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Racconti fantastici

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Concetto spaziale

Bianco ovunque. Bianchi cieli. Bianca la terra. Bianco il nulla che mi circonda. Solo un orizzonte bianco ed io che mi interrogo. Ero nel mio studio, credo un paio di giorni fa, anche se qui il tempo non ha un vero significato fisico, almeno non lo ha come lo intendiamo noi. Stavo esaminando un manoscritto indiano del primo secolo a. c., un testo che non avrebbe dovuto neanche esistere. Conteneva infatti strani disegni raffiguranti circuiti elettrici, motori a scoppio, bobine e quello che a prima vista sembrava un modem. Non si trattava di uno scherzo di qualche collega del dipartimento di Storia dell'Arte. Avevo effettuato io stesso le analisi al carbonio. La datazione era esatta. Non era espressamente spiegato a cosa servissero tutti quei macchinari ma qualcosa avevo intuito.
In lontananza scorgo una figura: finalmente qualcuno. Mi affanno per raggiungere lo sconosciuto, ma nuovamente appena lo guardo in volto, la delusione mi assale: non è altro che un riflesso di me stesso. Devo essere passato già di qua. Il tempo qui nelle regioni del bianco, non scorre come da noi. Ormai l'ho capito. È infatti possibile, e probabile, se come me non si ha una guida del posto, imbattersi in riflessi, poco meno che fantasmi, del passato. Da quando sono qui mi sono incontrato almeno dieci volte.
Tornando al manoscritto, non posso spiegare la mia emozione nel constatare che si trattava del progetto di un macchinario unico e fantascientifico. Ero alle stelle. Completamente ubriaco per le possibilità che mi si aprivano. La macchina avrebbe completato il mio percorso e mi avrebbe consentito di abbattere il muro di vecchiume e preconcetti che alberga nella comunità scientifica universitaria. Tutti pronti a gridare al miracolo e nessuno che si voglia sporcare le mani. Avrei oltrepassato i limiti del pensiero per giungere lì dove è nata l'idea stessa di universo. È inutile aggiungere che fui preso per pazzo. Un ciarlatano. Buono per una favola o per la puntata di lancio di

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Trittico

CAPITOLO XVII (e ultimo)
Hertogenbosch,(Brabante) estate 1506

La piccola Bet e sua madre Saarineen stettero abbracciate a lungo prima di addormentarsi.
La mattina dopo si alzarono presto. Trafficarono in cucina, Bet rovesciò del latte e poi uscirono percorrendo il sentiero del lago.
Mai e poi mai Saarineen si sarebbe immaginata di avere un cugino così famoso;il Padre l'aveva detto chiaro: dei grandi signori erano arrivati fin da Colonia per vedere i suoi quadri.
Se la passavano male: l'ometto di casa aveva tirato le cuoia un annetto prima e loro erano sole.
Si diceva in giro che entrare in casa del cugino non era come entrare in casa di un qualsiasi pittore ;nessun quadro accatastato e poi, e questa era la segreta speranza di Saarineen, forse il cugino le avrebbe regalato un dipinto, anche se piccolo piccolo.
Entrarono in casa dopo aver inutilmente bussato. Hieronymous era tutto preso, non si era accorto del loro ingresso, stava raccogliendo con le mani un impasto morbido e giallastro. Buongiorno fanciulle!
Tutto si sarebbero aspettate le due ospiti fuorchè esser colpite in pieno viso da un saluto così squillante ma soprattutto da una zaffata di odore dolciastro di latte cagliato.
Era sempre stato un po' matto, o perlomeno strano, ma adesso mettersi addirittura a fabbricare il formaggio!
Dopo la morte della "vecchietta", Aleyt, era rimasto vedovo e da libero come lui si era sentito sempre, lo era diventato ancora di più, e più solo.
Insieme ai Fratelli del Libero Spirito fin dal 1486, si considerava un puro, e innocentemente aveva sempre cercato di affrontare le prove che la vita gli aveva posto innanzi ; e si sa quanto in una comunità tradizionalista pericolosa ed eversiva può esser l'innocenza.
Ma i dipinti?? Rimuginava tra sè incredula Saarineen, vedendo svanire d'un colpo la sua piccola peregrina speranza.
Chiese infine dov'erano a Hieronymous, e questi confessò di stare lavorando da tanti mesi

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   3 commenti     di: alberto accorsi


Il Riflesso

Ancora uno scricchiolio. Ce n'erano stati parecchi quella sera. Lucio tendeva le orecchie ogni volta che il vecchio armadio cominciava a farsi sentire. Sembrava che si aggiustasse, nella sua posizione statica. Imponente e massiccio, rumoreggiava in sequenze di tre o quattro piccoli schiocchi. Lucio aveva il tempo di pensare che stava per arrivarne un altro e, puntualmente lo avvertiva.
Viveva in quella casa da quasi vent'anni, la conosceva benissimo e la sentiva sua. Era un vecchio appartamento di famiglia che lui aveva ristrutturato e che aveva abitato un po' da solo e per il resto del tempo con le fidanzate di turno. Alcuni mobili dei parenti erano rimasti nella casa ed erano ormai suoi. Tra questi, l'armadio rumoroso che troneggiava in camera da letto. Era un pezzo in stile Liberty, con un'unica grossa anta munita di specchio. Al di sotto dell'anta, un ampio cassetto accoglieva altra roba; ma quasi tutto quello che era riposto al suo interno, non veniva mai utilizzato da Lucio. Le camicie, restate appese da anni e una tuta jeans che sicuramente non gli stava più; anche i pantaloni avevano preso irrimediabilmente la forma delle grucce. Invece Lucio era solito aprire l'armadio e buttarci dentro, alla rinfusa, quello che si toglieva: felpe, jeans, calzini, riposavano ammonticchiati gli uni sugli altri fino all'indomani. In realtà, a pensarci bene, la cosa più sfruttata del mobile era sicuramente lo specchio: piuttosto ampio e lungo, dava la possibilità di cogliere meglio, per così dire, alcuni momenti topici della vita di Lucio. A dirla tutta, dalla parte opposta della stanza e in posizione a tre quarti, campeggiava una bella toletta, fornita anch'essa di un comodo specchio ovale orientabile, che garantiva... ogni angolazione. Lucio era un uomo vitale, di bell'aspetto e nonostante avesse già compiuto il suo quarantacinquesimo compleanno non si era mai sposato. Le sue esperienze si erano limitate alla convivenza, che prima o dopo si era rivelata un disastro,

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Sogno reale

"Ora che tu hai sfidato tutti gli ostacoli per arrivare qui, lascia che ti racconti la nostra vera natura. Ascolta l'albero della saggezza Mozart, lo gnomo Sasquack e fatti trasportare da noi dal cavallo Snafuzz, lascia che ti raccontino come sei giunto in questo posto, e se tu lo vorrai, farai parte della nostra vita..."
Stavo finendo di leggere la frase del libro quando fui interrotta da un colpo di tosse, strano perché nella biblioteca dove ora mi trovavo, non ci doveva essere nessuno, Paul il custode della scuola, aveva aperto la biblioteca solo per me.
Tra noi vi era un'amicizia profonda, poiché lui era il mio patrigno, mi alzai dalla seggiola, appoggiai il libro sul tavolo e cominciai a girare tra gli scaffali, di nuovo il colpo di tosse ma ora lo sentivo dalla parte opposta da dove mi trovavo.
Udì una frase " Dove diavolo sei Petonia?..." Spaventata urlai"Chi c'è?!". "Cos'hai da urlare..." mi rimproverò.
"... E poi non c'è l'ho mica con te! Sto cercando mia moglie Petonia, sai per caso dov'è finita?" .
Ancora più impaurita gridai "fatti vedere!".
"Uffa quante storie, arrivo."
Sentivo ora sbuffare, tossire e dei passi, ma non lo vedevo. "Sono qui, che vuoi?", ma dove? non vedevo ancora nessuno. "Abbassa lo sguardo, forse così mi vedrai!", piegai la testa in basso e dallo stupore feci un balzo indietro. Sbalordita vidi che aveva il c

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IL PICCOLO CACCIATORE DI DRAGHI - Capitolo secondo

RICHIESTA DI AIUTO.
In Pangoria, la notte volgeva quasi al termine.
Le spie del Gran consiglio di Corte e gli esploratori del re avevano segnalato dei movimenti di ribelli e mercenari ad ovest della città. Nonostante ciò, le campane delle vedette erano rimaste in silenzio. Era l'ennesima calma che non permetteva ai soldati, e neanche ai cittadini, di abbassare la guardia.
In una stanza del Palazzo di Comando, la principessa Nell era riuscita a dormire solo un po' di tempo dopo il tramonto. Inutile mettersi in piedi così presto, meglio restare a letto e continuare a riposare. Aveva il viso rivolto alla finestra ed un leggero soffio di vento le accarezzava i capelli ed il volto, donandole la piacevole sensazione di freschezza che la natura diffonde in quei momenti prima dell'alba. Tanti pensieri continuavano ad accavallarsi nella sua mente, alternando momenti piacevoli a situazioni sgradevoli e pericolose. Li percepiva così intensamente che probabilmente alla fine riuscì a prender sonno nonostante gli occhi rimanessero socchiusi.
All'improvviso notò una piccola luce che si muoveva lentamente.
<< Che strano... la fiammella si è allontanata dalla candela ed ora si sposta danzando nella stanza. >> pensò nel dormiveglia.
Poco dopo quella fiammella cessò i suoi leggiadri movimenti discontinui per dirigersi lentamente verso di lei, sempre di più. Si avvicinò a tal punto che l'istinto indusse Nell ad abbandonare quella sorta di sogno misterioso, per ritornare alla realtà. Aprendo gli occhi, si ritrovò davanti una piccola fata lucente che le sorrideva, era la sua amica Ferli. L'aveva vista per pochi attimi nella grotta di Sethium, ma sarebbe stato impossibile dimenticare quella piccola creatura dalla bellezza così straordinaria.
<< Ferli! Perché sei venuta qua? >> sussurrò la ragazza, cercando di non svegliare i suoi compagni. Non essendo capace di parlare, la fatina alata rispose avvicinando al suo naso il dito indice rivolto verso l'alto, c

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   4 commenti     di: Carmelo Trianni


Meglio non pensarci

Lei statuaria, con i piedi nella sabbia;ad ascoltare quel canto monotono, che solo il mare sa esprimere. Capelli biondi color buccia di melone. La pelle legermente abbronzata. I suoi lineamenti di una perfezione esaltante. Un leggero broncio traspariva nel suo sguardo insonnolito. Una tiepida brezza alzava i suoi capelli a piccole ciocche, dispetti di un vento con poco fiato. Il naso all'in su' come i suoi seni. Non ho abbastanza maestria per descrivere il repentino susseguirsi di sensazioni che la venere mi trasmetteva. Un attimo, i nostri sguardi s'incrociarono. Mi sorrise. Il cuore mi batteva cosi forte nella cassa toracica; come se ne volesse andare, Il cervello dette il comando alle gambe di muoversi ma queste stentavano. Mi ricomposi e mi avvicinai. Dopo i convenevoli, che mi fecero riprender fiato, lei mi disse:che ne dici se questa sera ci vediamo il tramonto assieme? La risposta fu ovvia. Nell'andarmene inciampai su sdrai ombrelloni vecchie e bambini. Lei se ne accorse ma sorvolo'. In quel spazio di tempo che mi separava dall incontro, non vi sto' a raccontare quanto amavo la vita, gli animali, gli insetti, i fiori e le spine. Tutto mi era simpatico. Verso sera il sole ritardava ad andarsene. Mi era complice. Non potevo chiedere di piu'. Parlammo a lungo. Fra di noi era un intesa di sempre. Un ultimo spicchio di sole. Il mare si fece silenzioso. Lei prendendomi per mano mi chiese di baciarla. Un tonfo, un dolore lancinante. Mi ritrovai giu' dal letto inebetito. Sentii una voce: Claudio va a lavorare e' tardi.



Salute II

Dall’alto, da un naso a forma di nuvola, scendeva spiegandosi e gonfiandosi ai soffi dall’aria, un velo trasparente che le si parava davanti agli occhi. Poteva essere nebbia o vista sfocata. C’era una festa di gala ai piedi del salice ridente per l’occasione. La Falena Ali Smerigliate, che la folla chiamava Fatie, si rotolava con grazia insospettabile sulle bianche interminabili ottave, affondate nel tronco pesante ed eburneo, di un piano-tronco a coda lunga.
Scerì non frenò il volo, sarebbe passata attraverso il telo…aveva consistenza di zucchero a velo ma non ne sentì il sapore e vi cadde senza precipitare, adagiandosi in languido raccoglimento. Colava. Pilucchi e fibre le scompigliavano guance e sorrisi, carezzavano il muso, strimpellavano, vibrando il respiro. Quasi un canto, a seguire le onde sul vivo tessuto, marea di voci sconosciute e amicali nei flutti, squillanti e più gravi, nessuna rotta da timore o sussulto; eppure un vago disegno d’abisso vorticava l’etereo tessuto sul dorso. E ancora, scendeva veloce con percezione lenta, frenata dal letifico coro invisibile o nascosto tra le pieghe, senza tentare il più piccolo guizzo di fuga. La musica cessò quando ormai mancavano solo un paio di zampe di cavalletta allo schianto col suolo, nemmeno il tempo di urlare: “Eureka!”

L’urlo la fece rientrare d’un lampo nel suo involucro, pesantemente addormentato in una grassa e pelosa foglia di violetta; e in un altro veloce lampo la vista risucchiò reale e veloce i mondi del sogno e le loro sfumature.
Era ora di andare: ormai aveva deciso, doveva raggiungere il luogo narratole dallo Scarabeo, dove si svolgono le azioni e i giorni son fatti di fatti. Le indicazioni non erano molte né molto precise, ricordava qualcosa a proposito di un sentiero molto ampio, senza né terra né acqua, così duro che non lo si poteva percorrere di corsa, andavano fatti passi brevi ed essenziali su questa scura materia chiamata asfinimento o asfalto. Eran

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