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Racconti fantastici

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File eternity

Sono l'inizio e la fine, io sono tutto quello che vedo. Io decido per il mio mondo straordinario e bello, decido per me, paragonabile a un Dio...
Ora sono sospeso nell'aria scossa da una brezza immaginifica, c'è il vuoto sotto di me. Giù molto in basso, sotto un sottile strato di nuvole l'oceano crea

riflessi di arcobaleno. Come voglio posso decidere se cambiare colore.
Io sono tutto...
Faccio quel che devo fare e in men che non si dica l'acqua assume un colore più grigio. Le nubi che affastellavano il cielo sotto di me svaniscono come

se un gigante decide all'improvviso di ripulire i suoi errori. Anche il cielo diventa asettico e lentamente banchi di nubi scure appaiono sopra di me. I

fulmini iniziano a cantare.
Sono l'inizio e la fine... decido io la musica.
Pochi secondi bastano perchè le immense forze della natura inizino a fondersi. Un vento arriva da sud per scontrarsi con le correnti opposte. Si sente un

fischio nell'aria che cresce, inesorabile, mentre il mare ora è tempesta. Un onda si solleva come un macigno e spuma di potenza. Un altro fulmine seguito

dopo due istanti dal suo tuono, poi ne segue un altro, e di nuovo. Altre onde colossali prendono vita dal fischio delle potenti correnti, la quale si

scontrano come dèi per il dominio di un mondo. Lo spumare del mare, i gridi dei venti, i lampi dei tuoni, insieme:la più rilassante sinfonia mai

sentita. Io, sospeso nel mezzo di tutto, come un meditatore.
Io sono tutto quello che vedo. Lo voglio ancora più forte, lo voglio al massimo. E l'acqua non sembra più oceano ma una dimensione istabile dove

nessuno ha dato ordine. Sono in mezzo alle correnti, turbinanti. Ora formano un vortice largo chilometri, un panorama impossibile prende vita sotto di

me quando le acque si lasciano guidare dal vento. Turbinano a velocità indecifrabili senza più fermarsi. Agli estremi della tromba si erige un muro di

oceano, tutto intorno a me, così esteso che devo sforzarmi

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   0 commenti     di: kevin castle


Lux Aeterna - parte 3: in cammino verso la montagna degli spiriti

Laila divenne una statua incapace di muoversi, si sentiva paralizzata; non oppose alcuna resistenza quando la non-morta, impaziente, le infilò il pesante cappuccio sulla testa.
All'improvviso fu tutto buio, ma forse era meglio così, pensò tra se.
Sentì delle fredde mani taglienti levarle le scarpe facendola rimanere scalza; altre mani si aggiunsero strattonandola per le braccia e affondando le unghie nella carne.
A velocità impressionante la fecero scendere per delle vorticose scale a chiocciola e nel mentre avvertiva il contatto con il freddo del marmo che le congelava i piedi e l'anima.
Udì un suono familiare che tanto assomigliava a quello prodotto dalla porta della sua stanza quando si apriva, ma quel rumore era talmente forte da indolenzirle i timpani; pensò che sicuramente doveva essere un gigantesco portone blindato.
Laila capì di essere all'aperto, finalmente era fuori dalla fortezza ma prigioniera di un destino che non le apparteneva.
Avvertì di essere in cammino su di un ripido sentiero circondata da un corteo di voci, spaventose e metalliche.
Recitavano litanie in una lingua incomprensibile e un odore pungente d'incenso le faceva bruciare le narici.
I piedi cominciarono a farle molto male, le pene inflitte da sassi e spine lungo il sentiero divennero insostenibili.
Fu allora, quando i sensi stavano per cedere, che qualcosa d'inspiegabile iniziò a massaggiarle la pianta dei piedi ogni volta che essi toccavano il terreno. Lentamente si riappropriò della sensibilità persa.
Un piccolo vortice d'aria le si attorcigliò alle caviglie.
"Laila resisti! Sono Sylphie e sono qui con te. Le fate della terra si stanno prendendo cura dei tuoi piedi, non riusciranno a farti perdere i sensi!".
Ad ogni passo si sentiva più forte fisicamente ma ancora troppo debole nello spirito per affrontare l'imminente situazione.
Sylphie con tutta la dolcezza possibile della sua voce flautata si rivolse al suo orecchio:
"Siamo quasi sulla cima della montagna

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   10 commenti     di: Kartika Blue


Cuore Oscuro - parte prima

La bufera infuriava violentemente fino a perdita d'occhio. La neve veniva trasportata dal vento in un vorticare caoticio, e gli stessi alberi erano percossi con forza inaudita: la stessa montagna pareva vibrare. All'interno di una scura ed ampia grotta, un uomo imponente, ricoperto da pesanti pellicce sopra una leggera cotta di maglia e con robusti calzari di cuoio lunghi fino al ginocchio, dai capelli rossi come il fuoco che gli arrivavano ben oltre le spalle, guardava all'esterno con le braccia conserte, un fodero con una lunga spada al fianco.
"Non ci potremo muovere da qui per molto tempo. Le tempeste di Northen sono note per la loro durata. Potremmo anche morire di fame"
Il rumore terribile della bufera rendeva difficile la comunicazione, ma poco dopo una leggera voce femminile, proveniente da un punto della grotta più distante dall'usita rispetto all'uomo, rispose:
"Dannazione, Konrad! Non voglio morire così! Dobbiamo trovare un modo per salvarci... questa grotta sembra perdersi nell'oscurità, magari se la percorreremo tutta sbucheremo da qualche altra parte"
Konrad di Oldin si girò verso la donna, dando le spalle alla bufera. La giovane era parzialmente in ombra, ma ciò non nascondeva la sua figura longilinea ricoperta da una veste foderata di pelliccia che le arrivava sino agli stivali e i suoi capelli così biondi da sembrare fili d'oro.
"Non conosci le leggende sulle grotte di questa vallata, Julia? Si dice che al loro interno dimori una razza mostruosa e assassina, che dall'alba dei tempi dimora nel cuore di queste montagne odiando noi abitanti della superficie"
La donna lo fissò sgranando gli occhi azzurri come zaffiri, ma prima che potesse dire una parola fu bloccata dalla voce di Konrad:
"Certo, preferisco morire combattendo mostri che di fame. Sta a te la scelta. Avevo promesso di accompagnarti e proteggerti in questo tuo viaggio verso il regno di Aristos, e così farò"
La donna si appoggiò alla fredda roccia che compon

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   0 commenti     di: Andrea Bocca


Morte di una strega

Sdraiata sul pagliericcio della cella, vedeva e non vedeva il cielo ancora scuro fuori dalla piccola finestra, serrata da spranghe di ferro. Non aveva più forze, il corpo aveva ceduto alle torture; presto avrebbero messo fine alla sua esistenza.
La coscienza andava e veniva come piccoli flash. Una volta era stata potente, invincibile poi il tradimento di chi l'aveva resa tale; accecata dall'ambizione si era resa vulnerabile e adesso lui voleva la sua anima tutta per sé. Dalla vita alla non vita.

Sentiva le urla e gli schiamazzi della folla intorno. Qualcosa la colpì alla testa e le fece aprire gli occhi: attraverso le sbarre del carro di legno, i volti accaniti del popolo le urlavano la loro verità.
"Brucia strega!"
"All'inferno"
"Maledetta! Al rogo"
Ci mancava poco, la luce le si spense.

La trascinarono fuori dal carro. Un corpo inerme ormai vicino alla fine. Indossava una tonaca lacera e rotta. I capelli, una volta fluenti e neri erano stati tagliuzzati in segno di disprezzo.
La legarono ben stretta al palo, un corpo martoriato che non la rappresentava più.
L'odore del fumo, forte e secco le penetrò le narici, risvegliandola un'ultima volta. Fece appena in tempo a rialzare la testa e le sembrò di vedere Martino in fondo al mucchio dei volti. Poi crollò definitivamente, sperando di risparmiarsi gli atroci dolori che le avrebbe procurato il fuoco.

   10 commenti     di: Paola B. R.


La fine

La luce filtra sbilenca tra le assi di legno che formano quel cubicolo scuro che è il capanno degli attrezzi. Stano per aria come decine di lame bianche sospese nel nulla, sembrano tanto solide da poter tagliare la realtà se gli capita di passargli accanto. Dalla mia posizione posso ammirare il cappio che dondola tra loro, legato alla base della trave portante. Sembra quasi chiamarmi con voce invitante: vieni!
(Sei sicuro di volerlo fare?)
Oggi è una splendida giornata. Nel parco in cui lavoro come giardiniere ci sono tanti prati verdi e aiuole fiorite, famiglie e bambini che giocano felici.
(Non è ancora giunta la tua ora.)
- BASTA!
Il mio urlo rimbalza tra le assi, persino il cappio sembra colpito dalla sua forza che pare fargli aumentarne il rollio. La voce dentro la mia testa continua a parlare.
(Non sono stato io a decidere, nessuno a colpa )
- Certo, sono le stesse parole che ha usato il dottore per dirmelo non è colpa di nessuno.
Quel momento mi ritorna in mente con una forza dirompente, quasi sia ancora lì, in quell'ospedale, ad aspettare il responso della visita. La sala bianca, nell'aria un forte odore di medicinali, dovrebbe dare l'idea di pulito, invece riesce a rendermi ancora più stordito. Sui muri sono appesi poster d'anatomia umana, enormi scaffali pieni di scatole medicinali, una scrivania, un computer acceso, qualche sedie, il letto su cui sono sdraiato. La vita dalla visuale del malato non è piacevole, e fatta soprattutto di paura e apprensione. Il dottore entra con passo veloce nella stanza. Con un gesto della mano mi fa segno di rimanere sdraiato, bloccando sul nascere il tentativo di mettermi in piedi. Sembra molto giovane, potremmo essere quasi coetanei, ma il suo sguardo è spento, freddo in maniera innaturale, come se avesse visto cose capaci di spegnergli ogni emozione se non la rassegnazione.
- La sua TAC è uscita molto bene. Ora abbiamo un quadro abbastanza chiaro della situazione clinica. Come si sente ora?
- Meglio,

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   0 commenti     di: Mauro Bianco


Bravi, violenti ragazzi

I ragazzi erano riuniti nella sede del Grifone fans club da battaglia nel centro storico di Genova, in Via San Luca. Dovevano organizzare le coreografie e i combattimenti per la successiva domenica di campionato, quando il Genoa avrebbe giocato in casa della Lazio.
Quell'anno entrambe le squadre si erano dimostrate mediocri ed erano impelagate nella lotta per non retrocedere. Per fortuna ci pensavano gli ultras a tenere alto l'onore delle rispettive società. Nel campionato che li riguardava di persona, infatti, i fans club di Genoa e Lazio lottavano per lo scudetto parallelo, appaiati in terza posizione, staccati di quattro lunghezze dai guerrieri al vertice, i temibili e spietati Atalanta fauns, e di due dagli Inter constrictors.
I Grifoni, ultras del Genoa e campioni in carica, avevano testa, cuore e fegato a sufficienza per puntare di nuovo allo scudetto. Inoltre sapevano infierire su ogni avversario in difficoltà in maniera così crudele da rasentare addirittura l'arte con la A maiuscola. Le nullità che ogni domenica calcavano il "campo verde", cioè il tradizionale rettangolo di gioco in erba, e infangavano i colori del Genoa, moltiplicavano nei ragazzi le energie e la rabbia da scaricare sul loro terreno di gioco, il cosiddetto "campo grigio", le gradinate in cemento.
Il match di andata tra le due bande metropolitane organizzate era stato intenso, sofferto e combattuto, con oltre un terzo dei lottatori schierati costretti all'abbandono prima del termine. Alla fine era stato dichiarato il pareggio, l'unico subito dal Genoa nel corso del girone di andata, e adesso, dopo un'infinita serie di proclami, entrambe le formazioni attendevano con ansia il giorno della resa dei conti.
In quel momento i ragazzi stavano discutendo sulla tattica migliore da utilizzare in battaglia.
"Le Aquile Lazio attaccano sempre sulle linee centrali." - disse il biondo e robusto Gran Grifone Sergio Papa, il capo, anzi, il Papa, com'era ormai noto in tutta Italia i

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   9 commenti     di: Massimo Bianco


82, Washington Road (Episodio 5)

Nell'umidità della sera, fantasma tremolante che invadeva l'intera città, Sarah Venkman e Jake Sanders camminavano nelle strade deserte come anime perse. Esaurita la scarica di adrenalina erano diventati entrambi preda dello sconforto, ora che la mostruosità che era emersa dal professor Finnies faceva capolino nei loro ricordi sfidando ogni certezza riguardo a ciò che può esistere e ciò che mai dovrebbe, ora che le parole dei misteriosi uomini in nero aprivano scenari inaccettabili e tremendi, ora che erano sopravvissuti ad una gigantesca esplosione e altro non desideravano che svegliarsi da quell'incubo troppo concreto.
Avevano deciso di non tornare a scuola, temendo che altri esseri potessero celarsi al suo interno, e di non andare alla polizia, come pure sarebbe stato giusto fare, perché nessuno avrebbe mai creduto ad una simile storia, tantomeno se raccontata da due adolescenti. Era meglio tornare a casa, si erano detti, dove potevano trovare un po' di comprensione o, almeno, un po' di rassicurante calore. Sebbene casa sua fosse più vicina, Sarah aveva insistito che andassero entrambi a casa di Jake, vincendo l'incertezza del ragazzo con uno sguardo severo ed uno strattone violento.
Casa sua, se così poteva chiamarla, era una roulotte arrugginita parcheggiata in un deposito di decine di altre roulotte altrettanto arrugginite; da che i suoi genitori erano morti in un incidente vi abitava con suo zio, suo tutore legale, che ogni sera si ubriacava, la picchiava e la violentava, brevi sfoghi di bestialità che erano sufficienti a rendere la sua giovane vita un incubo. Viveva lì da quattro anni e ormai aveva sviluppato delle difese, era diventata abbastanza forte da respingerlo quando era parecchio sbronzo, aveva preso l'abitudine di non rientrare fino a tardi, sperando che lui crollasse prima, e si era chiusa in se stessa, dove il mondo crudele ed ingiusto non poteva raggiungerla.
Non aveva difese, però, da creature demoniache come quella che si

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