosto.
Il santo arranzava a poco a poco per le stradine di periferia, con il cagnolino sempre al suo fianco. Camminava dondolando a destra e a sinistra, trantolando, come dicono le vecchiette del paese. Davanti e dietro di lui tutta Aci Ruoti, colorata e col sorriso del giorno di festa.
Prima della statua, i chierichetti erano infila come i soldatini, tutti vestiti di bianco come le pecore a ripetere le stesse parole del prete come i pappagalli. C'erano tutti. Il figlio della Nunzia, bravo figlio, bello in carne che sembrava davvero una pecorella; l'ultimo figliolo della macellaia, che con tanta carne che aveva nel negozio ne avesse data un po' ai figli, uno più magro dell'altro, che se tirava un po' di vento e non avevano lo zainetto sulle spalle se ne volavano subito ad Aci Lucano. C'era il figlio di Menga Maria, che tutti chiamano "il figlio di Menga Maria", non perchè non sappessero il nome, ma perchè non sapevano chi fosse il padre. C'era pure Alfredino, che era il bambino prediletto di Don Michele, zi prev't, che lo nominava sempre e lo prendeva come esempio per gli altri bambini, e diceva di essere il suo padre spirituale, tanto che in paese sullo spirituale non ci credeva nessuno, ma sul padre qualcuno ci aveva fatto le sue scommesse.
Dietro la statua suonava la banda del paese. Trombe, piatti, grancassa, flauti e anche un clarinetto. Tutti bravi musicisti. Anche il maestro suonava la tromba, ma non era di Aci Ruoti, e nemmeno gli altri trombettisti, e i flautisti, e i percussionisti, perchè, se fossero stati tutti compaesani, la banda non avrebbe fatto venti metri prima che scoppiasse una forte lite. Quello che suonava i piatti, però, era del paese, ed era pure bravo!
Appresso alla banda camminava la processione dei cittadini, che chiamarli fedeli sarebbe stato troppo. Sotto il sole cocente di agosto chi parlava del calciomercato e del Milan che non era più uno squadrone; chi, invece, parlava del cognato che c

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   0 commenti     di: Antonio Sabia


Elezioni ad Aci Ruoti

Commara Lina aveva un maccaturo sulla testa sporco da settant'anni, che ogni cinque anni insaponava e sciacquava per renderlo profumato alle altre donne del paese. Donna di campagna e contadina, non era pratica della vita di città. Mai una volta al bar o alla villa, una messa ogni tanto, soprattutto quando ci si deve andare per stringere la mano. "Triste quella casa dove c'è la visita per il marito", pensava sempre.
Affianco a commara Lina c'era cugina Giuseppa, ma per tutti in paese era zia Seppa. Vedova da trent'anni e lavoratrice da sempre. Curava l'orto come fosse una bomboniera ricca di confetti, e ogni anno a coltivar pomodori, e a tirar su patate, e a preparare l'uva per il vino. In paese tutti la rispettavano, perché tutti ci parlavano male. "Da quand'è morta la buonanima del marito quella povera donna lavora il doppio", commentavano al bar di sopra; "ma se è per colpa sua che al marito gl'hanno messo la cravatta", commentavano al bar di sotto.
Eccola che è arrivata Franceschina, la figlia della postina. E dove si è andata a sedere, proprio vicino a commara Lina e a zia Seppa. Tutta attillata e tutta preparata, ogni occasione era buona per far vedere quanto valeva. Non c'è stato uomo che non abbia visto la sua mercanzia in paese, lo sanno tutti perché tutti lo negavano. Tremila anime in paese e tutti erano pii e devoti alla famiglia.
<<Guarda come mena il culo come 'na quaglia, se puttana non è, r' picca si sbaglia.>>, sussurrava commara Lina all'orecchio di zia Seppa.
<<Ca 'cchè. Se tutte foss'r cum' a quedda, sai quanta curnut' ci foss'r miezz' a la via.>>, ribatteva zia Seppa, attenta a non farsi sentire dalla nuova arrivata.
<<Eh... se tutti i curnut' purtass'r' nu lampion' sai che 'luminazione a Aci Ruoti!>>, a pensare a male si fa peccato, ma alla fine s'azzecca sempre.
La sala era piena. Adesso ci sono proprio tutti. Lu fruggiar' è arrivato con i due figli a tracolla e la moglie sottobraccio; lu furnar' con le sigarette sempre accese

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   0 commenti     di: Antonio Sabia


Canti migranti

Giunse un torpedone sgangherato che fermò rumorosamente fischiando, come fosse una nave. Nel silenzio del porto il rumore riverberò fin sul mare piatto e chiotto di mistero. Ne discesero un numeroso gruppo di straccioni (così parvero ai pochi presenti), che estrassero dalle fiancate i bagagli. Finita l’operazione la corriera si allontanò e l’ammasso grigio di anime ristette in attesa muta e assorta.
Non passarono due minuti che un altro torpedone scaricò una varietà di grigio più scura ancora, una macchia da potersi definire nera. Questi altri senz’altro più rumorosi, comunque contenuti. Terminata l’attività di scarico, anch’essi sostarono in silenzio.
I rumori stridenti e frammentari del porto echeggiavano come discosti, remoti, con rifrazioni che andavano a frangersi sull’orizzonte minaccioso di nubi e rari guizzi di luci palesanti l’alba.
I due gruppi di migranti si fronteggiavano senza interesse, scrutandosi indolenti e sonnacchiosi in attesa degli imbarchi. Qualcuno sedette sulle valigie, altri iniziarono a conversare e i bambini giocarono a rincorrersi inseguiti dagli sguardi attenti e indulgenti degli adulti. Poche le parole, solo il tacere dell’attesa.
Come per magia dal primo gruppo si levò un canto incomprensibile agli altri. Cominciò un uomo alto che, alzando una mano, invitò i suoi conterranei a seguirlo. Parole lente, dal vago significato di preghiera, parole che non ebbero bisogno di traduzione tanto erano intuibili:
“Se tu vens cà sù ta' cretis,
là che lôr mi àn soterât,
al è un splàz plen di stelutis:
dal miò sanc 'l è stât bagnât…”
Cantarono composti e fermi con gli occhi bassi che rialzarono solo alla fine incontrando gli sguardi sorridenti degli altri.
Breve fu il silenzio, finché un altro canto si levò dal secondo gruppo, e anche questo parve a tutti una preghiera, forse ancora più intensa della prima, forse triste, ma che l’impegno e lo slancio del coro resero quasi festoso:
“Vi

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   1 commenti     di: Rocco Burtone


Lu sole bii'scea, il sole Rinasce

pi tutte quire ca mi voleno bene
pi tutte quire ca me nona vule'
intra stu' munno breve nell'assoluto.
viniste nu giurno a casa mea
viniste e non ti ni sciste qiue'
dicive ca stae bona ma po concludiste cu me
fa' quiro ca vhuè fa quiro ca dice
ma fa' como whuè ca l'uegghio ste' frice
ste' frice stu' core pi tè
bii'scè, bii'scea', bii'sceàà
e lu sole bii'scea, e la sciurnata passava
e lu giurno vulaaa
e lu sole bii'scea
intra stu' munno breve nell'assoluto
viniste e ti ni sciste senza nu' saluto
ma intra' stu'munno breve tagghiu' vuluto cumme'
e lu sole bii'scea, e la sciurnata passava
e lu giurno vulaaa
e lu sole bii'scea
pi quire ca almeno na vota sola
so passate a casa mea e sotta sti lenzuola
pi quire cq po' so turnate ancoraaa
intra stu munno friddo nell'assoluto
lu sole na scarfato e na crisciuto
intra stu munno tunno vagghiu' vuluto pimme'

   1 commenti     di: ciro


La barca

Il gran giorno è finalmente arrivato! Il livornese, dopo aver controllato che l'importo del tieffeerre, insomma la liquidazione, sia stato accreditato sul conto corrente, si reca, o meglio, va al cantiere navale.
Da anni sognava questo momento e ora, finalmente, passando dalle parti del cantiere, non si limita a sbirciare le barche sul piazzale, ma entra con l'automobile e posteggia nell'area riservata ai Clienti.
La macchina è una utilitaria ma la quantità di accessori installati la rendono molto esclusiva; navigatore satellitare dell'ultima generazione interattivo che sa trovare anche le "bue dell'orate", stereo Bose uso POOH con le casse che prendono tutto il bagagliaio, sedili in pelle CORNOLLY e frigo bar fornito anche di surgelati; insomma una Mercedes gli costava meno.
Aspetta qualche istante con lo stereo a palla e i finestrini aperti in maniera da far capire a quelli che si trovano in un raggio di cinque-seicento metri il genere di musica che predilige, quello un po' ossessivo tipo unci. tutunci-unci. tutunci per capirsi, poi, a malincuore, spenge lo stereo e quindi spenge il motore perché a motore spento lo stereo accuccia la batteria e non rende a dovere.
Toglie le sicure alle portiere, perché senza le sicure una volta, ascoltando il giro di accordi delll'introduzione di CUORE MATTO, le portiere si erano aperte.
Da un'occhiata in giro e dopo essersi assicurato di essere osservato si allontana per poi girarsi plasticamente a bloccare le serrature con il telecomando usato a braccio teso come una pistola nel poligono di tiro, gli occhi sprizzano orgoglio per come la macchina ha risposto anche da quella po, po' di distanza; quindi si dirige decisamente nell'ufficio della Direzione.
" Buonasera, signore. "
" Buonasera. "
" Ha un appuntamento? "
" No, l'appuntamento non l'ho preso perché sono venuto per vedere una barca e, casomai se c'hai quella che mi piace, pagherei sull'unghia! Non so se l'hai presa! "
Dirà il nostro amico mimando

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   3 commenti     di: Marcello Piquè


Le ferie

Diciamolo francamente una volta per tutte; il livornese per le ferie non ama viaggiare: badate bene, non che non faccia le ferie, anzi, ma, normalmente, passa le ferie a Livorno.
Del resto un po' di ragione ce l'ha:
" Cosa ci 'ombina d'andà a giro peril mondo quando tutti velli che vengano a Livorno 'un se ne vanno più ! Il mare è stupendo, il mangiare bonò, la gente sempatia e poi l'ambiente... ! Belle piazze, strade esagerate pè nun parlà der Viale Italia, mia come a Lucca che 'un ti ci rigiri o a Firenze che è tutto vecchio! "
Comunque, come in tutte le buone regole, esistono rare eccezioni e sono proprio queste che comprendono i livornesi che per fare le ferie si spostano, magari a malincuore, da Livorno.
Ora il livornese che fa le ferie fuori città, pur singolare, sempre livornese rimane e, solitamente, sceglie località un po' particolari e, diciamo così anche molto diverse; o Piandinovello, o Sharm El Sheik; non ci sono vie di mezzo.
Il feriaiolo più attempato andrà sicuramente a Piandinovello in una pensione tranquilla da dove poter effettuare passeggiate tranquille per farsi venire tranquillamente un po' d'appetito.
Normalmente in quelle pensioni le porzioni che servono ai pasti sono molto abbondanti ma, per il livornese, questo non è un difetto ma, al contrario, un gran pregio.
Di solito al momento dell'apertura della sala da pranzo alle dodici e quarantaquattro, i livornesi occupano la pole position e cioè le posizioni subito a ridosso della porta della sala da pranzo in maniera da arrivare per primi al tavolo degli antipasti e insalate lasciati uso self-service.
" Boia deh! Che po, po' di piattata di robba hai preso. Vacci piano che senno dopo 'un mangi! " Dirà la moglie con il piatto strapieno guardando quello del marito.
" 'Un ti preoccupà che ner piatto 'un ci lascio nulla! " Dirà il marito avviandosi al tavolo con l'ultimo crostino in bocca perché nel piatto non c'entrava altro e l'altra mano gli serve per fendere controc

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   1 commenti     di: Marcello Piquè



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Questa sezione contiene racconti scritti in vernacolo, storie tradizionali e non in dialetto