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Racconti drammatici

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L'ultimo bacio

Un urlo atroce straziò la notte, rimbombando come un'eco tra i muti grattacieli che si ergevano cupi e minacciosi sulla città. La pioggia cadeva fitta, il cielo nuvoloso era a tratti rischiarato da qualche lampo, ma il rumore del tuono si udiva a stento. I lampioni funzionavano ad intermittenza, come se proprio quella sera dovesse saltare la corrente.
Se il vicolo non fosse stato al buio, se lei non fosse stata così paranoica, probabilmente tutto ciò non sarebbe mai accaduto.
Là, inginocchiata sul selciato e seminascosta da dei bidoni della spazzatura, una ragazza teneva in grembo il capo di un giovane uomo - chi poteva dire se si trattava del fidanzato o il fratello? - ma dal modo in cui gli accarezzava i capelli era chiaro che doveva volergli bene. Il suo corpo era scosso dai singhiozzi, e il trucco le colava sulle guance trasfigurandole il volto, abbruttendolo: i lunghi capelli rossi, appesantiti dall'acqua e da essi resi più brillanti, le cadevano sulla faccia nascondendole il viso ad altri che non fossero il ragazzo che teneva stretto a sé.
Quest'ultimo inspirava a stento, il volto una maschera di sangue. Il petto gli si sollevava e alzava a fatica, come se ogni respiro gli provocasse un estremo dolore: doveva avere qualche costola incrinata, e forse anche una grave lesione interna, a giudicare dal sangue che gli scorreva in rivoletti dalle labbra socchiuse. Molto probabilmente non avrebbe visto la prossima alba, e questo lo sapeva.
Malgrado la sofferenza riuscì però a sollevare un braccio, stringendo gli occhi e mordendosi il labbro inferiore per non lasciarsi sfuggire un gemito. Avvicinò la mano pallida al volto della ragazza, riuscendo ad accarezzarla e macchiandosi le dita del suo trucco ormai completamente sciolto. Fece per parlare, voleva disperatamente dire qualcosa, ma la voce sembrava essere intrappolata nella sua gola: niente sarebbe riuscito a fargli muovere le labbra e vibrare le corde vocali, e ormai era troppo tardi. L'ambulanza

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   2 commenti     di: Giulia


Diventare Dio

Questa è opera di fantasia. Tutti gli avvenimenti e i personaggi sono immaginari. Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale.

La scala a pioli è alta e stretta, bucherellata dai tarli, resa viscida dallo sterco degli uccelli.
Continuo a salire verso la luce grigia che piove dalla botola là in alto.
I muri della torre sono di pietra scura, sporchi di polvere centenaria.
Mi sento sfinito, eppure continuo a salire aggrappandomi al legno fragile e tarlato.
In uno stato di tensione intollerabile mi concentro nello sforzo. Il prossimo gradino resisterà sotto il mio peso?
Salire in queste condizioni è pericolosissimo. Ad ogni passo il gradino può spezzarsi e rischio di cadere sfracellato.
Ancora uno sforzo. Ancora un altro.
Sento una sensazione di ansia infinita dentro di me, mista a sfinimento e paura.
A intervalli, le travi sottili e tarlate sorreggono alcune tavole che formano una specie di pianerottolo sfondato e cadente in più punti.
La poca luce che piove dall'alto rischiara le pareti anguste della torre alle quali è appoggiata un'altra scala.
Fino a quando durerà?
Con una sensazione di angoscia mi aggrappo ai gradini.
Continuo a salire e sento che la mia vita è appesa a un filo...
Non ha senso tutto questo.
É un sogno che si ripete ogni altra notte e mi fa risvegliare in un bagno di sudore freddo.
Che significato può avere? Ogni volta è un continuo spingersi su per scale insicure verso le sommità delle torri, verso soffitte, granai, celle campanarie...

*****

Dipingere mi fa sentire un Dio nell'attimo della creazione. Mi eleva dalle miserie della vita umana.
In quei momenti io immagino Dio come un supremo artista che ha creato l'universo per gioco. L'universo non è niente altro che il sogno e il gioco di un Dio.
Nessuno sa cosa provo quando stringo fra le dita un pennello. Toccarlo, mi dà brividi di voluttà. É come se toccassi un giovane sesso femminile, ma di più ancora.
É una esaltazione e un'estasi

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   0 commenti     di: sergio bissoli


Il pittore

Cosimo viveva con sua madre in un appartamento della zona del nuraghe dove pagava poche lire, perciò non aveva tutte le comodità; infatti per arrivare in cucina bisognava attraversare le due camere da letto, mentre il bagno si raggiungeva uscendo nel pianerottolo in fondo ad un balcone.
Egli aveva interrotto gli studi giovanissimo dopo aver conseguito la maturità classica, poi si era trasferito in Francia dove lavorava come operaio in una fabbrica di tessuti.
Gli piaceva quel lavoro, ma trovava difficoltà a comunicare per via della lingua e aspettava con ansia l'uscita alle cinque per poter scambiare qualche parola con il compagno d'appartamento che era siciliano. Cosimo era molto timido sempre preoccupato di essere invadente, rifiutava persino un'uscita per una bevuta al bar.
A giugno le giornate erano calde, quel caldo afoso che gli bagnava il corpo e lo faceva sentire debole, anche la testa era diventata pesante, non riusciva a concentrarsi sul lavoro e anche l'appetito stava diminuendo; qualcuno gli fece notare la sua magrezza, ma egli non sembrava preoccuparsene.
La cosa che lo infastidiva da ormai troppi giorni erano quelle strane voci che lo svegliavano alle tre del mattino e che gli impedivano di dormire.
I compagni al lavoro, certe volte ne proteggevano il breve sonno durante la pausa pranzo. Lo chiamavano il "viveur" per prenderlo in giro, come se passasse le notti a divertirsi.
Di giorno una calma apparente lo avvolgeva, fatta di apatia e di disinteresse totale, mentre la notte le idee correvano vertiginosamente nella sua mente e le ore non bastavano per pensare. Pensare.. ma a cosa.?" Ecco di nuovo quei suoni, quei rumori" - disse fra sè e sè-" Mi sembra che provengano dal piano superiore, i vicini nascondono qualcosa, sento dei passi nelle scale... forse sono ladri che scappano.. ma cosa sono i lamenti che sento? Una voce mi dice che qualcuno è in pericolo ed ha bisogno d'aiuto". Passò così un'altra notte insonne e quando il collega di

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   4 commenti     di: antonina


La notte che ho incontrato un angelo Cap. V

Non riuscì a spiegarsene il motivo ma fin da subito si sentì inspiegabilmente attratta dal ragazzo che le sedeva di fronte, era incuriosita, stranamente eccitata e proprio non riusciva a capire il perchè di tanto interessamento. Apparentemente era un ragazzo come tanti altri se non fosse per quel... come definire quell'alone magnetico quasi tangibile che irradiava e che, pertanto, lo rendeva così irresistibilmente attraente ai suoi occhi? Quasi non riusciva a vederlo in viso intento com'era a scrivere o disegnare tranquillamente qualcosa su di un grande blocco per appunti; i capelli neri, lisci e lucidissimi gli coprivano la fronte, le sue mani erano lunghe, affusolate, mani che non avevano conosciuto la fatica, e ogni tanto lentamente le staccava dal blocco per passarle delicatamente tra i capelli, quasi una carezza, inutile tentativo di scostarli dalla fronte. Scuro di carnagione, doveva essere giovane, "molto più giovane di me" si sorprese a pensare Erica mentre lo osservava. Snello e muscoloso, le spalle ben delineate, sul braccio destro dalla t-shirt bianca spuntava un tatuaggio dal soggetto indefinibile, coperto quasi completamente dalla manica della maglietta.
"Chissà come si chiama" pensò meravigliandosi del suo interesse per quello sconosciuto, "Simòn" rispose il giovane in un sussurro e senza alzare lo sguardo. Lo pronunciò con un lievissimo accento straniero forse sudamericano: "mi chiamo Simòn, e ho da poco compiuto 30 anni. Era questo che ti stavi chiedendo vero?" continuò lui alzando finalmente il capo. Stupefatta oltre l'inverosimile Erica non riusciva a capire, era come ipnotizzata, come poteva aver letto nella sua mente, capire ciò che stava pensando, senza aver mai alzato lo sguardo su di lei nemmeno una volta? Solo quando finalmente riuscì a guardarlo negli occhi, solo allora capì, ebbe un sussulto, una scossa di adrenalina che sfrecciando veloce partì dal cervello ed esplose nel cuore... in quegli occhi, grandi scuri e profondi,

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Il processo di Socrate secondo Santippe. Seconda parte

"Quando sarà eseguita la sentenza? " - domandò Santippe a Critone
che era venuto a trovarla il giorno dopo il processo. "Nessuno può
saperlo. - rispose Critone - Deve tornare la nave sacra da Delo e sembra
che non possa ancora prendere il mare a causa dei venti contrari".



"Che c'entra la nave con la morte di Socrate?" - domandò, stupita,
Santippe. "Gli ateniesi mandano ogni anno una nave sacra a Delo per
ringraziare Apollo dell'aiuto dato a Teseo quando uccise il Minotauro"
"Questo lo so". - disse, impaziente, Santippe. Critone continuò:
"Una legge ha stabilito che la città deve restare pura fino a quando
la nave non sarà tornata; e dunque non si possono eseguire le sentenze
di morte" "Ah, è così! Fino a che dura la festa la città deve essere
pura ma, finita la festa, può tranquillamente insozzarsi del sangue
degli innocenti". Il tono di Santippe era sarcastico, la sua voce
tagliente. Continuò: " E Apollo, il divino Apollo, appagato da tanti
sacrifici e canti e danze, come può non chiudere un occhio sulle
nefandezze che la città compie, a festa finita?"
Critone la guardava perplesso e stupito. Cercò di placare l'esaspe-
razione di Santippe con l'ironia. "Se ti sentissero Anito e Meleto,
direbbero, anche di te, che sei empia". "Lo sono. Almeno nel senso
che voi date a questa parola. Non credo in nessuno dei vostri dei.
Il mio Dio non si fa corrompere da facili sacrifici di poveri
animali innocenti. Esige giustizia e pietà. È molto severo con
i potenti ed ha molta pietà per i deboli."
Critone la guardava sbigottito. Non sapeva che pensare, non sapeva
che dire. "E quando è partita questa nave cosiddetta sacra?" - chiese
Santippe. "Il giorno prima della sentenza che ha condannato Socrate".
"Se i venti sono contrari c'è speranza che tardi a tornare, - la voce
di Santippe si era addolcita - ma tornerà, tornerà, un giorno
o l'altro..." Scoppiò a piangere, un pianto aspro e nervoso, fatto
più di singhiozzi che di l

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La fuga

Non aveva ancora compiuto quaranta anni e conosceva da molto alcool e hascisc... Pasquale aveva incominciato a fumare e bere a quindici anni, quasi per gioco, per apparire grande, per ridere e divertirsi con i suoi amici.. poi era diventata un'abitudine. Pasquale era un uomo dalla pelle scura, magro e ossuto; rideva raramente, forse perché non aveva tutti i denti. Aveva il naso grosso, reso rosso dall'alcol e tutto questo lo faceva apparire più vecchio.
Non era un mio assistito.
Lo era, invece, la sorella Vincenza, con cui viveva.
Lo avevo conosciuto durante un inverno in cui si era ammalato d'influenza e sapevo molte cose su di lui, perché la sorella, ogni volta che veniva da me, finiva col parlarmene; si vedeva che per lei era un vero cruccio.
Il problema esisteva ed era di difficile soluzione, perché lui lo negava a se stesso affermando che tutti, dopo il lavoro, si fermavano al bar per bere.
Beveva di tutto: vino, birra e super alcolici; al mattino prendeva " il caffè corretto ", come se volesse far intendere che nel caffè l'effetto dell'alcool si neutralizzasse.
Quando rientrava a casa poggiava cioccolatini e caramelle sul tavolo, quasi a dimostrare l'innocuità di quella serata con gli amici.
"Lo vedi che non ho bevuto, ho preferito prendere le caramelle per te!" diceva, ma Vincenza, ormai, lo riconosceva a distanza quando beveva: il barista era solito dare dolcetti, in mancanza di spiccioli, come resto.
Questo ormai lo sapevano tutti.
Pasquale non frequentava le donne, non guardava la tv, non leggeva i giornali, per lui esisteva solo il lavoro, le bevute con gli amici e qualche canna di sera, per sentirsi appagato, felice... felice di quella miseria interiore che, come la nebbia, non gli permetteva di vedere oltre.. di esplorare sentimenti, sensazioni ed esperienze, e di prendere coscienza che l'esistenza aveva pure altre facce.
Il suo era un mondo di apatia, solitudine e rassegnazione.
Un giorno Vincenza mi chiese di passare a trovarla,

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   3 commenti     di: antonina


Un banco di nebbia in una notte senza luna

La porta della cella si aprì facendo entrare un secondino, non uno di quelli soliti però, ma una faccia mai vista(smunta e dall'aria vagamente ottusa)proveniente probabilmente da un altro braccio del penitenziario. Accanto alla guardia, pochi passi più indietro, entrò un uomo dall'aspetto e dal portamento affatto diversi da qualsiasi altro presente in quel carcere: giacca e cravatta, scarpe di vernice nera, capelli e barba tagliati di fresco, una borsa di cuoio scuro nella mano destra e lo sguardo acuto e penetrante di chi sembra in grado di poterti leggere l'anima da parte a parte e dal quale non ti sembra di poter avere scampo, se per disgrazia tenti di sostenerlo, l'unica tua speranza è fuggirlo continuamente.
Marco del resto lo sapeva molto bene, aveva già incontrato quell'uomo una volta, parlando con lui a lungo in quell'occasione;fu allora che gli venne commissionato il suo "lavoro", quello per cui era finito in galera. Avrebbe dovuto trascorrervi ancora parecchi anni a rigor di logica, ma sapeva bene che nulla era mai troppo sicuro e definitivo: si poteva entrare ed uscire per molte vie da una situazione come la sua e lui non aveva mai perso la speranza che si ricordassero ancora di lui, visto il lavoro che gli aveva sbrogliato. L'apparizione quel giorno dell'uomo con la valigetta sembrava confermare i suoi presagi, tuttavia egli non si sentiva affatto incoraggiato dalla visita inattesa, ma anzi sentì d'improvviso una grande inquietudine impossessarsi delle sue viscere, come il materializzarsi di un incubo recondito. Capiva fin troppo bene che quella non era certamente una forma di cortesia, ma celava senza dubbio nuove insidie e minacce.
L'uomo in giacca e cravatta andò a sedersi proprio di fronte a Marco, gettando la borsa sul piccolo tavolo con cui la cella era arredata, dopodichè licenziò con un cenno della mano la guardia ed esordì rassicurandolo circa il fatto che avrebbe potuto parlare liberamente, senza timore che nessuno li spiasse. Non

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   0 commenti     di: Claudio



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