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Racconti drammatici

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Lo sa, ma non vuole dirmelo

Gli appuntamenti erano fitti, tra la giornata di lunedì e quella di venerdì mi restava giusto il tempo per guardarmi allo specchio e giocare con l'orecchino regalatomi da zio Tom. Passato il primo giorno della settimana, capii che la situazione stava cimentandosi sull'inverosimile, nel senso che se realmente mi ritrovavo nella realtà ero uno stramaledettissimo uomo fortunato: chi l'avrebbe mai detto che al primo colloquio di lavoro mi avessero preso? Eppure ero giovane, diciottenne, la mia vita la passavo tra il pub di Mostro Joe e le sbronze nella West Side. Non potevo rendermi conto della mia bravura, se non nel momento in cui le ragazze mi si avvicinavano senza alcun ritegno e, molto probabilmente, senza nessun preconcetto tradizionalista del cazzo il quale prevede che il sesso fa male "all'integrità della bontà d'animo". Come potevo rendermi conto della mia bravura attraverso questa idiozia? Semplice, ero bello. Ma certo: il colloquio era ricco di donne ma pure ricco di uomini, esperti, geni senz'altro, anche molto scrupolosi e pignoli direi. Però ero bello, ed ogni mia singola sfumatura errata ed ogni pezzo sbagliato della mia personalità, del mio carattere e della mia professionalità - se non della mia esperienza - passavano in secondo piano - perché appunto ero bello. Attenzione: non ero bella, ma bello. Sono un uomo. Può risultare strano agli occhi e alle orecchie di qualcuno che legge una cosa del genere: "un uomo sfonda nel campo del lavoro (qualsiasi lavoro) per la sua bellezza!" È un'oscenità? Non direi! Le donne sono belle e da un momento all'altro si ritrovano a ballare presso un programma televisivo che due giorni prima l'aveva ben inquadrata a fare la lap dance in un locale stracolmo di rozzi cittadini della contea, sbavosi, con birra e cannocchiale indirizzato verso le parti medio-alte e medio-basse del favoloso corpicino femminile. E perché mai non può essere bello un uomo? No, mi chiedo: una donna realizza i suoi sogni (?) grazie all

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   0 commenti     di: Claudio Morgese


Glauco: terza parte

Erano passati tre anni, finita la guerra in giro erano rimaste più armi che roba da mangiare. In casa nostra eravamo ormai allo stremo e cominciavamo a non esser più sereni. Le cose andavano così: con quel poco che c'era, prima mangiava mio padre, poi mia madre e mia nonna (mia nonna quasi niente in realtà) e poi noi figli grandi, che dovevamo fare i lavori più pesanti, e infine le mie sorelle e i bambini più piccoli, se e quel che loro restava.


La fame d'allora, io me la ricordo bene, bisognava provarla per capirla: era come un busto che ti stringeva il torace e non ti mollava se non lo allentavi un po', e non lo allentavi se non mangiavi almeno qualcosa. Non importa cosa, non importa come. E quando qualcuno mangiava e tu invece no, l'avresti ammazzato! Padre, madre, fratelli e sorelle, era una gara unica: prima veniva lo stomaco, chiuso fino alla gola, poi la bocca e la lingua. Ricordo ancora bene le liti per un pezzo di pane raffermo, se e quando lo si trovava, e ricordo che, quando l'avevo in bocca, dovevo prima aspettare che si rammollisse almeno un po', e poi lo facevo sciogliere lentamente, senza masticarlo, così che durasse un pochino di più. Ricordo anche i cachi mangiati ancora duri, perché non si riusciva ad aspettar che maturassero, e le croste bruciate di polenta, scalpellate via dal fondo del paiolo, contese tra noi ragazzi e ragazze come veri bocconi del re.


Io allora lo guardavo mangiare, mio padre Egidio, mezz'ora prima di noi, insieme alla mamma e alla nonna. E mi dava un fastidio tremendo vedere come non si trattenesse, nonostante avesse poca fame, dal consumare anche l'ultimo boccone che aveva nel piatto. Mangiava quanto noi mangiavamo in due, e avevamo diciotto o vent'anni, del tutto incurante di quanto restasse poi da spartire per gli altri, cioè noi. Mi vergognavo da matti per lui e cercavo il modo di rimediare alla sua indifferenza.


Cibo serviva, cibo io portavo. Di nascosto. E di nascosto lo distribuivo ai miei fr

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   6 commenti     di: mauri huis


Uccidimi fratello mio

Io sono Ignazio Atenza. E tu eri Clemente Delugu.
Più che amici, più che fratelli.
Cresciuti nel podere di Tanca Cuada, in riva al mare.
Che bello andare a cavallo lungo la riva! Ti ricordi Clemente?
Le navi carboniere che passavano, ci salutavano.
E ti ricordi, quando si falciava il grano a giugno?
La sera si ballava e si cantava in casa del nonno.
Ad agosto la festa di S. Maria, e portavamo a spalla la sua statua carica di oro, in processione.
E cantavamo
- Santa Maria, mama de Deus, prega pro nos attros peccadores…-
(trad. “Santa Maria, madre di Dio, prega per noialtri peccatori”).
Guardavamo le ragazze dietro il fumo dell’incenso e loro ci guardavano, sorridendo, con la bocca nascosta dietro i lembi dei loro fazzoletti della festa. Il prete alzava la voce pregando e ci spruzzava l’acqua benedetta dall’aspersorio e tu chinavi la testa. Anche i loro padri ci guardavano, mentre arrostivano la carne di capra, all’ombra degli olivastri secolari, intorno alla chiesa bianca. Ridevano fra i baffi e ci mostravano la frusta dei loro cavalli, battendosela come niente, lentamente, sui gambali, mentre si toglievano il berretto per farsi il segno della croce.
Stavamo diventando uomini anche noi, Clemente.
Poi scoppiò la guerra.
Uomini partivano e non tornavano. Allora veniva la tristezza anche da noi. Le nostre madri ci guardavano. Noi non pensavamo. Eravamo ragazzi. Nati nel 1899.
Chiamarono anche noi. Bisognava partire e piangevamo. Tu eri più delicato e io dovevo proteggerti. Non ci piaceva quella divisa grigioverde che ci soffocava nel collo. Odiavo le urla di quei caporali.
Quando ci fecero salire sulla nave e attraversare il mare…
Poi ci separarono. Sento ancora il mio pianto che copriva il tuo.

Il Fronte. Nel Fango, nel Freddo. Filo spinato. Stai giu! Fuma il sigaro con il fuoco in bocca di notte o il cecchino ti vede! La Gavetta. Questa è Anice, bevete, bevete, che facciamo l’assalto!
Fuori! Fuori! Viva! Tà! Pùm!

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   8 commenti     di: alberto tosciri


E=mc2

Sto nuotando. Ma non sento il tepore dell'acqua intorno a me. Ad essere sincera non sento nulla. Ecco, questa deve essere la sensazione che devono provare gli astronauti quando fanno le loro evoluzioni galleggiando nella totale assenza di gravità, solo che io non compio evoluzioni, me ne sto immobile, e la gravità mi inchioda.
Non vedo nulla, né colori, né ombre, né immagini, in compenso però ho un udito finissimo, posso sentire anche i sussurri dietro le porte, come quel personaggio di una serie televisiva di quando ero bambina. Come si chiamava?... ah ecco, ora ricordo, " La donna bionica", solo le che lei però vedeva anche a chilometri di distanza e correva più veloce del vento. Io no.
Ma non è stato sempre così, ci sono stati giorni in cui io vedevo, camminavo, ridevo, parlavo, vivevo. Ma è stato tanto tempo fa, oppure no. Non lo so più.
All'inizio ho cercato di tenere il conto del tempo che passava attraverso i rumori e i suoni che mi circondavano, poi, ad un certo punto tutto si è fatto confuso, e non sono più riuscita a distinguere il rumore stridente del carrello delle medicazioni del mattino da quello più ovattato del carrello delle medicazioni della sera, ed anche le voci intorno a me non hanno più seguito un mutare cadenzato dal tempo.
Potrei essere qui da un giorno, oppure da un anno, per me non fa nessuna differenza. Sono come un gigantesco feto immerso nel liquido amniotico, solo che ora per me nascita e morte coincidono.
Non sento dolore, né fame né sete, ma soffro ugualmente. Soffro perché sento la solitudine, la paura, la precarietà.
Quello della memoria è un meccanismo strano, posso ricordare perfettamente le filastrocche imparate all'asilo, i paradigmi dei verbi irregolari, i versi iniziali dell'Iliade e della Divina Commedia, ricordo perfino il nome del mio primo grande amore: un bimbetto di 7 anni biondo e dalle ginocchia perennemente sbucciate... ma non ricordo come ho fatto a trovarmi qui.
In queste lunghe ore

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   0 commenti     di: Simona Durante


Oscar

La testa. Quanto gli faceva male la testa.
Se Oscar avesse potuto spiegare quanto gli facesse male la testa in quel momento con un'immagine, avrebbe sicuramente scelto un incidente automobilistico. Fischi dei freni, asfalto bruciato, lamine metalliche distrutte, vetri sbriciolati, urla di dolore. Sentiva tutta quest'orchestra di sinistri suoni nella sua testa, pesanti e ridondanti, incontrollabili e molto, molto fastidiosi.
Non ci poteva far nulla, oramai questi suoni avevano preso affitto dentro di lui. Erano dei coinquilini piuttosto scomodi, di cui avrebbe fatto volentieri a meno, come del resto di tutte quelle altre sensazioni che si portava dietro, come se fossero legate alle sue gambe, che si appiccicavano viscidamente sulla sua schiena come sanguisughe. Solitudine, desolazione, disperazione, confusione, sporcizia.
Ah, la sporcizia!
Non riusciva a sopportarla. Ultimamente Oscar non aveva avuto molte possibilità di lavarsi. Solo grazie a qualche fontanella o a qualche bagno pubblico riusciva a ritrovare un minimo di igiene. Ma per la maggior parte del tempo, puzzava di fritto. Sentiva sempre intorno a sé un odore di piedi fritti. Piedi che avevano percorso migliaia di chilometri. Fritti. Era una sensazione disgustosa, ma per uno come lui, uno che dormiva nella stazione dei treni, era quasi una normalità.
Com'era finito a vivere e dormire in una stazione?
Oscar si poneva spesso questa domanda, senza trovarvi mai risposta. Pensava quasi di esserci nato là dentro, ma nel suo io più nascosto, più vivo e pulito, sentiva che prima di quella squallida vita, ne aveva vissuta un'altra migliore, con una donna al suo fianco, degli amici, un lavoro, una macchina, una casa e, chissà, anche con dei figli. Senza puzza di frittura.
Automaticamente, dopo questo pensiero, si chiedeva sempre quanti anni avesse e dove fosse nato. Non aveva risposte, né carte d'identità. Sapeva solo il suo nome: Oscar. Chi avrebbe potuto dargli un nome simile? Gli ricordava il cine

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   0 commenti     di: Roberto Dessì


Giacinta

Il temporale aveva brontolato sin dalla tarda sera; era arrivato dalla parte del Garda, come sempre, da est, carico di bile. Nello scuro della notte le nuvole non si potevano distinguere, se non per le saette che ne illuminano i contorni. Giacinta non chiudeva mai le imposte della sua camera da letto, così essa intravedeva, attraverso il tendaggio sottile, i lampi che abbagliavano la stanza, mostrando gli spigoli dei mobili lucidi, d'altri tempi.
Improvvisamente cadde un fulmine con un frastuono secco. Giacinta sentì i canarini, che teneva in cucina, agitarsi dentro la gabbia. Sbattevano le ali contro le barrette di alluminio. Pensò di alzarsi per rassicurarli, ma l'idea di uscire dal letto la fece desistere.
Attese ancora qualche minuto e i canarini si acquietarono. Seguirono attimi di sospensione, poi ecco lo scroscio impetuoso, una caduta d'acqua verticale, senza un filo di vento e cominciò la pioggia per l'intera notte. La primavera calda portava questi cambiamenti repentini. La giornata era stata molto afosa, ma ora sembrava che fuori casa si presentasse l'autunno.
Giacinta si chiuse tutta sotto le lenzuola, raccolse le ginocchia contro di sé e rimase ad ascoltare il rovistare della pioggia, il martellare delle gocce contro la grondaia e l'abbondanza d'acqua che in men che non si dica iniziò a sfogare dal vecchio tubo, per finire in un bidone addossato all'angolo dell'edificio. Non aveva paura del maltempo, si sentiva al sicuro nella casa dove abitava sola, dopo che via via, prima i fratelli poi i genitori, se n'erano andati sia per avventura sia per mala sorte.
" Devi avere una vita tua ", le vennero alla mente le parole di sua madre, quando anni addietro la rimproverava di starsene troppo in casa, di non avere amiche.
" Siamo preoccupati per te! " le sussurrava il ricordo del padre all'orecchio. Sentiva la voce di lui come se fosse stato davvero accanto, chino vicino al guanciale.
Nella vita di Giacinta tutti erano

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Perché

Anche oggi una splendida giornata di sole, esco per la mia solita passeggiata. Mi piace uscire da solo, non che i ragazzi o Piero mi diano impiccio ma camminare da solo mi da davvero una sensazione di libertà particolare, fermarmi quando mi pare, osservare, scegliere le strade che mi intrigano di più, tanto la meta è sempre la stessa: il parco in fondo alla strada. Che meraviglia stare distesi sull'erba umida appena irrorata dagli annaffiatori automatici, sentire i raggi dal sole che mi riscaldano, la leggera brezza che muove i fili d'erba che mi accarezzano lungo il corpo e poi ho il mio solito posticino con un punto di osservazione ideale, questa cunetta di terra al centro fra i due castagni e un posto perfetto, da qui vedo quasi tutto il parco, posso vedere chi entra, chi esce e quello che fanno quasi tutti i frequentatori.

Oggi c'è poca gente, la signora Elisa col figlio un po' scemo che viene sempre col solito pantaloncino corto... ma dovrebbe avere già l'età per portarli più lunghi, e poi si porta sempre quello stupido aquilone che alla fine si impiglia ovunque, una volta hanno dovuto chiamare anche il guardiano del parco con la scala per toglierlo dai fili della luce... ma che imbranato... C'è pure Rosy una bambina dolcissima che mi sorride sempre, ha sempre parole gentili e gesti affettuosi davvero un tesoro. Anche i miei ragazzi sono affettuosi ma hanno sempre la testa ad altro, Giacomo è sempre appiccicato la suo portatile come in una simbiosi: metà ragazzo metà computer.. penso che se un giorno dovesse perderlo dovremo affrontare un lutto grave in famiglia. Anna invece ha la sua simbiosi col telefonino, da quando ne ho memoria sarà il sesto o settimo che cambia, al contrario di Giacomo che col portatile ci dorme e che in ogni momento della giornata è sempre sotto il suo sguardo attento, Anna il suo telefonino lo va lasciando sempre dove le capita.. che testa... infatti ne ha già perduti una cifrà... poi due lacrimucce e ne compare subit

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