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Racconti drammatici

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La città è un mostro dai mille tentacoli

<Ho le mani piene di sangue cazzo. E poi dove sono, che cazzo di vicolo è questo?>
Mi sono ritrovato qui con le mani sporche di sangue. Qui a terra in questo vicolo.
È notte.
Prostitute
Tossici
<Hei amico, dove scappi, non vuoi divertirti un po' questa sera>

La città è un mostro dai mille tentacoli.
Scappa, lontano scappa.
Di chi è questo sangue, di chi è!!
Non sono ferito, ho i pantaloni che indossavo oggi al lavoro.
Sono nella via principale della città.
Vetrine di vestiti alla moda, in cui specchiarsi.
Faccia da spettro, occhi di morte
Una coppia di adolescenti mi guarda spaventata, hanno interrotto le loro effusioni e si sono spostati.
Emano angoscia.
Luce blu.
Manette

Il parco giochi, mio figlio sull'altalena, ride felice, lo guardo dondolarsi. Il mio ragazzo sta crescendo.
-Forza Peter, spingi quell' altalena, vola lontano


Francesca amore mio, come sei bella oggi, la tua pancia che cresce. Nostro figlio che nasce, i tuoi capelli decorazioni lunari. Sorridi.
I tuoi seni, che sono miei
Andiamo Francesca ti porto al mare, non stiamo qui oggi.

E tu chi sei?
Lasciatemi cristo. Lasciatemi.
<Signor Jackson stia calmo>
<Chi siete? Chi cazzo siete voi?!>
<Lasciatemi andare, la mia famiglia mi sta aspettando Oggi è il compleanno di mio figlio. Per favore!>
Il dottor Philips, dentro il suo camice blu, barba incolta, figlia di notti insonni, non riesce a capire.
<Signor Jackson, lei non si ricorda nulla vero>
<Cosa dovrei ricordare, maledetto bastardo fammi uscire>

Una gabbia di pareti bianche mi rinchiude, sono due anni che sono qui, da quel maledetto giorno.
Queste pareti che si stringono attorno alla mia testa.
Spremono i miei ricordi.

Casa
<Francesca, amore sono tornato.>
Un silenzio si estende per la casa come muffa sulle pareti
Il cuore mi pompa dentro al petto, fino ad esplodere
Sangue
Corpi sventrati
Peter e Francesca sono stati uccisi.

Rewind
<Francesca amore sono tornato>
il cigolio di un

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Ana- prima parte

Era notte.. la mia prima notte di lavoro. Dovevo farmi coraggio, da sola in un bosco. . ma perché coraggio?... non sono certo una paurosa, io non temo nessuno! mi sono corazzata nel breve arco della mia vita. Una corazza dura che avvolge il mio giovane corpo, dove nessun fendente può penetrare e se dovesse superare questo strato di carne, che riveste le mie ossa, non riuscirebbe a superare la mia anima.. ormai dura rivestita di diamante. "Ti pagherò bene.!." mi aveva detto il vecchio boscaiolo Andrei, al bar del paese. Il mio paese svettava su una grande montagna circondata da boschi fitti, nevicava per mesi, ma le case erano sempre calde, scaldate da capienti camini accesi tutto il giorno, perché la legna era l'unico bene che possedevamo. Andrei, boscaiolo da sempre, aveva una piccola baita nei suoi possedimenti, immersa in un fitto bosco di faggi , dove viveva, ormai da molti anni, tagliando legna e trattando con i compratori che venivano dai paesi vicini e anche dall'estero. Da mesi cercava qualcuno che lo sostituisse la notte, che vigilasse sul suo bene, perché voleva stare in città, a valle, vicino a sua moglie Adina, colpita da una malattia degenerativa. Andrei mi chiese di prendere il suo posto. Un lavoro adatto più ad un boscaiolo che ad una donna giovane ed inesperta. Ma. . da quando si era sparsa in paese la voce su ciò che mi era capitato un mese prima, tutti mi temevano. . Ero diventata una leggenda!. Come mai? dovete sapere che dopo l'ennesima lite con mio marito Auriel, ho avuto il coraggio di prenderlo per il colletto e dargliele di santa ragione, lasciandolo ferito e piangente nella piazza del paese, tra le risate dei presenti.. Una scena da saloon! Grazie a Dio sono una donna alta e robusta e mi sono potuta difendere! Eravamo sposati da solo un mese. . lui mi piaceva, anche se non era uno stinco di santo. . beveva, rubacchiava, piccoli furti.. niente di grave! "cosa sarà mai!-pensavo - meglio vivere con lui che stare in campagna co

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   2 commenti     di: antonina


Perdono

Kevin arrivò al cimitero di buon ora (non erano ancora suonate le nove) e si diresse alla tomba di Dana Matthews.
Era appena cominciato l'inverno e faceva un freddo glaciale, ma le aveva promesso di andare a trovarla e mai avrebbe rinunciato a quell'impegno.

Dana era conosciuta da tutti come una criminale facente parte di una banda che mesi prima aveva sequestrato un treno con la minaccia di farlo deragliare se non ci fosse stato un grosso riscatto. Il piano fallì e i passeggeri si salvarono quasi tutti grazie all'impresa di un piccolo gruppo di essi; o almeno così dissero tutti i giornali e i notiziari, ma non era l'esatta verità.
Kevin era uno dei pochi a sapere realmente come si erano svolti i fatti; egli infatti faceva parte dei passeggeri assieme a sua moglie e alle due figlie. Fu uno degli artefici della disfatta dei criminali, ma sapeva bene che tutto ciò riuscì solo grazie all'aiuto di una sola persona.
Il suo nome era proprio Dana Matthews, la quale si era rivoltata contro i suoi stessi compagni per salvare quegli innocenti. Ci aveva rimesso la vita per farlo, ma nessuno lo sapeva. Quasi nessuno.
Kevin invece sì e sapeva anche che in un agguato dei criminali aveva portato in salvo sua moglie e le sue bambine poco prima che venissero uccise.
Alla fine era morta proprio fra le sue braccia dicendogli qualche parola tra le lacrime.
"Spero solo che... che almeno tu possa perdonarmi."

Si stupì di vedere un uomo davanti alla sua lapide e lo stesso accadde quando quest'ultimo lo vide avvicinarsi.
"Non mi dica che è qui per visitare questa tomba?" gli domandò lo straniero.
"Perché mi fa questa domanda?" replicò lui guardandolo attentamente e notando una vaga somiglianza con Dana.
"Perché finora nessuno l'ha mai visitata a parte me; è la lapide di una criminale, chi potrebbe volerla piangere.
"Allora lei è suo parente giusto?"
"Sono suo fratello," rispose questo. "Anche se dopo aver saputo del suo stile di vita non l'ho più vista ne

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La memoria dell'acqua

Acqua.
Ne sento il rumore, anche adesso che sono sveglio.
La luce del sole è un lampo negli occhi. Bianco, splendente, che acceca e riempie di puntini luminosi il buio delle palpebre abbassate. Cerco di spostare con la scapola quel cazzo di remo destro infilato nella schiena da questa notte. La barca dondola al ritmo lento delle onde. E dentro, il mio corpo o, almeno, quel che ne rimane.
Ho sforzato a lungo la mente, alla ricerca di un testo adatto per inseguire quella che la redazione ha intitolato "la memoria dell'acqua", una traccia per un chissà quale concorso letterario.
Ho pensato veramente di tutto per trovare l'idea giusta, per scrivere parole, punti, virgole e parentesi che potessero lasciare un segno. Una lettura che ti faccia premere la schiena contro il sedile del treno e ti faccia sentire il cuore battere all'impazzata nel petto, un fiume di parole che ti scorrono a fianco, in un viaggio destinato a finire, ma immobile in un tempo che pare ancorato nelle sabbie letterarie.
Acqua.
Bere.
Dio solo sa quanta sete ho. Sento la bocca impastata, i denti che si fondono l'un l'altro. La lingua bolle, mentre il palato cola come lava giù per l'esofago. È come se ogni cattiveria sputata contro qualcuno mi stesse tornando indietro. Una caramella amara offerta dall'orgoglio.
Ogni qual volta una nuvola copre per un attimo il sole, sollevo lo sguardo e osservo il mare. Sono circondato da litri d'acqua e non posso berne neppure una goccia, neanche la più piccola. Così lascio che la testa torni ad appoggiarsi alla punta della barca, incapace di ricordare con esattezza da quanto tempo sono qui.
All'inizio, cercare l'idea giusta, con la mente sgombra da ogni pensiero, mi consentiva di variare dalle ipotesi più semplici a quelle più assurde.
Ho cominciato osservando l'acqua attraverso le bottiglie, scuotendole e rovesciandole nella speranza che qualche goccia contenesse la storia che aspettavo. Oppure riempiendo secchi, pentole e bicchie

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   0 commenti     di: Andrew Abel


Ricordami

Ti vidi la prima volta all'uscita della scuola, un motorino senza marmitta, una sigaretta spenta, ti avvicinasti e la mie amiche si allontanarono, non riuscivo a capire... "Hai da accendere?" io ti risposi "no, mi dispiace", te ne andasti con le spalle curve. Ti rividi il giorno dopo davanti al bar, tu eri con un gruppo di ragazzi, io non ti conobbi ma tu mi chiamasti e ci sorridemmo. Chiesi di te alla mie amiche e tutte continuavano a dirmi "lascialo stare, quello è sbattuto, uno sbandato". Sento parlare di te dal professore di inglese "è uno sbandato, un ragazzo difficile". Ti rividi quello stesso giorno, ci fermammo a parlare del prof., ad un certo punto, come una doccia fredda mi dissi "MI BUCO". Rimasi di sasso e ti chiesi il perchè. "Mio padre si ubriaca, mia madre si fa la vita, è una vecchia storia" disse, "non ti credo" e lui "facile non credere, rimanere estranei ad una città come questa, ognuno pensa ai fatti suoi". Mi stringesti la mano e mi accorsi che avevi le lacrime agli occhi "mi presti il diario? devo copiare degli appunti" gliedo diedi. Dopo qualche giorno una mia compagna venne a riportarmi il diario "e davide?" chiesi, "è ammalato?" "come non lo sai? Davide è morto il 26"... Rimasi seduta come una stupida sul suo banco nella classe vuota col diario aperto sul giorno 26... su quella pagina c'era scritto:
RICORDAMI!

   2 commenti     di: No Name


La notte che ho incontrato un angelo Cap. V

Non riuscì a spiegarsene il motivo ma fin da subito si sentì inspiegabilmente attratta dal ragazzo che le sedeva di fronte, era incuriosita, stranamente eccitata e proprio non riusciva a capire il perchè di tanto interessamento. Apparentemente era un ragazzo come tanti altri se non fosse per quel... come definire quell'alone magnetico quasi tangibile che irradiava e che, pertanto, lo rendeva così irresistibilmente attraente ai suoi occhi? Quasi non riusciva a vederlo in viso intento com'era a scrivere o disegnare tranquillamente qualcosa su di un grande blocco per appunti; i capelli neri, lisci e lucidissimi gli coprivano la fronte, le sue mani erano lunghe, affusolate, mani che non avevano conosciuto la fatica, e ogni tanto lentamente le staccava dal blocco per passarle delicatamente tra i capelli, quasi una carezza, inutile tentativo di scostarli dalla fronte. Scuro di carnagione, doveva essere giovane, "molto più giovane di me" si sorprese a pensare Erica mentre lo osservava. Snello e muscoloso, le spalle ben delineate, sul braccio destro dalla t-shirt bianca spuntava un tatuaggio dal soggetto indefinibile, coperto quasi completamente dalla manica della maglietta.
"Chissà come si chiama" pensò meravigliandosi del suo interesse per quello sconosciuto, "Simòn" rispose il giovane in un sussurro e senza alzare lo sguardo. Lo pronunciò con un lievissimo accento straniero forse sudamericano: "mi chiamo Simòn, e ho da poco compiuto 30 anni. Era questo che ti stavi chiedendo vero?" continuò lui alzando finalmente il capo. Stupefatta oltre l'inverosimile Erica non riusciva a capire, era come ipnotizzata, come poteva aver letto nella sua mente, capire ciò che stava pensando, senza aver mai alzato lo sguardo su di lei nemmeno una volta? Solo quando finalmente riuscì a guardarlo negli occhi, solo allora capì, ebbe un sussulto, una scossa di adrenalina che sfrecciando veloce partì dal cervello ed esplose nel cuore... in quegli occhi, grandi scuri e profondi,

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La grande piena

Correva il novembre 1951, tredici mesi esatti da che si erano concluse le elezioni amministrative comunali che avevano visto la vittoria, se pur per pochi voti, della lista civica, di fatto creata e sostenuta dalla Democrazia Cristiana. Anche in quell’occasione il Fronte Popolare, riunito sotto l’insegna di Civiltà e Progresso, aveva fallito, nonostante l’attivismo a tutto campo del Guercio. I motivi di questa sconfitta erano molteplici, ma su tutti pesava la personalità del sindaco della lista vincitrice, il prof. Teofilo Romani, considerato, non a torto, il cittadino più illustre. Laureato in filosofia a pieni voti, insegnante della stessa al liceo classico della vicina città, era l’autore di un saggio su Sant’Agostino che aveva attirato l’attenzione del Vaticano al punto da meritare un’ampia e positiva recensione sull’Osservatore Romano.
Benché non fosse politicizzato di fatto gli fu imposto di candidarsi, cosa che fece con una certa riottosità, perché uomo avulso dai problemi contingenti del mondo, sempre assorto nei suoi pensieri, tutto lavoro, libri e chiesa. Poco importava che si curasse assai di rado della moglie e che questa, insoddisfatta, lo tradisse; la circostanza gli era nota, ma il suo quasi fanatismo religioso gli impediva di prendere, anche solo in considerazione, l’ipotesi di una separazione.
Così la coppia era assidua alle messe festive, ma poi, usciti di chiesa, ognuno se ne andava per la sua strada, il che voleva dire per lei gli appuntamenti con gli amanti e per lui le lunghe letture nella biblioteca di casa.


La sua astrazione dai problemi correnti era altresì un vantaggio per gli altri eletti della sua lista, per quegli assessori che tranquillamente facevano solo i loro comodi, come il geom. Francesco Archibugi, delegato all’urbanistica, titolare di una ditta di costruzioni e quindi in chiaro conflitto di interessi. Appena assunto il suo mandato, aveva fatto briciole del progetto del precedente governo,

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