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Racconti drammatici

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L’osserva, semplicemente. Tutto ciò gli basta per stare bene. Assapora a pieno l’odore che emana il corpo della bella ragazza che ha al suo fianco:i capelli che ancora sanno di shampoo alla pesca, confuso con il profumo fruttato che ha indosso. Avverte il suo dolce respiro sulla pelle.. D’un tratto, il ritmo dei respiri diventa irregolare, a volte profondo ed altre quasi rimanendo in apnea. Il bel manager sorride, la bella testolina bionda starà sognando. Nel silenzio della camera, s’avverte il suono di un pianoforte in lontananza. Con le forti mani, percorre il corpo della bella biondina.. Le bacia dolcemente la guancia, impaurito di poter provocarle ancora dolore.. Sospira a fondo, il bel biondino, pensa a quanto.. beh.. a quanto sia contento. Anzi:contentissimo. Eppure, quella contentezza sembra voler sfociare nella più cupa delle tristezze:stanotte, una ragazza ha regalato il suo amore ad un uomo che, di questo sentimento, se ne ricorda solo lo spelling. Stanotte, una piccola stella ha regalato piacere ad una stella cometa. Proprio come quando le stelle più giovani vengono inghiottite, in tutta la loro luce, da una potente supernova:provano dolore, distrutte nella loro integrità, per regalare superficiale felicità ad un’altra, che senza scrupolo trarrà piacere dall’essersene impossessata. Stanotte.. beh.. stanotte, mr. James ha vissuto. Sente il cuore collassare su se stesso ogni quanto la piccola biondina stringe inconsciamente il suo corpo, catturata da un dolce sogno. Dunk si avvicina all’orecchio della bella. Dolcemente, quasi impercettibile, inizia a cantarle una dolce canzone. La sussurra, immedesimandosi come mai. Canta sensualmente, con gli occhi persi nel vuoto. E stranamente lucidi. Ogni tanto, il suo dolce canto viene smorzato da uno strano magone. Lascia all’immaginazione della piccola l’ultima parte del brano, e si stende su di un fianco a riflettere. Una piccola lacrima riga trasversalmente il volto del bel manager:la lascia scendere giù, senza preoccupars

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Superpoteri

Prima dose: le parole
-non è affatto scontato quello che stiamo vivendo!! e vattene affanculo, vattene via!-
Luca urla, lavando i piatti, distratto, meccanico, intanto guarda i rami dei pioppi, fuori. Sono le mani di sua madre e ci si aggrappa a quei fili, disegnano ombre sbieche sulle pareti, ora senza soffitto. Vorrebbe buttarsi contro quel cielo, ma c'è Giulia, che lo fissa, lei se ne sta andando... è la volta buona:
-eppure vederti così depresso non mi aiuta, staremo meglio da soli, tienimi informata, fidati. Tieniti vivo!-
Lui deperisce piano, con costanza, sceglie la parte in ombra del muro, ormai Icaro ha entrambe le ali bruciate.

Seconda dose: il controllo
Il nuovo appartamento, lei, lo ha scelto in fretta, ha un bell'ingresso, pareti gialle, una stupida veduta di Manhattan e la cucina a posto, ma le piacciono solo le fioriere, le riempirà di zinnie, le riempirà di parole e di barriere, l'acqua colerà giù dal muro, insulti coi vicini. Deve lasciare questa mansarda, chiuderci dentro Luca, vuole tornare al sole.
Ogni cassetto scoppia di blister, capsule di diversa forma e colore, tessere chimiche di mosaico: Zoloft, Depakin Chrono 300, Depakin 500, Tavor, Carbolithium, non hanno mai funzionato, neanche un mese, neanche un giorno.
Il frigorifero è vuoto, scaffali da emporio fallito, aria fredda, che sibila tra le grate, aria azzurra non riempirà più con frutta e verdura che avvizzisce, basterà l'ero a sfamarlo.

Lui la tiene ancora ferma, con una frase, ancora alla porta:
-ma sai cosa mi solleva, ora, la notte? i programmi stupidi della TV, senza senso, potermi gestire quel tempo, da solo e non averti qui, alzata, a chiedermi cosa faccio, cosa penso. Sapere che non mi aspetti più, la notte, dal lavoro. Mi solleva tanto questo vuoto, il tuo stupido spazzolino, quello stupido, tuo, spazzolino! -
Lei lo guarda con amore, ed è come staccare la carta vecchia dal retro dei quadri, tutti quei pezzetti che restano attaccati, una parte de

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   0 commenti     di: Matteo Biserna


L'uomo dei treni

- Quando sono partito questa mattina era già là e quando sono ritornato l'ho ritrovato seduto sulla panchina di ferro sgangherata, incurante dell'umidità e del freddo. Così da più di due mesi, da quando gli è morta la moglie.
Il Guercio si grattò il mento e poi si rivolse al suo interlocutore che, per lavoro, andava ogni giorno in città utilizzando il treno - E tu non gli hai mai chiesto perché sta lì?
- Sì, un paio di volte e mi ha sempre risposto che aspetta, solo non si sa che cosa. Guercio, quello è vecchio, con la morte della moglie è andato giù di testa. Se non si fa qualche cosa, va a finire che si ammala.
- Va bene, vedrò di parlargli.
Il giorno dopo il Guercio fece un salto in stazione, si guardò intorno e vide il vecchio seduto sull'unica panchina; gli si avvicinò e gli chiese - Signor Testa, aspetta il treno?
- Sì, ma come al solito è in ritardo.
- Beh, non si può aver tutto; fino a qualche hanno fa non c'era nemmeno un treno, per colpa della guerra, la linea era distrutta e ora lentamente si sta ricostruendo e i convogli ricominciano a passare, anche se non hanno un orario fisso. Deve andare in città, per caso?
- No, aspetto il treno fino a quando lui non scenderà e mi correrà incontro per abbracciarmi.
- Scusi, lui chi?
. Franco, mio figlio, disperso in Russia. Che vuol dire disperso? Che non lo trovano e che quindi magari è in un campo di concentramento, dove soffre le pene dell'inferno e nemmeno sa che la sua mamma è morta.
Il Guercio avvertì un improvviso imbarazzo, un senso di inquietitudine per l'atteggiamento rassegnato, ma ancora con un filo di speranza, di quel povero vecchio, rimasto solo e nel dubbio per la sorte del figlio.
E fece allora una cosa di cui in seguito avrebbe avuto modo di pentirsene: offrì al genitore tutta la sua disponibilità per cercare di ritrovare il disperso.
Si mise in moto subito; dapprima ne parlò al segretario provinciale del partito che gli fece tante ampie promesse di intere

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Morire

È una sensazione bellissima, l'aria gioca coi riccioli dei miei capelli, scomponendoli in sorrisi sempre diversi e il sole sembra muoversi, smettendo finalmente di fissarmi interrogativo. I miei occhi possono guardarlo senza vergogna, oggi.
Non so se sono io che sto andando incontro al mondo o è lui che mi sta abbracciando, vedo solo che tutto si avvicina così in fretta, troppo in fretta.

Credo di aver scelto la giornata sbagliata per lanciarmi nel cielo.

L'impatto col suolo è arrivato nel silenzio, e i miei riccioli non giocano più, ma io ci sono ancora.
Vedo quello che è stato il mio corpo in una strana posa, senza sangue intorno, e potrebbe essere ancora vivo. Solo io sono sicura di essere morta, perché mi vedo morta.
Non me lo sarei mai aspettata.
E adesso, che succederà?
Di solito mi basta molto meno per bestemmiare, ma ora chi si fida più a farlo?
Mi sento leggera, e anche se il mio sangue non pulsa c'è un altro battito che si sta intensificando, non più nel petto che non ho, ora è dove avevo le tempie e ha il suono della paura.
Un sospetto si fa largo nei miei pensieri agitati, nel panico dell'orrore che l'inaspettato gli ruggisce contro.
Ho la sensazione che la morte sarà il percorso a ritroso della mia nascita.
E come potrebbe essere diversamente, visto che si riflettono l'una nell'altra?
Il mio sentire è stato il primo ad arrivare, nel mio essere stata concepita, e ora se ne andrà anche lui, forse per ultimo. Il corpo, arrivato per ultimo, se n'è già andato.
Tutto qui sembra invertirsi.
Per il pensare, sento, sarà questione di tempo.
Per ora posso ancora farlo, ho solo l'obbligo di accordarmi a quel battito terribile, che deve essere il primo e l'ultimo pulsare della verità.
Ma qual'è questa verità?
Oltre al sapere d'esserci ancora, la morte non pare volermi dire altro e forse, per farlo, deve aspettare che sia la mia coscienza a parlare.
Attraverso i ricordi.
Ricordi che, come sono stati i primi a

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   0 commenti     di: massimo vaj


La Buca

Nell'aria fredda del mattino Maria aveva qualche brivido; si era affrettata a
raggiungere i compagni che l'attendevano al di là del cancello, in fondo al
giardino. Era scesa rapida dalla scalinata di casa andando circospetta e di
nascosto all'appuntamento, eludendo la sorveglianza di sua madre che
sicuramente non le avrebbe dato il permesso d'andare al fiume con gli amici.

La vita in campagna permette certe libertà che sono impensabili altrove: E'
un luogo rassicurante, una distesa verde che si vede a perdita d'occhio; le
insidie quasi non ci sono perché la gente è semplice e poca e tutti si
conoscono. Non è facile compiere azioni di cui ci si debba vergognare, senza
che vengano prima o poi a conoscenza di tutti. Ciascuno usa le proprie astuzie
non certo per creare rotture tra gli amici, con le famiglie e nemmeno con i capi
delle colture. Inoltre sono diversi anche i criteri di valutazione sui fatti che
accadono rispetto a quelli di chi vive in città. Ad esempio può essere
gravissimo rubare un grappolo d'uva nella vigna altrui, tanto che se un
proprietario se ne accorge si mette tranquillamente a sparare per difendere ciò
che è suo; altri reati invece, come vedremo in seguito, anche gravi sono
sottaciuti, addirittura coperti da omertà quando meriterebbero la galera.
Il collo e le braccia, bruniti dal sole, uscivano scarni dal vestito di cretonne
fiorato che le stava largo. Il suo aspetto appariva un po' malinconico ma il volto
leggermente appuntito era bello; il colorito di pesca matura, gli occhi ampi e
lucenti sotto l'arco dei sopraccigli ben disegnati, il naso piccolo e un po' rivolto
all'insù le davano un'aria da cerbiatta assai grazioso.

Il mento breve e sfuggente quasi spariva nel luminoso sorriso, fitto di quelle
perline bianche che aveva per denti e le ciocche di capelli ricci, raccolti in due
fiocchi di nastro azzurro, ben si armonizzavano con l'età tenera che aveva.
Il padre era stato richiamato al servizio militar

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   6 commenti     di: Verbena


Uomini dalla barba lunga

Un passo dopo l'altro.
Un piede si sussegue al precedente in un ticchettio ovattato e regolare provocato dalle scarpe sgualcite che picchiano sul marmo. Nessuno si gira, nessuno incontra il suo sguardo, nessuno ode il ritmo regolare delle solette: consapevole indifferenza che la gente nutre verso chi, a differenza loro, non può permettersi una camicia sempre pulita.
Svolta un angolo e si ritrova in un'altra strada priva di significato: non c'è un abitazione che lo riguarda, né un ufficio, né tanto meno un luogo ove entrare e trovare il caloroso affetto di un amico che lo invita a sedersi e a prendere un alcolico per raccontargli le ultime vicissitudini con la propria ragazza. Nulla di tutto questo è riservato a coloro che indossano gli abiti immancabilmente forgiati dal tempo passato in strada e portano la barba lunga per proteggere il viso dal freddo imperterrito che aleggia quando ci si trova senza un tetto a dividere il proprio capo dalle stelle. Ogni tramonto è uguale al precedente, a ogni notte segue sempre un giorno che si differenzia da quello passato come i passi nel marmo si differenziano l'uno dall'altro. È questa la vita che conduce un uomo dalla barba lunga e dagli abiti sgualciti; a volte uno scalino, altre volte una panchina sotto un albero possono offrirgli riposo e accoglienza al pari di un letto; mezzo panino abbandonato da un turista può placargli parte del vuoto provocato dall'arrogante fame al pari di un pasto caldo, una scatola di cartone rapita al supermercato del quartiere gli offre caldo e protezione come un piumone o un plaid. Agadit passa così la sua vita, trascinandosi da un luogo all'altro dalla città senza alcuna meta apparente, in cerca di qualcosa che possa aiutarlo a placare e mai soddisfare i suoi fabbisogni primari; però lui conserva un segreto, una speranza, un obiettivo che non ha mai confessato a nessuno dei suoi amici migliori per paura di essere tradito: nei bagni della metropolitana abbandonata conserva u

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L'alpino nella neve

Nel corso della prima guerra mondiale si combatté molto, e duramente, anche sulle alte cime; i crinali furono contesi aspramente dai due contendenti e le difficoltà del terreno, le condizioni climatiche repentinamente mutevoli e l'alta quota determinarono perdite incalcolabili.
Sono passati tanti anni da quando il nonno mi ha lasciato ed io ero ancora bambino, ma non ho dimenticato i suoi racconti di vita, le esperienze drammatiche che lo coinvolsero in quella grande tragedia che lo videro umile alpino combattere sulle nevi eterne dell'Adamello.
Quello che mi appresto a raccontare è un episodio che al nonno, nel rammentare, provocava un'emozione così forte da riuscire a trasmetterla anche a me e che tuttora provo, per la nota dolente che lo contraddistingue.

L'anno, mi pare fosse il 1916; la guerra era già entrata nel secondo anno e le nostre speranze di una rapida vittoria erano già svanite; eravamo partiti da Mantova in otto ed ero rimasto solo io (Cavedaschi era caduto nei primi giorni, Moretti non si era più svegliato una mattina ed il freddo se l'era portato con sé; gli altri, gli altri? Sì, gli altri non mi erano sconosciuti, ma ho imparato presto che è meglio dimenticare l'amicizia per evitare la sofferenza per la perdita di un caro compagno).
Eravamo incavernati su un bastione di roccia che guardava sul ghiacciaio del Mandrone; uno spazio angusto, scavato con il piccone, vivevamo in mezzo ai nostri stessi escrementi, si mangiava ogni tanto, quando la corvé riusciva a raggiungerci; il freddo era sempre intenso e non potevi dormire più di un'ora di seguito, altrimenti ti si congelavano gli arti.
Gli austriaci erano dall'altra parte, fra le rocce fronteggianti, ad una distanza non superiore ai 200 metri, in una posizione di fatto imprendibile, perché noi avremmo dovuto uscire dalla caverna, calarci con le funi sul bordo del ghiacciaio, attraversarlo, aggirando i crepacci, e risalire il pendio per attaccare il nemico. E la stessa cosa era per

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