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Racconti drammatici

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Rapine in serie in tabaccheria

Gianni Carta, tabaccaio, nell'ultimo biennio aveva subito ben tre rapine, l'ultima delle quali appena una settimana prima, sempre senza che i responsabili fossero individuati. Non ce la faceva più, non poteva andare avanti così: già i guadagni erano una miseria e per giunta quelle carogne glieli decurtavano ulteriormente.
Non era tuttavia solo la questione economica a preoccuparlo, in effetti era soprattutto terrorizzato. La notte non dormiva, al pensiero che il mattino dopo si sarebbe dovuto recare al lavoro per ritrovarsi forse minacciato. Tanto più che due mesi prima un collega, la cui rivendita distava poche centinaia di metri dalla sua, era rimasto ucciso nel corso di un'analoga aggressione.
E quest'ultima volta per poco non aveva fatto la medesima fine. Quei due dannati tossici con la maschera dell'Uomo ragno, uno dei quali gli si era piantato davanti minacciandolo con un ringhio mentre l'altro scavalcava in fretta il bancone per svuotare cassa, erano decisi ma talmente nervosi che quasi se l'era fatta addosso per la paura, al pensiero che partisse inavvertitamente un colpo dalla rivoltella che gli veniva agitata sotto al naso.
Perché poi prendersela così spesso coi tabaccai? Non riusciva a capirlo. Cosa credevano mai di trovare nelle loro rivendite? Nell'ultima occasione avevano prelevato la miseria di seicentoventi euro in contanti, a cui andava aggiunto un ammontare all'incirca analogo in stecche di sigarette arraffate in fretta e furia, e quel poveraccio del suo collega era stato assassinato per neanche cinquecento euro. Che senso aveva rischiare l'ergastolo per pochi spiccioli?
Oltretutto, come se già non bastassero i crimini in sé, quel mattino l'agente assicurativo, che peraltro non aveva ancora versato il becco d'un quattrino neppure per i danni subiti nelle prime due ruberie, aveva addirittura avuto la faccia tosta di esprimere il sospetto che fossero i negozianti stessi a organizzare le rapine, per frodare l'assicurazione.
"Questa

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   2 commenti     di: Massimo Bianco


Laggiù in fondo

Da quando avevano scoperto il giacimento di antracite ed era stata avviata l'attività di estrazione tutti gli uomini del paesino avevano lavorato nella miniera, una generazione dietro l'altra, e anche ora che la vena stava inaridendosi nessuno pensava di lasciare quella pericolosa attività e di emigrare all'estero, come avevano fatto quelli della valle vicina. Il rischio era sembra incombente, la fatica ogni giorno più improba, ma il legame con la propria terra, con le origini era più forte di qualsiasi considerazione.
Anche Fasulin, benché avesse solo 14 anni, ogni giorno scendeva nel pozzo a sudare, a respirar polvere di carbone per 12 ore, perché così aveva fatto suo padre, e prima ancora suo nonno, e perché la fame era sempre tanta. Aveva cominciato a 10 anni, quando ancora le mani avevano quella morbidezza e quel colorito roseo dell'età, e ora si erano già indurite e nelle unghie si annidava il nero del carbone, così tenace che nemmeno a lavarle con la spazzola veniva via.
Era stato il bisogno a farlo scendere in miniera, ma in lui c'era anche una vocazione, nata nelle lunghe sere d'inverno intorno al focolare, quando il nonno e gli altri vecchi raccontavano le storie del mondo sotterraneo. Lui se ne stava ad ascoltare per ore, gli occhi sgranati, quasi rapito da quelle vicende di elfi, di folletti che animavano le buie gallerie del sottosuolo. E anche se alla fine dicevano che non era vero, ma solo una favola, lui stava zitto, mentre i suoi occhi vedevano profondi cunicoli animati da lucine volteggianti, da omini verdi che cantavano canzoncine allegre e melodiose.
Quando, in uno dei tanti incidenti, gli venne a mancare il babbo e la sera si ritrovò di colpo solo con il nonno da tempo inabile e con la mamma, stravolta dal dolore e da una vita di stenti, fu giocoforza proporsi di andare a lavorare giù in miniera. Lo presero subito, visto che se rendeva la metà di un adulto, però lo pagavano un quarto del salario, una miseria appena suffi

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Nessuna via d'uscita

Una lampada da notte lasciava sprigionare dal battiscopa appena una sottile lama di luce, sufficiente per vedere gli amici, Virginio e Armando, nel letto festonato di pizzo. Si chinò nella semioscurità: Arnaldo aveva la bocca leggermente aperta, con il labbro inferiore ancora bagnato di latte appena bevuto; per qualche momento li ascoltò respirare ne loro sonno profondo. Il "controllore" era nudo sotto la vestaglia di seta viola; inclinò la testa e scrutò i dormienti socchiudendo gli occhi e annusando le loro guance coperte da striminziti peli della barba.
Virginio spalancò gli occhi per mostrarsi stupito.
"Meglio dormirci sopra, "tesoro". È ancora notte fonda!", disse a voce molto assonnata. "Non rispetti neanche il nostro riposo pure in vacanza! Fai l'amore quando ti va."
Virginio lo sentì mormorare. Sentì il fruscio della coperta quando glielo stese addosso al corpo nudo. Arnaldo ritornò al terrazzo superiore dell'albergo "Intercontinental 7. 8. 4.", sito davanti la spiaggia gay di Long Beach e questo dovrebbe già bastare. Considerata una delle mete più hot dell'estate per chi ama i party anche in pieno giorno in riva al mare.
Arnaldo si sdraiò ad osservare l'aurora "americana". Egli aveva due vite separate. Non parlava mai di affari, ma qualcosa filtrava comunque nonostante la segretezza. Figlio di un facoltoso industriale siderurgico bergamasco, sapeva e teneva per sé quel che sapeva: i conti numerati in Svizzera, come li avevano tante aziende rispettabili. Ma la quantità di denaro e la facilità con cui fluiva, lo sorprendevano, anche se in casa di suo padre era stato abituato ad avere il meglio di tutto.
Dunque, figlio di benestanti; per lui futuro aziendale, completa dirigenza direzionale! Anche gli amici Virginio e Armando erano figli di importanti industriali del Nord Italia, ragazzi intelligenti, pieni di risorse (psichiche), simpatici, belli: maschietti che avevano la "pappa" sempre pronta, ragazzi parassiti di mamma

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Ventisettembreduemilanove

Ciao Vincenzo,
anzi ciao Enzo. È così che ti facevi chiamare, così che amavano chiamarti tutti. È già passato un anno, un incredibile, lunghissimo anno. E non ci sei più. Dove tu sia finito non saprei dirlo, il perchè neanche. Non avrebbe alcun senso cercare di rispondermi. So soltanto che esattamente un anno fa, il ventisettembreduemilanove ti ho perduto per sempre. E nessuno potrebbe capire, nessuno. Il dolore che si prova. Il vuoto, la solitudine, l'amarezza, l'odio. Ho odiato il mondo, la vita, tutte le persone che mi circondavano, per molto, troppo tempo. Nessuna di loro, niente, mi sembrava dovesse meritare attenzione. In fondo sono state la mia salvezza e tu lo sai bene. Addio Enzo, addio. Perchè sei andato via in autunno? Amavo così tanto questa stagione. E le foglie morte, raccontarti di noi due per mano in riva al mare senza smettere di ridere. Perchè proprio in autunno? Quante volte ho desiderato di svegliarmi, che sciocca, e trovarti in camera, come sempre, con la tv accesa e il telecomando a terra. I tuoi libri, le poesie, i cd ordinatissimi e la tua mania di conservare tutto. Nessuno potrebbe capire, nessuno. O forse si, ma non saprei condividere il mio dolore. Che ora ho imparato a custodire gelosamente, come un dono, come qualcosa che non si chiede, di cui tu sola conosci il potere devastante, la capacità di distruggerti fin dentro l'anima. E ho desiderato di morire con te. Cos'altro altrimenti? Cosa avrei potuto desiderare se non annientarmi. Ma ho saputo allontanare anche questo. L'istinto si domina, il dolore un po' meno. Questo ti succede quando non credi più a nulla, quando tutto è lontano da te, non hai la forza di reagire, di sperare, di avere fiducia, tantomeno fede. Quella non mi ha mai aiutato, mai mi aiuterà. So che se fossi qui mi diresti di non essere così ingenua, così stupida. Ma non ci sei, altrimenti avrei amato quelle parole una ad una. Tutte. Come mai prima d'ora. Sopravvivere a te è sopravvivere ad una ragione di

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   2 commenti     di: Riccardo


Il bastardo di Younge Street

IL BASTARDO DI YONGE STREET



Una pioggerella fredda e sgarbata ha scacciato anche i più incalliti nottambuli e l'asfalto luccica come ossidiana mentre l'uomo risale lentamente Yonge Street.
A quell'ora della notte Toronto mostra la sua immagine peggiore. Le vetrine buie e le insegne spente danno alla via un'aria trasandata e squallida che ricorda quella di un night-club la mattina dopo.
Agli incroci mucchi di bidoni attendono di essere svuotati e così pure i cestini appesi ai pali della luce, mentre dal fondo della strada giunge a tratti il sibilante rumore dei mezzi di pulizia. Intermittenti lampeggii frustano di giallo la pioggia e i muri delle case.

Passano rapide due coppiette, uscite forse dallo stesso teatro che l'uomo ha appena lasciato. Ha un brivido e si stringe ancor di più nell'impermeabile. È novembre e l'aria è fredda però il vero gelo che avverte non è all'esterno ma dentro di lui. Proprio il giorno prima aveva litigato con Maria che se n'era andata sbattendo la porta, urtata dalla sua noiosa pignoleria. Perciò aveva deciso per il concerto: non gli andava di restare da solo e aveva creduto che la musica di Gershwin e la folla sarebbero stati una buona medicina.
Si sbagliava.
Come la porta a molla si chiude alle sue spalle, il buio e la puzza dell'asfalto fradicio ingoiano la magia delle opulenti note di Porgy and Bess e di Un Americano a Parigi, lasciandolo più vuoto che mai.

All'angolo con Commerce Road sta accucciato un etilico che allunga una mano sporca. L'uomo fa finta di niente e tira dritto, poi ci ripensa, torna sui suoi passi, gli porge un pezzo da dieci dollari. Sgrana gli occhi e biascica qualcosa, il barbone, attraverso una chiostra di denti marci.
- Ho fatto bene - pensa - forse con quel denaro gli ho reso migliore la notte: di certo non ho peggiorato la mia -
Pensa all'Italia, mentre imbocca un vicolo, pensa a Maria Lourdes, al suo viso, al calore dei grandi occhi liquidi e alla massa di capelli

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   0 commenti     di: alberto


Concentrazione, parole, segreti e promesse che s'imprimono nel cuore Capitolo 12

La sua vita era appesa ad un filo. Conviveva con ansie e paure. E non erano finite. Ad un passo da apprendere quel segreto, forse il primo di una lunga serie.
Non bastava a rallegrarlo. Costituiva un'evidenza: la prova della sua innocenza.

(Non sapeva di esser seguito. Il male cela sempre altro male)

Il viaggio disperato alla ricerca di un minimo di tranquillità misto a quella fuga stava diventando snervante. Poteva esser riconosciuto ovunque.
Si procurò, quindi l'ennesimo travestimento e torno da quella famigliola con il cuore spezzato dalla morte del figlio e del suo ragazzo. Una evidente prova di solidarietà dopo tanto patire. Una evidente prova: il perdono. Ma non li aveva ancora perdonati per le umiliazioni e le prese in giro. Accettava sì, il loro aiuto.

Senza proferir parola entrò dopo aver bussato. Con un cenno indicò la stanza a lui riservata. Si poggiò sul letto e per qualche minuto si lasciò andare nei suoi tormentati pensieri.
Chiese un pc e lo ottenne. Si richiuse in camera.
La donna stava per dir qualcosa ma esitò.

Cominciarono le ricerche frenetiche virtuali. La ricerca del vero. La prova tangibile del loro amore oltre la morte.

(Il male era sempre più presente)

Riuscì a trovare l'accesso nonostante il servizio fosse in disuso da mesi.
Era nel suo mondo. Ricco, sconfinato, immenso: parole su parole; pensieri, amori e dolori.
Passioni.
Vi era un'intera sezione a lui dedicata.
SI fermò e cominciò ad esplorarla pronto a deglutire e far riaffiorare dolorosi ricordi.
Sospirò...
Cominciò a leggere.
Passarono alcuni minuti e sentì bussare ripetutamente alla porta.
Poi degli spari.
SI bloccò lasciando cadere il portatile.
Altri spari. La porta fu sfondata...
Non era la polizia. Una donna armata e con una benda gli puntava una pistola contro urlandogli di alzare le mani ed uscire.
Obbedì nonostante la rabbia di non esser riuscito a scovare il vero...

Gli partì un pensiero, una musica dolce

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   2 commenti     di: Felice Scala


ANA-quarta parte

La signora Alina aveva circa cinquant'anni, bionda, di carnagione chiara, portava i capelli raccolti sulla nuca tenuti da una fascia di lana che le incorniciava il viso. Parlava con un timbro di voce pacato, parlava e sgranava gli occhi, così languidi che pareva volessero nascondere cose molto tristi e dolorose. Avevo capito che era vedova. Con lei abitavano due figli, il maggiore, Corneliu, insegnava in una scuola elementare, il più piccolo Roman frequentava ancora una scuola professionale. La signora Alina mi permise di tenere, durante le ore di lavoro, il piccolo Samuel; d'altronde come avrei potuto fare? era troppo piccolo per essere lasciato da solo, in casa. Dopo circa due mesi, mi invitò a trasferirmi nella sua casa: "Vieni, trasferisciti da noi, c'è una stanza anche per te e Samuel, i miei figli sono contenti!" . Lasciai nella mia dimora, con grande gioia del padrone di casa, tutti i mobili e anche il letto in ferro battuto, per ripagarlo dei mesi d'affitto che non avevo potuto saldare. Vivere nella nuova casa, tutti insieme, significò far crescere mio figlio in una vera famiglia. S' instaurò con la signora Alina una certa complicità, perché aveva capito che ero una ragazza onesta e affidabile. Con Samuel si comportava come una vera nonna, affettuosa e paziente. Percepivo che mi voleva bene; nutrivo una profonda gratitudine nei suoi confronti, adoravo sentirla parlare, ascoltarla. I suoi discorsi non erano mai banali, era saggia, colta e poi, detto tra noi, mi aiutò, come si suole dire, ad aprire gli occhi. In quel periodo la società stava cambiando ed io, vissuta sempre in solitudine, non conoscevo nulla di ciò che stava capitando alla nostra nazione. Mi stupiva che non parlasse mai di suo marito, neppure con i figli. Pensai che avesse trovato il modo di superare il dolore, che avesse trovato il modo per amarli da sola. Avevo incominciato a capire che c'era fermento nell'aria quando mi mandò, alle tre del mattino, a fare la fila al mercat

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   5 commenti     di: antonina



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