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Racconti fantastici

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Il principino triste

C'era una volta in un castello un re ed una regina che avevano un figlio di nome Matteo.
Quest'ultimo era molto triste perchè i suoi genitori stavano divorziando.
Gli amici del re e della regina, li aiutarono a superare le loro difficoltà, ma non durò per sempre, infatti, dopo la terza volta si separarono definitivamente.
Matteo piangeva sempre, quando sentiva le cose raccapriccianti che i genitori si dicevano, ma lui non sapeva come fare e come aiutarli.
qual'è la morale di questo racconto che di fronte a molte difficoltà e di estrazioni sociale diverse, tutti proviamo lo stesso dolore che anche se poi il tempo lo fa superare ci segna per la vita.





Un'allegoria? ma anche no!

"Buongiorno Dottoressa! gli amici mi hanno consigliato di venire al suo studio, fosse stato per me! Ah, lasciamo stare; hanno detto che forse lei mi può aiutare! liberare! curare da questo male"
"Prego signore, si stenda, si metta a suo agio; faccia come se fosse a casa sua;
dica pure, mi racconti di questo suo terribile e incurabile male"
"Dottoressa mi scusi ho capito bene? Posso fare come mi pare, come se questa fosse casa mia?"
"Si ha capito bene faccia senza temere, si stenda sul divano e si spogli di tutte le paure..."
posteri direte poi se ho sbagliato! ma davanti a quel invito io cosa avrei dovuto fare? Se non fidarmi dell'istinto? infondo pensai, i tanti anni di studi le avranno insegnato a gestire ogni tipo di situazione probabilmente indagare fa parte del suo lavoro e qualcuno le ha già detto che amo stare nudo sul divano; così , accogliendo quel invito, ho denudato la mia persona, togliendo maschere, vestiti e mi sono lanciato sul lettino, pronto a mostrare tutto ciò che lei di me, chiedeva di vedere: non per vantarmi ma avrei tenuto per ultima la mia parte migliore ;-)
La dottoressa non disse niente ma vedendomi, si coprì arrossendo, gli occhi con le mani, e nonostante fosse nascosta, vidi nascere un sorriso che mi fece pensare che il posto era quello giusto, perché potevo finalmente mostrarmi realmente, senza problemi, per quello che ero.
cominciarono le domande e lei che prima era gentile, d'improvviso diventò seria, e qui si complicò la storia:
"Signore mi dica"
leggendo un foglio prestampato, che la costrinse a liberare gli occhi dalle mani;
"Chi la conosce dice che lei è matto! matto da legare! Ma mi sa dire da dove nasce secondo lei questa convinzione?"
senza, come una vera professionista, mutare espressione, quando con tono grave cominciò a parlare.
"Guardi, non lo so, sarà che amo dare fastidio, sarà che nonostante l'età sono un bambino dispettoso; sarà che faccio graffiti sui muri; sarà che ogni t

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La principessa dei fiori - 8° capitolo

(Parigi)




Finito di pranzare andiamo direttamente nella mia abitazione prendiamo i bagagli, usciamo, mettiamo tutto in macchina e partiamo; passiamo un attimo nel negozio dove lavora la ragazza di mio figlio, la saluto lasciando le chiavi dell'alloggio, ricordando di darle a Luciano in serata.

"Gerard un'ultima cosa devo salutare Claudia gli avevo promesso che sarei passato un attimo a salutarla se non ti dispiace c'impiego solo un momento, ecco ferma qui grazie."
"Va bene fai presto"
Così suono dà Claudia là saluto e ritorno subito in auto.

Sono le tredici abbiamo circa sette ore di strada da fare quindi partiamo subito verso Ventimiglia e prendiamo l'autostrada, mi è sempre piaciuto viaggiare, percorrere questa strada è emozionante, con Gerard ascoltiamo un po' di musica e nello stesso tempo ricordiamo la nostra infanzia così rendiamo il viaggio più rilassante e piacevole.
Percorriamo l'autostrada a velocità normale, non riesco a vedere le città che attraversiamo, qualche volta vedo in lontananza il centro abitato come nei presepi case disposte a riempire il panorama.
Intanto siamo arrivati al pedaggio di Auxerre, siamo quasi alla fine del viaggio il tempo è volato piacevolmente anche se qualche volta il pensiero era rivolto a mio figlio, sentivo già la sua mancanza.
Il mio caro amico sa tirarmi su il morale mi parla di Parigi una città meravigliosa, mi ricorda che quando eravamo giovani gli dicevo sempre che avrei fatto follie per poterci vivere e adesso come uno scherzo del destino a cinquant'anni realizzo un sogno che avevo ormai dimenticato, ed è vero il detto "mai, dire mai" si addice a qualsiasi situazione.
Ormai è tardi e siamo stanchi, quindi arrivati a Parigi andiamo direttamente a casa mia così posso subito prenderne possesso, lui mi fa vedere la composizione delle stanze, e subito dopo usciamo per andare a mangiare al ristorante.

"Mio caro per questa sera ti devi accontentare di una cena al ristorante,

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Fotografie

L’avevano risvegliato alcuni giorni prima e gli avevano detto che si chiamava Giò. Gli avevano dato una casa, una famiglia e un lavoro. Quando dal futuro si attendeva un mondo migliore in cui la Scienza sarebbe stata capace di dominare anche morte e malattie, era stato fra i primi a farsi ibernare e dopo di lui centinaia avevano seguito. La memoria, man mano che il tempo passava, gli si faceva più incerta ed i contorni, i volti, le cose che in essa emergevano dal passato avevano l’aspetto di vecchie fotografie che il tempo, cominciando dai margini, facesse progressivamente ingiallire. Il mondo in cui ritornava a vivere, gli era divenuto scontato dopo solo pochi attimi; ed anche i suoi gesti avevano ormai il peso fiacco di vecchie abitudini contratte in anni. Senza sapere come, si era trovato subito su quella che doveva essere la via di casa. Era l’alba.
Il sole, sorgendo rapidamente in un cielo di un grigio luminoso, affievoliva la luce delle lampade elettriche ed andava ad illuminare con precisione tutte le cime di quei grandi palazzi bianchi ed uguali. Bianchi essi, bianche le strade e le vetrine, bianco il vestito che portava. Giunto a casa, una donna vestita di bianco che non ricordava, gli si fece incontro. Doveva essere sua moglie, o meglio, la moglie di un Giò. Gli sorrise, punto sorpresa che egli si trovasse lì, gli fece gli auguri. Oggi era San Giò, il suo onomastico. Oggi, ieri, domani. Le uniche unità di tempo oltre le ore. Si sentì salire alle labbra un sorriso automatico di risposta, che, come quello del gatto di Alice, rimase anche dopo, quando il suono delle parole della Moglie era svanito. Il paese delle meraviglie! Che Paese era quello in cui si era svegliato? Chiudendo gli occhi, proprio come se guardasse una vecchia foto, vedeva qualcosa di diverso filtrare da sotto ciò che appariva un attimo prima. Ma non riuscì a bloccare quella sensazione ed a dare corpo a quella intuizione. Dalla finestra aperta il sole non era così accecant

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Il LAMPIONE

Una sera, in una strada solitaria vicino a casa mia, ho osservato filari di lampioni...

Un vento di tramontana mi fa rabbrividire mentre mi assalgono i ricordi... M'agito all'idea struggente di non essere stato capace di cogliere messaggi dell'anima.
Guardo uno dei lampioni come fosse vivo e gli parlo:
"Sai che siamo fatti della stessa materia? Sembra impossibile, ma tu sei diventato così come sei ed io come mi vedi".
"Non riesco a collocarti nella giusta dimensione, sei pazzo o sei stupido?"
: "Nessuna delle due COSE. Tu non ci crederai, mai primi bagliori dell'universo servirono a formare in milioni di anni, le stelle poi le galassie ed infine i pianeti.
Una lenta, ma costante evoluzione in progressiva trasformazione dove masse immense informi di materia hanno vagato per secoli per poi agglomerarsi per effetto congiunto di massa e gravità.
I tuoi atomi sono anche i miei!
E'difficile credere che possa essere successo, ma è una verità incontestabile, un percorso tra l'incredibile e l'assurdo ".
"Penso che tu non abbia torto, ma non puoi paragonare l'evoluzione del tuo cammino con il mio. Io sono amorfo, senza vita, privo di qualsiasi tipo d'emozione, sentimenti, scopi
solo materia forgiata per una vostra necessità".

D'improvviso si spengono tutte le luci della città. Un attimo dopo, s'accendono con folle intermittenza per arrivare DI NUOVO al buio.
Riprendono nuovamente a splendere.

"Penso che ti sbagli.
Ognuno credo abbia un posto ben PRECISO nel dinamismo evolutivo.
Tutti abbiamo un compito da realizzare nello spazio e tempo.
Che senso avrebbe la nostra presenza, se non ci fosse un disegno prestabilito ".

" Tu chi sei? Saggio, filosofo o altro?
Mi dai quasi i brividi ".

"Non sono nessuna di queste figure; mi ritengo un mammifero provvisto di normale intelligenza che cerca risposte ai tanti interrogativi ".

"Sai che sei un bel tipo? Mi vuoi far credere ciò che è impossibile. Non dime

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Elyndas

"Corri, corri veloce. Scappa, non farti prendere, se ti prendono se morto, finito, il tuo mondo svanisce, corri veloce, non fermarti, nulla ti deve fermare". Era questo ciò che pensava la giovane Elyndas, appena sedicenne. Correva veloce scalza sull'erba fresca della notte dell'ultimo giorno di primavera. Sentiva l'adrenalina e al contempo la paura invaderle il corpo, doveva tornare alla base, solo lì sarebbe stata al sicuro. Sentiva il sangue scorrere sotto i suoi piedi, le sue vittime, la sua strage, sentiva gli effetti di ciò che aveva appena fatto, come ogni volta del resto; sentiva il sangue di tutte quelle persone sotto i suoi piedi mentre tentava di ritrovare l'uscita del grande giardino del palazzo dei nobili del luogo.
All'improvviso si ritrovò a terra dopo aver sbattuto contro la cancellata principale, ma da lontano sentiva le guardie arrivare più veloci che mai, sentiva i passi rapidi, sentiva le urla delle guardi che le promettevano morte certa.
Si affrettò a scavalcare il cancello, la sua incredibile magrezza ed agilità in questi casi le erano molto utili.
Corse veloce, il più velocemente possibile, per arrivare alla base della gilda.
"Ma cosa sto facendo? Ormai sono anni che faccio sempre le stesse cose: loro mi affidano le missioni e io le devo portare a termine il più velocemente possibile. E a loro non interessa se magari alla fine sono morente, devo arrangiarmi, devo fare tutto da sola, non mi concedono nemmeno un aiutante! Ma ora basta! Sono stanca di stare ai loro ordini! Non voglio essere un'assassina e sono ormai sei anni che sono un'assassina della gilda degli assassini più temuta del nostro mondo! Un Tiranno sta cercando di conquistare l'intero nostro mondo, e loro pensano solo ad affidarmi missioni che vedano come vittime persone che con il Tiranno non c'entrano nulla! Voglio andarmene da questa inutile gilda degli assassini! Si, ammetto che alcune missioni andavano bene anche a me, che alcune persone che ho ucciso le ho uccise

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4 commenti    0 recensioni      autore: Gaia Locatelli


Salute II

Dall’alto, da un naso a forma di nuvola, scendeva spiegandosi e gonfiandosi ai soffi dall’aria, un velo trasparente che le si parava davanti agli occhi. Poteva essere nebbia o vista sfocata. C’era una festa di gala ai piedi del salice ridente per l’occasione. La Falena Ali Smerigliate, che la folla chiamava Fatie, si rotolava con grazia insospettabile sulle bianche interminabili ottave, affondate nel tronco pesante ed eburneo, di un piano-tronco a coda lunga.
Scerì non frenò il volo, sarebbe passata attraverso il telo…aveva consistenza di zucchero a velo ma non ne sentì il sapore e vi cadde senza precipitare, adagiandosi in languido raccoglimento. Colava. Pilucchi e fibre le scompigliavano guance e sorrisi, carezzavano il muso, strimpellavano, vibrando il respiro. Quasi un canto, a seguire le onde sul vivo tessuto, marea di voci sconosciute e amicali nei flutti, squillanti e più gravi, nessuna rotta da timore o sussulto; eppure un vago disegno d’abisso vorticava l’etereo tessuto sul dorso. E ancora, scendeva veloce con percezione lenta, frenata dal letifico coro invisibile o nascosto tra le pieghe, senza tentare il più piccolo guizzo di fuga. La musica cessò quando ormai mancavano solo un paio di zampe di cavalletta allo schianto col suolo, nemmeno il tempo di urlare: “Eureka!”

L’urlo la fece rientrare d’un lampo nel suo involucro, pesantemente addormentato in una grassa e pelosa foglia di violetta; e in un altro veloce lampo la vista risucchiò reale e veloce i mondi del sogno e le loro sfumature.
Era ora di andare: ormai aveva deciso, doveva raggiungere il luogo narratole dallo Scarabeo, dove si svolgono le azioni e i giorni son fatti di fatti. Le indicazioni non erano molte né molto precise, ricordava qualcosa a proposito di un sentiero molto ampio, senza né terra né acqua, così duro che non lo si poteva percorrere di corsa, andavano fatti passi brevi ed essenziali su questa scura materia chiamata asfinimento o asfalto. Eran

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