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Racconti drammatici

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Pioggia

Venne risvegliato dal cigolio della porta che si stava richiudendo. Faticò a riconnettersi con la realtà, con quella realtà.
Si era addormentato appoggiando la testa sul tavolo. Un bicchiere di vodka ben stretto nella mano.
Poco più avanti, seduto ad un altro tavolo uno squallido individuo stava palpando il nudo deretano di una prostituta. Tutto intorno a lui un'umanità eterogenea era impegnata a dimenticare che il mondo si era dimenticato di lei. Risate si alternavano a gemiti soffocati e versi gutturali, tremori a sobbalzi e ammiccamenti, nel folle tentativo di esorcizzare i propri fallimenti esistenziali. Volti disfatti dall'alcol e dalle droghe, corpi seminudi, effluvi di umori che lasciavano nell'aria l'odore acre e pungente del sesso rubato.
La scena, offuscata dal denso fumo che galleggiava nell'aria oltreché da quello prodotto nella sua mente dalla vodka di cui aveva abbondantemente abusato, gli ricordò in maniera inquietante un'incisione della Divina Commedia ad opera del Dorè di cui aveva una riproduzione a casa.
Svuotò il bicchiere che teneva in mano emettendo un verso di evidente disgusto, poi si recò al banco dove il barista era affaccendato con due clienti alle prese con una sbornia.
- L'ultimo, Mario. -
- Meglio di no, Giorgio. Per questa sera basta così. Vuoi ridurti come loro?-
Il barista accennò in direzione dei due ubriachi che stavano dando in escandescenze a poca distanza, insultando lui e la sua famiglia in tutti i modi possibili ed immaginabili. Giorgio diede uno sguardo a quei due.
- Magari riuscissi ad ubriacarmi in quel modo, almeno potrei dirti quello che penso della tua schifosa vodka e di questo bordello!-
- Va' a casa, Giorgio! -
Gettò due banconote sul bancone e si avviò lentamente verso l'uscita. Sull'asfalto larghe chiazze d'acqua testimoniavano il passaggio di un forte temporale. Tirò su il bavero della giacca e s'incamminò. Fatti pochi passi, vide dietro delle auto parcheggiate una ragazza giovanissima

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L'americano

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Avevo paura

non volevo crederci, anzi non avevo nemmeno mai immaginato di poter sentire quelle parole, avevo vissuto sempre così follemente, sempre così libera che non mi ero accorta del rischio. quando mi dissero che ero malata, non volevo crederci, avevo paura, iniziai a dimenticare le cose belle della vita, iniziai a dimenticare i visi dei miei famigliari e delle persone care, iniziai a sparire. non avevo mai pensato che si potesse morire così giovane, o almeno non avevo mai pensato che sarebbe capitato a me, a quest'età. Avevo paura che quando sarei caduta nel sonno, non mi sarei più svegliata, che quando avrei visto il sole, quello sarebbe stato l'ultimo giorno della mia via. non ho trovato il coraggio di rialzami, non ho fatto altro che colpevolizzarmi e odiarmi, si, mi odiavo, tremendamente. bensì iniziai a curarmi, il mio umore era meno di zero, le persone che mi facevano compagnia, venivano a trovarmi per pietà, nessuno mi comprendeva davvero, nessuno diceva davvero "come stai?", erano tutto bravi a non mettersi nei miei panni, tutti bravi ad incoraggiarmi e a farmi forza, ma cosa ne sapevo loro del dolore? della sofferenza? della perdita della tua stessa vita? ero solo un corpo vuoto e stanco, stanco anche di combattere quelle battaglie che mi erano state inflitte, incominciai a non avere più fede in quel Dio che mi aveva sempre sorretto, avevo paura di morire. "signorina, lei non risponde più alle cure" cadì nel più profondo e tetro buio. Non riemersi mai del tutto, nonostante siano già passate settimane, e sono ancora quì, all'ultimo stadio della malattia, a capire ancora cosa ho sbagliato, quale parte della mia vita ho commesso peccato, ho commesso errore. Aspetto solo che la mia ora, quella in cui so che vedrò quel Dio che tutti venerano, allora li non avrò più paura, non avrò più rimpianti.



Incrocio

Viaggiava tranquillamente. Pioveva. Era molto tardi e le strade
buie e bagnate erano ormai deserte.
Il continuo e preciso rumore del tergicristallo, che gli sbarrava
la vista ad intervalli, conciliava il sonno.
Guidava molto e bene.
Era rimasto fuori e lontano da casa per tanti giorni, per lavoro.
Pensava alla sua famiglia: a sua moglie e a sua figlia che lo
aspettavano per fargli festa.
Accese la radio e ascoltò le ultime notizie, poi la spense perché non
trasmettevano più.
La strada era poco illuminata. La notte lo era ogni tanto, dai lampi.
Un fulmine colpì la linea elettrica.
Adesso la strada era illuminata solo dai fari della sua vettura che ora
andava più forte.
Il treno che avanzava non fece scattare il segnale di passaggio.
Una curva, abbaglianti: alcuni alberi.
Un'altra curva, abbaglianti: il passaggio a livello aperto.
Era sui binari..., un fischio, uno schianto pauroso, una frenata
stridente. Poi il rumore di un tuono lontano.
Il cielo sembrava piangere. Pioveva più forte.



Una storia nella stanza buia

“Non farmi attendere oltre, per favore... fai quello per cui sei venuto. ”

Le corde stringono i polsi da parecchi minuti ed hanno sortito un tremendo effetto di doloroso indolenzimento e fastidioso formicolìo alla carne.
Ma non va meglio nemmeno alle caviglie, incrociate ed imprigionate anch’esse da robuste corregge di cuoio. Pur avendo i calzini a parziale protezione della pelle, il dolore si fa sentire bene anche in quel punto e rende difficile formulare un pensiero moderatamente impegnato. Non che ve ne sia più un gran bisogno, ormai. E certamente, non è la prima cosa che si cerca di fare quando si è ben legati ad una sedia di legno di ciliegio europeo, davvero troppo forte per sperare lontanamente che si rompa o soltanto si incrini, date le sue ottime proprietà di resistenza.
Legati ed isolati all’interno di una stanza buia... avvolti da tenebre artificiali talmente opprimenti che costituiscono una prigione ancora peggiore della prigione stessa che le contiene e che ospita anche il poveretto, colpevole di qualcosa, anche se non è dato bene saperlo, almeno per il momento.
Si possono soltanto formulare svariate ipotesi, ma probabilmente ci si avvicinerebbe soltanto alla soluzione dell’enigma e forse nemmeno.
Ma va da sé che la maggior parte delle persone che si troverebbero di fronte uno spettacolo del genere o potessero bene immaginarlo nella propria mente, proverebbero pietà incondizionata per la vittima in questione e per la sua sofferenza, che la meriti o non la meriti.
D’altronde, gli elementi sono pochi per formulare un giudizio ben preciso.
Si tratta solo di un uomo dall’aspetto insignificante, nemmeno troppo alto, decorato di abrasioni ed ecchimosi sul volto, possibile prova di un furioso pestaggio.
Potrebbe essere un pedofilo assassino caduto nelle grinfie di un genitore delle sue molte vittime, che da tempo sognava di realizzare la sua personale giustizia per il mostro che lo ha privato di tutto ciò che rappresentava la s

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Uomini dalla barba lunga

Un passo dopo l'altro.
Un piede si sussegue al precedente in un ticchettio ovattato e regolare provocato dalle scarpe sgualcite che picchiano sul marmo. Nessuno si gira, nessuno incontra il suo sguardo, nessuno ode il ritmo regolare delle solette: consapevole indifferenza che la gente nutre verso chi, a differenza loro, non può permettersi una camicia sempre pulita.
Svolta un angolo e si ritrova in un'altra strada priva di significato: non c'è un abitazione che lo riguarda, né un ufficio, né tanto meno un luogo ove entrare e trovare il caloroso affetto di un amico che lo invita a sedersi e a prendere un alcolico per raccontargli le ultime vicissitudini con la propria ragazza. Nulla di tutto questo è riservato a coloro che indossano gli abiti immancabilmente forgiati dal tempo passato in strada e portano la barba lunga per proteggere il viso dal freddo imperterrito che aleggia quando ci si trova senza un tetto a dividere il proprio capo dalle stelle. Ogni tramonto è uguale al precedente, a ogni notte segue sempre un giorno che si differenzia da quello passato come i passi nel marmo si differenziano l'uno dall'altro. È questa la vita che conduce un uomo dalla barba lunga e dagli abiti sgualciti; a volte uno scalino, altre volte una panchina sotto un albero possono offrirgli riposo e accoglienza al pari di un letto; mezzo panino abbandonato da un turista può placargli parte del vuoto provocato dall'arrogante fame al pari di un pasto caldo, una scatola di cartone rapita al supermercato del quartiere gli offre caldo e protezione come un piumone o un plaid. Agadit passa così la sua vita, trascinandosi da un luogo all'altro dalla città senza alcuna meta apparente, in cerca di qualcosa che possa aiutarlo a placare e mai soddisfare i suoi fabbisogni primari; però lui conserva un segreto, una speranza, un obiettivo che non ha mai confessato a nessuno dei suoi amici migliori per paura di essere tradito: nei bagni della metropolitana abbandonata conserva u

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Drammaccio

C'erano una volta, a ridosso di un monte, alcune catapecchie, dove parecchie famiglie disgraziate sopravvivevano nutrendosi di castagne ed erba spagna.
Tutti lo sapevano, lo vedevano e passavano facendo finta di nulla.
Un giorno il monte rovinò sulle baracche e fece quel che non avevano fatto la fame e gli stenti: uccise le numerose famiglie di diseredati.
Subito dopo l'accaduto arrivarono le televisioni e i giornali. Commozione e pianto seguirono all'evento cruento e la maligna sorte accanitasi contro quei poveretti.

Finito il clamore, le autorità posero, pietose, una bella lapide a ricordo delle vittime innocenti che così recitava:
"Se il monte non cascava morivano di stenti, ma nessuno ci badava."



Centodieci drammatico




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