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Racconti drammatici

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La malvagità

Sto per morire... lo so bene. Sto per morire! Ma prima di lasciare questo orrido mondo voglio raccontarvi una storia. La storia di un ragazzo che cercava la malvagità.
Prima di tutto mi presento, nei miei ultimi anni di vita sono sempre stato conosciuto come il vecchio saggio della montagna o perlomeno la gente mi chiamava così.
Il vecchio saggio della montagna...
Di certo l'ho sempre trovato strano essere chiamato in quel modo da quella stessa gente da cui mi sono isolato per vivere da eremita.
Quando ero più giovane ho fatto questa scelta radicale che mi ha cambiato totalmente la vita.
Non so perché l'ho fatta... forse perché ho sempre odiato le persone e la loro stupida mentalità stereotipata e il loro modo di ragionare. Sono sempre stato preso in giro per il mio modo di pensare fuori dall'ordinario. Oramai sarà quasi 60 anni che mi ritrovo in questa montagna solo con me stesso. E adesso sto per morire. Lo so... sto per morire!
Nel tempo, non so per quale motivo si è sviluppata la fama che io fossi un vecchio saggio. Non so perchè, forse avevano capito che ero saggio poiché mi ero allontanato da loro. Ma non credo sia così. Sapete come funziona no? Basta far iniziare a circolare una voce che subito dopo tutti ne parlano come se fosse un fatto certo. Da quando si è sviluppata questa voce, la gente ha incominciato dal villaggio a salire su per la montagna per chiedermi aiuto.
Per questi pezzenti sono sempre stato solo buono per dare consigli alla loro schifosa e mediocre vita.
Non mi hanno mai considerato prima che venissi qua. Si accorgono che esisto solo quando hanno bisogno di consigli per i loro futili problemi.
Ma adesso... sto per morire! Lo so... lo so bene! Lo sento, sento che la morte mi sta abbracciando.
Eheh... finalmente potrò scoprire il segreto che tutti cercano: cosa c'è dopo la morte?
Quanta gente è venuta da me per chiedermi questa stupida e banale domanda. Siccome per tutti ero il vecchio saggio, si fidavano ciecamente

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   5 commenti     di: Luigi Greco


Un banco di nebbia in una notte senza luna

La porta della cella si aprì facendo entrare un secondino, non uno di quelli soliti però, ma una faccia mai vista(smunta e dall'aria vagamente ottusa)proveniente probabilmente da un altro braccio del penitenziario. Accanto alla guardia, pochi passi più indietro, entrò un uomo dall'aspetto e dal portamento affatto diversi da qualsiasi altro presente in quel carcere: giacca e cravatta, scarpe di vernice nera, capelli e barba tagliati di fresco, una borsa di cuoio scuro nella mano destra e lo sguardo acuto e penetrante di chi sembra in grado di poterti leggere l'anima da parte a parte e dal quale non ti sembra di poter avere scampo, se per disgrazia tenti di sostenerlo, l'unica tua speranza è fuggirlo continuamente.
Marco del resto lo sapeva molto bene, aveva già incontrato quell'uomo una volta, parlando con lui a lungo in quell'occasione;fu allora che gli venne commissionato il suo "lavoro", quello per cui era finito in galera. Avrebbe dovuto trascorrervi ancora parecchi anni a rigor di logica, ma sapeva bene che nulla era mai troppo sicuro e definitivo: si poteva entrare ed uscire per molte vie da una situazione come la sua e lui non aveva mai perso la speranza che si ricordassero ancora di lui, visto il lavoro che gli aveva sbrogliato. L'apparizione quel giorno dell'uomo con la valigetta sembrava confermare i suoi presagi, tuttavia egli non si sentiva affatto incoraggiato dalla visita inattesa, ma anzi sentì d'improvviso una grande inquietudine impossessarsi delle sue viscere, come il materializzarsi di un incubo recondito. Capiva fin troppo bene che quella non era certamente una forma di cortesia, ma celava senza dubbio nuove insidie e minacce.
L'uomo in giacca e cravatta andò a sedersi proprio di fronte a Marco, gettando la borsa sul piccolo tavolo con cui la cella era arredata, dopodichè licenziò con un cenno della mano la guardia ed esordì rassicurandolo circa il fatto che avrebbe potuto parlare liberamente, senza timore che nessuno li spiasse. Non

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   0 commenti     di: Claudio


Il fluire del sangue

Poteva sentire il fluire del sangue, avvertiva poco alla volta il lento ritorno della vita nel suo corpo inerme, freddo come il marmo.
Non ricordava niente, la sua mente era occupata dal vuoto, riusciva solo a collocarsi tra il genere umano. Tutto il resto, identità, provenienza, esperienze passate, aspirazioni future, non esistevano più. Se mai fossero esistite.
Non rammentava da quanto tempo si trovava in quel posto, e comunque non sapeva nemmeno definirlo quel posto, sapeva solo che era lì, da qualche parte del mondo, e che era vivo. Vivo? Era proprio sicuro di esserlo? Magari quella era la morte, o almeno quello che c'era dopo la morte.
Quindi era vero, la morte non era la fine, c'era qualcosa dopo il grande passo, poteva esserci ancora speranza per l'umanità.
Ma era solo, immerso in un'oscurità assoluta, senza suoni ed odori, senza memoria. Se quella era la morte, era spaventosa, molto più di quanto si fosse mai pensato, molto più di quanto si fosse mai temuto.
Ma allora cos'era quella sensazione di calore che lentamente sentiva avanzare nel suo corpo, se non il sangue. Non riusciva a pensare ad altro, perché altro non aveva da pensare.
Provò a massaggiarsi il capo con una mano, senza riuscirci, tentò allora di sollevare una gamba, ma rinunciò subito.
Improvvisamente provò dolore al torace, una rapida ed intensa sensazione che non riuscì a definire, poi lentamente si sentì sempre più debole, sempre più confuso.
Di nuovo quella strana impressione, poteva essere sicuro di essere vivo per via di quei battiti che ormai scandivano il suo tempo, unica compagnia in un mondo che non esisteva più.
Sentì un brivido su tutto il corpo, poi avvertì una vibrazione, una stranissima percezione ma non riusciva a capire cosa fosse, sapeva solo che era bello, meraviglioso, e sperava che non avesse mai fine.
In una frazione di secondo, ricordò tutto. E fu come morire. Una morte interminabile, unica compagna dei suoi pensieri per l'eternità.

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Jack... come cade una foglia in autunno

Jack... come cade una foglia in autunno

La notte avvolge la città che dorme profondamente, sono poche le macchine che passano nelle grandi strade che la dividono...
In uno dei terrazzi dei possenti palazzi che la dominano dal alto, ci sei tu... nel freddo gelido di una notte d'inverno, seduto in una sedia di uno squallido motel osservi tristemente il celo...
La sigaretta si consuma lentamente, agiti leggermente il bicchiere con il baffo, il Jack Daniel's, ultimo amico che ti è rimasto, il ghiaccio batte nel vetro del bicchiere e assorto nei tuoi mille pensieri è sempre uno e soltanto uno quello che domina, lei, lei e soltanto lei... è stata lei la tua unica ragione di vita... lei che purtroppo è diventata la tua unica ragione di vita... lei che con tanta fatica veniva e subito se ne andava... lei che non ti bastava mai... lei che potrebbe essere di tutti ma è solo per pochi... lei che ti faceva volare... anzi ti illudeva di star volando... lei che non parlava mai...
Lei che... lei che... lei che ti a preso, spremuto, rovinato e gettato via... lei che non tornerà perché non ti è rimasto più niente... solo l'ultima sigaretta, l'ultimo bicchiere di whiski di una bottiglia finita troppo presto e i vestiti che hai addosso...
Accendi l'ultima sigaretta, anche il tuo ultimo amico, Jack se ne è andato... getti il bicchiere in terra, ti alzi dalla sedia... vai verso la ringhiera... ti appoggi barcollando... guardi giù verso la strada...
Il tuo sguardo si perde tra la nebbia e il whisky... 20 piani ti separano dalla strada e 24 anni dal giorno in cui sei nato... l'ultima sigaretta è oramai finita... la tua speranza e la tua anima sono spazzate via come la cenere della cicca... volata via dal vento laggiù nel profondo degli abissi... arrese al destino che hai voluto dargli... per un attimo lo sguardo offuscato si ferma in una finestra del palazzo di fronte dove si è appena accesa una luce... una donna sta cambiando il suo bambino appena nato... c'è a

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Primo cap. vorrei morire se non vi disturba troppo

Sarei o meglio, fui, un attore teatrale e, ahimè! di fiction, che di questi tempi vanno per la maggiore, ma sulla carta d'identità preferii dichiarare di essere un banale impiegato.
Per anni fui ospite abbastanza richiesto alle trasmissioni di Raiuno e della De Filippi, dove girano sorrisi d'ipocrisia e complimenti iperbolici, gli spettatori presenti in sala si spellano le mani consigliati dalla manciata di euro che percepiscono. A me di questi inviti era sempre importato meno di zero, li avevo sopportati perché mi erano stati imposti dalla produzione e dal mio agente, io mi ero sempre sentito un attore " vero " con delle responsabilità verso il pubblico... Ma perché mi ostino a perdere il mio tempo a discuterne? Quasi avessi dimenticato che sono accidenti che appartengono tutti quanti al mio passato. Oggi è un giorno diverso, dopo tre mesi d'inutili dubbi ho finalmente sconfitto l'ultima esitazione, ho messo in vendita l'appartamento, quell'appartamento che io e Giulia al termine di una ricerca capillare avevamo scovato alla periferia di Milano, dove il cielo non banalizza le giornate. Tralascio di raccontare con quanto amore e con quanta cura l'avevamo arredato.
L'avvocato mi aveva preparato la procura ed alcune carte, che firmo. Neppure vi do un'occhiata, uno scarabocchio e via, il mio sguardo è attirato da una finestra socchiusa dello studio con il vento che si accanisce contro la tenda.
Sino all'ultimo il buonuomo aveva cercato di convincermi a rimangiarmi la decisione: un appartamento tanto bello, arredato con tanto gusto... Nell'invitarmi ad accomodarmi mi aveva anticipato che si sarebbe permesso di esprimersi non come titolare di uno studio legale che suo nonno aveva aperto nel 1935 o giù di lì, ma da amico quale si onorava di ritenersi. La mia, a suo dire, era un'imprudenza, avevo davanti una carriera teatrale e televisiva avviatissima, sarebbe bastato superare lo choc, l'indubbio choc... Nella foga oratoria si spinge oltre

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Il ponte di barche

Non si era pentito della scelta di trasferirsi in campagna, aveva bisogno di riprendersi dopo il brutto incidente. Quella pace, quella solitudine erano quello che serviva, i suoi pensieri però non erano stati avvisati e sembravano intenzionati a rimanere agganciati a quel momento. Una ragazzina sbucata fuori da un vicolo contromano. Una frenata disperata, la corsa inutile all'ospedale, l'incontro con la madre che dopo un attimo di esitazione lo aveva abbracciato piangendo quasi in silenzio. Tutti a ripetergli che non poteva evitare l'impatto, che non aveva nessuna colpa.
Non aveva colpa ma quel sorriso non si sarebbe più acceso.
Le prime settimane aveva cercato la soluzione nella normalità, ufficio, amici, qualche puntata al cimitero dove spesso incontrava Marzia che non gli negava mai un abbraccio, una parola di incoraggiamento. Un comportamento che lo lasciava sconcertato, non riusciva a spiegarsi come una madre a cui ammazzi una figlia di quattordici anni possa preoccuparsi per te, eppure bastava guardarla per capire la sua disperazione.
Una donna coraggiosa, rimasta incinta ai tempi dell'università, aveva cresciuto quella figlia da sola, non aveva mai svelato il nome del padre. Anni difficili in quella comunità bigotta, aveva lottato, non si era arresa.
Si erano conosciuti a un meeting aziendale, per qualche tempo avevano lavorato nella stessa società, un breve periodo, poi lui aveva fatto altre scelte. Non erano mancate le occasioni di frequentarsi, aveva anche pensato di approfondire quel rapporto che anche lei sembrava apprezzare ma, aveva prevalso la paura di farle altro male. Era sempre stato il suo problema quello di pensare, di farsi troppe domande, di restare a guardare la vita scorrere.
Ce l'aveva messa tutta per riprendere a vivere normalmente, aveva intuito subito però che niente sarebbe tornato come prima. Una sera mentre cercava di distrarsi facendo scorrere sul monitor le migliaia di fotografie mai catalogate, ritrovò a

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   0 commenti     di: Ivan Bui


Ferite di guerra

Era una primavera fatta di tiepidi giorni quella del 1940, una stagione come si deve, con le rose che sbocciavano vellutate e rigogliose e il grano che svettava verde nei campi. Sarebbe stato un anno come gli altri, se non si fosse avvertito nell’aria il cupo brontolio, come di un temporale estivo, di una tragedia che sembrava avvicinarsi ineluttabilmente.
Già si combatteva in Francia, anzi le truppe tedesche erano ormai dilagate nel territorio d’oltralpe, dopo aver fagocitato la Polonia ed aver annichilito il Belgio e l’Olanda. Insomma la guerra lampo sembrava dar ragione ancora una volta all’ometto con i baffi che strepitava a Berlino proclami su proclami e che con sicumera si sentiva padrone del mondo.
L’Italia, alleata della Germania, pareva in attesa, come una spettatrice interessata, ma che non aveva nessuna voglia di pagare il biglietto.
Benito Mussolini tentennava, si barcamenava, ma più passava il tempo e la vittoria della Germania sembrava certa, più si crucciava di non essere della partita, di non avere il suo angolo di gloria.
Gli italiani, in verità, non è che tenessero molto a scendere in campo, peraltro a fianco di quell’alleato di cui non serbavano un buon ricordo fin dalla prima guerra mondiale.
La propaganda, però, agiva sottilmente: non era forse vero che in Etiopia ci si era coperti di gloria? Le nostre tradizioni romane non ci solleticavano a prendere parte a un conflitto dall’esito ormai rapido e sicuro? La nostra Marina non era la più forte del Mediterraneo e la nostra aviazione, quella della grande trasvolata di Balbo, non era ammirata in tutto il mondo?
Queste argomentazioni, opportunamente insinuate nelle coscienze, cominciarono a dare i loro frutti e piano piano molti finirono con il convincersi che la guerra sarebbe stata una semplice passeggiata, una delle tante parate così ben architettate da Starace.
Abbracciò quest’idea anche Annibale Chiocchetti e come lui quasi tutti i giovani del paese, che sembrav

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