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Racconti sulla disabilità

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Il foglietto

“…E questo che è?”
Rovistava in quella piccola cassapanca…
“Ho tempo, oggi… posso fare un po’ di pulizia…”
Le era sempre piaciuto avere la scusa di mettere in ordine per andare a ritrovare briciole di memoria…
Una vecchia, delicata tovaglietta ricamata dalla nonna…
Una fotografia ingiallita…
Un piccolo ciuccio, accanto ad una scatolina minuscola, con dentro chissà che…
Capelli…più sottili di fili di ragno…più leggeri di un pensiero…
E ora suo figlio aveva vent’anni…
E quel foglietto…accuratamente piegato... carta intestata di una scuola per l’infanzia..
“Gentilissima Signora,
la preghiamo gentilmente di presentarsi a scuola, dalle ore 16. 00 alle 16. 30 per un colloquio con la Maestra Angela Golini
Certi di una sua sollecita visita, la salutiamo cortesemente.
La Direzione”.

Le si era spalancato un mondo, un abisso di ricordi con quelle due righe…
Formali…asciutte…
Quante lacrime nascondevano!
Quanto orrore, durato anni e anni…
Ricordava come si era precipitata a scuola, incuriosita, ma tranquilla… che poteva volerle dire la Maestra di quel piccolo, tenero fiore…poco più di tre anni. fragile, timido, delicato…forse che non mangiava? Impossibile…

Ricordava come nell’avvicinarsi a scuola il passo s’era fatto più veloce, il respiro più corto..
E poi il sorriso amichevole della maestra… troppo amichevole…e le sue parole:
“Signora… ma cos’ha Giacomo?”
Quelle parole ancora se le sentiva nelle orecchie… quelle e tante altre…
Era cominciata la salita.

“Autismo.” Questa la sentenza.
Una spada nel cuore, dura, spietata.

Guardava quel foglietto, adesso… chissà come era finito lì… chissà perché non l’aveva buttato…
Adesso che la strada, tutta in salita era stata fatta, adesso che finalmente si poteva camminare in pianura e sorridere e sperare… adesso che la magia era avvenuta…
Adesso poteva anche gettarlo via e non pensare più alla fatica,

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14 commenti    0 recensioni      autore: lucia piombo


Storie di un radioamatore-Il bambino disabile

Eccomi di nuovo qua a raccontarvi una delle tante storie della mia infanzia, raccontata da mio padre. Normalmente questa è una storia che facevano parte di una serie di racconti che tra gli anni '70 e '80 fecero scalpore nelle radio della Germania e mio padre era uno dei tanti ascoltatori di quel periodo. Questi racconti erano avvenimenti che erano davvero capitati a dei camionisti e che ogni giorno avevano una storia da raccontare la loro vita all'esterno. Il maggior autore di spicco di questi racconti era Johnny Hill e che grazie a questi racconti divenne uno dei famosi cantastorie di tutta la Germania. Ecco qua a raccontare una delle tante storie di questo ormai pensionato cantastorie ed ex camionista:

Un giorno un bambino disabile decise di mettersi in contatto col mondo esterno attraverso una radio cb donatogli dal padre, l'accese e si mise sul canale 14 alla ricerca di qualcuno con cui poter parlare. Un camionista sentì la voce sul canale 14, era Johnny Hill, alzò il ricevitore e disse al bambino che poteva parlare:
il bambino disse: "Sono un bambino in sedia a rotelle ed ho deciso di voler parlare con qualcuno, sono solo in casa, mia madre non c'è mai e non può mai stare con me perché deve lavorare. Mio padre invece è un camionista e mi aveva promesso di portarmi a fare un giro col suo camion, ma adesso lui non può, perché è morto in un incidente, mentre parlava con la sua radio, proprio come ora fai tu, non voglio spaventarti ma volevo solo fare un giro in camion, chiedevo solo questo.".
Quelle parole a Johnny Hill le arrivarono al cuore ed allora accontentò il bambino chiedendogli dove vivesse e il suo indirizzo così da poterlo accontentare per la sua richiesta. Il bambino parlò come se fosse niente a quel sconosciuto è questo che colpì Johnny Hill, la tenacia di quel bambino. Il bambino inconsciamente aveva attirato altri camionisti che erano pronti anche loro per accontentarlo;infatti davanti casa del ragazzo oltre ad Hill se ne presen

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L'Aquilone

Basta prendere della carta leggera, ma che sia resistente anche, magari di quella un po' plastificata! Il colore? Non fa niente il colore, l'importante è che sia felice! Vorrei stamparci sopra le mie mani, intingerle nella pittura e poi poggiarle sopra la sua superficie. Però papà lo ha sconsigliato: " Con la pittura, o la tempera, rischi di farlo diventare troppo pesante! Oppure se ne metti troppa da una parte rischia di non essere ben bilanciato!".
Papà sa un sacco di cose. È uno studioso, un professore di fisica. Lavora anche come ricercatore all'Università. Quando ero più piccolo non capivo cosa volesse dire. Allora l'ho domandato a lui!
"Papà, ma cosa fa un ricercatore di preciso? Cosa dovete cercare?"
"Praticamente i ricercatori, quando vedono un fenomeno fisico che non si sanno spiegare, ricercano la causa di quel fenomeno."
"Davvero? E come fate? Dove la cercate?"
"Io sono un ricercatore sperimentale, quindi io faccio degli esperimenti. Con i miei colleghi ricreiamo in laboratorio le condizioni che hanno generato il fenomeno e osserviamo cosa succede, misuriamo tutto e scriviamo un resoconto per ogni cosa che vediamo."
Un'ombra di tristezza era calata sul mio viso. Papà la vide e disse "Però ci sono anche i ricercatori teorici!"
"E cosa sono?"
"Loro cercano di immaginare cosa dovrebbe accadere in teoria"
"E come fanno?"
"Vedi, loro hanno studiato tanto, e sanno tutte le regole e le formule che fanno girare il mondo, e sono bravi a mettere tutto insieme!"
"Allora bisogna studiare molto!"
"Esatto!"
Da quel giorno il mio sogno è sempre stato di diventare ricercatore teorico di fisica. E per farlo avrei dovuto usare tutto il mio ingegno per riuscire!
Così, dato che volevo a tutti i costi metterci le mie mani, mi sono messo a pensare a qualcosa che non pesi e che possa macchiare.
Le macchie... la mamma ci ha messo un pomeriggio intero a spiegarmi cosa fossero le macchie! Ha provato a spiegarmelo in tutte le maniere, ma sono riuscito

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1 commenti    0 recensioni      autore: Davide Asborno


Certe realtà (6 settembre 2002)

Solo certe realtà ti aprono gli occhi e ridimensionano il tuo credo
le tue certezze... le tue sicurezze... anche se sei solo spettatore
e non le vivi sulla pelle. Disarmano la tua presunzione di sapere
che volto ha la vita... e sgretolano la tua convinzione di avere il passo
giusto. Credo che a volte calarsi in tempi non tuoi, sia bagno d'umiltà
che mostra ancora una volta quanto è ridicola la materialità schiaffeggiata
da una sofferenza che aleggia inesorabile come un cielo scuro, prendendoti
a calci in culo. Smuovendo così la tua superficialità, verso la verità... che si mostra
nell'arcobaleno che sfugge e non puoi toccare... ma accende la tua ammirazione...
ed è lì che si può celare la conoscenza... nel cammino del presente, dove non devi
mai voltarti, ne dimenticare le tue impronte per sapere dove vai... e volere
ciò che sei... anche se qualcosa ti sfugge sempre e ride beffardo ad ogni tuo
grido di conquista.

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1 commenti    0 recensioni      autore: Rik Forsenna


L'uomo con una gamba sola

Non ho mai combattuto contro gli avversari, se non con un'unica eccezione: la boxe.
In quel caso, purtroppo, o le prendi oppure le dai, ma anche entrambe le cose insieme. Ho smesso proprio perché, a mio vedere, sarebbe davvero una nobile arte quella del pugilato se non terminasse con l'effetto violento del pugno.
Il mio sogno è che in un futuro non lontano, come si usa dire, la faccenda evolva come per la spada, o il fioretto, che è uno sport con gli stessi movimenti e le stesse problematiche della prontezza di riflessi, caratteristica che anche il pugilato richiede.
Come è evoluta la scherma? Lampante... anziché infilzarsi, i duellanti segnano punti con un cartello elettronico che "sente" le toccate. Fosse così per la boxe, nessuno la vedrebbe più come sport violento.

Nel nuoto ho sempre gareggiato contro me stesso, vale a dire il mio tempo personale.
Il tentativo di migliorarsi è umanamente comprensibile e deriva dal fatto che nuotare tre chilometri ogni mattina per ottenere un decimo di secondo in meno nella tua gara esige anche il riscontro che non hai buttato del tempo, del danaro e impiegato tanto sacrificio per niente.
Nove nuotatori su dieci a venticinque- trent'anni crollano, proprio per l'eccessiva mole di lavoro in piscina.

Quel giorno avevo già vinto un oro, nella mia specialità: cento metri rana.
Fabio, il nostro allenatore del Brescia Nuoto, un bravo ragazzo di trent'anni che in gara non eccelle ma ha meriti grandissimi per il suo modo di fare la preparazione dei sessanta e più atleti in gara ogni volta, mi convinse a tentare anche nella gara dei cinquanta delfino.
Io, in quella specialità, ho un handicap; ho le gambe troppo lunghe, sproporzionate rispetto alla mia già notevole altezza, prossima ai centonovanta centimetri. Va da sé che le gambe tanto lunghe affondano e costituiscono un attrito notevole sia nello stile libero che nel delfino. In quest'ultimo poi si deve pure fare quel bellissimo movimento di dare una sorta di

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Il passato ritorna

Dodici anni prima

Era un tiepido pomeriggio di fine estate. Il sole s'apprestava a nascondersi dietro i tetti spioventi delle case mentre l'afa irrespirabile, che durante il giorno aveva soffocato l'intera città, allentava la sua morsa, lasciando filtrare qualche lieve folata di aria più fresca attraverso la sua cappa opprimente.
Mancavano pochi minuti alle sette di sera e la cena non sarebbe stata pronta prima di un ora.
Alba spense la televisione, dove fino a poco prima aveva assistito ad una puntata dei suoi cartoni preferiti, e raggiunse la mamma in cucina.
Stava mondando le foglie dell'insalata che avrebbero consumato per cena assieme ad una fettina di carne.
“Mamma, posso scendere giù in cortile a giocare a palla assieme a Martina? ”, le domandò rivolgendole uno sguardo furbetto, infilandosi ai piedi le sue scarpe da ginnastica, certa che lei non le avrebbe negato il permesso di raggiungere la sua amichetta.
“Va bene, ma non fare più tardi delle otto... e mi raccomando, cerca di non sudare troppo, altrimenti rischi d'ammalarti”, si raccomandò come tutte le volte in cui scendeva giù nel cortile del palazzo per trascorrere un oretta di gioco assieme a Martina, la bambina che abitava nell'appartamento accanto al loro e che frequentava la sua stessa classe di seconda media.
“Non preoccuparti, mamma. Non tarderò nemmeno un secondo e ti prometto che non prenderò freddo”, la rassicurò anche se fuori c'erano più di ventisette gradi e si sudava anche solo stando fermi, mentre si chiudeva la porta dell'appartamento alle spalle e correva giù per le scale dell'androne andando incontro a Martina.

“Allora, Alba, ti decidi o no a passarmi quella palla? ”. Alba sbirciò l'orologio che indossava al polso destro, rendendosi conto che mancavano meno di cinque minuti all'ora che aveva concordato con la madre per il rientro.
“Va bene, però facciamo solo un altro paio di tiri. Tra poco devo salire a casa”, rispose a Martina

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3 commenti    0 recensioni      autore: Eleonora Rossi


Angelo Storpio

Avevo solo dodici anni. Un giorno di primavera sull'auto di mia madre che ci portava a quella terribile scuola di danza. Pioveva... poco prima, in casa, avevamo avuto una discussione, io non volevo andare in quel posto pieno di ragazzini tutti uguali con i piedi storti, non volevo anch'io somigliare a una papera, ma era il suo sogno. Non aveva potuto farlo lei da ragazzina e lo desiderava per me, solita storia, sentita e risentita della madre dai sogni incompiuti da fare compiere ai figli. Danza... l'avevo tre volte a settimana, i restanti giorni canto e pianoforte, avevano assunto un maestro privato che veniva tre sere a settimana in casa mia. Tranquillità zero. Forse per questo quel giorno di primavera fu in qualche modo, tragicamente, la mia liberazione. All'improvviso le ruote sbandano, lei perde il controllo della macchina che slitta sull'asfalto reso dalla pioggia scivoloso come sapone. La macchina si ribalta e va a finire contro un palo della luce che cade e finisce su di noi. Su di me. Sulla parte passeggero, proprio sulle mie gambe. Lei sbatte la testa, sviene ed è inerme accanto a me. Il dolore delle gambe mi fa urlare fortissimo, ma lei non sente, urlo e la chiamo ma niente... non mi sente. Finisce in coma per tanti giorni, che mi sembrano interminabili, poi muore in silenzio così com'era stata per un anno. Per quell'anno io non parlo, non cammino, non camminerò mai più, non posso hanno amputato tutte e due le mie gambe. Seduta sulla mia sedia a rotelle compongo melodie al pianoforte, piccolo Chopin così come lei desiderava, piccolo Chopin senza gambe. Odiavo danzare e questa è stata la punizione divina per avere fatto arrabbiare mia madre proprio su quella macchina, l'ho uccisa è stata colpa mia, questo è il mio prezzo da pagare. Se non vuoi danzare, non avrai più le tue gambe, non sarai altro che un candido cigno storto. Questo deve aver detto Dio puntando il suo divino dito sulla mia testa. Mio padre non mi guarda più in faccia, forse mi

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