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Racconti drammatici

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A futura memoria

È passato ormai tanto tempo, quasi un secolo, e quei nomi incisi nella lapide sul frontale della chiesa del villaggio, a futura memoria di chi è caduto per la patria, non sono altro che lettere sconosciute ai più.
Vado spesso in quel dolce paese di montagna, ai piedi delle Dolomiti, sia per il clima mite che per il paesaggio di una bellezza indescrivibile ed un giro per le strade a curiosare la merce esposta nelle vetrine ormai è divenuto un obbligo. Il borgo, cent'anni fa invero di modeste dimensioni, si è notevolmente ampliato in forza del crescente afflusso turistico, ma le caratteristiche dei suoi abitanti sono rimaste immutate ed ancor oggi la domenica non è difficile vedere qualche coppia avviarsi alla messa nel tradizionale costume tirolese.
La chiesa, con retrostante cimitero, è nella piazza del paese e le riservo sempre una visita, per la sua innata austerità; non manco di soffermarmi davanti alla lapide e leggi oggi e leggi domani quei trenta nomi ivi impressi hanno finito per rimanermi nella mente, in particolare uno: Alfred Meister.
Perché questa preferenza? Perché è morto l'ultimo giorno della prima guerra mondiale all'età di ventidue anni.
Ho chiesto in giro se aveva ancora dei parenti, anche alla lontana, ma tutti hanno scosso il capo; poi un giorno, mentre sedevo su una panchina della piazza, ho visto il parroco uscire dalla chiesa e mi è balenata un'idea. L'ho avvicinato e accennando alla lapide gli ho chiesto se qualcuno sapeva di questo Meister. È rimasto un attimo assorto, poi mi ha pregato di seguirlo in canonica, dove ha frugato fra libroni vecchi e polverosi, trovandone alla fine uno. L'ha consultato a lungo, poi con un sorriso di compiacimento mi ha detto che ero fortunato, e nello stesso tempo sfortunato, perché Meister era un trovatello e che quindi già all'epoca non aveva parenti.
Proprio per questo i suoi effetti personali erano stati inviati alla parrocchia e probabilmente si dovevano trovare lì. Avrebbe provveduto

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Storie di vita

“Eccola lì, la mia Ford, l’ ho presa a vent’ anni e non l’ ho lasciata più” Si lasciò andare in un malinconico sorriso, di fronte a lui quell’auto vecchia e dissipata dalle numerose fatiche che aveva affrontato. In origine era nera ma oramai per il pulviscolo di Perrikton, era diventata grigia, il telaio era completamente distrutto, i vetri erano limati dalla rena, e l’interno poteva far trasparire una negligenza di più di trent’ anni nei suoi confronti.
L’odore era nauseante, dentro quella macchina vi era di tutto, si poteva trovare del cibo sotto i sedili e delle sigarette o degli insetti decomposti.
Diceva sempre ai suo figlio che non l’avrebbe cambiata per nulla al mondo, ma in cuor suo mentiva spudoratamente, difatti avrebbe abbandonato volentieri quel rottame se solo avesse avuto un migliaio di dollari per comprarsene una migliore.
Banchi di nebbia si espandevano su tutto l’isolato, un esercito di fantasmi che marciavano senza sosta, luci rimbalzavano sull’asfalto, foglie secche si scorgevano come serpenti nascosti tra i sassi.
Paul, ormai cinquantenne entrò nell’auto, comincio a piangere come un uomo sul braccio della morte.
Probabilmente pensava a ciò che gli era accaduto poco prima.
Nella fabbrica semivuota, le macchine lavoravano incessantemente sotto il carente controllo di una decina di operai.
“Paul a te quanto manca? ”Disse uno degli operai mentre spostava rapidamente scarpe da una macchina all’altra.
“cinque minuti e finisco”Rispose Paul.
“Domani io non vengo”disse l’operaio
“Perché? ”Domandò Paul
“Vado a vedere la partita dei Bokker”Esclamo l’operaio con in mano due biglietti.
“E per chi è l’altro biglietto? ”
“Per Mat”
“Ok”Disse Paul con una trasparente delusione in viso mentre continuava ad arrancare sulla macchina.
Erano ormai le 18, si stavano spegnendo le luci.
“lunedì non vengo a lavoro”Disse l’operaio
“Perché? ”Domandò Paul
“Vado

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   2 commenti     di: Marco Lanciotti


Ana- prima parte

Era notte.. la mia prima notte di lavoro. Dovevo farmi coraggio, da sola in un bosco. . ma perché coraggio?... non sono certo una paurosa, io non temo nessuno! mi sono corazzata nel breve arco della mia vita. Una corazza dura che avvolge il mio giovane corpo, dove nessun fendente può penetrare e se dovesse superare questo strato di carne, che riveste le mie ossa, non riuscirebbe a superare la mia anima.. ormai dura rivestita di diamante. "Ti pagherò bene.!." mi aveva detto il vecchio boscaiolo Andrei, al bar del paese. Il mio paese svettava su una grande montagna circondata da boschi fitti, nevicava per mesi, ma le case erano sempre calde, scaldate da capienti camini accesi tutto il giorno, perché la legna era l'unico bene che possedevamo. Andrei, boscaiolo da sempre, aveva una piccola baita nei suoi possedimenti, immersa in un fitto bosco di faggi , dove viveva, ormai da molti anni, tagliando legna e trattando con i compratori che venivano dai paesi vicini e anche dall'estero. Da mesi cercava qualcuno che lo sostituisse la notte, che vigilasse sul suo bene, perché voleva stare in città, a valle, vicino a sua moglie Adina, colpita da una malattia degenerativa. Andrei mi chiese di prendere il suo posto. Un lavoro adatto più ad un boscaiolo che ad una donna giovane ed inesperta. Ma. . da quando si era sparsa in paese la voce su ciò che mi era capitato un mese prima, tutti mi temevano. . Ero diventata una leggenda!. Come mai? dovete sapere che dopo l'ennesima lite con mio marito Auriel, ho avuto il coraggio di prenderlo per il colletto e dargliele di santa ragione, lasciandolo ferito e piangente nella piazza del paese, tra le risate dei presenti.. Una scena da saloon! Grazie a Dio sono una donna alta e robusta e mi sono potuta difendere! Eravamo sposati da solo un mese. . lui mi piaceva, anche se non era uno stinco di santo. . beveva, rubacchiava, piccoli furti.. niente di grave! "cosa sarà mai!-pensavo - meglio vivere con lui che stare in campagna co

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   2 commenti     di: antonina


Picnic

Gio ha la fronte alta e gli occhi nerissimi leggermente vicini; con questo non voglio dire che sia brutta - sono assolutamente certo del contrario - ma la sua bellezza è di quelle che scopri poco per volta, quasi controvoglia e alla fine ne rimani catturato.
La sua camicetta azzurra la riempie davvero bene, bisogna riconoscerlo e dai mini-short bianchi le sue gambe lunghe e abbronzate agiscono sui pedali con un movimento lento e ipnotico che mi fa desiderare di rinascere sottoforma di sellino.
Mi viene da ridere e per fortuna non se ne accorge.
Pedaliamo insieme, in una domenica tiepida e luminosa, scivolando su sentieri umidi e spugnosi, all'ombra delle robinie in fiore.
Affrontiamo una leggera pendenza e Gio non frena; si preoccupa solamente di tenere premuto il cappello di paglia in testa, ma se dovesse sganciarsi il borsone dal portapacchi sarebbe un disastro.
Urla e ride, divertita per lo scampato "pericolo" e si gira verso di me, facendo una smorfia.
"Come farai a cavartela così bene con quei sandali dalla zeppa altissima? Lo sai solo tu..."
- Vedi di non perdermi di vista! - mi dice e devia improvvisamente a sinistra, in un fuoripista abbastanza impegnativo; ma grazie alle sue calzette rosse-fuoco, smarrirmi è davvero impossibile...
Dopo qualche minuto di ciclo-cross il terreno torna ad essere soffice e pianeggiante - con immensa soddisfazione del mio fondoschiena - e per un po' ci troviamo a costeggiare un ruscello striminzito dalle acque scure: un rigagnolo pigro e sottile che schiva rocce ed alberi, strisciando senza possibilità di scelta verso il proprio destino.
Gio frena di colpo e per evitarla, quasi mi ammazzo.
- Va bene qui. - dice.
Se così hai deciso...
Tolgo dal cestino un plaid più infuocato dei suoi calzini e lo stendo per terra, ad una decina di metri dalla riva del torrente.
Lascio cadere la bici e mi siedo sulla coperta; il sole filtra a malapena tra le foglie e i rami della fitta boscaglia, ma facciamo in modo di cattura

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   2 commenti     di: arrigo geroli


Le frequenti rinunce

Era tardi, quando decise di alzarsi; gli occhi bruciavano, fissava il soffitto inerme, il letto disfatto.
Il senso di vuoto era in continuo crescendo: quel dolore martellante non smetteva di pulsare. Ripensava a ciò che era accaduto, mentre si vestiva. Era caduto nuovamente in quel vortice di ira che pazientemente aveva curato, tramite medici, farmaci, libri e corsi fai da te.
Non poteva tollerare di aver perso. Ancora una volta. I suoi mirabili difetti erano tornati in vita. Lo aveva dimostrato pietrificando ancora con il suo sguardo quelle povere persone rendendole inermi, riaccendendo in loro la disperazione e l'odio verso una persona che vive nel male.
Si certo era in questione la sua vita, qualcuno o qualcosa lo stava mettendo, ancora una volta alla prova, e lui aveva fallito reagendo nel peggiore dei modi: tornando a perpetuare quello stile di vita e quell'indomato carattere che faceva di lui una persona spregevole.
Non poteva minimamente pensare di aver commesso dopo un discreto periodo di tranquillità un gesto come quello ai danni della sua ex amica inserviente con il solo scopo di iniziare la sua vendetta.
Infatti, vendetta. Quella parola doveva trasformarsi in giustizia; non divina; semplicemente giustizia, in un mondo dove legalmente è difficile ottenerla.
Aveva iniziato nel modo sbagliato. Ora era un fuggitivo, un presunto criminale danneggiato con le sue stesse mani, reduce da un passato burrascoso e sospettato di omicidio.
Non poteva che deglutire il boccone mal servito e darsi una controllata, alla ricerca della realtà, della vera realtà. La resa dei conti non serviva a nulla...
Raccolse frettolosamente le sue cose e lasciò anche quella abitazione (una fortuna essere erede di possenti terreni) per continuare il suo viaggio alla riscoperta di se stesso, della verità e forse per mettere fine a quegli anni oscuri e smemorati con la speranza di lasciarsi alle spalle quel senso di rimorso di chi per anni è vissuto in prigionia e ha do

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   5 commenti     di: Felice Scala


Civiltà violenta

Passato remoto.
La piccola imbarcazione mercantile, poco più d'una zattera, attraversava il Mar Ligure proveniente dalla Corsica. Il cielo era limpidissimo, il sole splendeva infuocato.
Gli stanchi e silenziosi marinai erano liguri di Vada Sabazia, scuri di carnagione, magri e piccoli di statura ma assai vigorosi. Carichi delle preziose mercanzie della loro terra, avara nella quantità ma generosa nella qualità dei prodotti, erano approdati nei porti etruschi di Populonia e dell'Elba, ben accolti dai locali Lucumoni, intrattenendovi fruttuosi commerci. Si erano quindi diretti al porto punico di Olbia. Terminata la compravendita, prima di rientrare in patria avevano compiuto un'ultima breve sosta ad Alalia, località sulla costa orientale dell'etrusca isola di Corsica, dove avevano svolto gli ultimi scambi.
Rodati lupi di mare e abili mercanti, i sabazi mancavano da casa da tempo e attendevano con ansia il momento di riabbracciare i propri cari. Guidati da un esperto capitano e da un giovane e capace nocchiere, remavano con lena e osservavano la costa avvicinarsi lentamente, con i suoi promontori, le sue insenature e le sue impervie scogliere, alle cui spalle s'innalzavano verdi e ondulate colline ricoperte di lecci, sugheri e castagni. Era il primo pomeriggio e l'amato isolotto, che da sempre fungeva da punto di riferimento avvicinandosi al villaggio natio, s'intravedeva a stento, molto lontano all'orizzonte. L'agognato approdo avrebbe dovuto attendere ancora un po'.
Poi il nocchiere Doriano avvistò un possente quadrireme, d'apparente origine punica, puntare dritto su di loro e se ne preoccupò. I pirati cartaginesi erano uno dei maggiori pericoli in cui potevano incappare i naviganti e lui conosceva quel genere d'imbarcazione. Con i suoi 250 uomini di equipaggio, l'alta velocità di punta e i due timoni a garantirgli una grande manovrabilità, godeva di una superiorità schiacciante, rispetto ai semplici navigli liguri. Il litorale era ancora lontano e se

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   15 commenti     di: Massimo Bianco


Un piano diabolico

Un giorno si scoprì che avevano ingravidato Petronilla.
Furono gridi e strepiti che si sentirono da un'estremità all'altra del paese. E scudisciate con un ramo di salice bagnato.
Era la madre a urlare, ché Petronilla era muta dalla nascita. Muta e ritardata. Ed era sempre la madre che gliele suonava senza misericordia.
Accorse il vicinato per vedere e sentire.
- Chi è statooo? Chiii?... ché qua dentro mai nessun uomo ha messo piede!... Disgraziata!
E giù nerbate.
I curiosi si guardarono, sorrisero, qualcuno osservò:
- Hai visto, tu? Scema scema... pure lei...
E la notizia venne divulgata come il lampo:
- Petronilla, - dicevano appuntandosi l'indice alla tempia - la figlia di Filippa e Pasquale Introcaso, ha trovato chi le ha fatto la festa.
- Da non crederci. E chi sarà stato?
- Non per essere maligni, ma... un uomo solamente ci sta, in casa: il padre.
- Quella gatta morta di Pasquale?
- E chi, se no? Fratelli non ce n'è, pertanto...
- Non può essere stato un altro, a farle il servizio? Ad esempio quel cugino di Montescaglioso...
- No, no: figuratevi adesso se Filippa lascia la figlia da sola in casa, col cugino di Montescaglioso...
- E se fosse stato don Ciccillo? Mesi addietro, quando è andato in giro a benedire le case?...
- Eh, già: ché quello, quando sente odore di femmina...
- Macché, macché! C'erano tutti e due, quel giorno, padre e madre: li ho visti coi miei occhi sulla porta, mentre mettevano le uova in mano al chierichetto, e davanti al prete!
- Mah! Solamente loro, lo sanno... Certo, però, che tutto è possibile...

Morto di fatica, giunse in quel mentre Pasquale dalla campagna.
"Che ci fa quella gente vicino a casa mia?... Gesù, che sia successa una disgrazia?". Poi si accorse che nel vederlo quelli ridevano e sgomitavano, e pensò: "No, non può essere una disgrazia."
Sistemato l'asino nella

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   2 commenti     di: giovanni



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