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Racconti drammatici

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Giovannino, l'amico del re della savana

GIOVANNINO, L'AMICO DEL RE DELLA SAVANA


È doveroso innanzitutto premettere che il re della savana era un sovrano alquanto strambo. Non imponeva balzelli ai suoi sudditi e nemmeno pretendeva ossequi e riverenze. A queste assurdità aveva aggiunto la concessione - che aveva fatto esporre sugli alberi del regno, non uno escluso - tutti erano liberi di muoversi per la savana a loro piacimento. Al sire bastava che non giungessero nel rifugio che aveva scelto, un boschetto verde e zampillante dove trascorreva le sue giornate che, se per un re consistono in ozio a stomaco pieno, per un leone non si differenziano molto. L'accesso, per qualsiasi evenienza, era impedito dalle leonesse e dai cortigiani, trascurando la più che comprensibile soggezione che incute un re, figuriamoci un re-leone!
Questo sovrano il trono l'aveva ereditato dal padre, che a sua volta l'aveva ereditato dal genitore, che a sua volta... e così indietro, sperdendosi nelle notti dei secoli, sino ad un antenato, il quale, armi in pugno e guerrieri al fianco, se l'era procurato sbranando il sovrano legittimo.
Magno XVIII non si sentiva un re, mai si sarebbe sentito un re. Ma nemmeno si sentiva un leone. Ne possedeva la criniera, il tratto, il ruggito : null'altro. Timido, per niente amante delle mondanità, schivo dei complimenti e delle adulazioni, un ulteriore particolare lo costringeva a dubitare della propria pelle : mai e poi mai avrebbe affrontato in combattimento un altro felino; e, si creda, non per codardia.
Non che Magno XVIII non si fosse provato a comportarsi come le Leggi comandano, stimolato dal padre non meno di quanto non fosse stato stimolato dai sudditi e dai tanti che si era ritrovato tra le zampe in ogni momento della giornata : e per acclamarlo, e per lodarlo, e per indurlo a prendere moglie, ché avrebbe dato il sospiratissimo erede al trono nonché dimostrato la propria virilità... Alla prova dei fatti, il leopardo ucciso aveva procurato a Magno XVIII nottate in

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Mazzacane - cap. II

Dalla penombra in cui viene a trovarsi sente una voce femminile che gli dice
"Lascialo socchiuso, per favore, almeno ci eviteremo il fastidio del campanello. Sei Nino, vero? Vieni avanti, io sono Rosaria, la sorella di don Antonio"
Attraversando enormi stanzoni, tutti nella penombra, la donna lo conduce davanti a una porta chiusa. Nino, seguendola, ha solo notato come la casa sia grande e la mobilia antica e che uno spesso tappeto annulla ogni rumore di passi. La donna, allungando la mano verso la maniglia della porta chiusa, prima di aprirla, gli dice
"Cerca di non farlo stancare troppo, mi raccomando"
Nino entra titubante e con gli occhi bassi. La stanza è scarsamente illuminata e al centro della parte adiacente la porta campeggia un letto a baldacchino. Quasi seppellito nelle coltri giace don Antonio Rinaldi. Nino, timoroso di guardarlo, fissa intensamente il bastone poggiato sul bordo del letto. È un bastone da passeggio, nodoso e lucido. L'impugnatura rappresenta la testa di un cane mastino con due luccicanti topazi al posto degli occhi. Per via di quel bastone don Antonio Rinaldi era da tempo e da tutti soprannominato Mazzacane. Un nome che per un trentennio è stato sinonimo di un potere quasi assoluto. Alzando gli occhi, Nino vede una testa calva e un volto rinsecchito, giallo e grinzoso, un naso aquilino e due occhi vividi e lampeggianti come i topazi incastonati nel bastone. L'omone corpulento che Nino ricordava è ormai ridotto a una manciata di ossa ricoperte dalla sola pelle. Se non fosse per gli occhi... Benché allo stremo delle forze, Mazzacane, grazie ai suoi occhi, riesce ancora a suggestionarlo. Con un debole ma deciso gesto della mano lo invita ad avvicinarsi. Nino ubbidisce e Mazzacane, ripetendo il gesto, gli dice
"Avvicinati di più" Poi senza alcun preambolo continua "Devi scrivere un libro sulle mie memorie, senza alcuna fretta, ma devi farlo bene" e dopo un profondo sospiro aggiunge "La.. sul comò.. prendi.."
Seguendo l

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   8 commenti     di: Michele Rotunno


Inferno

L'uomo era a terra, il corpo impregnato dal suo stesso sangue.
Dave se ne stava in piedi a fissarlo, nella mano destra un fucile a canne.
“Dave? ”
Il ragazzo si voltò lentamente: aveva pianto.
“Cosa ci fai qui? ” chiese.
Senza perdere di vista l'arma, Giovanni rispose: “Ho visto la tua auto fuori, e ho pensato potessi essere qui. ”
Vi fu una pausa. Poi riprese a parlare.
“Ti va di raccontarmi cos'è successo? ”
Dave fece spallucce.
“Ho dovuto farlo”, continuò assumendo un tono preoccupato. “Ho dovuto. Tu mi capisci, vero? ”
“Perché non mi dici che cosa è successo? ” chiese ulteriormente evitando la domanda.
“Tu sei il mio migliore amico. Lo sei ancora, non è così? Non è che hai cambiato idea perché sono tornato vivo?! ”
Giovanni corrugò la fronte e scosse il capo.
“No, non potrei mai pensare una cosa del genere. Perché dici questo? ”
Dave serrò la mascella e deglutì nel disperato tentativo di trattenere il pianto.
“Non c'è stata persona, da quando sono tornato, che non mi abbia fatto capire quanto viscido potessi essere ai loro occhi, quando mi guardavano dall'alto in basso e io non sapevo come comportarmi... ”
Socchiuse gli occhi. Poi li riaprì.
“... o quando non mi vogliono nei locali perché credono che sia un assassino senza scrupoli... ”
Indicò il corpo a terra e gridò: “QUEST'UOMO MI HA ROVINATO LA VITA! ”
“Quello che pensa la gente non ha importanza. Sei tu quello che sa cosa ha vissuto laggiù, solo tu, e non devi rendere conto alle persone quello che sei stato in Vietnam. ”
Dave fece una strana risata. Poi divenne serio.
“Lo dici perché non sai che significa... Non sai cosa significa crescere con un padre severo, a cui non vuoi dare delusioni. Fare di tutto perché ti dia una pacca sulla spalla e sentirlo dire che è fiero di te. ”
Si fermò qualche istante per riprendere a spiegare: “Se non fosse stato per lui e per il suo fottuto pensiero che la guerra

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   8 commenti     di: Roberta P.


Ana- prima parte

Era notte.. la mia prima notte di lavoro. Dovevo farmi coraggio, da sola in un bosco. . ma perché coraggio?... non sono certo una paurosa, io non temo nessuno! mi sono corazzata nel breve arco della mia vita. Una corazza dura che avvolge il mio giovane corpo, dove nessun fendente può penetrare e se dovesse superare questo strato di carne, che riveste le mie ossa, non riuscirebbe a superare la mia anima.. ormai dura rivestita di diamante. "Ti pagherò bene.!." mi aveva detto il vecchio boscaiolo Andrei, al bar del paese. Il mio paese svettava su una grande montagna circondata da boschi fitti, nevicava per mesi, ma le case erano sempre calde, scaldate da capienti camini accesi tutto il giorno, perché la legna era l'unico bene che possedevamo. Andrei, boscaiolo da sempre, aveva una piccola baita nei suoi possedimenti, immersa in un fitto bosco di faggi , dove viveva, ormai da molti anni, tagliando legna e trattando con i compratori che venivano dai paesi vicini e anche dall'estero. Da mesi cercava qualcuno che lo sostituisse la notte, che vigilasse sul suo bene, perché voleva stare in città, a valle, vicino a sua moglie Adina, colpita da una malattia degenerativa. Andrei mi chiese di prendere il suo posto. Un lavoro adatto più ad un boscaiolo che ad una donna giovane ed inesperta. Ma. . da quando si era sparsa in paese la voce su ciò che mi era capitato un mese prima, tutti mi temevano. . Ero diventata una leggenda!. Come mai? dovete sapere che dopo l'ennesima lite con mio marito Auriel, ho avuto il coraggio di prenderlo per il colletto e dargliele di santa ragione, lasciandolo ferito e piangente nella piazza del paese, tra le risate dei presenti.. Una scena da saloon! Grazie a Dio sono una donna alta e robusta e mi sono potuta difendere! Eravamo sposati da solo un mese. . lui mi piaceva, anche se non era uno stinco di santo. . beveva, rubacchiava, piccoli furti.. niente di grave! "cosa sarà mai!-pensavo - meglio vivere con lui che stare in campagna co

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   2 commenti     di: antonina


Il delfino che si credeva una tigre 2

Ecco è tornata.
La gola si stringe, il respiro si fa faticoso, le mani sudano. Una sensazione di oppressione sotto lo sterno, i muscoli intorno al plesso solare che si irrigidiscono. La mente ti dice che morirai presto e che quel respiro, si, proprio quel respiro, potrebbe essere l'ultimo. Paura di morire. Paura che questo corpo non respiri più. Qualcosa continua a dirti che stai per impazzire e che presto comincerai a gridare come un ossesso frasi sconnesse. La mente proietta delle immagini che si sovrappongono con la realtà circostante, in cui ci sei tu che ti rotoli vorticosamente ad un palmo da terra. Come quegli ammassi di paglia secca che fluttuano nervosamente, trasportati dal vento, in uno di quei paesaggi desertici e desolati che vediamo spesso nei film americani.
La notte ti svegli con il cuore in gola e non perché hai fatto un brutto sogno, ma perché l'incubo sta solo per cominciare; è la cara, vecchia, tachicardia. Devo stare calmo ti dici, ma di quella calma che non si può spiegare a parole. Infatti, più ti agiti nello sforzo mentale di riprendere per i capelli la situazione catastrofica, e più senti il tuo cuore battere all'impazzata in un ritmo ossessivo e tribale nel quale si sta svolgendo un sacrificio umano: il tuo! ... Bum bu bu bum bum bu bu bu bu bum... poi, improvvisamente, ti ricordi che non è il ritmo del tuo cuore impazzito, il tuo ritmo vitale primario; ma è quello del respiro. Ma si, certo, te lo aveva detto lo psicologo da cui eri in cura. Così ti sdrai sul letto e provi a respirare profondamente a intervalli regolari, coinvolgendo anche la pancia. Piano, piano cominci a calmarti, il respiro si fa meno faticoso, il cuore abbandona i ritmi frenetici, il corpo si rilassa e la mente si distende. A questo punto hai smesso di fare la guerra con te stesso e ti scappa anche da ridere, di un riso amaro e quasi rassegnato. Tutto è assurdo. Si, bastava che mi rilassassi ti ripeti, è così facile, sembra così facile. Ma in realtà

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   0 commenti     di: Meta Morfeo


La mia amica Chiara

-Perché non mi risponde?- pensavo mentre chiamavo la mia amica Chiara: ci saremmo finalmente dovute vedere dopo tante settimane –Forse non è in casa. Meglio provare sul cellulare- mi dissi mentre componevo il numero. Squillava: avevo già in programma di sgridare la mia amica per aver dimenticato di farsi sentire.
<Pronto?> mi disse una voce abbattuta, quasi in lacrime
<Ehm.. pronto? Sono Cristina c’è Chiara..?> dissi imbarazzata
<Cristina... sono la madre di Chiara...> disse facendo una pausa
<Ah salve, mi può passare Chiara?> continuai
<Cristina... Chiara è in ospedale... adesso dorme...> mi disse la madre della mia amica singhiozzando
<C-cosa...? Ospedale..? Cos’è successo..?> dissi scovolta, mentre la parole uscivano a fatica dalla mia bocca.

<La ragazza ha preso un brutto colpo ed è in condizioni gravi adesso. Stiamo facendo il possibile per rimarginare, oltre al resto, l’ emorragia cerebrale> spiegava il medico ai genitori e al fratello di Chiara e a me <Come medico non dovrei dare un parere personale, ma non vorrei creare in voi troppe speranze di una ripresa da parte della ragazza...> continuò il medico che, appena finita la frase, andò via.
“È stato un brutto colpo”: aveva detto: un ragazzino in motorino; uno stupidissimo ragazzino in motorino aveva messo la mia amica in quelle condizioni penose;un ragazzino che non si rendeva conto di mettere in pericolo vite altrui.
Ero in quel corridoio freddo, dove tutto era normale;quelle persone vedevano ragazzi della mia età probabilmente ogni giorno in quello stato, perché si sarebbero dovuti sentire come me o come la famiglia di Chiara?
Vedevo lei attraverso quel vetro della stanza, ferma, immobile e in silenzio come non era stata mai; la madre piangeva, il padre le stava vicino e Nicola, il fratello, camminava nervoso per l’ospedale.
I medici avevano detto di non entrare nella sua stanza per lasciarla riposare, ma forse non avrei avuto il coraggio di entrare: vedere l’unic

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   2 commenti     di: C.


Un anno dopo, al solito posto

All'uscita del paese si dividevano tre strade: una andava verso il mare, la seconda verso la città e la terza non andava in nessun posto.
Ma lui non lo sapeva, d'altronde in quel luogo ci era arrivato per caso, seguendo una via che nessuno gli aveva indicato. Era una località sconosciuta, come tante altre che aveva visto, non conosciuto: del resto non aveva tempo di scoprire la città, nè di familiarizzare con gli abitanti.
Stava scappando da una frase: "Non sei assolutamente capace di fare il padre e il marito. Non lo sei mai stato. Il tuo apice è stato mettermi incinta, ma per il resto..." Lei invece era davvero molto brava! Quella frase gliela sputava in faccia mentre al cellulare rispondeva con un messaggino al nuovo amante, che piano piano, stava scalzando il vecchio.
Lui stava evadendo anche dalle tante umiliazioni subite per amore del figlio. Col passare del tempo Giulia, sua moglie, era diventata necessaria come un'unghia incarnita, ma il figlio, Luigi, otto anni, terza elementare, moro, con gli occhi del color dell'inchiostro più scuro, era l'essenza stessa della sua vita, l'unico motivo per restare.
- Papà - gli disse però un giorno accorato mentre tornavano a casa dopo la partita di calcio, una gara importante - ma dove cavolo stavi guardando? L'arbitro ci ha fatto perdere e tu cosa gli hai detto? Nulla, non ti ho sentito. Gli altri si che sono bravi papà, uno addirittura l'ha aspettato fuori e l'ha picchiato. Lui si che vuole bene a suo figlio, non come te che non vali nulla. Domenica mi faccio accompagnare da Mario, l'amico di mamma. Tu vai pure dove vuoi.
A ben guardare non era la prima volta che gli si rivolgeva con questa violenza, però stavolta ne prese atto. E così decise di andare.
Realisticamente stava fuggendo dalla sua vita, dalle ceneri di tanti anni inutili. Era arrivato in quel paese di mattina, camminando come sempre con lo zaino in spalla, il sacco a pelo e nessuna speranza. Si sciacquò la faccia alla fontanella vicino

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   0 commenti     di: ivano51



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