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Racconti drammatici

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Esplosione

Eravamo insieme, io e te, a quella festa di compleanno dove esplose la bomba…
Ti ricordi? Ci eravamo appena dati il nostro primo bacio.
Ti sentii urlare.
Si, perché anche se io ero appena andato via.
Anche se io ero entrato in auto.
Io sentii le tue urla.
Il fuoco accecò le mie pupille.
Le lacrime non fecero in tempo a scendere.
Corsi fuori dalla macchina per cercarti.
Corsi via per tornare da te.
Ed ora il tuo cardiogramma è fermo. Linea retta, siamo diventate due linee rette che non si incontreranno mai.

Ti ricordi? Eravamo insieme a quel compleanno.
I bambini giocavano. Le mamme parlavano.
Ed io ti dissi che ti amavo.
Ed ora ho una pistola in mano. Ed ora guardo un film porno.
Vorrei vomitare sulla televisione.
Vorrei vomitare il pianto che ho in gola.

Ti ricordi? Ero al tuo funerale.
Già, ero quello alto, in fondo, vestito con i jeans.
Mi dispiace che non mi hai visto piangere.
Ti chiedo scusa.
Quella sera mi chiusi in bagno con due bottiglie di vino.
Mi erano costate un euro ognuna.
Ho pensato fosse vino scadente.
Le ho bevute e poi sono svenuto.
Non mangiavo da due giorni.
Non bevevo acqua da due giorni.
Ed io, sai, ti ho sognato.
Eri bella. Ti toccavo i lunghi capelli. Ti mordevo le labbra. Ti accarezzavo il collo.
Ti baciavo tra i seni bianchi. Ti sfioravo i capezzoli rosei. Ti baciavo ancora, ti rapivo la bocca.

Ti amo.

Ti ricordi quando caddi dalla bicicletta?
Facevamo l’asilo insieme.
E quando mi ruppi la gamba perché ero andato in bicicletta senza mani lungo la strada in discesa?
Frequentavamo le medie insieme.
E quando l’altro giorno mi hai visto con uno spacco sul sopracciglio destro?
Eri preoccupata per me. Dopo anni che ormai mi conosci come sono fatto, lo sai che sono uno scapestrato, eppure eri ancora preoccupata per me.

A quel compleanno avevo avuto il coraggio di dirti ti amo.
Quel giorno avevo avuto il coraggio di posare la mia bocca sulla tua.
Ed ora, ora cosa mi rimane?
Sono davanti

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   7 commenti     di: Giorgia Spurio


FURIA D'AMORE

Il Varese era più frequentato del solito, clienti occasionali, che non avevo mai visto, entravano ed uscivano con l’aria distratta di chi cerca di dimenticare i problemi quotidiani, gironzolando da un bar all’altro, alla ricerca di niente, La serata era calda, ma non eccessivamente, del resto indossavo i miei pantaloncini bianchi e la maglietta in stile caprese, che mettevano in risalto il mio fisico asciutto e muscoloso. Matteo, il ricciolino dei Barbuti, come gli amici lo chiamavano, sonnecchiava nella sua poltroncina, forse sognando la sua Rosemary e Livio, il bello di via Arce, con uno dei suoi completini da mercato rionale, discuteva animatamente con Flavio, il saracino di via Tasso. Giovanni, invece, ribattezzato il morto che parla, se ne stava in disparte, russando col bastone tra le mani. Erano circa le ventidue ed il traffico era più sostenuto che mai, del resto accadeva ogni sabato sera, quando arrivava gente dalla provincia ed le uniche due vie di accesso alla città si intasavano.
Ad un tratto, il “ricciolino” spalancò gli occhi e, poggiandosi ai braccioli della sedia, si sporse in avanti, guardando verso una cabriolet rossa, targata Firenze, e guidata da una bruna stupenda, una di quelle che solleticano le fantasie erotiche di noi maschietti, quando l’incontro con l’altro sesso costituisce ancora una necessità primaria. Il nostro sguardo si diresse automaticamente in quella direzione e la ragazza per un breve attimo mi guardò, mi strizzò l’occhio ed avanzò di un passo, per fermarsi, subito dopo, dietro una fiesta blu notte. Mi alzai dalla sedia e ricambiai l’occhietto, sperando in un miracolo. Girò leggermente il capo e con uno splendido sorriso mi fece cenno di salire in macchina, mentre gli amici mi fecero il coro.
Mi tremavano le gambe, ma tutto il resto si era allertato e proiettato verso conclusioni piccanti e fantasiose. Mi sembrava un sogno: ero lì, affianco a lei, e tutto mi sembrava più bell

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   1 commenti     di: Franco pastore


La vita agra di Vito

A chi, ultimo tra i parenti andò a trovarlo, Vito rivolse la stessa supplica: "Aiuto, ti prego, fammi uscire di qui".
Seguì un pianto disperato, poi più nulla. Nel senso che nessuno più andò da lui. Era il 1954.
Aveva dodici anni Vito quando suo padre cominciò a picchiarlo, come si picchiava nell'ignoranza di un mondo di padri padroni, con cinghie e corde bagnate, schiumando violenza.
Accusava il figlio di far sparire l'olio, di venderselo, di essere ladro a casa sua, anche se in paese si raccontava un'altra storia, molto bisbigliata, di familiari che da tempo gabbavano il vecchio, mentre le colpe e le frustate ricadevano sempre sul ragazzino.
Aveva 17 anni Vito quando scelse di ammazzare il padre, prima che il padre ammazzasse lui, di botte.
Usò un'accetta, un colpo solo. Poi aiutò i carabinieri a recuperare il corpo del vecchio, giù nel dirupo.
Al processo nessuno raccontò delle angherie, delle botte e l'avvocato glielo scelsero i familiari, quelli che il paese definiva troppo furbi ed interessati.
Nessuno invocò attenuanti e fu ergastolo.
Solo che a certi quella sentenza non bastava, infatti c'era di mezzo anche la terra e l'olio.
Scattò, così la richiesta accolta d'interdizione, che dichiarò il ragazzo incapace d'intendere e di volere.
Vito uscì così dall'eredità e fu internato in un'ospedale psichiatrico-giudiziario... Siamo ancora negli anni cinquanta.
Due soli parenti, andarono a trovarlo là dentro; L'ultimo cinquant'anni fa. Poi l'oblio: Fine della storia di Vito, cancellato dal mondo a 17 anni.
Solo che Vito è ancora vivo e tra pochi giorni, a settant'anni suonati, uscirà infine dall'ospedale psichiatrico, che implorava di abbandonare mezzo secolo fa.
Non possiede più nulla, se non la sua solitudine, non sa più la vita fuori cosa sia, ammesso che la vita di Vito, dentro la sua condanna, dentro la sua testa, gli sia ancora comprensibile e soprattutto accettabile.
Quella che un tempo, anagraficamente parlando, fu la sua fami

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   1 commenti     di: Auro Lezzi


Il bastardo di Younge Street

IL BASTARDO DI YONGE STREET



Una pioggerella fredda e sgarbata ha scacciato anche i più incalliti nottambuli e l'asfalto luccica come ossidiana mentre l'uomo risale lentamente Yonge Street.
A quell'ora della notte Toronto mostra la sua immagine peggiore. Le vetrine buie e le insegne spente danno alla via un'aria trasandata e squallida che ricorda quella di un night-club la mattina dopo.
Agli incroci mucchi di bidoni attendono di essere svuotati e così pure i cestini appesi ai pali della luce, mentre dal fondo della strada giunge a tratti il sibilante rumore dei mezzi di pulizia. Intermittenti lampeggii frustano di giallo la pioggia e i muri delle case.

Passano rapide due coppiette, uscite forse dallo stesso teatro che l'uomo ha appena lasciato. Ha un brivido e si stringe ancor di più nell'impermeabile. È novembre e l'aria è fredda però il vero gelo che avverte non è all'esterno ma dentro di lui. Proprio il giorno prima aveva litigato con Maria che se n'era andata sbattendo la porta, urtata dalla sua noiosa pignoleria. Perciò aveva deciso per il concerto: non gli andava di restare da solo e aveva creduto che la musica di Gershwin e la folla sarebbero stati una buona medicina.
Si sbagliava.
Come la porta a molla si chiude alle sue spalle, il buio e la puzza dell'asfalto fradicio ingoiano la magia delle opulenti note di Porgy and Bess e di Un Americano a Parigi, lasciandolo più vuoto che mai.

All'angolo con Commerce Road sta accucciato un etilico che allunga una mano sporca. L'uomo fa finta di niente e tira dritto, poi ci ripensa, torna sui suoi passi, gli porge un pezzo da dieci dollari. Sgrana gli occhi e biascica qualcosa, il barbone, attraverso una chiostra di denti marci.
- Ho fatto bene - pensa - forse con quel denaro gli ho reso migliore la notte: di certo non ho peggiorato la mia -
Pensa all'Italia, mentre imbocca un vicolo, pensa a Maria Lourdes, al suo viso, al calore dei grandi occhi liquidi e alla massa di capelli

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   0 commenti     di: alberto


Angelo della Morte

Una città del duemila. Una grande metropoli con un paio di migliaia di abitanti. In una stanza come tante c’é lei, é bianca, pallida, due grandi occhiaie le bruciano gli occhi verdi ogni giorno, il silenzio le ha ormai incenerito il cuore e della sua anima non é rimasto molto. Ma questo non é importante, quello che conta é che i suoi uomini escano soddisfatti dalle lenzuola macchiate di peccato e di speranze ormai strappate.
Ogni volta ne arriva uno nuovo, eppure le sembrano tutti uguali, ha dimenticato il suo nome, nessuno glielo ricorda più da troppo tempo, c’é solo indifferenza in quelle mani che la toccano, desiderio senza passione nei corpi che la stringono a sé e orgoglio nel tentativo vano di incontrare le sue labbra ancora vergini. I graffi e le cicatrici sulle braccia non le toglievano la bellezza mozzafiato che aveva come adolescente, nessuno avrebbe potuto desiderare di meglio da lei, sotto i leggeri e quasi trasparenti indumenti intimi si scorgevano le sue forme delicate, che ancora dovevano crescere. Il suo corpo sembrava in ritardo rispetto alla sua mente, come se si rifiutasse di accettare una realtà troppo palese e affermata da poter cambiare. Che differenza c’era tra lei e un qualsiasi oggetto? Nessuna, eppure lei continuava a sperare. Non sapeva il motivo, ma se avesse abbandonato anche quell’ultimo briciolo di sogno che possedeva non le sarebbe rimasto più nulla di umano. Ogni tanto si era chiesta la sua età, ogni tanto uno di quegli uomini le chiedeva quanti anni aveva, forse per puro interesse, forse per poter godere di più, ma lei non ricordava più nulla. Le avevano cancellato ogni cosa, ogni notte c’era qualcosa che svaniva nei suoi ricordi, e al suo posto entrava la rabbia per i profumi, le cravatte, le giacche e quelle stupide fedi che continuavano a incorniciare le loro mani. Un giorno avrebbero capito che non valeva niente? Che non serviva promettere e avere simboli di un amore che era solo poesia? Era stanca...

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   3 commenti     di: Ethel Vicard


Ciao, papà

<<Finché dentro il cuore,
l'Anima Ebraica anela
e verso l'oriente lontano,
un occhio guarda a Sion...>>
Questi versi carichi di amore religioso e di speranza, che fanno parte dell'inno ebraico, composti da Naftali Herz Imber, erano canticchiati dalla voce dolce, sottile e infantile di una bambina di sei anni. Era al centro della minuscola stanzetta in cui ci trovavamo, almeno in venti persone, a condividere altrettanti piccoli letti e spazi personali, se così possiamo chiamarli.
La bambina, che nonostante il viso magro e smunto dovuto alla mancanza di cibo adeguato e i biondi capelli lunghi che le arrivavano fino alla vita stretta, era graziosa e giocava con la sua bambolina di pezza, fattagli dal padre, che aveva usato piccole parti degli stracci che noi chiamavamo abiti.
Non sapevo che ora fosse data l'assenza di un qualunque strumento rude e grezzo per misurare il tempo. Potevo solo dedurlo dal fatto che il secondo pasto della giornata, la cena, ancora non era arrivato. Stavo in quel momento rannicchiato nell'angolo più lontano di quella stramaledetta porta di ferro, che ci teneva imprigionati in quella stanza. I miei camerati erano tuttalpiù vecchi e anziani, che si contorcevano nella loro agonia, e che passavano quasi tutto il loro tempo a dormire, poichè inutili per l'operosità del lager. Il padre della bambina, Leah era il nome di quella, stava seduto, sul letto, appoggiato al muro, guardandola giocare e sorridendo tristemente. La sua uniforme era tutta stracciata, stropicciata e sbrandellata alle maniche e sui gomiti. Il suo numero,"1588", si stava del tutto staccando dalla camicia azzurra rigata. Il suo corpo era quasi scheletrico, un ammasso d'ossa debole e incapace di stare in piedi, del resto uguale a noi, se non per lavorare diciassette ore di seguito.
I suoi occhi infossati sarebbero stati impossibili da attribuire ad una persona, se non vi fosse stato quello strato di pelle sottilissimo a testimoniare che quel teschio era vivo,

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   1 commenti     di: gabry morganti


Glauco: seconda parte

Sono nato quinto di undici tra fratelli e sorelle, di cui due morti piccoli, e legatissimo a un mio fratello che aveva due anni più di me e si chiamava Camillo. Era il mio punto di riferimento ed eravamo sempre insieme, anzi, io ero sempre attaccato a lui, che mi aveva sempre protetto sia all'esterno che all'interno della nostra stessa numerosa famiglia. Mi protesse anche quel giorno, a prezzo della vita.
Avevo quasi diciott'anni, quel giorno d'autunno ormai lontano, ed ero al lavoro nei campi assieme a lui, nel vigneto a potare le ultime viti, quando vedemmo passare altissimi stormi d'aerei da bombardamento diretti in città. Poco dopo li sentimmo anche tornare e ci chiedemmo "Perché così presto?" C'era qualcosa che non ci tornava e ci accucciammo al riparo di un greppo.
Quasi subito sentimmo esplodere le bombe, dapprima un po' lontane ma quasi subito vicinissime a noi. Terrorizzato, chiusi gli occhi e mi tappai le orecchie, mentre Camillo passava il suo braccio sopra il mio collo. Una delle ultime ci scoppiò così vicina che rimbalzammo da terra rimanendo storditi per qualche secondo.
Quando mi riebbi non sentivo più nulla, solo un enorme ronzio che faticava a calare e un tremito quasi incontrollabile in tutto il corpo. Camillo era sempre con me e il suo braccio intorno al mio collo. Mi divincolai per rialzarmi in ginocchio e vidi il suo braccio ricadere inerte. Ma ancora non capii. Poi vidi il pezzo di metallo che gli spuntava tra i capelli e inorridii: dalla testa piegata di lato, girata un po' verso me ad occhi chiusi, scendeva un rivolo di sangue e di umori. Lui era già morto.
Non svenni subito, prima gli presi freneticamente la testa tra le mani cercando di chiudergli la ferita rimasta aperta, e fermargli un po' il sangue che ne usciva, con un fazzoletto. Poi mi misi a urlare con quanto fiato avevo in gola, un po' per chiamare aiuto e un po' per sfogare il dolore, sentendo però solo un'eco cupa e lontana che pareva d'un altro mondo. E p

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   4 commenti     di: mauri huis



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