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Racconti fantastici

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Il Cavaliere

Il cavaliere ha amato viaggiato e imparato molto
il suo volto porta i segni delle esperienze che ha fatto
la sua corazza protegge il suo corpo ma nn la sua anima
i suoi occhi sono porte socchiuse ma raccontano la sua vita
la sua forza lo pernea di una luce senza tempo
è duro ma capace di sciogliersi davanti al sorriso di un bimbo
Il cavaliere ha amato
e quindi conosce la scoperta
e quindi il suo cuore palpita
e quindi i suoi principi sono saldi
e quindi le sue donne sono salve
e quindi ora il suo cuore è solo e dentro di lui qualcuno grida
Un grido infinito
un grido di un uomo
un grido mentre piove
un grido su una scogliera
un grido di notte
un grido più forte del mare sotto di lui
un grido
un grido solo
Il cavaliere ha viaggiato
molte sono le cime che ha conquistato
molte sono le strade finite
molte sono le vite che ha intrecciato
molte sono le storie che ha raccontato
molte sono le cose che sà ma ora lo ascolta solo il vuoto
Il vuoto della sua vita senza senso
il vuoto rumore di una bimba che nn lo chiama
il vuoto che rimarra dopo di lui
il vuoto del suo sapere che nn verrà trasmesso
il vuoto che nel suo letto lo affianca
il vuoto nella memoria delle genti che verranno lui occuperà
Il cavaliere ha imparato
lui sà che la sua arma deve essere sempre pronta vicino a lui
lui sà che dovrà ancora mettersi in gioco
lui sà che nella vita devi avere rispetto ma nn devi pretenderlo
lui sà accontentandoti nn godrai mai
lui sà che i sogni nn saranno mai come pensi ma sognerai cmq
lui sà che lottare per tutta la vita è un buon modo di vivere
lui sà che gli amici vanno e vengono ma quelli veri restano
lui sà che la famiglia è la base della felicità
lui sà che tutto muta e che arrendersi nn va bene
lui sà che nn vuole avere rimipianti
lui sà che ti ama
lui sà che lo ami
lui sà che lui sono io e che sarò felice solo con te

   2 commenti     di: Dave Mastro


La fuga dei cervelli

La notizia apparve ripetutamente sulle pagine di tutti i giornali. Si propagò a macchia d'olio, allarmando i diretti interessati: i cervelloni.
Che pensarono anch'essi di fuggire.
"-Non tira aria buona qua in Italia -si dissero. Dobbiamo andarcene, altrimenti finiremo fritti!-
Come fare? Bisognava trovare una via di fuga. Non era possibile rimanere.
Corteccia, lobi, tutte le aree ed anche le scissure di Silvio e di Rolando si attivarono spronando i due emisferi a connettersi fra loro per elaborare nel minor tempo possibile un piano di azione. Il piano f, così fu chiamato, constava di quattro mosse fondamentali:
1° Uscita dalla scatola.
2° Individuazione e scelta di una via di uscita
3° Trasformazione della massa corporea a misura dell'apertura individuata.
4° Sviluppo di appendici idonee allo spostamento.

Un gioco da ragazzi per loro... infatti in quattro e quattro otto, sgusciarono fuori.
Presero la decisione collegiale di chiamarsi ence", che poi non era altro che l'inizio del loro nome di battesimo.
Qualcuno di loro sviluppò un paio di ali, alcuni pinne, e branchie, altri ruote e motore. Così chi lasciò l'Italia viaggiando per via aerea, chi per mare, chi per via terrestre,. Partirono tutti, lasciando i loro involucri.
Così i nostri "ence" approdarono in diversi paesi del globo. Dove riuscirono a diventare famosi. Un po spaesati all'inizio, soprattutto per la drastica scissione, dal loro corpo che erano stati costretti fare, adesso soddisfatti e orgogliosi per la conquistata autonomia.
Non essendo di piacevole aspetto la gente diffidava di loro, ma cambiava opinione quando veniva a conoscenza del livello del loro quoziente intellettivo. Venivano invitati nei migliori salotti, e la bella gente si vantava di averli ospiti.

Intanto in Italia, i loro corpi vennero prelevati dai burattinai che non aspettavano altro.
Furono da loro muniti di fili e utilizzati come marionette nelle piazze e nei teatri di tutta Italia, per raggiungere i loro

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Sogno reale

"Ora che tu hai sfidato tutti gli ostacoli per arrivare qui, lascia che ti racconti la nostra vera natura. Ascolta l'albero della saggezza Mozart, lo gnomo Sasquack e fatti trasportare da noi dal cavallo Snafuzz, lascia che ti raccontino come sei giunto in questo posto, e se tu lo vorrai, farai parte della nostra vita..."
Stavo finendo di leggere la frase del libro quando fui interrotta da un colpo di tosse, strano perché nella biblioteca dove ora mi trovavo, non ci doveva essere nessuno, Paul il custode della scuola, aveva aperto la biblioteca solo per me.
Tra noi vi era un'amicizia profonda, poiché lui era il mio patrigno, mi alzai dalla seggiola, appoggiai il libro sul tavolo e cominciai a girare tra gli scaffali, di nuovo il colpo di tosse ma ora lo sentivo dalla parte opposta da dove mi trovavo.
Udì una frase " Dove diavolo sei Petonia?..." Spaventata urlai"Chi c'è?!". "Cos'hai da urlare..." mi rimproverò.
"... E poi non c'è l'ho mica con te! Sto cercando mia moglie Petonia, sai per caso dov'è finita?" .
Ancora più impaurita gridai "fatti vedere!".
"Uffa quante storie, arrivo."
Sentivo ora sbuffare, tossire e dei passi, ma non lo vedevo. "Sono qui, che vuoi?", ma dove? non vedevo ancora nessuno. "Abbassa lo sguardo, forse così mi vedrai!", piegai la testa in basso e dallo stupore feci un balzo indietro. Sbalordita vidi che aveva il c

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Lux Aeterna - parte 3: in cammino verso la montagna degli spiriti

Laila divenne una statua incapace di muoversi, si sentiva paralizzata; non oppose alcuna resistenza quando la non-morta, impaziente, le infilò il pesante cappuccio sulla testa.
All'improvviso fu tutto buio, ma forse era meglio così, pensò tra se.
Sentì delle fredde mani taglienti levarle le scarpe facendola rimanere scalza; altre mani si aggiunsero strattonandola per le braccia e affondando le unghie nella carne.
A velocità impressionante la fecero scendere per delle vorticose scale a chiocciola e nel mentre avvertiva il contatto con il freddo del marmo che le congelava i piedi e l'anima.
Udì un suono familiare che tanto assomigliava a quello prodotto dalla porta della sua stanza quando si apriva, ma quel rumore era talmente forte da indolenzirle i timpani; pensò che sicuramente doveva essere un gigantesco portone blindato.
Laila capì di essere all'aperto, finalmente era fuori dalla fortezza ma prigioniera di un destino che non le apparteneva.
Avvertì di essere in cammino su di un ripido sentiero circondata da un corteo di voci, spaventose e metalliche.
Recitavano litanie in una lingua incomprensibile e un odore pungente d'incenso le faceva bruciare le narici.
I piedi cominciarono a farle molto male, le pene inflitte da sassi e spine lungo il sentiero divennero insostenibili.
Fu allora, quando i sensi stavano per cedere, che qualcosa d'inspiegabile iniziò a massaggiarle la pianta dei piedi ogni volta che essi toccavano il terreno. Lentamente si riappropriò della sensibilità persa.
Un piccolo vortice d'aria le si attorcigliò alle caviglie.
"Laila resisti! Sono Sylphie e sono qui con te. Le fate della terra si stanno prendendo cura dei tuoi piedi, non riusciranno a farti perdere i sensi!".
Ad ogni passo si sentiva più forte fisicamente ma ancora troppo debole nello spirito per affrontare l'imminente situazione.
Sylphie con tutta la dolcezza possibile della sua voce flautata si rivolse al suo orecchio:
"Siamo quasi sulla cima della montagna

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   10 commenti     di: Kartika Blue


Il principino triste

C'era una volta in un castello un re ed una regina che avevano un figlio di nome Matteo.
Quest'ultimo era molto triste perchè i suoi genitori stavano divorziando.
Gli amici del re e della regina, li aiutarono a superare le loro difficoltà, ma non durò per sempre, infatti, dopo la terza volta si separarono definitivamente.
Matteo piangeva sempre, quando sentiva le cose raccapriccianti che i genitori si dicevano, ma lui non sapeva come fare e come aiutarli.
qual'è la morale di questo racconto che di fronte a molte difficoltà e di estrazioni sociale diverse, tutti proviamo lo stesso dolore che anche se poi il tempo lo fa superare ci segna per la vita.

   0 commenti     di: carlo pio musco


Il venditore di destini (1)

Stavamo parlando da oltre mezz'ora quando il treno arrivò alla stazione. Guardai dal finestrino per capire dov'ero, ma il nome scritto sui cartelli non mi diceva niente.
Chiesi al mio interlocutore:
"Dove siamo?"
"Ugrum, credo... Sì, è proprio Ugrum. La prossima fermata è la mia"
Poi, indovinando la domanda che avevo in mente:
"Scendo a Palnoc, io abito là"
Ero confuso e si vedeva. Lui mosse il busto per avvicinarsi a me e poi mi chiese:
"E lei di dov'è?"
"Torino, sono di Torino" risposi, come colto di sorpresa. E mentre ripetevo il nome della città dov'ero nato e dove vivevo mi sembrò che questi non avesse alcun senso, che non indicasse alcunché di preciso, come se di colpo tutto quello che quel nome significava per me, le emozioni, i ricordi, la storia, le persone che lì conoscevo, tutto fosse stato cancellato dalla mia mente.
Lui aggrottò le sopracciglia:
"Torino? Mai sentito. Dov'è questo Torino?"
"Come? Non ha... Voglio dire, come fa a non conoscere Torino?"
Gli occhi del mio occasionale compagno di viaggio si fecero più attenti. Iniziò a scrutarmi con maggiore attenzione, come se fino a quel momento non si fosse reso conto di chi aveva davanti.
"È diretto là?"
Annuii lievemente.
"Ma non credo che questo treno vada al suo Torino. Dopo Palnoc ferma solo alla Splendente e basta"
Mi studiò ancora per qualche istante.
"A meno che lei non abbia una coincidenza, laggiù"
Cominciavo a scaldarmi. Quell'uomo mi parlava di qualcosa che non riuscivo a comprendere e questo mi metteva in difficoltà. Io odiavo trovarmi in difficoltà, per cui reagii in modo sgarbato.
"Ma quale coincidenza! Non vorrà farmi credere che questo non è l'Eurostar Venezia - Torino!"
I suoi occhi si strinsero fino a diventare due fessure. Mi stava letteralmente sezionando.
"E la smetta di guardarmi in quel modo! Il suo modo di fare mi ha proprio stufato!"
Girai lo sguardo intorno a me, furioso. Volevo trovare un controllore per avere conferme su quel malede

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Un'allegoria? ma anche no!

"Buongiorno Dottoressa! gli amici mi hanno consigliato di venire al suo studio, fosse stato per me! Ah, lasciamo stare; hanno detto che forse lei mi può aiutare! liberare! curare da questo male"
"Prego signore, si stenda, si metta a suo agio; faccia come se fosse a casa sua;
dica pure, mi racconti di questo suo terribile e incurabile male"
"Dottoressa mi scusi ho capito bene? Posso fare come mi pare, come se questa fosse casa mia?"
"Si ha capito bene faccia senza temere, si stenda sul divano e si spogli di tutte le paure..."
posteri direte poi se ho sbagliato! ma davanti a quel invito io cosa avrei dovuto fare? Se non fidarmi dell'istinto? infondo pensai, i tanti anni di studi le avranno insegnato a gestire ogni tipo di situazione probabilmente indagare fa parte del suo lavoro e qualcuno le ha già detto che amo stare nudo sul divano; così , accogliendo quel invito, ho denudato la mia persona, togliendo maschere, vestiti e mi sono lanciato sul lettino, pronto a mostrare tutto ciò che lei di me, chiedeva di vedere: non per vantarmi ma avrei tenuto per ultima la mia parte migliore ;-)
La dottoressa non disse niente ma vedendomi, si coprì arrossendo, gli occhi con le mani, e nonostante fosse nascosta, vidi nascere un sorriso che mi fece pensare che il posto era quello giusto, perché potevo finalmente mostrarmi realmente, senza problemi, per quello che ero.
cominciarono le domande e lei che prima era gentile, d'improvviso diventò seria, e qui si complicò la storia:
"Signore mi dica"
leggendo un foglio prestampato, che la costrinse a liberare gli occhi dalle mani;
"Chi la conosce dice che lei è matto! matto da legare! Ma mi sa dire da dove nasce secondo lei questa convinzione?"
senza, come una vera professionista, mutare espressione, quando con tono grave cominciò a parlare.
"Guardi, non lo so, sarà che amo dare fastidio, sarà che nonostante l'età sono un bambino dispettoso; sarà che faccio graffiti sui muri; sarà che ogni t

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   1 commenti     di: Luigi Locatelli



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