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Racconti drammatici

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La traversata notturna

Chiusa la porta alle mie spalle indossai frettolosamente il pesante mantello. Coprii la testa con il cappuccio, perfetto riparo dalle prime gocce di pioggia, a tratti leggere a tratti più pesanti. I miei passi, veloci e sicuri, furtivi e attenti. "Evitare di percorrere le strade illuminate dalla luna" mi ripetevo ogni istante, lungo i saliscendi di ponti e scale. Osservai la grande città con gli occhi di chi, costretto alla schiavitù, non può che ritrovarsi a odiarla ogni giorno. E poi tutta quell'acqua, regina di canali e fiumi. Acqua ovunque. Odiavo trovarmela intorno. Odiavo il sole che riflette su di lei con un abbaglio, il pesce che nuota attirato dall'amo. Odiavo perfino il rumore schioccante dei sassi che inabissano, lanciati da un bambino. E il tutto dal giorno del mio settimo anno di vita in cui rischiai di affogare nella laguna. Ricordo ancora l'uomo in maschera che mi afferrò trascinandomi a terra. Seppure la sua gentile voce paterna chiedeva se stessi bene, non riuscivo a distogliere lo sguardo dalla sua maschera giullaresca che gocciolava su di me, perdeva forma e diventava una torbida chiazza azzurrastra. Cercai di coprirmi, di urlare, di agitarmi come potevo, di distogliere lo sguardo da quella folle visione opaca, ma le gocce avevano il potere di impedirmi di usare qualsiasi senso cercassi di mettere in atto per implorare aiuto. L'artista di strada riuscì a calmarmi dopo un tempo immemore, ma quel momento sarebbe rimasto nello scantinato della mia esistenza, fra una botte di speranze perdute e un vaso di sogni andato in frantumi.
Mentre attraversavo la grande piazza del mercato lanciai un'occhiata alla cattedrale che regna sul mare. La luna, un disco chiaro fra le nubi del cielo nero, disegnava i contorni delle statue lungo la facciata. Dalle loro nicchie come giudici inquisitori puntavano il loro sguardo ferreo e duro, un dito su me e sulle mie intenzioni. Prima o poi sarei morto per quello che stavo facendo, ma a che scopo vivere se non

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   2 commenti     di: Andrew Abel


Pioggia

Venne risvegliato dal cigolio della porta che si stava richiudendo. Faticò a riconnettersi con la realtà, con quella realtà.
Si era addormentato appoggiando la testa sul tavolo. Un bicchiere di vodka ben stretto nella mano.
Poco più avanti, seduto ad un altro tavolo uno squallido individuo stava palpando il nudo deretano di una prostituta. Tutto intorno a lui un'umanità eterogenea era impegnata a dimenticare che il mondo si era dimenticato di lei. Risate si alternavano a gemiti soffocati e versi gutturali, tremori a sobbalzi e ammiccamenti, nel folle tentativo di esorcizzare i propri fallimenti esistenziali. Volti disfatti dall'alcol e dalle droghe, corpi seminudi, effluvi di umori che lasciavano nell'aria l'odore acre e pungente del sesso rubato.
La scena, offuscata dal denso fumo che galleggiava nell'aria oltreché da quello prodotto nella sua mente dalla vodka di cui aveva abbondantemente abusato, gli ricordò in maniera inquietante un'incisione della Divina Commedia ad opera del Dorè di cui aveva una riproduzione a casa.
Svuotò il bicchiere che teneva in mano emettendo un verso di evidente disgusto, poi si recò al banco dove il barista era affaccendato con due clienti alle prese con una sbornia.
- L'ultimo, Mario. -
- Meglio di no, Giorgio. Per questa sera basta così. Vuoi ridurti come loro?-
Il barista accennò in direzione dei due ubriachi che stavano dando in escandescenze a poca distanza, insultando lui e la sua famiglia in tutti i modi possibili ed immaginabili. Giorgio diede uno sguardo a quei due.
- Magari riuscissi ad ubriacarmi in quel modo, almeno potrei dirti quello che penso della tua schifosa vodka e di questo bordello!-
- Va' a casa, Giorgio! -
Gettò due banconote sul bancone e si avviò lentamente verso l'uscita. Sull'asfalto larghe chiazze d'acqua testimoniavano il passaggio di un forte temporale. Tirò su il bavero della giacca e s'incamminò. Fatti pochi passi, vide dietro delle auto parcheggiate una ragazza giovanissima

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Oltre la staccionata

Eccola la scogliera.
Imponente come un’espugnabile fortezza. Sotto i primi palpiti dell’alba Marty iniziò a scorgerne la sabbia color della neve. Lo stomaco si era ormai rivoltato come un calzino dopo ore di infinito tormento tra le onde dell’oceano. Aveva rimesso anche l’anima e faticava a mettere a fuoco le cose. “Chissà che razza di faccia avrò” pensò quasi divertito. Se solo avesse potuto specchiarsi era convinto di vederci riflesso una specie di cadavere ambulante, pallido e smunto come i ronzini che è solito incrociare lungo il sentiero che costeggia la fattoria. È proprio li, poco dopo il crocicchio della grande quercia, che aveva incontrato Caroline. Rimase folgorato all’istante: una dea bionda come il mare di grano che ondeggiava lieve alle sue spalle. Era meraviglioso osservare i suoi lunghi capelli luccicare al barbaglio delle stelle sotto il cielo di quasi estate. Distesi nel prato ascoltavano i sussurri del grande ruscello scambiandosi i sogni presso un punto qualsiasi dell’orizzonte oltre la staccionata della vecchia tenuta. “Ho deciso” disse una sera guardandola negli occhi “Tra due settimane parto per l’Europa. Ci ho pensato e mi sono detto che è il momento giusto”. Caroline lo guardò senza dire nulla. “La scuola è finita e prima dell’università credo che un’esperienza così possa farmi solo bene. Tu che ne dici? In fondo starò via solo per poco tempo. Lo sai anche tu come stanno le cose” . Lei continuò a tacere fino a quando non lo vide partire. Poi tornò a casa e si chiuse nella sua stanza ad aspettare. Anche Marty aspettava che il portellone si aprisse. Quanto desiderava mettere i piedi sulla terra ferma. “Ci siamo!” urlò il comandante. “Tenetevi pronti”. Il rumore del mare si fece più intenso mentre il portellone a prua si abbassava mostrando, in fondo, la bianca battigia. Bianca come la luce che s’accese improvvisa dentro Marty. Luce infinita che ti chiama. Ora sei già lontano, Mart

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Fuoriuscita di intestini

E ogni volta che avrei voglia di vederti di abbracciarti forte e stritolarti fra le mie braccia fino a non farti respirare?
E ogni volta che avrei voglia di raccoglierti con due dita i capelli dietro le orecchie e baciarti il lobo morbido?
E ogni volta che mi svegliero' da solo e tu non sarai con me!?
Piano, si rischia di finire come in certe canzoni del Blasco o di Jovanotti. O peggio. Una bella croce sopra. Un cadavere nell'armadio, un fantasma. E se i fantasmi nell'armadio imparano la combinazione della serratura ed iniziano ad uscire quando piu gli aggrada? Tutto fatto di caffeina, andare al lavoro. Si dimentica l'ombrello, si dimentica i documenti, scappa il gatto dall'uscio, andare a prenderlo in cantina. Prima che la vecchia "hater" del quarto piano glielo faccia ritrovare secco stecchito avvelenato. No non fare cosi. Riprenditi!! Andare al lavoro. Certo, è una parola! Andare al lavoro con tutto il cuore che sanguina sotto la camicia, minimo bisogna indossare una camicia rosso fuoco e sperare che non si noti la macchia che si allarga sul petto. Andare al lavoro con tutti gli intestini che escono dalla ferita trasversale aperta.. bisogna continuamente rimetterseli dentro, per fortuna che non deve prendere un aereo, ad esempio, perchè gli sbirri della sicurezza aereoportuale antiterrorismo sarebbero un minimo insospettiti dal continuo armeggiare sotto il cappotto, penserebbero che nasconde un kalashnikov sotto il giubbotto e lo seccherebbero all'istante. Invece è solo una fuoriuscita intestinale, una ferita slabbrata per il lungo. Son problemi. E non immaginate la puzza poi.
E la bolletta da pagare? Ogni due mesi novanta euro di gas. Gas russo, e per fortuna che il nostro premier è un beneamato amico del dittatoriale leader ex-KGB, senò, manco avremmo il gas. Si ritornerebbe alla stufa a legna. Ma che poi non odiava i comunisti, lui!? Mah. Comunque si aprono ferite dappertutto, chiudendosi il giubbotto si accorse che pure il dito gli sanguinava. Se lo

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   1 commenti     di: Simone Suzzi


Rosa purpurea

"Squadrone.. alt!"
Al perentorio comando i cinquantadue soldati componenti il reparto delle nuove reclute provenienti dal CAR si fermarono all'unisono e restando sull'attenti. Poco dopo, un secondo ordine ordinava loro di mettersi in posizione di riposo. Sulla ghiaia che rappresentava il piano di calpestio dello spazio antistante gli uffici del distaccamento di artiglieria contraerea il rumore degli scarponi veniva maggiormente amplificato e più di qualche birba, come già venivano scherniti dal loro sbarco dai camion, non abituata a quel particolare piano stradale sembrò comicamente sbandare provocando ancor più ilarità tra la dozzina di "veci" che bigollonavano nei dintorni pronti a inquadrare le future prede degli scherzi da bullismo a cui saranno sottoposti nell'immediato futuro.
Lo spazio in cui lo squadrone si era fermato era quello delimitato dai vari uffici del distaccamento, Fureria, Amministrazione, Sala riunione, Comando distaccamento, Comando di batteria, Magazzino, Dispensa, Cucina, ed infine OATIO, il secondo per ampiezza dopo quello delle riunioni. Era, quest'ultimo, l'anima dell'intero distaccamento, qui veniva ospitato il centro pianificatore di tutte le attività militari, esercitazioni varie, vi aveva sede il centro degli avvistatori PAO (pattuglie di avvistamento ottico) nelle varie esercitazioni, il centro NTBS (l'apparato radar di primo avvistamento aereo) ed infine quello delle trasmissioni radio.
A gestire tutte le attività dell'OATIO era un maresciallo capo, ma essendo sempre introvabile (dicasi grande imboscato) il tutto era sotto il ferreo controllo del sergente maggiore Loddu Enrico, per tutti "capo" e solo per pochi intimi Rico. Alto un metro e ottanta e con oltre novanta chili di peso, quasi tutti muscoli eccessivamente malriposti, incuteva più che rispetto un vero e proprio timore fisico convalidato da una maschera impressionante che rappresentava il volto, zigomi sporgenti e naso distorto e schiacciato erano solo alcuni dei

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Le mie mani

Le mie mani vivevano nell'oscurità ormai da dieci anni. I lumi erano candele ormai erose dal tempo, ed il fuoco che cingeva ad illuminarlo si era ormai affievolito.
E poi c'ero io, io che non riuscivo più a vederle, le mie mani...
Era diventata la mia ossessione andare ad osservarle ogni sera al tramonto, e mentre le guardavo piangevo disperatamente.
Ricordavo molto bene i momenti passati a triplicare l'emozione con una sul pianoforte e l'altra, sul mio membro.
Non avevo provato niente di migliore in quella che era stata la mia esile vita, i brividi stupravano la mia schiena irrigidita dagli anni, ed io volevo esserne per sempre vittima.
Mai nessuna donna era in grado di soddisfarmi quanto facesse la musica, la mia musica: né sentivo il suo orgasmo che gridava tra le melodie.
''Sono pazzo'', pensavo, drogato dell'insolito e quasi mi sento colpevole. Mia eterna sazietà e forse salvezza, e fu terribile quando la sanità prese il sopravvento: decisi di farla finita con le mie mani...
Volevo essere un uomo libero dei suoi vizi, libero dalle ossessioni, ma non pensai mai che sarebbe stato impossibile star lontano da me...
Stavo per avere quello che sarebbe stato il mio ultimo orgasmo quando vidi Sarah osservarmi dall'oscurità della cucina. Ebbi paura, molta paura, e mi venne la nausea a veder ciò che facevo. Immediatamente fermai quello che era stato per anni uno stupido gioco e le ordinai di avvicinarsi...
''Taglia, taglia!'', gridai..
Non era la prima volta che con tono imperativo le strillavo addosso, e, se non avesse ubbidito non sarebbe stata nemmeno la prima volta che avrei abusato di lei.
Aveva lo sguardo distrutto, gli occhi persi, complice del mio egoismo, vittima della mia follia..; ma così fece, ed io che ero ancora col pene di fuori vidi la mia pancia inondata di sangue e le mie mani, rotolare a terra.
Non fu dolore, ma morte dentro.
Gridai ancora una volta a Sarah chiedendole di fare il funerale alle mie compagne di vita, ormai matasse di

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   1 commenti     di: Giulia


Una brutta avventura

Quel pomeriggio Simonetta si era vestita alla meglio per andare alla Messa; aveva indossato un abito di lana grigio e si era ficcata in capo un cappello di paglia nero, come di consueto.

Era scesa in fretta dalla scala di casa quasi che qualcuno la potesse trattenere ed in qualche modo farla ritardare. In realtà non vi era nessuno né in casa né altrove che potesse interferire in ciò che faceva. Era vedova da una trentina d'anni ed i figlioli li aveva lontani, in altre città, del tutto impossibilitati a condividere la sua esistenza.

Era sola, di quella solitudine totale priva perfino del normale esercizio delle corde vocali che permette di emettere suoni. Infatti, la gente che aveva occasione di sentirla parlare di tanto in tanto, nei negozi o sulla strada, la riteneva ormai inguaribilmente ammalata, tanto era afona.

Era pur vero che Simonetta fosse ammalata ma non alle corde vocali; quando aveva l'occasione di una conversazione, la voce le ritornava presto alta ed argentina, straordinariamente giovane. Ma quelli erano divenuti casi rari che non bastavano a toglierle la malinconia di una vita senza voce.

Era invece malata di cuore, molto ammalata e quel giorno avrebbe preparato la valigia e l'anima perché l'indomani, per la seconda vola dopo molti ani, si sarebbe recata a Parma per un altro intervento a cuore aperto, delicato ed anche con una buona percentuale di rischio.

Si avviò sulla riva del lago; a quell'ora del tramonto ogni sera la natura le offriva qualcosa di nuovo che variava a seconda delle stagioni, dai colori del cielo e della vegetazione ora rigogliosa, ora brulla, mutando l'aspetto del bel panorama.

Era autunno e la collina al lato del castello si fece viola nell'ora della sera, così come viola erano il cielo e le acque del lago mentre l'ultimo raggio di sole batteva sui vetri delle case. Alcune vele lontane dalla riva, scivolavano pigre sulla via del ritorno e l'aria era tersa ed ancora profumava degli ultimi fiori delle aiu

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   3 commenti     di: Verbena



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