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Racconti drammatici

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Jack

Non aveva mai sopportato il fastidio generato dal sudore. Quella nauseante, repellente e putrida sensazione capace di assalire non solo l’olfatto ma l’intero corpo rendendolo un singolare insaccato avvolto a doppia mandata in un’impercettibile ma inossidabile membrana di cellophan.
Da sempre era così…. anche quando combatteva. Poteva sopportare lo zampillare di schizzi di sangue che rendeva un acceso mosaico il tappeto dello spectrum, ossa fracassate dal martellare incessante dei colpi avversari, interventi al sopracciglio eseguiti senza anestesia da un manager di quarto ordine…. ma non il sudore. Era una costante: trascorsi un paio di minuti dal gong di inizio round la sua mente spostava l’obiettivo dalla miglior tattica per far saltare i pochi denti rimasti al malcapitato di turno alla rigenerante freschezza prodotta dallo scroscio di acqua gelata che l’uomo dell’angolo avrebbe provveduto a scaraventargli contro non appena avesse preso posto sul vecchio sgabello che lo attendeva come un amico.
Quando l’acre odore del sangue si congiungeva al fetido esalare delle ghiandole sudorifere il “mastino del minnesota” rientrava mesto nella sua cuccia lasciando il passo ad un carlino impaurito dagli stanchi colpi di giornale assestati dal padrone annoiato.
Il suo limite era conosciuto anche dagli avversari…. Avevano un solo motto:resistere stoicamente ai primi giri di lancetta. Coprirsi dagli atomici ganci sinistri del mastino per poi applicargli la museruola e rispedirlo dritto dritto al canile. Purtroppo per loro nella maggior parte dei casi i due minuti erano talmente lunghi da risvegliarsi il mattino seguente in una buia stanza di ospedale con un’anziana e goffa infermiera pronta a servire pessime razioni di brodo e purea.
Il sottofondo del pubblico in delirio e il tonfo sordo del corpo esanime dell’avversario accompagnarono il mastino alla galleria che conduce dritta al titolo del mondo.
Il resto è storia e, nuovamente nonché

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Traffico in città

È ancora notte fonda quando prendo servizio. A quest'ora le strade sono deserte, fredde, silenziose. Paiono quasi lugubri senza il solito caos d'auto, moto e pedoni, ma in compenso si coglie un gran senso di pace. Mi piace, così. Il traffico dell'ora di punta è troppo logorante.
Di mattino presto viaggiano sempre le stesse poche persone. Oggi è venerdì e dopo cinque giorni che gestisco la medesima linea comincio a sentire una certa familiarità con costoro e mi pare quasi di conoscerle.
Osservandole salire a bordo mi viene istintivo pormi delle domande su di loro: dove vanno e da dove vengono, che lavoro svolgono, se sono sposate, fidanzate o single, soddisfatte o deluse della loro esistenza.
Personalmente io non mi sento troppo contento della mia, ma in qualche modo me la sono scelta e devo ammettere che esistono mestieri ben peggiori rispetto a quello di conducente d'autobus. E anche mia moglie non è malvagia, in fondo.
La mia diligenza, come mi piace chiamarla, comincia a prendere vita già mentre attraversa il quartiere collinare. In genere il primo a salire a bordo è un cinquantenne alto, largo di spalle, il cui volto squadrato pare tagliato con l'accetta. Abitualmente indossa sciarpa e cappotto scuri. Si siede sempre in fondo. Dall'aspetto mi ricorda il mostro di Frankenstein, va a sapere perché.
La fermata successiva è il turno di una biondina sempre intabarrata. Ha i capelli che le ricadono sulle spalle e la frangetta che gli copre la fronte, il naso appuntito, l'aria assonnata. Il suo posto fisso è in testa, vicino all'autista, quasi a cercare protezione tra le ali del sottoscritto.
Scendiamo verso il centro ed ecco che anche stamani lo smilzo e occhialuto capellone, in jeans e giaccone, mi fa cenno. Accosto e lo lascio salire. L'osservo guardarsi rapidamente intorno e poi accomodarsi come al solito sul sedile di fronte alla porta d'ingresso.
Deve essere già un po' che i tre viaggiano insieme ogni mattina, perché li ricordo dall'epoca

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   6 commenti     di: Massimo Bianco


27 gennaio, non dimentichiamo mai

No, non dimentico... come potrei! Mi chiamo Marcus, 16 anni, corpo tozzo, sguardo volpino; mi han preso la', nel ghetto di Varsavia, penso due giorni fa, insieme ai miei genitori, mia sorella.
Non so dove sono loro, forse li han caricati su un altro vagone, non so... Su questo treno, ammassato con altri mille, scruto da una fessura bianca... Ho visto campi verdi, immensi, non finivano mai... colline rivestite di neve purpurea, fresche come gelati... ed ora, stretti come sardine, con questo puzzo immondo, con i lamenti dei vecchi sul collo, i pianti dei bimbi sul petto, mi chiedo dove ci porteranno, dove siamo diretti e, soprattutto, perché non ci dan da bere?
Che cosa gli costa fermarsi un attimo, darci un secchio d'acqua, un po' di pane, anche ammuffito, rinsecchito.
Niente.
E me ne sto qui, tenuto in piedi per forza perché non c'è spazio per sedersi, qui... a pensare a quello che ho lasciato sul tavolo, a casa. Il mio disegno stinto, i miei pastelli, i miei libri, quaderni: li schierati, ad aspettarmi, a chiedersi dove sono quelle mani che tanto delicatamente li effigievano... Cos'è sto sbalzo? Che stridio di freni... Si, siam arrivati, il treno è fermo. Schianto improvviso. Qualcuno, con voce dura, apre lo sportello. La luce per un attimo m'acceca... Ci intimano di scendere, lo faccio.. lo facciamo. Ci dividono in due file, i più giovani a destra, anziani a sinistra, È tutto innevato, ho freddo, le gambe sono inutili. Cerco con lo sguardo i miei... non li vedo... ma dove saranno? C'incamminiamo, stravolti. A suon di spinte e manate giungiamo davanti ad un capannone enorme, grigio. Dobbiamo dividerci in squadre, accatastare i nostri indumenti, le nostre cose, e spogliarci. Ma come! Qui, davanti agli altri, ma come faccio.. ho vergogna.. umiliazione più feroce non c'è.
Un soldataccio, con fare mellifluo, ci spiega che dobbiamo lavarci, che prima di entrare nelle camerate dei campi lavoro dobbiam esser puliti. DIO MIO! una doccia calda!

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   6 commenti     di: max22 -


L'Imperatore di Piazza del Popolo

C’è un uomo che cammina per strada, ed in questa notte maligna di Gennaio è forse l’unico che attraversa la piazza.
Viene da Via Ripetta, e se qualcuno potesse vedere il suo volto non ostante l’oscurità, si accorgerebbe che non appena entrato nel perimetro di Piazza del Popolo, il suo volto sofferente si è disteso, come quello di uno che ha molto camminato, ma alla fine è riuscito a tornare a casa.
Ed è proprio così che si sente Tano, a casa, perché quella Piazza, con quelle due chiese gemelle che innumerevoli volte hanno ascoltato i suoi discorsi da ubriaco, dagli scalini di quell’obelisco fino a cui si è trascinato sorridente col suo passo alticcio e sfasato, sono davvero casa sua, sono davvero una sua proprietà.
E mentre Tano si accascia ai piedi dei ventiquattro metri dell’obelisco Flaminio, gli sembra che dalle nebbie del tempo i Faraoni Ramesse II e Mineptah, ed Augusto che lo portò a Roma, lo stiano aspettando per vegliarlo in questa sua ultima notte.
Tano sta morendo, e lo sa, e mentre le pupille si dilatano ancora e le palpebre sembrano ad ogni battito un po’ più collose, egli si rende conto che quella piazza lo stava aspettando, e che a lui tocchera’ morire in una delle più belle tombe del mondo.
Allora si rilassa, non ha paura della morte, hanno fatto tanta strada insieme, ed ora è giusto che lei sia lì, in quel particolare momento. Tano spera solo che lei abbia il rispetto di lasciargli ancora qualche attimo, per ripensare al suo passato.
Si, lo sa’, è un po’ borghese come desiderio, ma dopo una vita trascorsa eternamente “contro”, o meglio, “fuori”, un piccolo pensiero borghese può anche concederselo, e poi sarà l’ultimo no?
Un modo anche questo per essere ancora “fuori”.
Si conoscono da tempo, da quando suo fratello Francesco si era suicidato all’interno dell’Unite’ d’Habitation di Le Curbusiere, no, anzi… da prima, da molto prima, almeno dai suoi diciotto anni, da quando aveva s

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L'abbuffata

Sono ormai ventidue anni che immancabilmente ci si trova tutti la sera del 10 giugno per una cena conviviale e ora sono per l'appunto le 20, 00 del 10 giugno 2005.
Sono arrivato per primo al ristorante e, sgranocchiando un grissino, attendo gli altri tre.
Siamo amici dall'infanzia, cresciuti insieme come fratelli, gli stessi studi, ultimati i quali, con l'approccio al mondo del lavoro, le frequentazioni si sono diradate. Ci si ritrovava un paio di volte ogni anno fino a quel tragico 10 giugno del 1983 quando ci giunse la notizia che, da 5 eravamo diventati 4. Me lo comunicò per telefono Massimo, con la voce rotta dalla commozione - Scusa il mio tono, ma da oggi Franco non è più fra noi.
- Ma che è successo?
- L'ha trovato la moglie, si è impiccato.
Franco era il più chiuso del gruppo; in lui c'era una naturale riservatezza, un pudore che lo portava ad arrossire quando noi si parlava di sesso, tanto che disperavamo che riuscisse a trovare una ragazza, e invece la trovò, e veramente bella, esuberante, in netto contrasto con il suo carattere. Arrivò al matrimonio dopo un brevissimo fidanzamento e Franco sembrava toccare il cielo. Poco dopo il ritorno dal viaggio di nozze, cominciarono a circolare le voci, dapprima accenni velati, poi quasi clamori: insomma, la sposina lo tradiva.
E Franco iniziò macerarsi, ad apparire sempre meno in pubblico, chiuso in un doloroso mutismo che, quando gli parve insopportabile, lo indusse a compiere l'ultimo, estremo passo.
In quella dolorosa circostanza noi quattro amici ci ripromettemmo di ritrovarci almeno per una cena di commemorazione il 10 giugno di ogni anno e l'impegno, fino ad ora, è sempre stato rigorosamente mantenuto.
Io, come al solito, sono in leggero anticipo e osservo gli altri commensali: una famigliola con due bambini, una coppia di fidanzati, almeno così mi sembrano con gli occhi più attenti per i loro volti che per le pietanze, un gruppo di anziani festosi, un singolo tutto solo che, come me, si gu

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Drammaccio

C'erano una volta, a ridosso di un monte, alcune catapecchie, dove parecchie famiglie disgraziate sopravvivevano nutrendosi di castagne ed erba spagna.
Tutti lo sapevano, lo vedevano e passavano facendo finta di nulla.
Un giorno il monte rovinò sulle baracche e fece quel che non avevano fatto la fame e gli stenti: uccise le numerose famiglie di diseredati.
Subito dopo l'accaduto arrivarono le televisioni e i giornali. Commozione e pianto seguirono all'evento cruento e la maligna sorte accanitasi contro quei poveretti.

Finito il clamore, le autorità posero, pietose, una bella lapide a ricordo delle vittime innocenti che così recitava:
"Se il monte non cascava morivano di stenti, ma nessuno ci badava."



Centodieci drammatico



Perì ad occhi aperti

Il sole era ormai giunto al tramonto quando Bonariu, di ritorno a casa, scorse un oscuro uomo, armato di fucile, intento a scrutare un enorme roccia granitica. Riconoscerlo non fu difficile: trattavasi di Anania Colbu, noto bandito e sicario, errante per le campagne da circa due anni. Sulla sua testa pendeva una taglia vertiginosa; non furono pochi i delatori che tentarono, senza però riuscirvi, di farlo cadere nelle mani della benemerita. Reso alquanto inquieto da quella presenza, il pastore avvicinò il bandito con far cerimonioso:- ditemi un po', questo luogo è per caso di vostro gradimento? Sappiate che, se nutrite interesse a rifugiarvi qui per qualche tempo, le mie terre sono a vostra completa disposizione! Potrete tornare tutte le volte che vi occorre-. Affatto stupito da tanta ospitalità, il bandito si mostrò comunque compiaciuto:- apprezzo il vostro invito e vi ringrazio di cuore, state pur certo di rivedermi presto-.

Quella notte Bonariu aveva poco dormito e molto pensato: per quale motivo quel sanguinario gironzolava dalle sue parti? Era forse a corto di nascondigli?
O qualcuno, date le sue inimicizie, lo aveva assoldato per eliminarlo?
Fortemente tormentato da tali interrogativi ma anche desideroso di metter le mani su quell'enorme taglia, il pastore pervenì ad una rischiosa decisione: non appena Anania si fosse ripresentato chiedendo asilo, egli avrebbe finto di accoglierlo con grande ospitalità, per poi tradirlo conducendo le forze dell'ordine sul luogo del rifugio. Il giorno seguente si recò in tutta fretta al paese, in caserma, ad informare il brigadiere dell'incontro e del vile piano...

Trascorsero alcune settimane...
Mentre il sole cominciava a mostrare timidamente il suo volto da dietro le vette, una piacevole e leggera brezza avvolgeva l'intera campagna, qua e là diversi uccellini salutavano allegramente il nuovo giorno intonando un orecchiabile melodia. Destreggiandosi abilmente tra una moltitudine di massi e arboscelli,

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   4 commenti     di: Sergio Manconi



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