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Racconti drammatici

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Viola

Si avvicinò al portone con passo lento e stanco. La luce del lampione era fioca, o forse erano i suoi occhi a non vederci più bene come un tempo, fatto sta che ci mise qualche secondo di troppo prima di riuscire ad infilare la chiave nella toppa. Come al solito l'ascensore era fuori servizio, e così si avviò a malincuore verso la rampa delle scale. Al primo piano la investì il solito odore di cavolo bollito e represse a stento un conato di vomito. Quell'odore le ricordava i corridoi freddi ed inospitali del collegio, quello doveva aveva passato la sua infanzia e l'adolescenza, prima che sua madre si ricordasse di avere una figlia, e che notasse che questa figlia era bella abbastanza da poter esercitare il suo stesso mestiere, magari con migliore fortuna della sua.
Continuò a salire le scale, l'odore del cavolo ora era mischiato a quello dell'urina degli innumerevoli gatti della signora Angela, ed il suo stomaco era stretto in una morsa di acciaio che le toglieva il fiato. Ma non era solo disgusto, questa volta era qualcosa di più. Era attesa, era tensione, era odio.
Arrivò al pianerottolo, prese la chiave da dentro il vaso delle felci di plastica, ingaggiò la solita lotta con la serratura, poi, finalmente, entrò.
Era esausta, svuotata, ma con passo insolitamente energico si diresse in cucina e tirò fuori da sotto l'acquaio una vecchia scatola di latta dei biscotti Gentilini. Gliel'aveva regalata l'Osvaldo, il rappresentante di tessuti. L'andava a trovare tutte le settimane quando stava nella "casa " della signora Armida. Era gentile l'Osvaldo, delicato, con il faccione rubizzo e le mani morbide da bambino. Voleva sposarla, portarla via da lì, farle fare la vita da signora. Era stato un bel sogno quello di sposarlo, avere una vita onesta e pulita, ma come tutti i sogni era durato poco. Il povero Osvaldo era morto tentando di prendere al volo il treno diretto verso una delle tante città dove commerciava in tessuti. L'unica cosa che le era rimasta

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   2 commenti     di: Simona Durante


Una bambina

Stamattina sono stata interrogata alla cattedra.
Sentivo tutti gli occhi puntati addosso mentre stavo lì in piedi col terrore che qualcuno potesse accorgersi del mio segreto.
A un tratto mi è addirittura sembrato che il professore avesse cambiato faccia, come se un'espressione di disgusto gli si fosse affacciata dietro gli occhiali, invece ha solo annotato un voto nel registro prima di rimandarmi al posto.
Ho appoggiato la testa sul banco freddo. Avrei voluto piangere ma poi tutti mi avrebbero fatto un sacco di domande.
Su dallo stomaco ho sentito salire un qualcosa di acido e sono dovuta scappare in bagno senza neppure chiedere il permesso. Piegata in due sul water ho vomitato anche l'anima con la speranza di riuscire a buttare fuori ogni errore, poi mi sono appoggiata con la schiena contro il muro lasciandomi scivolare a sedere sul pavimento sporco.
Oggi all'ultima ora c'è il compito di matematica e io non sono pronta, se non sono in grado di affrontare uno stupido compito come potrei mai mettere al mondo un bambino?
Lascio scivolare la mano sulla pancia. Sembra sempre la stessa eppure lì dentro c'è un piccolo miracolo, un miracolo che mi terrorizza.
Mi concentro come una stupida ma non c'è niente di diverso, nessun movimento che testimoni la sua presenza, eppure lui c'è. Lo so.
Chissà se è maschio o femmina... da quando l'ho scoperto me lo domando spesso. Se proprio dovessi scegliere preferirei una femminuccia, un qualcosa più simile a me.
I flashback sono dolorosi. Quando penso a queste cose mi vedo con il bimbo in braccio, immagino il profumo della sua pelle, la sua manina che stringe il mio dito. Ma poi devo guardare in faccia la realtà.
Sono appena passate le tredici quando Camilla mi viene a prendere a scuola per condurmi dal professore in una clinica privata.
La mia è una famiglia molto in vista, sarebbe uno scandalo troppo grande se si venisse a scoprire che a quattordici anni sono incinta. Per fortuna si può evitare ogni vergogn

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   5 commenti     di: Noir Santiago


GIULIA 7 L'azione

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   16 commenti     di: luigi deluca


Ferite di guerra

Era una primavera fatta di tiepidi giorni quella del 1940, una stagione come si deve, con le rose che sbocciavano vellutate e rigogliose e il grano che svettava verde nei campi. Sarebbe stato un anno come gli altri, se non si fosse avvertito nell’aria il cupo brontolio, come di un temporale estivo, di una tragedia che sembrava avvicinarsi ineluttabilmente.
Già si combatteva in Francia, anzi le truppe tedesche erano ormai dilagate nel territorio d’oltralpe, dopo aver fagocitato la Polonia ed aver annichilito il Belgio e l’Olanda. Insomma la guerra lampo sembrava dar ragione ancora una volta all’ometto con i baffi che strepitava a Berlino proclami su proclami e che con sicumera si sentiva padrone del mondo.
L’Italia, alleata della Germania, pareva in attesa, come una spettatrice interessata, ma che non aveva nessuna voglia di pagare il biglietto.
Benito Mussolini tentennava, si barcamenava, ma più passava il tempo e la vittoria della Germania sembrava certa, più si crucciava di non essere della partita, di non avere il suo angolo di gloria.
Gli italiani, in verità, non è che tenessero molto a scendere in campo, peraltro a fianco di quell’alleato di cui non serbavano un buon ricordo fin dalla prima guerra mondiale.
La propaganda, però, agiva sottilmente: non era forse vero che in Etiopia ci si era coperti di gloria? Le nostre tradizioni romane non ci solleticavano a prendere parte a un conflitto dall’esito ormai rapido e sicuro? La nostra Marina non era la più forte del Mediterraneo e la nostra aviazione, quella della grande trasvolata di Balbo, non era ammirata in tutto il mondo?
Queste argomentazioni, opportunamente insinuate nelle coscienze, cominciarono a dare i loro frutti e piano piano molti finirono con il convincersi che la guerra sarebbe stata una semplice passeggiata, una delle tante parate così ben architettate da Starace.
Abbracciò quest’idea anche Annibale Chiocchetti e come lui quasi tutti i giovani del paese, che sembrav

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La bambina del fiume

Un uomo triste se ne stava seduto sulla riva del fiume, si avvicinò a lui una bimba dal sorriso radioso e gli chiese:
"Cosa ci fai qui tutto solo?"
"Il fiume ha portato via la mia casa e la mia famiglia.." Rispose senza voltarsi a guardarla negli occhi. "E adesso aspetto che porti via anche me.."
La pioggia insistente e combattiva di quel ventidue novembre per alcuni era soltanto un brutto ricordo, una disgrazia caduta su altri, ma non su di loro. Per lui invece era la mano del diavolo.. come soleva chiamarla. Per colpa sua, era rimasto solo.. senza un tetto, senza una spalla su cui piangere.. senza i suoi figli da coccolare.
Rifletteva su tutto ciò senza curarsi della minuscola figura che gli si era materializzata accanto.
"Ho perso anche io tutto.." Sentì dire alle sue spalle, si voltò, ma non vide nessuno.. la bimba dalle lunghe trecce bionde, era sparita.
L'uomo si alzò da quella fredda pietra scelta come rifugio per i suoi pensieri e girò in lungo e in largo per cercarla.
"Dove sei?" Urlava "Non mi hai neanche detto il tuo nome!"

Passarono giorni, ma della bambina non c'era traccia..
Si era ormai quasi convinto di averla solo immaginata, quando una sera, la rivide di spalle, intenta a seguire in equilibrio il perimetro del fiume..
"Ehi!" La chiamò.
Lei non si voltò e continuò il suo folle gioco.
"Così facendo ti farai male, scendi da quel muretto, è pericoloso!" Neanche in quel momento udì risposta e preso da un forte istinto paterno, corse da lei..
Solo a quel punto, la vide voltarsi e sorridere come la prima volta che l'aveva vista in quello stesso posto.
"Loro stanno bene.."
"Loro chi?" Si sorprese a chiedere non curandosi di quanto potesse essere priva di senso quella frase.
"Loro stanno bene." Ripeté, come se fosse ovvio riuscire a capire di chi stesse parlando.
"Tu chi sei?"
"Ho perso tutto anch'io.."
La bambina scese dal muretto e si voltò per andarsene..
"No aspetta, dimmi almeno il tuo nome."
La piccola gli indicò

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   4 commenti     di: Rossana Russo


Breve parentesi di una vita, per il resto, condotta con rettitudine

A seguito di fatti che non narreremo, un uomo amareggiato dai fatti di cui non narreremo, prese una decisione che attirò la nostra attenzione al punto da farci venir voglia di raccontare quali furono - nonostante l'ammirazione che proviamo per il pensiero di Sir David Hume - le conseguenze della stessa.
Limitandoci quindi al ruolo di narratori lasciamo a chi lo è quello di protagonista.

Un uomo amareggiato, sebbene ancora giovane, decise che non avrebbe più mosso un dito per aiutare il prossimo né fatto attenzione a non ferire i sentimenti altrui.
Anzi.
Anzi avrebbe fatto del male.
Cercare, volontariamente, di far male al prossimo.
Odia il prossimo più di te stesso.
Fai agli altri soltanto ciò che non vorresti fosse fatto a te.
Aveva deciso, adesso era tranquillo e si addormentò.

Ma non è facile.
Non ci si sveglia una mattina e si cambia di colpo.
Un passo alla volta.
Scartò gli insetti. "Troppo facile", si disse. Ne aveva già uccisi centinaia senza farci caso. Serviva qualcosa con più sangue nelle vene.
"Un gatto non sarebbe male. Un gattino sarebbe un bel passo."
Poi ci pensò.
"Un passo alla volta", pensò.
La bacinella piena d'acqua, le sue mani che lo prendono, miao miao, poi pian piano - glup, glup - miaomorto.
No, meglio qualcosa di più semplice per cominciare
"Una lucertola", pensò. "Una lucertola va bene."
Così, dopo un sana colazione a base di caffè, latte e cereali, inserì la prima della sua auto, per scalare in seconda accanto ad un campo incolto dopo circa cinque chilometri e dieci minuti di semafori e clacson.
Più o meno al chilometro tre e minuto sei e mezzo si rimproverò per essersi fermato davanti a delle strisce pedonali così da permettere ad una vecchietta di attraversare la strada.
"Non va", pensò. "Se uso ancora queste piccole gentilezze dove troverò il coraggio per stringere il filo d'erba?"
Si fece coraggio e ripartì, lasciandosi la vecchietta alle spalle (vecchietta

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   1 commenti     di: Dario Ricciardo


All'ombra del vecchio gelso

Amavo ascoltare i suoni delle more del grande gelso cresciuto accanto alla casa. Mentre camminavo scricchiolavano sotto i miei piedi e potevo vederle oltre il velluto dei miei pantaloncini ridursi morbidamente a una poltiglia colorata. La nonna avrebbe ritrovato presto sul pavimento di cucina i segni inconfondibili del mio passaggio ma in qualche angolo della mia infanzia anche il venire rimproverato da lei rappresentava un sottile piacere. Una piccola prova d'amore.
Se stavi in silenzio sotto il gelso, chiudevi gli occhi e scioglievi i rumori del trattore nel campo e degli uccelli sui fili della luce in un neutro sottofondo, potevi sentire le more cadere. Quel caratteristico suono prendeva vita così, dal nulla, senza alcun apparente motivo, con un lievissimo stormire di due o tre foglie che, subito sotto il punto da cui si era staccato il frutto, vibravano lievemente ma percettibilmente al suo passaggio. Dopo qualche frazione di secondo che sembrava un secolo ecco il "tump frrrrr!". Perché quando la mora raggiungeva terra, se era abbastanza matura e succosa, si depositava con forza sui piccoli ciottoli chiari spostandone qualcuno e producendo un caratteristico rumore. Se invece, cosa non così infrequente, cadeva su un'altra mora già finita a terra il rumore era più lieve, a volte impalpabile e ti lasciava lì, ad aspettare, come un viaggiatore che ha perso l'ultimo treno.
La cosa che ricordo meglio, è strano, era l'odore, quel forte e pungente odore, che portava la fresca aria della campagna dopo ogni pioggia e non si trattava di un odore comune. Anzi, mai sentito altrove. Voglio dire che mai, davvero mai, mi è capitato di sentirlo come lo sentivo in quel caro fazzoletto di toscana. Non so se davvero non lo si possa udire altrove oppure se semplicemente i nostri ricettori olfattivi, invecchiando, non siano più in grado di percepire allo stesso modo gli odori. Altre volte, in altre vite, dopo una pioggia, una sola nota olfattiva ha riportato la

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   0 commenti     di: Antonio Viciani



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