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Racconti drammatici

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Idrogeno

Capitolo I


Tutto cominciò quel venerdì 17 di settembre: Elena, la mia assistente, come oggi si chiamano le segretarie, era rimasta a casa indisposta, il direttore della banca era ancora impegnato, i miei piedi gelavano nelle scarpe bagnate e fuori continuava a piovigginare dal cielo grigio.
Avvisai l'impiegata più vicina che non potevo attendere oltre senza un caffé, lei rispose di pazientare ancora un po' che il direttore stava arrivando.

Infatti, proprio in quel momento nel corridoio si materializzò il dott. Alibrandi, piegato in due come un compasso, che fissava ossequioso le natiche di una signora impellicciata che si allontanava altezzosa, lasciando una scia di profumo.
Non appena, la donna fu fuori della visuale, lui mutò espressione e, abbandonata la posizione servile, si volse nella mia direzione con la faccia più severa del suo repertorio, sibilando che qualcosa non quadrava nel mio conto corrente, invitandomi con la mano a seguirlo.

Nel suo ufficio, il direttore mi apostrofava per cognome e raschiandosi la gola, lamentava che il mio migliore cliente non aveva ancora onorato una fattura, ampiamente scaduta, naturalmente scontata nella sua banca. Poi, ricordandosi di un impegno urgente, mi congedò, suggerendomi di sollecitare seriamente il pagamento, concludendo con: "Sempre che il credito sussista veramente", mettendo in dubbio la correttezza dell'operazione.
Me ne andai maledicendo il funzionario che alla fine del mese riceveva un regolare stipendio, mentre io dovevo sgobbare per trovare i clienti e poi, ancora di più, per farmi pagare.

In fondo al viale, ancora più oscuro del cielo, si stagliava il tetto ovale del mio capannone e sulla destra si rifletteva, pallida come la luna, la palazzina uffici, rivestita di travertino.
Il telecomando mi riconobbe e il cancello girò sui cardini lasciandomi entrare.
Non avevo ancora chiuso la porta dell'automobile che mi raggiunse la voce di Giuseppe Mancini, il direttore del

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Attenta ai lupi!

Attenta ai lupi!
Dramma
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Dalla metropolitana a casa sua erano poco più di un centinaio di metri ma doveva attraversare un logoro e buio sottopassaggio. Rientrava tutte le sere, dal lavoro, dopo le venti e mentre d'estate procedeva tranquillamente, nelle fredde serate invernali camminava speditamente e spesso ad ogni piccolo rumore si voltava indietro impaurita.
Ogni giorno la stessa storia, gli anziani genitori le raccomandavano di stare attenta perché lì intorno gironzolavano diversi ragazzi neri e a loro dire erano molto pericolosi. Benito il papà di Laura era stato una camicia nera ed aveva condiviso le idee di Hitler sulla purezza della razza. Anche Christine, la mamma, la pensava allo stesso modo.
Laura, una gran bella ragazza, alta dal fisico slanciato e con un seno prosperoso, aveva ormai superato i trent' anni, era single per colpa di una delusione d'amore e sembrava non avesse più intenzione di riviverne una storia.
Lavorava presso i grandi magazzini della città ormai da tantissimo tempo, i proprietari, che ormai la trattavano come una persona di famiglia, le avevano più volte consigliato l'acquisto di un'utilitaria, l'avrebbe portata fino a casa e tutti sarebbero stati più tranquilli. La città con il passare del tempo stava diventando invivibile, ad ogni angolo, ogni sera, si vedevano spacciatori e prostitute.
Le forze dell'ordine spesso intervenivano, era come tagliare la coda ad una lucertola. Gli arrestati od i fermati nell'arco di qualche giorno tornavano in strada.
Quel sabato sera Laura si era attardata un po' di più, un bizzarro cliente le aveva fatto perdere un sacco di tempo. Telefonò ai suoi per avvertirli del ritardo e prese la metropolitana delle venti e trenta.
Scese alla fermata, si tirò su il bavero del cappotto, la serata era abbastanza fredda, e incominciò a camminare a passi veloci.
La strada pareva deserta, illuminata dai pochi lampioni ancora funzionanti, a molti mancav

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   1 commenti     di: andrea


Laggiù in fondo

Da quando avevano scoperto il giacimento di antracite ed era stata avviata l'attività di estrazione tutti gli uomini del paesino avevano lavorato nella miniera, una generazione dietro l'altra, e anche ora che la vena stava inaridendosi nessuno pensava di lasciare quella pericolosa attività e di emigrare all'estero, come avevano fatto quelli della valle vicina. Il rischio era sembra incombente, la fatica ogni giorno più improba, ma il legame con la propria terra, con le origini era più forte di qualsiasi considerazione.
Anche Fasulin, benché avesse solo 14 anni, ogni giorno scendeva nel pozzo a sudare, a respirar polvere di carbone per 12 ore, perché così aveva fatto suo padre, e prima ancora suo nonno, e perché la fame era sempre tanta. Aveva cominciato a 10 anni, quando ancora le mani avevano quella morbidezza e quel colorito roseo dell'età, e ora si erano già indurite e nelle unghie si annidava il nero del carbone, così tenace che nemmeno a lavarle con la spazzola veniva via.
Era stato il bisogno a farlo scendere in miniera, ma in lui c'era anche una vocazione, nata nelle lunghe sere d'inverno intorno al focolare, quando il nonno e gli altri vecchi raccontavano le storie del mondo sotterraneo. Lui se ne stava ad ascoltare per ore, gli occhi sgranati, quasi rapito da quelle vicende di elfi, di folletti che animavano le buie gallerie del sottosuolo. E anche se alla fine dicevano che non era vero, ma solo una favola, lui stava zitto, mentre i suoi occhi vedevano profondi cunicoli animati da lucine volteggianti, da omini verdi che cantavano canzoncine allegre e melodiose.
Quando, in uno dei tanti incidenti, gli venne a mancare il babbo e la sera si ritrovò di colpo solo con il nonno da tempo inabile e con la mamma, stravolta dal dolore e da una vita di stenti, fu giocoforza proporsi di andare a lavorare giù in miniera. Lo presero subito, visto che se rendeva la metà di un adulto, però lo pagavano un quarto del salario, una miseria appena suffi

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Come lui

Sul ripiano color noce del tavolo del soggiorno spicca solitaria una busta bianca, la guardo curioso, è indirizzata a me, rivolgo lo sguardo a mia moglie che indaffarata a togliere granellini di polvere mi risponde con un secco "leggi". Prendo la busta, leggo il mandante, la segfreteria del liceo scientifico. Mi rivolgo di nuovo a lei, questa volta espressamente.
"Cos'è, Valerio ne ha combinata un'altra? Quel ragazzo ci farà impazzire. Di che si tratta?"
"Leggila" conferma lei agitando il pennacchio sullo schermo della tv.
"Tu l'hai già letta?" le chiedo mentre l'apro. Domanda inutile perché si nota che non è stata ancora aperta. Estraggo la lettera e vengo messo a conoscenza dalla presidenza che dovrò recarmi a scuola per conferire con il preside. Valerio si è assentato illegittimamente all'inizio dell'ultima ora di quattro giorni prima.
"Che significa che si è assentato?" chiedo a lei mentre il sangue comincia a pulsarmi in testa.
"Significa che quando è suonata la campanella ha alzato i tacchi e se n'è uscito contro ogni avvertimento del professore"
"Quindi te l'aveva già detto?"
"Sì, mi aveva accennato già qualcosa in proposito, aveva detto, però, che era stata tutta la classe a uscirsene, non solo lui"
"E perché l'avrebbero fatto?"
"Pare che mancasse un professore e invece di starsene in classe senza far niente se ne siano usciti prima"
"Quindi questa lettera l'hanno mandata a tutti i genitori?"
"Pare di no, solo a chi ha organizzato la cosa, è per via che sono ancora minorenni"
"Questo significa che lui è stato il promotore.. diciamo della protesta?"
"Si, così pare"
"Ma santo Iddio, possibile che tu sappia solo rispondere così pare e così sembra?"
"Inutile che ti scaldi, cosa vuoi che ti dica di più?"
""Contro chi si è messo questa volta?"
"Quello di matematica, cos.., Niente.."
"Cristo santo, la matematica! Già deve portarsi un debito in Fisica e zoppica Chimica, adesso facciamo il tris!" Esclamo furente. Abbiamo

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   7 commenti     di: Michele Rotunno


L’ultima fermata

Si dice che quando un uomo tocca il fondo non gli rimane altro che risalire. Così si dice.
Ma quella in cui io sto precipitando ha ormai assunto i contorni di una voragine senza fondo e continuerò a discendere in eterno se non trovo qualche appiglio a cui aggrapparmi, qualcosa da cui ripartire e che col tempo mi aiuti a risalire. Appigli... il problema è che non ne vedo attorno a me; se me lo chiedete oggi vi rispondo che non esistono. Attorno a me vedo invece persone che mi ripetono che sono giovane e dovrei cercare di rifarmi una vita, cercare di lasciarmi i ricordi alle spalle. Loro non sanno quanto sia difficile ricostruirsi un’esistenza e quanto sia duro dimenticare. Ma li capisco, sono cose che si dicono sempre, una sorta di scudo all’imbarazzo, più che altro, nella speranza che non capiti anche a loro. Sono le stesse parole che direi io se fosse capitato a qualcun altro, probabilmente. Funziona così.
Oggi in ufficio c’è gente che mi guarda e sorride alla maschera che da qualche tempo indosso sul mio volto ed essa contraccambia il sorriso. Se nessuno riesce a vedere al di là della maschera, nessuno potrà leggere la tristezza del mio animo. Nessuno strapperà fuori quella tragedia dal fondo ai miei occhi. I colleghi di lavoro crederanno che io stia meglio e io glielo lascerò credere. Non è la soluzione al problema, ma per ora va bene lo stesso.
Gettarsi a capofitto nel lavoro è una sorta di sedativo, però uno non può barricarsi in un ufficio in eterno e ogni giorno, a fine turno, là fuori resta la vita da affrontare... o quello che ne rimane.
Dovevano essere le sei passate quando riposi i documenti nella ventiquattrore con gesti controllati, ripetitivi, automatici. Riposi i documenti seppellendo, un foglio alla volta, il disegno, quello che conservo da quando lei lo ha fatto, che mi porto dietro e che ogni tanto mi guarda coi suoi tratti esili e stilizzati: linee a cera colorate cariche di tutta la malinconia che un di

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   1 commenti     di: Fabio Forlivesi


ANCHE LA MORTE DIMENA IL CULO

Uscii da casa con le lacrime di mia madre ancora fresche sul viso. Aveva pianto mentre la salutavo. Aveva pianto così tanto che quasi mi aveva convinto a restare. Ma il richiamo della mia prima avventura attraverso l’America era così forte che neppure le lacrime di Dio mi avrebbero fatto cambiare idea. Ormai avevo deciso. Sulle spalle uno zaino pieno di viveri e di speranze, e la strada invitante davanti a me.
Uscii da casa e mi misi in cammino. Gli anni settanta stavano per finire. Avevo quasi vent’anni e da sempre vivevo in Florida, sulla costa dell’Atlantico, dove il sole nasce dal mare. Volevo vedere che effetto fa un sole che muore nel mare.
Uscii da casa e mi misi in cammino. La California era lontana.
xxx
Camminai per dieci minuti, finché non arrivai all’ultima fermata dell’autobus diretta ad ovest. La città dove avevo sempre vissuto era piccola, eravamo si e no tremila anime. Era talmente tanto piccola e malmessa da dare l’impressione di poterci crollare addosso da un momento all’altro. E soprattutto non c’era un cazzo da fare. Tampa e Miami erano dei miraggi lontani. Noi giovani ci spingevamo al massimo fino a Daytona City, soprattutto d’estate, quando migliaia di ragazze se ne stavano in costume sulla spiaggia chilometrica ad abbronzarsi al sole nato dal mare. Ce ne stavamo nascosti dietro le barche a guardarle mentre uscivano, luccicanti, sorridenti e così maledettamente sensuali, dall’acqua morbida dell’oceano. Ci masturbavamo velocemente e poi parlavamo del sole dell’ovest, dei romantici tramonti sulla spiaggia, dei falò illuminati da stelle bellissime e dalla complicità silenziosa della luna. Spesso ci lasciavamo prendere dalla fantasia, e i tramonti dell’ovest diventavano spettacoli incredibili. Il cielo bruciava di un fuoco maestoso e i riflessi sul mare arrivavano a riva sotto forma di splendide sirene sorridenti.
I nostri tramonti provenivano invece da dietro i palazzi, e nonostante la bellezza delle

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Il canto dei pioppi

Nessuno sapeva da dove fosse venuto, o perché. In paese non erano in molti, a dirla tutta, nemmeno a sapere quand'è che fosse arrivato. Ai bambini raccontavano, con la certezza granitica di chi inventa una nuova fiaba, che in realtà c'era sempre stato. Ma per i più, sostanzialmente, era semplicemente comparso lì una mattina d'ottobre come tante altre: prima non c'era, dopo invece sì.
L'autunno stava, proprio allora, cominciando a fare sentire grossa la sua voce roca: il cielo era grigino anzichenò, tirava da nordovest un vento foriero di rivoluzioni, e poco prima che si levasse il sole c'era anche un'ombrolina di quella nebbia leggera e tenace che in quei paraggi è una parte del paesaggio tanto quanto l'argine del fiume o il campanile della pieve. E proprio dall'argine del fiume era comparso questo tizio: che fosse forse arrivato a nuoto?
Con il tempo, era diventato anche lui una parte del paesaggio: tanto quanto l'argine del fiume, il campanile della pieve o la nebbiolina leggera e tenace. Soleva sedere al limitare del deciduo di pioppi che abitava la golena, e cantava. Era già lì prima dell'alba, quando i contadini assonnati uscivano in silenzio per andar sui loro campi, e cantava. Era ancora lì dopo il tramonto, quando il birocciaio rientrava addormentato sul suo carretto guidato da un mulo che conosceva la via del ritorno meglio di lui, e cantava.
La voce era clamorosamente segnata dall'età che questo individuo aveva ereditato dallo scorrere della sua vita, ma era comunque ferma e ben tenuta. Governata con maestria quasi innaturale, si piegava ora docile, ora ruvida, alle varie esigenze di quel canto solitario e misterioso. Si taceva soltanto quando il campanile della pieve batteva il mezzodì: attendeva con solerte pazienza che il riverbero ovattato dei dodici rintocchi fosse assorbito dalla pianura, poi ricominciava daccapo.
Passarono gli anni, i bimbi divennero adulti e i contadini divennero vecchi. Il mulo del biroccio fu

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