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Racconti fantastici

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Sussurri da dentro

Ciao,
stai parlando con me, vero mamma?
Sento la tua voce da lontano e mi accorgo che sei emozionata, molto emozionata.
Mi stai dicendo che finalmente ci sono, che sono arrivato, come una piccola scaglia di meteora,
... nella tua vita.
Sei stranamente silenziosa, tu che hai valicato le montagne dell'impossibile per avermi,
lo sento dal tuo sottile respiro che ora mi accarezza.
Hai sempre pensato a me, a questo piccolo piumino delicato che ti somiglierà, lo spero tanto.
Ti ho fatta piangere lo so, ti ho illusa tante volte, mi dispiace.
Ora sono qui, dentro di te e mi sento bene in questa culla calda, in attesa che il mio piccolo cuore diventi la colonna sonora dei nostri nove mesi insieme.
Molto presto avvertirai la mia presenza, mi farò vivo non preoccuparti. Sarò la tua certezza.

Sarò quel bambino che hai sempre sognato di avere... eh si, sarò tuo per sempre.
Ops!!! non me ne ero ancora accorto, ma sto nuotando, dolcemente immerso nella tiepida acqua che
mi avvolge e mi dondola. Posso anche dormire tutto il tempo che voglio e fare capriole con il mio cordone ombelicale... sto bene con te, sei simpatica e sai raccontare fiabe straordinarie.
Anche se quaggiù non arriva nemmeno uno spiraglio di luce, non ho alcun timore, non sono solo,
me ne accorgo da come mi parli... sei gentile mamma.
Il tempo passa molto lentamente ma io non mi annoio sai, ho tante cose da fare;comunicarti quale nome vorrei avere, pensare al futuro con te ma soprattutto a quel preciso momento in cui potrò abbracciarti e dirti grazie, grazie di farmi esistere.
Volteggiano fiocchi di neve nel mio limpido liquido amniotico ed io mi diverto ad acchiapparne più che posso... è divertente.
E sorrido, sorrido sempre, perché so che tu saresti contenta nel vedermi così felice.
Mmmmmmmmh che buon sapore!!!! Stai mangiando la cioccolata, me ne accorgo sempre quando lo fai, mi invade un senso speciale di serenità... non esagerare però, vorrei avere una mammina
in perfetta

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   2 commenti     di: Manuela Magi


Concetto spaziale

Bianco ovunque. Bianchi cieli. Bianca la terra. Bianco il nulla che mi circonda. Solo un orizzonte bianco ed io che mi interrogo. Ero nel mio studio, credo un paio di giorni fa, anche se qui il tempo non ha un vero significato fisico, almeno non lo ha come lo intendiamo noi. Stavo esaminando un manoscritto indiano del primo secolo a. c., un testo che non avrebbe dovuto neanche esistere. Conteneva infatti strani disegni raffiguranti circuiti elettrici, motori a scoppio, bobine e quello che a prima vista sembrava un modem. Non si trattava di uno scherzo di qualche collega del dipartimento di Storia dell'Arte. Avevo effettuato io stesso le analisi al carbonio. La datazione era esatta. Non era espressamente spiegato a cosa servissero tutti quei macchinari ma qualcosa avevo intuito.
In lontananza scorgo una figura: finalmente qualcuno. Mi affanno per raggiungere lo sconosciuto, ma nuovamente appena lo guardo in volto, la delusione mi assale: non è altro che un riflesso di me stesso. Devo essere passato già di qua. Il tempo qui nelle regioni del bianco, non scorre come da noi. Ormai l'ho capito. È infatti possibile, e probabile, se come me non si ha una guida del posto, imbattersi in riflessi, poco meno che fantasmi, del passato. Da quando sono qui mi sono incontrato almeno dieci volte.
Tornando al manoscritto, non posso spiegare la mia emozione nel constatare che si trattava del progetto di un macchinario unico e fantascientifico. Ero alle stelle. Completamente ubriaco per le possibilità che mi si aprivano. La macchina avrebbe completato il mio percorso e mi avrebbe consentito di abbattere il muro di vecchiume e preconcetti che alberga nella comunità scientifica universitaria. Tutti pronti a gridare al miracolo e nessuno che si voglia sporcare le mani. Avrei oltrepassato i limiti del pensiero per giungere lì dove è nata l'idea stessa di universo. È inutile aggiungere che fui preso per pazzo. Un ciarlatano. Buono per una favola o per la puntata di lancio di

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Una lettera di Charles Darwin

Emma, mia adorata,
domani il Beagle lascerà l'Australia per le isole dell'oceano indiano, il Capo di Buona Speranza, poi ancora il Sudamerica, le isole Azzorre, Plymouth.
Oltre l'ultimo porto ci sarà di nuovo e finalmente ogni luogo d'Inghilterra, i giardini di Shrewsbury dove la mia mano ha conosciuto per la prima volta la tua, le acque di quel fiume in cui ci specchiavamo camminando come figure di un sogno.
Ricordo il tuo viso chiaro, la nube d'oro dei capelli, lo sguardo che cadeva a terra in una timida dolcezza quando ti parlavo di mia sorella e di suo marito, del loro figlio di pochi mesi.
Pensavi in quell'istante a noi, al tempo che ci avrebbe contenuto, Emma e Charles, uniti e silenziosi aldilà di ogni vicenda, come chi dorma al fianco dell'altro solo sfiorandone il braccio, pensavi al tempo che ci avrebbe oltrepassato, al futuro che da noi sarebbe dilagato nei secoli: i nostri figli e poi i loro, le generazioni dell'uomo.
È tutto così vicino, Emma.
Lascia che ancora una volta io ti racconti del mio viaggio e dei suoi segni, che metta tutto questo ai tuoi piedi. Ciò che mi raggiunge e sconvolge il mio cuore tormentandolo o elevandolo non diventa infatti che un dono per te.
Dopo questo viaggio, cinque anni in cui l'incredibile del mondo ha mostrato senza alcun velo il suo volto splendido e feroce io non ho bisogno che di pace, come un bambino impaurito.
Perché ogni cosa possa quietarsi, restare indimenticabile, essere accolta pienamente e fruttificare.
Ascoltami, dunque.
Quando lasciammo le isole Galapagos per l'Australia, sapevo che il nostro viaggio era prossimo al suo termine.
Come altre volte, mentre sentivo la nave avanzare sulla immane pressione delle acque immaginavo l'oceano aldisotto dello scafo per migliaia e migliaia di piedi, i raggi del sole penetrarlo sin dove era possibile in larghe e mutevoli falde aiutando con il loro spettro, le loro energie le mutazioni, l'evoluzione delle creature che lo abitavano.
La piccola cabina di

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Al bar in riva al mare 3

Da:..."Le storie di Capt. Nemo"

Un giorno, in quel bar in riva al mare,
entrò un vecchio marinaio e chiese il
permesso di sedersi accanto alla bella
fanciulla, che lo accordò.
Fissando il mare lei gli chiese: - Dove
hai navigato? -
- In tutto il mondo - rispose lui.
- Hai conosciuto tante donne belle? -
- Si -
- Più belle di me? -
- Si -
- Mi vuoi bene? -
- Si -
- Anch'io te ne voglio -
- Che vuoi da me? -
- Starti vicino -
- Quanto vicino? -
- Tanto da amarti -
Intanto la marea sale e lambisce gli scalini di legno
che portano al bar, in quel bar in riva al mare,
dove due anime sperse si incontrano, parlano,
parlano, parlano, parlano... e
le maree si susseguono implacabili,
segnando il tempo della vita.
Capt. Nemo
Capitano di lungo sorso
Internet Navigator



Dove sono?

Questa era l’unica domanda che riuscivo a formulare con chiarezza nella mia mente. Non era molto, certo, ma era comunque un punto di partenza.
Cominciamo con le cose semplici: proviamo ad aprire gli occhi…
Mossi le palpebre, pesanti come il piombo, e dopo alcuni istanti un’immagine sfuocata cominciò a delinearsi di fronte a me.
Era buio… confortante, no?!?
Ma non proprio buio assoluto, tanto che potevo distinguere alcuni punti luminosi davanti ai miei occhi, in lontananza.
“Sono stelle!” sentenziai “Devo essere all’aperto, allora… e sdraiato sulla schiena.”
Lentamente la mia coscienza stava riprendendo il sopravvento e potevo ricominciare a controllare il mio corpo.
Provai a spostare il braccio destro, per fare leva e sollevarmi a sedere, ma questo ancora non ne voleva sapere di muoversi al mio comando. Tutto quello che riuscii a fargli fare fu un leggero tremolio incontrollato.
Richiusi gli occhi e persi coscienza per qualche tempo. Se fossero passati minuti, ore o giorni non avrei saputo dirlo, ma quando riaprii gli occhi era ancora buio.
Le stelle sopra di me brillavano fra alcune macchie scure che pensai fossero nuvole. Raccolsi tutte le mie forze e mi concentrai sui movimenti che avrei dovuto compiere per togliermi da quella fastidiosa situazione di stallo, poi in rapida successione mossi il braccio e con sufficiente forza lo usai come leva per girarmi parzialmente su di un fianco. Guadagnata la posizione seduta, riuscii a muovere le gambe fino a puntare un ginocchio a terra e infine (non ci avrei mai sperato in quella situazione) mi alzai.
Mi tastai le braccia per assicurarmi di non avere ferite o dolori, poi esaminai la testa e l’addome e infine le gambe, ma a parte un generale stato di confusione, mi rassicurai nel constatare di non avere nulla di rotto, o così pareva. Nulla tranne un ronzio che persisteva ancora nella mia testa e che stavo cercando di eliminare per riacquistare il pieno controllo di me stesso.
Cosa era suc

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   1 commenti     di: Fabrizio Piazza


Non è andata così (I libri delle vite)

"Dannazione, che botta!". Questo David pensò, guardando, nello specchietto retrovisore, un incidente avvenuto tra due auto. Procedeva molto più lentamente del solito, per poter osservare con maggior cura l'accaduto e cercando di capirne le dinamiche. "Speriamo che nessuno si sia fatto male" si disse tra sé e sé. "Questa provinciale 36, fa paura". Era vero: era il terzo incidente che accadeva su quella strada negli ultimi dieci giorni. Le due auto erano completamente distrutte. Negli abitacoli non c'era più nessuno, ma un'ambulanza era ancora parcheggiata là vicino. C'era pure una volante della polizia. Ad un tratto, notò che la sua andatura stava creando disagio alle auto che seguivano lentamente la sua e decise, quindi, di distogliere finalmente lo sguardo da quel triste "spettacolo" e di accelerare, pur se moderatamente, poiché quello che si era presentato sotto ai suoi occhi, gli ricordava quanto bisognava essere sempre prudenti. Cercò di scacciare gli indesiderati pensieri sul dolore e sulla morte, che gli erano inevitabilmente venuti, pensando invece a cose belle. E cosa c'era di meglio da pensare che, di lì a poco, avrebbe trascorso il compleanno di suo figlio con una bella cenetta che, sua moglie, amava preparare con tanta cura ed amore; poi un bel film avrebbe chiuso in bellezza la serata, siccome a casa sua amavano tutti il cinema." Il momento più bello" pensò, "sarà quando Alex aprirà la scatola contenente il suo regalo" , trovandovi il piccolo robot che tanto desiderava, e di cui i suoi amichetti a scuola parlavano tanto. "Immagino il suo viso quando lo vedrà" si diceva fiero di sé, accarezzando la scatola che teneva appoggiata sul sedile passeggero accanto a lui. Fu proprio in quel momento che lo sentì. Forte e pungente. A tratti insopportabile. Un mal di testa così non gli era mai venuto, anche perché non aveva sofferto mai di mal di testa. "Diamine, che dolore".

Arrivato dinanzi casa sua, parcheggiò l'a

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   7 commenti     di: Ezio T.


U'anima da cogliere

Quando il campanello suonò delicatamente, Paolo dette un'ultima occhiata alla sua fatica e la trovò perfetta. Il tavolo apparecchiato era per due, con in mezzo uno stupendo bouquet di rose rosse, vino bianco nel porta ghiaccio, luci soffuse e nell'aria un delicato aroma. Dalla porta più lontana, leggermente aperta si poteva intravedere un letto: c'erano anche "le lenzuola con il grigio" come consigliava il guru del tradimento. "Si, tutto preciso come un orologio svizzero", pensò Paolo, mentre col telecomando faceva partire la musica. Aveva inserito nel lettore dieci tra i più romantici Cd che aveva scaricato: gli avrebbero dato una mano per tutta la notte. Ecco, finalmente era giunto il momento di far entrare Anna, la caposala di Ortopedia. Paolo era anestesista nello stesso ospedale, a Voghera. Quando la donna entrò, fu profondamente colpita da quello che lui le aveva preparato curando con attenzione ogni minimo particolare. Si sentì orgogliosa di se stessa: aveva davvero messo gli occhi sul migliore!
La serata si avviò meravigliosamente. Sapevano entrambi come sarebbe finita, era già da qualche giorno che lo speravano e ogni loro mossa sembrava studiata per raggiungere quel traguardo. Fu quindi con grande disappunto che udirono suonare campanello. Paolo gesticolando cercò di tranquillizzare Anna e le fece cenno di non far rumore, ma il campanello suonò di nuovo: evidentemente chi stava li fuori, chiunque fosse, voleva entrare. L'anestesista si alzò in silenzio per andare a vedere, ma non era nemmeno arrivato alla porta che si sentì una voce, quella della moglie, che gli intimava in tono perentorio di aprire. Era successo, alla fine dopo tanti altri tradimenti, lo aveva colto in flagrante. Si trovò all'improvviso e con un'insolita intensità ad implorare aiuto e qualcosa incredibilmente avvenne: mentre apriva la porta notò che sul tavolo era comparso un altro posto apparecchiato, come se fossero stati in tre a cena. Quando la moglie Marta fece il su

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   1 commenti     di: ivano51



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