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Racconti drammatici

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L'olio di Maria

È da stamane che dal cielo scendono fiocchi di neve grandi come farfalle, le montagne e gli alberi, magicamente, si rivestono d'un manto impalpabile che assume la forma delle cose. Il paesaggio riflette il candore della mia vita ma anche il mio dolore quello che da un po' di tempo è chiuso nel mio cuore. Con la neve è arrivato anche il gelo a Torune, le strade sono scivolose e fredde ed il vento soffia con il suo lugubre verso che mi fa impallidire di paura. Quanti inverni duri come coltelli affilati, e quante estati senza fine in questo piccolo paese!
Avevo capito che in casa era successa qualcosa perché il medico dottor Spadedda veniva spesso a visitare mia madre. Io avevo appena dodici anni, mi sentivo comunque grande anche se il mio corpo era ancora acerbo, nonostante le lunghe gambe. Mi chiamavano riccioli d'oro. I miei occhi verdi così espressivi e vivaci erano l'invidia delle mie compagne di scuola che, invece, avevano occhi neri e capelli corvini. Il mio paese svettava a circa 800 metri dal livello del mare, l'inverno era molto rigido, tanto che mio padre, che faceva il pastore, era costretto a migrare con il suo gregge, in località più calde verso la costa. Era sua abitudine rientrare a casa una volta al mese, per fare il carico di viveri e spesso non passava neppure una notte con noi, perché non poteva lasciare da soli il gregge ed il servo pastore. Le pecore avevano bisogno di molte attenzioni e bisognava essere almeno in due per accudirle.
Ricordo che il giorno che venne a trovarci s'era attardato in cucina con mia madre e parlava a voce molto bassa, per cui non riuscivo a capire quale fosse l'argomento della loro conversazione, capii comunque che qualcosa non andava, perché il viso di mio padre si rattristò all'improvviso e al momento della partenza, mentre abbracciava mia madre, aveva gli occhi pieni di lacrime. Ero diventata sospettosa, cercavo di capire.. perciò ogni volta che qualcuno veniva a trovarci ero sempre vigile, atten

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   2 commenti     di: antonina


Giacinta

Il temporale aveva brontolato sin dalla tarda sera; era arrivato dalla parte del Garda, come sempre, da est, carico di bile. Nello scuro della notte le nuvole non si potevano distinguere, se non per le saette che ne illuminano i contorni. Giacinta non chiudeva mai le imposte della sua camera da letto, così essa intravedeva, attraverso il tendaggio sottile, i lampi che abbagliavano la stanza, mostrando gli spigoli dei mobili lucidi, d'altri tempi.
Improvvisamente cadde un fulmine con un frastuono secco. Giacinta sentì i canarini, che teneva in cucina, agitarsi dentro la gabbia. Sbattevano le ali contro le barrette di alluminio. Pensò di alzarsi per rassicurarli, ma l'idea di uscire dal letto la fece desistere.
Attese ancora qualche minuto e i canarini si acquietarono. Seguirono attimi di sospensione, poi ecco lo scroscio impetuoso, una caduta d'acqua verticale, senza un filo di vento e cominciò la pioggia per l'intera notte. La primavera calda portava questi cambiamenti repentini. La giornata era stata molto afosa, ma ora sembrava che fuori casa si presentasse l'autunno.
Giacinta si chiuse tutta sotto le lenzuola, raccolse le ginocchia contro di sé e rimase ad ascoltare il rovistare della pioggia, il martellare delle gocce contro la grondaia e l'abbondanza d'acqua che in men che non si dica iniziò a sfogare dal vecchio tubo, per finire in un bidone addossato all'angolo dell'edificio. Non aveva paura del maltempo, si sentiva al sicuro nella casa dove abitava sola, dopo che via via, prima i fratelli poi i genitori, se n'erano andati sia per avventura sia per mala sorte.
" Devi avere una vita tua ", le vennero alla mente le parole di sua madre, quando anni addietro la rimproverava di starsene troppo in casa, di non avere amiche.
" Siamo preoccupati per te! " le sussurrava il ricordo del padre all'orecchio. Sentiva la voce di lui come se fosse stato davvero accanto, chino vicino al guanciale.
Nella vita di Giacinta tutti erano

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All'ombra del vecchio gelso

Amavo ascoltare i suoni delle more del grande gelso cresciuto accanto alla casa. Mentre camminavo scricchiolavano sotto i miei piedi e potevo vederle oltre il velluto dei miei pantaloncini ridursi morbidamente a una poltiglia colorata. La nonna avrebbe ritrovato presto sul pavimento di cucina i segni inconfondibili del mio passaggio ma in qualche angolo della mia infanzia anche il venire rimproverato da lei rappresentava un sottile piacere. Una piccola prova d'amore.
Se stavi in silenzio sotto il gelso, chiudevi gli occhi e scioglievi i rumori del trattore nel campo e degli uccelli sui fili della luce in un neutro sottofondo, potevi sentire le more cadere. Quel caratteristico suono prendeva vita così, dal nulla, senza alcun apparente motivo, con un lievissimo stormire di due o tre foglie che, subito sotto il punto da cui si era staccato il frutto, vibravano lievemente ma percettibilmente al suo passaggio. Dopo qualche frazione di secondo che sembrava un secolo ecco il "tump frrrrr!". Perché quando la mora raggiungeva terra, se era abbastanza matura e succosa, si depositava con forza sui piccoli ciottoli chiari spostandone qualcuno e producendo un caratteristico rumore. Se invece, cosa non così infrequente, cadeva su un'altra mora già finita a terra il rumore era più lieve, a volte impalpabile e ti lasciava lì, ad aspettare, come un viaggiatore che ha perso l'ultimo treno.
La cosa che ricordo meglio, è strano, era l'odore, quel forte e pungente odore, che portava la fresca aria della campagna dopo ogni pioggia e non si trattava di un odore comune. Anzi, mai sentito altrove. Voglio dire che mai, davvero mai, mi è capitato di sentirlo come lo sentivo in quel caro fazzoletto di toscana. Non so se davvero non lo si possa udire altrove oppure se semplicemente i nostri ricettori olfattivi, invecchiando, non siano più in grado di percepire allo stesso modo gli odori. Altre volte, in altre vite, dopo una pioggia, una sola nota olfattiva ha riportato la

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   0 commenti     di: Antonio Viciani


Angelo

Il computer sulla scrivania era acceso, sullo schermo campeggiava l’immagine di una foresta di betulle sporcata da un lato dalle icone dei file più usati; un apparecchio telefonico con vivavoce completavano la suppellettile. La mano destra di Angelo opprimeva alcuni fogli bianchi sparpagliati sul piano di lavoro, mentre la sinistra rigirava una matita intonsa. La brezza che entrava dalla finestra semiaperta gli procurava un’impercettibile sensazione di fastidio, non sufficiente per distrarlo dai suoi pensieri.
- Messaggio per il dottor Rossi- dalla scrivania vocesuadente si diffuse in tutta la stanza chiedendo ripetutamente al dottor Rossi di recarsi prima possibile e cioè immediatamente nell’ufficio del Presidente. Angelo continuò a guardare lo schermo acceso come si guarda un punto immaginario all’orizzonte. Dopo una leggera pausa suadentevivavoce parlò di nuovo: -Dottor Rossi ha sentito? Dia il segnale di ricevuto, prego… -.
La voce continuò a ripetere la stessa sequenza di parole, ma Angelo Rossi in quel momento stava dolcemente pensando a Mara, la ragazza del quarto piano.
Angelo guardò amorevolmente nella direzione della voce.
-Ti amo Mara, è molto bello. Non ho mai avuto il coraggio di dirtelo, ma tu lo avevi capito, vero? Sono pazzo di te e sono felice di averlo detto-.
La voce risuonò più veloce, allarmata -Dottor Rossi! Non si muova, la prego. Le mando immediatamente la squadra psicotecnica di pronto intervento. C’è una riunione di tutti i capi settore nell’ufficio del Presidente ma in queste condizioni lei non può, è evidente. Lei ora deve rilassarsi, svuoti la mente. Dovrò avvisare il Presidente-
-Mara, ieri sera sono salito sul tetto della mia casa. Ho visto il tramonto: sapessi come erano belli quei colori. Ho pensato che ti amavo. Mi ascolti, Mara?- Angelo si era alzato e ora stava appoggiato con tutte e due le mani sull’apparecchio la cui voce continuava a diffondersi nella stanza: - Si calmi, cerchi d

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   4 commenti     di: Ivano Boceda


Il processo di Socrate secondo Santippe. Seconda parte

"Quando sarà eseguita la sentenza? " - domandò Santippe a Critone
che era venuto a trovarla il giorno dopo il processo. "Nessuno può
saperlo. - rispose Critone - Deve tornare la nave sacra da Delo e sembra
che non possa ancora prendere il mare a causa dei venti contrari".



"Che c'entra la nave con la morte di Socrate?" - domandò, stupita,
Santippe. "Gli ateniesi mandano ogni anno una nave sacra a Delo per
ringraziare Apollo dell'aiuto dato a Teseo quando uccise il Minotauro"
"Questo lo so". - disse, impaziente, Santippe. Critone continuò:
"Una legge ha stabilito che la città deve restare pura fino a quando
la nave non sarà tornata; e dunque non si possono eseguire le sentenze
di morte" "Ah, è così! Fino a che dura la festa la città deve essere
pura ma, finita la festa, può tranquillamente insozzarsi del sangue
degli innocenti". Il tono di Santippe era sarcastico, la sua voce
tagliente. Continuò: " E Apollo, il divino Apollo, appagato da tanti
sacrifici e canti e danze, come può non chiudere un occhio sulle
nefandezze che la città compie, a festa finita?"
Critone la guardava perplesso e stupito. Cercò di placare l'esaspe-
razione di Santippe con l'ironia. "Se ti sentissero Anito e Meleto,
direbbero, anche di te, che sei empia". "Lo sono. Almeno nel senso
che voi date a questa parola. Non credo in nessuno dei vostri dei.
Il mio Dio non si fa corrompere da facili sacrifici di poveri
animali innocenti. Esige giustizia e pietà. È molto severo con
i potenti ed ha molta pietà per i deboli."
Critone la guardava sbigottito. Non sapeva che pensare, non sapeva
che dire. "E quando è partita questa nave cosiddetta sacra?" - chiese
Santippe. "Il giorno prima della sentenza che ha condannato Socrate".
"Se i venti sono contrari c'è speranza che tardi a tornare, - la voce
di Santippe si era addolcita - ma tornerà, tornerà, un giorno
o l'altro..." Scoppiò a piangere, un pianto aspro e nervoso, fatto
più di singhiozzi che di l

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27 gennaio, non dimentichiamo mai

No, non dimentico... come potrei! Mi chiamo Marcus, 16 anni, corpo tozzo, sguardo volpino; mi han preso la', nel ghetto di Varsavia, penso due giorni fa, insieme ai miei genitori, mia sorella.
Non so dove sono loro, forse li han caricati su un altro vagone, non so... Su questo treno, ammassato con altri mille, scruto da una fessura bianca... Ho visto campi verdi, immensi, non finivano mai... colline rivestite di neve purpurea, fresche come gelati... ed ora, stretti come sardine, con questo puzzo immondo, con i lamenti dei vecchi sul collo, i pianti dei bimbi sul petto, mi chiedo dove ci porteranno, dove siamo diretti e, soprattutto, perché non ci dan da bere?
Che cosa gli costa fermarsi un attimo, darci un secchio d'acqua, un po' di pane, anche ammuffito, rinsecchito.
Niente.
E me ne sto qui, tenuto in piedi per forza perché non c'è spazio per sedersi, qui... a pensare a quello che ho lasciato sul tavolo, a casa. Il mio disegno stinto, i miei pastelli, i miei libri, quaderni: li schierati, ad aspettarmi, a chiedersi dove sono quelle mani che tanto delicatamente li effigievano... Cos'è sto sbalzo? Che stridio di freni... Si, siam arrivati, il treno è fermo. Schianto improvviso. Qualcuno, con voce dura, apre lo sportello. La luce per un attimo m'acceca... Ci intimano di scendere, lo faccio.. lo facciamo. Ci dividono in due file, i più giovani a destra, anziani a sinistra, È tutto innevato, ho freddo, le gambe sono inutili. Cerco con lo sguardo i miei... non li vedo... ma dove saranno? C'incamminiamo, stravolti. A suon di spinte e manate giungiamo davanti ad un capannone enorme, grigio. Dobbiamo dividerci in squadre, accatastare i nostri indumenti, le nostre cose, e spogliarci. Ma come! Qui, davanti agli altri, ma come faccio.. ho vergogna.. umiliazione più feroce non c'è.
Un soldataccio, con fare mellifluo, ci spiega che dobbiamo lavarci, che prima di entrare nelle camerate dei campi lavoro dobbiam esser puliti. DIO MIO! una doccia calda!

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   6 commenti     di: max22 -


No talk war show

1
Un colpo di mitragliatrice, e il primo ospite che stava avvicinandosi alla poltrona del talk war show della sera, cadde a terra in un lago di sangue. Ci fu il primo applauso dal pubblico, naturalmente armato. Erano le 22. 00 di sera, e come sempre Tele sparo tutte, mandava in onda il suo programma di punta del second time. Gli schizzi di brandelli di materia che avevano colpito anche il cervello del malcapitato, finirono per macchiare le lenti delle telecamere 1, 2 e 3, e naturalmete la regia sapiente di Sergio Killers, riusci' ad evidenziare ogni più schifido dettaglio della drammatica scena. Il programma era presentato da Pippo Presentotutto, vestito con casco nero, come i camorristi, tuta completamente antiproiettile e microfono wireless, con il quale, mentre alcuni addetti portavano via il cadavere, annuncio', sulle note di una marcia funebre:
"Signori, signore e malavitosi di ogni genere, nonche' mercenari e guerriglieri anche in erba, che come sapete la nostra trasmissione e' seguita anche dai combattenti bambini africani, buonasera!!!" Da dietro gli studi televisivi un boato. Era stato fatto saltare un kilo di tritolo. "Ringraziamo il nostro sponsor "Armatutto e di piu'". E di nuovo applauso. Entrarono due strafighe alte, le vallette, anche loro con casco anti proiettile e tutto il resto, armate di mitragliatori di nuova generazione, e sul video dopo un "pum" registrato apparve una strisciolina scritta in rosso, in sovraimpressione, altro sponsor, che la frase diceva "Talk war show vi e' offerto in diretta e con morti veri da "Bombe a mano Spa" chi si arma di qua e chi si arma di la'. Presentotutto passo' a salutare le due vallette. "Ecco a Voi Klamira". Lei fece due passi verso la 4 che la inquadrava dalle tette in giu' "E... ", un colpo di mitraglietta di Klamira colpi' la seconda valletta Paulinka, che si era inutilmente gettata a terra per evitare l' attacco, che Presentotutto, schivando miracolosamente la raffica di piomb

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   5 commenti     di: Raffaele Arena



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