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Racconti drammatici

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Lo sa, ma non vuole dirmelo

Gli appuntamenti erano fitti, tra la giornata di lunedì e quella di venerdì mi restava giusto il tempo per guardarmi allo specchio e giocare con l'orecchino regalatomi da zio Tom. Passato il primo giorno della settimana, capii che la situazione stava cimentandosi sull'inverosimile, nel senso che se realmente mi ritrovavo nella realtà ero uno stramaledettissimo uomo fortunato: chi l'avrebbe mai detto che al primo colloquio di lavoro mi avessero preso? Eppure ero giovane, diciottenne, la mia vita la passavo tra il pub di Mostro Joe e le sbronze nella West Side. Non potevo rendermi conto della mia bravura, se non nel momento in cui le ragazze mi si avvicinavano senza alcun ritegno e, molto probabilmente, senza nessun preconcetto tradizionalista del cazzo il quale prevede che il sesso fa male "all'integrità della bontà d'animo". Come potevo rendermi conto della mia bravura attraverso questa idiozia? Semplice, ero bello. Ma certo: il colloquio era ricco di donne ma pure ricco di uomini, esperti, geni senz'altro, anche molto scrupolosi e pignoli direi. Però ero bello, ed ogni mia singola sfumatura errata ed ogni pezzo sbagliato della mia personalità, del mio carattere e della mia professionalità - se non della mia esperienza - passavano in secondo piano - perché appunto ero bello. Attenzione: non ero bella, ma bello. Sono un uomo. Può risultare strano agli occhi e alle orecchie di qualcuno che legge una cosa del genere: "un uomo sfonda nel campo del lavoro (qualsiasi lavoro) per la sua bellezza!" È un'oscenità? Non direi! Le donne sono belle e da un momento all'altro si ritrovano a ballare presso un programma televisivo che due giorni prima l'aveva ben inquadrata a fare la lap dance in un locale stracolmo di rozzi cittadini della contea, sbavosi, con birra e cannocchiale indirizzato verso le parti medio-alte e medio-basse del favoloso corpicino femminile. E perché mai non può essere bello un uomo? No, mi chiedo: una donna realizza i suoi sogni (?) grazie all

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   0 commenti     di: Claudio Morgese


Angelo

Il computer sulla scrivania era acceso, sullo schermo campeggiava l’immagine di una foresta di betulle sporcata da un lato dalle icone dei file più usati; un apparecchio telefonico con vivavoce completavano la suppellettile. La mano destra di Angelo opprimeva alcuni fogli bianchi sparpagliati sul piano di lavoro, mentre la sinistra rigirava una matita intonsa. La brezza che entrava dalla finestra semiaperta gli procurava un’impercettibile sensazione di fastidio, non sufficiente per distrarlo dai suoi pensieri.
- Messaggio per il dottor Rossi- dalla scrivania vocesuadente si diffuse in tutta la stanza chiedendo ripetutamente al dottor Rossi di recarsi prima possibile e cioè immediatamente nell’ufficio del Presidente. Angelo continuò a guardare lo schermo acceso come si guarda un punto immaginario all’orizzonte. Dopo una leggera pausa suadentevivavoce parlò di nuovo: -Dottor Rossi ha sentito? Dia il segnale di ricevuto, prego… -.
La voce continuò a ripetere la stessa sequenza di parole, ma Angelo Rossi in quel momento stava dolcemente pensando a Mara, la ragazza del quarto piano.
Angelo guardò amorevolmente nella direzione della voce.
-Ti amo Mara, è molto bello. Non ho mai avuto il coraggio di dirtelo, ma tu lo avevi capito, vero? Sono pazzo di te e sono felice di averlo detto-.
La voce risuonò più veloce, allarmata -Dottor Rossi! Non si muova, la prego. Le mando immediatamente la squadra psicotecnica di pronto intervento. C’è una riunione di tutti i capi settore nell’ufficio del Presidente ma in queste condizioni lei non può, è evidente. Lei ora deve rilassarsi, svuoti la mente. Dovrò avvisare il Presidente-
-Mara, ieri sera sono salito sul tetto della mia casa. Ho visto il tramonto: sapessi come erano belli quei colori. Ho pensato che ti amavo. Mi ascolti, Mara?- Angelo si era alzato e ora stava appoggiato con tutte e due le mani sull’apparecchio la cui voce continuava a diffondersi nella stanza: - Si calmi, cerchi d

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   4 commenti     di: Ivano Boceda


Parlami D'amore Mariù

Credo proprio che qualcosa dentro di me si sia rotto...
Un ingranaggio, un bullone..

La nuvoletta su cui galleggiavo si è tramutata in una bolla di sapone ed è scoppiata!
Sono entrato in contatto con la realtà, ma a dire il vero è stato meno doloroso
di quanto immaginassi!
È stato piacevole, un sollievo!
Se di sollievo si può parlare!
All'improvviso mi sono guardato bene, dal di fuori, e ho capito, che la vita ci scorre sotto gli occhi, mentre noi siamo impegnati a fare altro!
Ed è molto abile, non si fa notare mentre lo fa...
tu sei distratto e lei furtiva e aqquattata come un soldato d'assalto, striscia via, tu invece resti lì, con gli occhi stralunati ipnotizzato, immobile come un fantoccio, un manichino da vetrina.
Credi di star vivendo e ingenuamente sorridi, non sò se avete presente, di quei sorrisi assenti, tipo burattino...
Così ho fatto io per tre anni, poi mi sono svegliato, d'improvviso la nuvoletta mi è scoppiata proprio sotto gli occhi, ma questa volta ho sentito il botto! proprio un boato abnorme!
Ed è iniziato il crollo degli ingranaggi, la rottura dei bulloni e delle viti, il risveglio dalla bolla di sapone.
Tornavo a casa come ogni giorno, dal lavoro, quando... tutto per colpa di un telefonino scarico, non ho poturo avvertire, che sarei tornato prima.
A quell'epoca avevo quel sorriso disegnato sulla faccia come un automa, vivevo senza vivere, ma credevo di stare vivendo!
Riconosco che la cosa sembra strana come concetto...
Ma dopo qulla "botta" anche io sono strano, lo ammetto! trovo difficoltà a farmi capire, provo una certa apatia.
Essendo uscito prima dal lavoro, andai in un ristorante cinese, questo lo ricordo bene, ero abbastanza stanco, a quei tempi lavoravo molto, ricordo che ero preso dai conti, e pensavo alle scartoffie che avevo lasciato in ufficio, allora erano importanti!
Nel ristorante c'era puzza di fritto, quell'odore che si attacca ai vestiti, pensai che mia moglie non lo avrebbe sopp

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   6 commenti     di: Anna Lamonaca


Un piano diabolico

Un giorno si scoprì che avevano ingravidato Petronilla.
Furono gridi e strepiti che si sentirono da un'estremità all'altra del paese. E scudisciate con un ramo di salice bagnato.
Era la madre a urlare, ché Petronilla era muta dalla nascita. Muta e ritardata. Ed era sempre la madre che gliele suonava senza misericordia.
Accorse il vicinato per vedere e sentire.
- Chi è statooo? Chiii?... ché qua dentro mai nessun uomo ha messo piede!... Disgraziata!
E giù nerbate.
I curiosi si guardarono, sorrisero, qualcuno osservò:
- Hai visto, tu? Scema scema... pure lei...
E la notizia venne divulgata come il lampo:
- Petronilla, - dicevano appuntandosi l'indice alla tempia - la figlia di Filippa e Pasquale Introcaso, ha trovato chi le ha fatto la festa.
- Da non crederci. E chi sarà stato?
- Non per essere maligni, ma... un uomo solamente ci sta, in casa: il padre.
- Quella gatta morta di Pasquale?
- E chi, se no? Fratelli non ce n'è, pertanto...
- Non può essere stato un altro, a farle il servizio? Ad esempio quel cugino di Montescaglioso...
- No, no: figuratevi adesso se Filippa lascia la figlia da sola in casa, col cugino di Montescaglioso...
- E se fosse stato don Ciccillo? Mesi addietro, quando è andato in giro a benedire le case?...
- Eh, già: ché quello, quando sente odore di femmina...
- Macché, macché! C'erano tutti e due, quel giorno, padre e madre: li ho visti coi miei occhi sulla porta, mentre mettevano le uova in mano al chierichetto, e davanti al prete!
- Mah! Solamente loro, lo sanno... Certo, però, che tutto è possibile...

Morto di fatica, giunse in quel mentre Pasquale dalla campagna.
"Che ci fa quella gente vicino a casa mia?... Gesù, che sia successa una disgrazia?". Poi si accorse che nel vederlo quelli ridevano e sgomitavano, e pensò: "No, non può essere una disgrazia."
Sistemato l'asino nella

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   2 commenti     di: giovanni


Litho

Andammo a dormire alle dieci di sera, come ormai facevamo tutte le sere da circa un mese a quella parte.
Tu avevi un pigiama in due pezzi, bianco, con un disegno argentato di una coppia di orsi che guardano il cielo: "starry starry night", come il titolo della canzone di McLean.
Hai sempre amato ogni tipo di musica, e in campo artistico non ho mai conosciuto una persona che ne sapesse quanto te di cantanti e canzoni. Eri una specie di guru in materia, eppure sono convinto che proprio quella lì non la conoscevi (non la conoscevo neanche io fino a qualche giorno fa).
Ci stendemmo sul letto senza infilarci nelle lenzuola, era la prima settimana di maggio e il freddo che spesso avvolgeva la tua casa perdeva pian piano vigore. Tu eri sdraiata su di me, torace contro torace, in una posizione che vista da fuori sarebbe sembrata ridicola; somigliavi a una bimba di pezza gettata bocconi su un uomo. A me però piaceva tanto e ricordo che ti abbracciavo sempre forte, con braccia e gambe insieme, in quel misto di comicità e romanticismo che ci è sempre stato proprio. Io ti amavo, Chiara. Io ti amavo, e tu lo sapevi, te lo ripetevo ogni giorno al mattino, rendendo grazie a quel sorriso che mi donavi ogni volta al risveglio. Io ti amavo ma quella volta non te lo dissi, né tu lo chiedesti come spesso facevi nel letto "mi ami? mi ami? mi ami?", ripetendo sempre la stessa domanda fino a quando o dicevo di sì o ti mandavo al diavolo. Tu ti divertivi tantissimo. Io mi impegnavo a fare il finto offeso.
Quella sera era diversa, Chiara, lo si vedeva dai tuoi occhi grigi, lo si capiva dai tuoi affanni mentre cercavi di addormentarti, lo si sentiva nella tua voce mentre mi parlavi del lavoro, raccontandomi la tua giornata passata a lezione da Andrea.
Mi hai detto che il tempo è infinito, che i Greci lo avevano capito, e che conservavano questo sapere nei loro miti e nei loro racconti. Hai raccontato anche tu, poi; la favola di Filemone e Bauci, due anziani innamorati da più

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   1 commenti     di: Antonio Perrone


La capriola

Zimlo correva a più non posso.
Correva con le lacrime che grondando dai suoi occhi andavano a bagnare un asfalto che rimaneva alle sue spalle.
Correva per fuggire. Ma non si fugge. Non si fugge mai correndo. La fuga si compie camminando lentamente, a testa alta. Fuggire di corsa con lo sguardo sui piedi non risolve i problemi, piuttosto li ingigantisce. Glielo aveva spiegato anche il Dottor Quiete, e più di una volta a dire il vero. Le cose vanno affrontate con calma e sangue freddo, nulla è impossibile e a tutto c'è una soluzione. Volta le spalle ad un problema e ti pugnalerà. Volta le spalle ad un problema e comincia a correre e finirai in un baratro senza fine. Questo e mille altre belle frasi soleva ripetergli il caro Dottor Quiete, ma l'adorato medico dopo il lavoro poteva sempre tornare a casa e fottere la sua bella mogliettina come e quanto meglio credeva, Zimlo no. Lui era quel che noi comuni mortali chiamiamo impotente. Uomo affetto da disfunzione erettile. Soggetto di sesso maschile incapace di raggiungere e/o mantenere un'erezione sufficiente a condurre un rapporto soddisfacente.
Aveva fatto tutti i test del caso, erettometria notturna, ecografia prostato vescicolare trans rettale, ecolordoppler dei testicoli, potenziali evocati sacrali, test alla papaverina e infine l'Scl test. Il risultato, per nulla tranquillizzante, era che il suo corpo e suoi vasi sanguigni non avevano nessun problema, ma che il suo blocco psicologico era così grave che nemmeno stimolazioni esterne fossero capaci di indurre l'erezione. Tadalafil, sildenafil, verdenafil, apomorfina e creme di ogni genere, nulla. Aveva provato anche quelle maledette iniezioni che dovrebbero rianimare anche il pene di una mummia. Il risultato? Nulla. Un cazzo di niente. Ma il dottor Quiete aveva sempre il suo beato sorriso stampato in faccia mentre gli spiegava di non preoccuparsi, di non vedere le cose più gravi di quelle che in realtà sono, mentre gli illustrava come qualsiasi problema psi

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   0 commenti     di: Pio Chiozzo


Il bastardo di Younge Street

IL BASTARDO DI YONGE STREET



Una pioggerella fredda e sgarbata ha scacciato anche i più incalliti nottambuli e l'asfalto luccica come ossidiana mentre l'uomo risale lentamente Yonge Street.
A quell'ora della notte Toronto mostra la sua immagine peggiore. Le vetrine buie e le insegne spente danno alla via un'aria trasandata e squallida che ricorda quella di un night-club la mattina dopo.
Agli incroci mucchi di bidoni attendono di essere svuotati e così pure i cestini appesi ai pali della luce, mentre dal fondo della strada giunge a tratti il sibilante rumore dei mezzi di pulizia. Intermittenti lampeggii frustano di giallo la pioggia e i muri delle case.

Passano rapide due coppiette, uscite forse dallo stesso teatro che l'uomo ha appena lasciato. Ha un brivido e si stringe ancor di più nell'impermeabile. È novembre e l'aria è fredda però il vero gelo che avverte non è all'esterno ma dentro di lui. Proprio il giorno prima aveva litigato con Maria che se n'era andata sbattendo la porta, urtata dalla sua noiosa pignoleria. Perciò aveva deciso per il concerto: non gli andava di restare da solo e aveva creduto che la musica di Gershwin e la folla sarebbero stati una buona medicina.
Si sbagliava.
Come la porta a molla si chiude alle sue spalle, il buio e la puzza dell'asfalto fradicio ingoiano la magia delle opulenti note di Porgy and Bess e di Un Americano a Parigi, lasciandolo più vuoto che mai.

All'angolo con Commerce Road sta accucciato un etilico che allunga una mano sporca. L'uomo fa finta di niente e tira dritto, poi ci ripensa, torna sui suoi passi, gli porge un pezzo da dieci dollari. Sgrana gli occhi e biascica qualcosa, il barbone, attraverso una chiostra di denti marci.
- Ho fatto bene - pensa - forse con quel denaro gli ho reso migliore la notte: di certo non ho peggiorato la mia -
Pensa all'Italia, mentre imbocca un vicolo, pensa a Maria Lourdes, al suo viso, al calore dei grandi occhi liquidi e alla massa di capelli

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   0 commenti     di: alberto



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