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Racconti drammatici

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Intimità violata

C'era sangue dappertutto. Sangue sul pavimento, sul lavandino, sulla parte terminale dello specchio. Si raccoglieva in chiazze scure unite dal filo conduttore di gocce isolate. Formava disegni indelebili, profonde ferite nella ceramica bianca, promesse di oblio sui riflessi di uno specchio impietoso. Un filo d'acqua scorreva, tinta di rosso anch'essa. Sembrava aumentare tutto quel sangue, raddoppiare ciò che veniva effettivamente versato, triplicare ciò che era già troppo. Le sue dita tremavano incontrollabilmente, ma non per paura o per rabbia. Era piuttosto un riflesso incondizionato, dovuto a quel fottuto cervello o chissà che altro. Il suo sguardo fissava le ferite ancora aperte e avvolte dal vapore che saliva lentamente da quella poca acqua. Ma quello sguardo era vuoto. I suoi occhi erano semplicemente aperti e puntavano su quelle ferite, ma non le guardavano davvero. Guardavano in tempi ormai andati, tornavano a momenti passati e finiti. Momenti che in realtà non sarebbero mai davvero passati. I polsi erano piegati in avanti, così che le ferite fossero più aperte. Così che il sangue scorresse meglio. Così che si mescolasse a quell'acqua bollente.
Uno specchietto da borsa frantumato giaceva sulle piastrelle candide del pavimento, affianco ad una goccia di liquido color rubino perfettamente rotonda. Non aveva usato la solita lametta, bensì un frammento di quello specchio.
Originale.
Perverso.
Lui aveva usato quello specchio per farle vedere cosa si era divertito a fare al suo fragile corpo di donna. Donna. Piccola donna.
Le dita continuavano a tremare, ormai troppo veloce per potersi fermare da sole. La testa girava lievemente, imprimendo un moto rotatorio all'intera stanza. Ma i suoi occhi non potevano accorgersene. Fissavano il vuoto. Il vuoto della sua anima perduta. Rubata. Strappata in mille pezzi e buttata nel vento di quella terribile notte. Quegli occhi potevano vedere solo ciò che ne era stato di lei. Potevano vedere altri occhi. Fiam

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   4 commenti     di: *Sunflower*


Olga

Era una sera come tante altre, Carlo si accingeva a prepararsi con stanca meticolosità all'appuntamento. Aveva ricevuto un invito da amici per una festa di compleanno a circa due isolati di distanza da casa sua.
Non era molto convinto di andarci, di solito il brusio indistinto di molte voci confinate in un locale, intente a confidarsi mille sciocchezze lo metteva un poco a disagio.
In fondo, pensò non aveva nulla di più importante da fare quella sera.
La serata era fredda e tersa, e si potevano scorgere milioni stelle, milioni di piccoli punti luminosi spettatori silenziosi di quella serata invernale.
Lo scatto automatico della porta che si lasciava alle spalle lo ricondusse alla realtà
Ultimamente gli capitava spesso di perdersi guardando le stelle, o l'eterno movimento delle nubi, fino a perdere di vista l'oggetto osservato, quasi volesse fondersi con ciò che lo circondava, fino a diventare parte del tutto, indifferente e insensibile ad ogni sofferenza.
Non aveva voglia di camminare, quasi volesse disfarsi in fretta di quella serata,
le attese, i trasferimenti, le pause che la vita gli imponeva avrebbe voluto vederle scorrere velocemente semplicemente premendo un tasto.
Raggiunse la destinazione a bordo di un taxi, l'aria pungente che entrava da un finestrino gli sferzava il volto solo le palpebre tentavano una resistenza socchiudendosi, difendendo le pupille fisse oltre l'attesa. Suonò e gli fu aperto, senza chiedergli l'identità, atteggiamento poco prudente pensò, ma ciò non lo meravigliava più di tanto, in fondo li conosceva abbastanza, amici, amici degli amici, gaudenti noiosi e apparentemente spensierati.
L'ascensore che lo avrebbe condotto all'ottavo piano lo attendeva con le porte spalancate e le luci accese, sorrise pensando che assomigliasse ad una testa mostruosa e che di lì a poco lo avrebbe divorato. La luce al neon all'interno della cabina dell'ascensore lampeggiava ad intermittenza creando lampi di luce e rapidissimi momenti di o

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   0 commenti     di: Marco Uberti


Breve parentesi di una vita, per il resto, condotta con rettitudine

A seguito di fatti che non narreremo, un uomo amareggiato dai fatti di cui non narreremo, prese una decisione che attirò la nostra attenzione al punto da farci venir voglia di raccontare quali furono - nonostante l'ammirazione che proviamo per il pensiero di Sir David Hume - le conseguenze della stessa.
Limitandoci quindi al ruolo di narratori lasciamo a chi lo è quello di protagonista.

Un uomo amareggiato, sebbene ancora giovane, decise che non avrebbe più mosso un dito per aiutare il prossimo né fatto attenzione a non ferire i sentimenti altrui.
Anzi.
Anzi avrebbe fatto del male.
Cercare, volontariamente, di far male al prossimo.
Odia il prossimo più di te stesso.
Fai agli altri soltanto ciò che non vorresti fosse fatto a te.
Aveva deciso, adesso era tranquillo e si addormentò.

Ma non è facile.
Non ci si sveglia una mattina e si cambia di colpo.
Un passo alla volta.
Scartò gli insetti. "Troppo facile", si disse. Ne aveva già uccisi centinaia senza farci caso. Serviva qualcosa con più sangue nelle vene.
"Un gatto non sarebbe male. Un gattino sarebbe un bel passo."
Poi ci pensò.
"Un passo alla volta", pensò.
La bacinella piena d'acqua, le sue mani che lo prendono, miao miao, poi pian piano - glup, glup - miaomorto.
No, meglio qualcosa di più semplice per cominciare
"Una lucertola", pensò. "Una lucertola va bene."
Così, dopo un sana colazione a base di caffè, latte e cereali, inserì la prima della sua auto, per scalare in seconda accanto ad un campo incolto dopo circa cinque chilometri e dieci minuti di semafori e clacson.
Più o meno al chilometro tre e minuto sei e mezzo si rimproverò per essersi fermato davanti a delle strisce pedonali così da permettere ad una vecchietta di attraversare la strada.
"Non va", pensò. "Se uso ancora queste piccole gentilezze dove troverò il coraggio per stringere il filo d'erba?"
Si fece coraggio e ripartì, lasciandosi la vecchietta alle spalle (vecchietta

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   1 commenti     di: Dario Ricciardo


Copello

“Non è certo per me, lo capisce…. se dipendesse da me aspetterei, ma sa’….. gli altri condomini ci tengono, ne fanno una questione di principio, di decoro del palazzo, e insomma…. ambasciator non porta pena, ecco”.
Ma che cazzo stai farneticando, vecchio bastardo? Lo so’ che ci godi a mettermi in difficoltà, ti fa sentire importante essere il capocondomino di questa fottuta palazzina piena di dignitosissimi impiegati, pensionati, commercianti; tutti sempre molto precisi nei pagamenti, inappuntabili nel rispettare le scadenze, e sempre favorevoli a qualsiasi spesa tesa a migliorare il decoro dello stabile, e quindi anche il loro.
“Si certo, lo so che non dipende da lei signor Copello, ma lo sa che mi ero opposto fin dal principio a questa spesa, e lei sa anche il perché”.
“Ma andiamo, signor Motta, un cancello elettrico e le telecamere a circuito chiuso davanti al portone sono di gran classe, e poi servono alla sicurezza di tutti”.
Alla sicurezza di tutti? Brutto stronzo…. servono solo a farvi sentire tutti soddisfatti del vostro nuovo giocattolo, ed a far sembrare questa palazzina di periferia abitata da quei ricchi la cui apparenza inseguite da una vita, illudendovi che sia sostanza.
“Si, ma io quei mille e trenta euro non ce li ho, capisce? Non li ho!!!”.
“Ma cosa vuole che siano mille e trenta euro, mi sembra una quota ragionevole per una simile miglioria, e poi…non pretenderà certo che siano gli altri a coprire la sua parte, no?”.
No che non lo pretendo, maledetto idiota, ma non li ho, lo capisci? Non li ho!
Sento il suono della sua voce sempre più lontano, ed anche la sua immagine sembra sbiadire mentre parla.
Mi rendo conto che in realtà non può capire, non può sapere, non può intuire cosa significhi dover lottare per sopravvivere giorno dopo giorno anche solo per conservare un po’ di dignità.
Non può sapere cosa significa dover cambiare strada per non passare davanti al macellaio al quale devi pochi euro,

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L'esperimento

Giulio se ne stava in salotto a spiegare i fatti.
La donna si mise sulla difensiva, gli occhi le divennero lucidi al ricordo, e un nodo sembrò formarsi in gola quando disse: “Lucia si è filmata mentre moriva! Più chiaro di così. ”
Lui scosse il capo non convinto, e lei continuò.
“Vorrebbe dirmi che si è finta morta per osservare la reazione di Marco? ”
“Esattamente. Dagli scritti del suo diario emerge una verità che nemmeno lei può fingere di non vedere, e cioè che non si è mai sentita amata e nel momento in cui trova sembrare il ragazzo della sua vita, resta incredula. Ha inscenato la sua morte per vedere la reazione del suo amato. ”
Fabrizia scosse il capo smuovendo il caschetto di capelli castani.
“È assurdo! Lei era troppo innamorata per arrivare fino a questo punto. ”
“Sì, ma ha dimenticato che Lucia non ci stava con la testa... ”
In quel momento la porta si aprì senza far rumore.
“Complimenti dottore... lei è molto perspicace. ”
Entrambi si voltarono. Lucia se ne stava in piedi sulla soglia con un'arma puntata contro entrambi.
“Lucia? ” domandò Fabrizia incredula.
Mentre la ragazza avanzava verso di loro, sorrise e disse: “Fabrizia. Cosa ti prende? Sembra che tu abbia appena visto un fantasma. ”
“Tu eri morta”, disse sillabando.
“No, era solo un bluff. ”
Fabrizia si mise a piangere e tra un singhiozzo e l'altro, domandò: “Perché? ”
“Se non sbaglio te l'ha appena detto il dottorino. Nessuno mi ha mai amata... ” socchiuse gli occhi e ricordò l'affetto del fidanzato. “Tranne Marco. ”
Li riaprì, e disse: “Con lui sono stata bene, mi faceva sentire speciale. ”
“E allora perché hai inscenato il tuo suicidio? ”
Il viso di Lucia espresse ovvietà.
“Dovevo vederlo. Dovevo vedere Marco mentre si disperava perché io ero morta. Nessuno si è mai preoccupato per me. Dovevo vedere cosa si prova. ”
Fabrizia aveva gli occhi stracolmi di lacrime.
“E io, e Miche

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   9 commenti     di: Roberta P.


Lo sfregiato

Era un uomo alto con folti e ondulati capelli rossi, occhi verdi, barba rada e corta e una piccola cicatrice sulla guancia destra. portava un'ampia giacca a frangie finemente decorata con amuleti indiani, una sgargiante collana indiana, e aveva anche una frusta con cui poteva persino uccidere i lupi. Cavalcava un bianco destriero arabo di nome Thunder e ovunque passasse incideva col coltello una A iniziale di anarchia, era un bastardo, uno dei peggiori che potessero circolare a quei tempi nelle pianure dell'ovest. Era nato trentatre anni prima in un piccolo villaggio di coloni, di quei coloni che per trovare una vita migliore, migravano all'ovest sfidando le insidie di una terra sconosciuta e la furia degli indigeni. Suo padre era stato un agricoltore ed era morto prima che lui nascesse, e la madre una donna religiosa e caritatevole, morta quando il figlioletto aveva sei anni. Il bambino che non aveva parenti era stato affidato ad un fattore che lo faceva sgobbare sodo, senza quasi dargli da mangiare e lo picchiava spesso. Ma il peggio doveva ancora arrivare! E in fatti in una fredda notte d'inverno vennero gli indiani, quelli che la gente chiamava Sioux anche se in realtà si chiamavano Dakota. Costoro uccisero, rapinarono e presero prigionieri donne e bambini fra i quali lui. Il trattamento che gli aveva riservato il fattore gli sembrò di tutto riguardo in confronto a quello che aveva dai nativi i quali lo costrinsero a cacciare bestie selvaggie, senza dargli niente di quel che prendeva obbligandolo così a sfamarsi con tuberi, funghi, frutti selvatici e radici. Gli insegnarono il proprio idioma a suon di bastonate, a combattere con l'arco, il bastone il coltello, e a lottare corpo a corpo, picchiandolo e umiliandolo ogni giorno. Guai a piangere perchè avrebbero raddoppiato i maltrattamenti. Il bambino disperato, trattato come un verme e senza neanche la possibilità di piangere (quando invece avrebbe voluto urlare), per sopravvivere dovette imparare bene l

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Il solo colpevle (prima partre)

Tutto ebbe inizio nella maniera più semplice.
Quella mattina d'inverno, una delle tante, mattine d'inverno.
Appoggiato al mio solito palo; le sei del mattino di un freddo venerdì di dicembre.
"Brrr.. che freddo".
Il giovane uomo mi passo accanto correndo: pantaloncini, felpa e scarpette.
Disse quelle semplici parole in un modo cosi naturale.
Che peccato..
Avrebbe dovuto essere più veloce nel sollevare il suo braccio, anche se un treno in corso non si può fermare facilmente, nemmeno con un braccio ben teso.

Quelle tre parole buttate li a caso, sussurrate nel vento; sciolsero qualcosa congelato nell'io più profondo.
"Ciaaoo!" urlai ormai incapace di modulare le frequenze sonore dalla mia voce. Erano anni che non ne facevo uso.
Il giovane rallento la sua corsa girò la testa verso di me e lentamente si fermo.
"Buongiorno..", ancor prima che potesse aggiungere altro dissi "dammi del tuu; siam' amici no?".
Il giovane inclinò la testa di lato tirandola leggermente indietro, come fanno i piccioni quando ti osservano da sopra un davanzale, con quegli occhi tondi e insignificanti..
Stupore, ecco cosa apparve sul suo volto, semplice stupore quello che ti coglie quando non sei assolutamente preparato a ciò che ti accade.
Coprii la breve distanza che ci separava con quattro passi decisi, afferrai la sua mano ed il contatto con quell'appendice calda e morbida mi commosse.
Con le lacrime che già bagnavano le mie guance mi presentai: "Tanto piaacere mi chiam Rodolfo, quest' è il mio paalo, e sono s-solo quant te".
La sua mano scivolo via veloce dalle mie dita ed il freddo di dicembre si rimpossessò di loro in un lampo.
"Ehy amico... lascia perdere; fa freddo, sono stanco ed ho voglia di qualcosa di caldo. Buona giornata".
Sollevò la mani in segno di resa si girò e ricominciò a correre.
"Veroo fa freddo andiam a beere qualcosa di caldo.. buoona ideea".
Asciugai quel che rimaneva delle mie lacrime ormai vetrificate e gli anda

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   0 commenti     di: loris bassini



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