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Racconti fantastici

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Sogno reale

"Ora che tu hai sfidato tutti gli ostacoli per arrivare qui, lascia che ti racconti la nostra vera natura. Ascolta l'albero della saggezza Mozart, lo gnomo Sasquack e fatti trasportare da noi dal cavallo Snafuzz, lascia che ti raccontino come sei giunto in questo posto, e se tu lo vorrai, farai parte della nostra vita..."
Stavo finendo di leggere la frase del libro quando fui interrotta da un colpo di tosse, strano perché nella biblioteca dove ora mi trovavo, non ci doveva essere nessuno, Paul il custode della scuola, aveva aperto la biblioteca solo per me.
Tra noi vi era un'amicizia profonda, poiché lui era il mio patrigno, mi alzai dalla seggiola, appoggiai il libro sul tavolo e cominciai a girare tra gli scaffali, di nuovo il colpo di tosse ma ora lo sentivo dalla parte opposta da dove mi trovavo.
Udì una frase " Dove diavolo sei Petonia?..." Spaventata urlai"Chi c'è?!". "Cos'hai da urlare..." mi rimproverò.
"... E poi non c'è l'ho mica con te! Sto cercando mia moglie Petonia, sai per caso dov'è finita?" .
Ancora più impaurita gridai "fatti vedere!".
"Uffa quante storie, arrivo."
Sentivo ora sbuffare, tossire e dei passi, ma non lo vedevo. "Sono qui, che vuoi?", ma dove? non vedevo ancora nessuno. "Abbassa lo sguardo, forse così mi vedrai!", piegai la testa in basso e dallo stupore feci un balzo indietro. Sbalordita vidi che aveva il c

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Dove sono?

Questa era l’unica domanda che riuscivo a formulare con chiarezza nella mia mente. Non era molto, certo, ma era comunque un punto di partenza.
Cominciamo con le cose semplici: proviamo ad aprire gli occhi…
Mossi le palpebre, pesanti come il piombo, e dopo alcuni istanti un’immagine sfuocata cominciò a delinearsi di fronte a me.
Era buio… confortante, no?!?
Ma non proprio buio assoluto, tanto che potevo distinguere alcuni punti luminosi davanti ai miei occhi, in lontananza.
“Sono stelle!” sentenziai “Devo essere all’aperto, allora… e sdraiato sulla schiena.”
Lentamente la mia coscienza stava riprendendo il sopravvento e potevo ricominciare a controllare il mio corpo.
Provai a spostare il braccio destro, per fare leva e sollevarmi a sedere, ma questo ancora non ne voleva sapere di muoversi al mio comando. Tutto quello che riuscii a fargli fare fu un leggero tremolio incontrollato.
Richiusi gli occhi e persi coscienza per qualche tempo. Se fossero passati minuti, ore o giorni non avrei saputo dirlo, ma quando riaprii gli occhi era ancora buio.
Le stelle sopra di me brillavano fra alcune macchie scure che pensai fossero nuvole. Raccolsi tutte le mie forze e mi concentrai sui movimenti che avrei dovuto compiere per togliermi da quella fastidiosa situazione di stallo, poi in rapida successione mossi il braccio e con sufficiente forza lo usai come leva per girarmi parzialmente su di un fianco. Guadagnata la posizione seduta, riuscii a muovere le gambe fino a puntare un ginocchio a terra e infine (non ci avrei mai sperato in quella situazione) mi alzai.
Mi tastai le braccia per assicurarmi di non avere ferite o dolori, poi esaminai la testa e l’addome e infine le gambe, ma a parte un generale stato di confusione, mi rassicurai nel constatare di non avere nulla di rotto, o così pareva. Nulla tranne un ronzio che persisteva ancora nella mia testa e che stavo cercando di eliminare per riacquistare il pieno controllo di me stesso.
Cosa era suc

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Dal buio alla luce (Striptease dell'anima)

Se denudi l'anima (solare striptease!) non deludi la vita...

Dal buio alla luce

Ben 5 miliardi di anni fa o 50 milioni di secoli addietro che fan 5 milioni di millenni, con lo scoppio del big bang, nebulosa vagante nel vuoto abissale, suonò il gong temporale e venne alla luce l'universo spaziale nel suo ristretto ambito materiale. Tra neutroni e protoni con moto di elettroni era tutto un caos donde esitò il cosmo con l'ordine astrale del sistema solare.
Fu l'elementare idrogeno, nobilitandosi in elio, a dar fuoco al sole mentre insieme all'ossigeno scatenava l'acqua per raffreddar la terra nel suo nucleo incandescente.
Sull'acqua bollente di questa piastra rovente si calarono, poi, in cottura molecole gassose e carboniose, e dal brodo primordiale, vera miscela minerale, si approntò la vita vegetale.
Solo l'elio, l'argo e il neon, gas nobili, si sollevarono da terra e presero le vie del cielo, mentre l'idrogeno, invero il più leggero, si combinò con tutti e davver ne fece tante.
Acqua santa a parte, con l'azoto generò l'ammoniaca, gas di odor pungente, con lo zolfo l'acido solfidrico, un gas dal fetor penetrante e con il carbonio il metano, un gas asfissiante tanto energizzante.
Sulla terrena piastra, non più rovente, infine, l'acqua bollente divenne termale, poi naturale e finanche minerale con le sue tante bollicine, e fu da qui che, a fuoco lento sulla fiammella solare, veniva alla luce la vita vegetale, ponendo le basi dell'animazione con l'ossigeno per la respirazione e l'ozono per la protezione.
Nacque così la vita sulla terra da un freddo processo chimico di ossidoriduzione per moto di elettroni con sintesi di glucosio, poi piruvato indi decarbossilato donde l'acetil substrato infin fosforilato fino all'adenosin trifosfato (ATP), centrale energetica della vita scaturita da una base azotata e uno zucchero pentato, quel ribosio nucleico finanche respirato.
Ed era così che l'inerte materia prima si organizzava in veste cellulare, poi si dup

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I tre angeli custodi... cap 2 Wanta

Wanta era umana, quindi soggetta direttamente sia agli acciacchi della vecchiaia ormai incombente, sia alle leggi del re Silvio, il peggiore che quella terra avesse avuto nella sua storia.
Wanta era una brontolona per natura, figlia di contadini, era stata svezzata a formaggio di capra e vino rosso, questo l’aveva fatta crescere robusta e dura come una quercia, anche se le aveva sempre creato problemi nella sfera sentimentale…

Mai sposa non aveva potuto provare il piacere, pur avendone un gran desiderio, di una gravidanza, e così, quando il Saggio Mago, che tutti chiamavano Rappo, le aveva proposto di occuparsi, fingendosene mamma, di una minuscola creaturina tutta avvolta in un velo azzurro come il cielo di primavera, Wanta non seppe rifiutare, e accettò l’incarico, giurò sulla sua vita che mai avrebbe rivelato alla piccola di non essere veramente lei la sua mamma, e che avrebbe cercato con tutte le sue forze di educarla, crescerla e, soprattutto, tenerla lontana dagli altri abitanti della valle.
I primi anni trascorsero così in armonia, le stagioni si susseguivano, ognuna coi suoi colori e coi suoi frutti, Leira cresceva come una piantina di fagioli, alta, fiera e bella, sempre più bella, e la cosa rendeva fiera di sé la burbera Wanta!

-Figlia, figliaaaa, dove sei? Accidenti al Re Silvio, piove giù pezzi di ghiaccio, per poco non mi si azzoppava la Nina, e sono più bagnata d’un pesce…figlia dove sei?-

E così, brontolando come al suo solito, Wanta mise piede nella cucina, all’inizio non si rese ben conto che in compagnia di Leira ci fossero altre “presenze”, poi, asciugandosi i capelli con uno strofinaccio si guardò intorno e disse:
- Ehi, piccolina, da quando in qua offri rifugio agli animali del bosco? O li hai catturati per farci una cena alla brace?- aggiunse ghignando in modo esagerato, un po’ per scherzare un po’ per dimostrare subito chi fosse la vera padrona di casa!

Leira le corse incontro ed abbracciatala fort

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1 commenti    0 recensioni      autore: luigi deluca


82, Washington Road (Episodio 11)

Il motorino d'avviamento gracchiava sofferente, forse frustrato dall'inutilità nella quale era piombato. Sonny Meltzer non vi badò, seguitando a girare la chiave nell'accensione senza esito, come stava facendo da almeno tre quarti d'ora.
<<Che diavolo, Sonny, dacci un taglio!>> sbraitò Rod Hensenn.
Erano tornati in città, con l'intenzione di raggiungere il cantiere vicino alla Rockford Highschool e dare un'occhiata come suggeriva Jake, perché non avevano altro, non riuscivano a pensare a niente di meglio. Intrappolati com'erano in quella prigione infernale che era stata la loro casa, sconvolti dalla rapidità e dall'assurdità degli eventi, l'idea che la scuola, apparente origine di tutti i loro guai, potesse fornire loro una soluzione non era proprio da scartare.
Stavano percorrendo Wichita Road quando, a quasi tre miglia dalla loro meta, tutto si era spento. Nessuno di loro aveva mai visto una cosa del genere: lampioni, insegne e luci domestiche avevano tremolato all'unisono prima di oscurarsi, accompagnate da uno sfrigolio che correva lungo di esse, come qualcosa che si trasmetteva in breve da una fonte di luce all'altra. Erano tanto sorpresi dallo stranissimo blackout che sulle prime non si erano resi conto che il motore della BMW si era ammutolito, ma quando l'auto si era fermata dolcemente, senza alcun sussulto ma emettendo a sua volta uno sfrigolio dal vano motore, avevano creduto di capire cosa era successo.
Hensenn era sceso dalla vettura ed aveva forzato un pick-up, ma non era riuscito a farlo partire, come altre due auto subito dopo. Era tornato in macchina, sconfortato. <<Hanno spento la città>>, aveva commentato a denti stretti. <<Figli di puttana!>>
<<Un'interferenza magnetica>>, aveva suggerito Jake. <<Qualche impulso molto forte che ha bruciato tutto quello che ha a che fare con l'elettricità. Ci hanno visti, sanno che siamo vivi e vogliono assicurarsi che non riproviamo a fuggire.>>
Per ore erano rimasti così, seduti in aut

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Il Riflesso

Ancora uno scricchiolio. Ce n'erano stati parecchi quella sera. Lucio tendeva le orecchie ogni volta che il vecchio armadio cominciava a farsi sentire. Sembrava che si aggiustasse, nella sua posizione statica. Imponente e massiccio, rumoreggiava in sequenze di tre o quattro piccoli schiocchi. Lucio aveva il tempo di pensare che stava per arrivarne un altro e, puntualmente lo avvertiva.
Viveva in quella casa da quasi vent'anni, la conosceva benissimo e la sentiva sua. Era un vecchio appartamento di famiglia che lui aveva ristrutturato e che aveva abitato un po' da solo e per il resto del tempo con le fidanzate di turno. Alcuni mobili dei parenti erano rimasti nella casa ed erano ormai suoi. Tra questi, l'armadio rumoroso che troneggiava in camera da letto. Era un pezzo in stile Liberty, con un'unica grossa anta munita di specchio. Al di sotto dell'anta, un ampio cassetto accoglieva altra roba; ma quasi tutto quello che era riposto al suo interno, non veniva mai utilizzato da Lucio. Le camicie, restate appese da anni e una tuta jeans che sicuramente non gli stava più; anche i pantaloni avevano preso irrimediabilmente la forma delle grucce. Invece Lucio era solito aprire l'armadio e buttarci dentro, alla rinfusa, quello che si toglieva: felpe, jeans, calzini, riposavano ammonticchiati gli uni sugli altri fino all'indomani. In realtà, a pensarci bene, la cosa più sfruttata del mobile era sicuramente lo specchio: piuttosto ampio e lungo, dava la possibilità di cogliere meglio, per così dire, alcuni momenti topici della vita di Lucio. A dirla tutta, dalla parte opposta della stanza e in posizione a tre quarti, campeggiava una bella toletta, fornita anch'essa di un comodo specchio ovale orientabile, che garantiva... ogni angolazione. Lucio era un uomo vitale, di bell'aspetto e nonostante avesse già compiuto il suo quarantacinquesimo compleanno non si era mai sposato. Le sue esperienze si erano limitate alla convivenza, che prima o dopo si era rivelata un disastro,

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Nascita di una fata

Fu nel capire la triste verità che Sylvia desiderò con tutto il suo cuore di dissolversi in quella deliziosa aria di inizio novembre. Sì, dissolversi, inabissarsi, immergersi in quel vento carico di segreti e foglie secche…lasciarsi trasportare, inerme, invisibile, impalpabile. Novembre era per lei il crepuscolo dell’anno, e amava quell’ atmosfera ancora flebilmente illuminata e non abbastanza fredda da impedirle le tanto amate, quanto indispensabili, passeggiate solitarie nei boschi.
Quando Sylvia era nei boschi, i boschi erano in lei. Irti sentieri addolciti dall’eterno canto del torrente, umidi e ombrosi come i suoi pensieri, illuminati talvolta da un timido raggio di sole alla ricerca di un passero a cui donare calore, in cambio di un gorgheggio.
Questo era Sylvia: ombra sotto un pino e sole sui suoi rami…un esercito di contraddizioni marciava in quegl’irti e dolci sentieri della sua mente, ingannando lei stessa sulla rotta da seguire. Ecco perché unicamente nella solitudine del bosco ella riusciva a ritrovare sé stessa, poiché più fitta e oscura era la sua strada, più facile era per lei trovarne una parallela nella sua mente.
Fu così che tale pomeriggio d’ inizio novembre, mentre la deliziosa, fresca aria le abbracciava ogni fibra e il bosco la omaggiava col suo morbido tappeto rosso e giallo, mostrandosi in tutto il suo splendore, Sylvia fu sconvolta dalla sua esitazione, dalla sua incertezza, dalla sua paura. Rami, radici, ombre, occhi che scrutavano dal profondo nel profondo della mente…tutto ciò era parte di lei un tempo! Ora così terribilmente estraneo…
Le sue ginocchia toccarono violentemente il terreno e, con le candide mani strette sulle orecchie e gli occhi sbarrati, in un gesto di disperazione, cercò di sentire ancora la voce della civetta, lo scrosciare dell’acqua, i sussurri degli alberi…buio e oscurità e nessun timido raggio di sole vide in sé…volle dissolversi, inabissarsi, immergersi nel vento che conos

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6 commenti    0 recensioni      autore: Chiara S.



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