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Racconti fantastici

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La srega

Marianna viveva sola ormai da molti anni in un appartamento di due stanze scure ed umide nella periferia di una piccola città della Lombardia
La sua unica compagnia era rappresentata da Ettore, un gatto vecchissimo e mezzo cieco che un tempo doveva essere stato nero ed ora aveva assunto un colore sbiadito che lo rendeva spiacevolmente anonimo. Da tempo ormai parlava quasi esclusivamente col gatto e con i santi che pregava tutti i giorni recitando a memoria sempre le stesse preghiere imparate in gioventù. Aveva trasformato una delle sue due stanzette in un piccolo santuario: ceri ed immagini sacre appese dovunque. Dal suo piccolo appartamento usciva un odore di cose vecchie di incenso e di urina. Forse per questo i vicini non la potevano sopportare: dicevano che era una strega e che portava sfortuna. La vecchietta aveva ormai 87 anni ed il suo volto era completamente raggrinzito, avrà raggiunto sì e no i quaranta chili di peso e camminava a fatica, tutta ingobbita recitando litanie ed antiche preghiere in latino arricchite da strane formule imparate molti anni prima al paese natale. La vita, per lei, era diventata un rituale estenuante e sempre uguale. Una sorta di lotta continua che conduceva diuturnamente ed ossessivamente per sconfiggere l'ansia e la paura che l'andavano attanagliando ormai da anni.
I suoi rituali esorcizzavano l'ansia, che come si sa, è una paura senza oggetto, ma poco potevano contro la paura vera e propria che le facevano certi giovinastri del paese che, un po' per gioco, un po' sul serio, avevano cominciato a chiamarla strega ed a farle ogni sorta di dispetto. Si erano sparse delle strane voci: una volta Benassi, il garzone della farmacia, dopo averla vista, era scivolato e si era rotto un polso, le comari dicevano anche che quando passava lei era opportuno rimanere alla larga almeno con i bambini piccoli. Eppure Marianna non aveva mai fatto del male a nessuno. Quand'era più giovane anzi aveva sempre tentato di aiutare chi ne aveva bi

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Elogio del corpo

La religione cattolica, specie in passato ha svalutato l'importanza del corpo assertion che l'essenza dell'uomo è da ricercarsi nello spirito, nell'anima. Oggigiorno, tuttavia numerosi teologi concordano nell'affermare che anima e corpo sono due aspetti di una stessa realtà ed invitano ad affidarsi di più al corpo.
Del corpo ci si può fidare. Fa atto di presenza alle riunioni, inoltre fa bella figura in giacca sportiva e torna comodo ( è l'unico modo) quando ci si vuol dare una grattatina.
Provate a partecipare ad una riunione senza corpo, per quanto possiate partecipare e stare attenti, quelli vi segneranno assenti. E dopo tre assenze...
Bisogna rispettare il proprio corpo. Io lo rispetto sempre, anche se lui invece, a volte, se ne va per i fatti suoi e manco mi saluta. Consapevole della sua superiorità mi ignora, finge di non conoscermi. C'è una specie di schizofrenia, una specie di scissione cartesiana tra me e lui. Io comunque, malgrado questi episodi di maleducazione continuo a rispettarlo perché sono consapevole della sua importanza di cui vi fornirò alcuni semplici esempi.
Provate a partecipare sempre alle riunioni di condominio senza il corpo: dopo un po' costruiranno davanti al vostro corridoio d'ingresso, riempiranno il vostro garage di scatoloni e rattatoilles varie, arriverete alla fine a trovare i cani dei vostri vicini dormire comodamente nella vostra camera da letto. Per forza, gli altri condomini hanno messo ai voti tutte queste opzioni e voi non avete potuto alzare la mano perché il vostro corpo non c'era.
Al contrario, mandate solo il corpo alle riunioni condominiali e pensate ai fatti vostri per tutta la riunione. Anche in questo caso, non capendo il motivo, non alzerete la mano, però la presenza del vostro corpo alzerà il quorum di maggioranza e gli altri condomini non potendo raggiungere la maggioranza assoluta dei voti più un, non potranno causarvi tutti quei danni precedentemente descritti. Qualcuno potrebbe obiettare che

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Alla fontana lattea

Anno 10. 000, dopo un estenuante battaglia i piloti del caccia g2m6t5, costretti a nascondere il segnale di comunicazione che li univa all'astronave madre per non essere intercettati, si trovano alla deriva nello spazio ed entrano nell'orbita di un pianeta dall'atmosfera compatibile alla loro respirazione; con le apparecchiature disattivate non riescono ad avere un idea degli anni luce che li separano dal loro pianeta natale, ma dovevano essere veramente tanti e uno dei due piloti approfittando della mancanza di un controllo elettronico scherzò(scherzare era vietato): "dovremmo essere ad un'eternità-luce da casa" ... l'altro che non si fidava dei processori microcontrol che c'erano sulla nave neanche se erano spenti non accennò neanche un sorriso... Comunque, nonostante la freddezza infilatagli nel DNA da generazioni, atterrando entrambi provarono la stessa sensazione di accoglienza e dimenticando superficialmente di effettuare le manovre di sicurezza da effettuare comunemente per evitare di entrare su pianeti ostili, si ritrovarono a camminare sulla superficie del mondo sconosciuto...
Già, camminare... un azione che veniva inserita nei cervelli alla nascita, ma che nessuno aveva mai fatto da almeno mille astroannispaziali, il movimento cinetico e ancor prima i piedi bionici rendevano superfluo sapere camminare.
La superficie che calpestarono appena usciti dall'astronave era ruvida, ma lineare e color rosa non più lunga di 10 mitrian e non più larga di 5 mitrian con alle estremità della lunghezza due pali ai quali era attaccato con un sistema rudimentale un piano rettangolare e un cerchio metallico con una rete bucata... i due si guardavano intorno, mai avute sensazioni simili dal solo osservare, e dopo un centinaio di passi arrivarono davanti ad un monoblocco di pietra dal quale sporgeva un piccolo tubo color orauser dal quale a sua volta usciva un liquido trasparente che pareva avesse una sua forza di gravità... era l'acqua; Spike cominciò a bere.

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La zona di confine e i due regni (parte 1)

Erano quattro mattine di fila che lo vedevo sull'autobus e quei dieci minuti di tragitto stavano diventando i più importanti di tutta la giornata; vederlo mi provocava uno strano effetto, mi sentivo come una neonata che si affaccia al mondo per la prima volta.
La sua presenza a pochi centimetri di distanza, mi scatenava una dolorosa euforia da cui stavo diventando indipendente; era in assoluto la cosa più bella che avessi mai visto.
Ero talmente assorta nei miei pensieri da non fare caso alle mani ormai intirizzite dal freddo, solo l'arrivo del bus delle 8:24 riuscì in parte a riportarmi alla realtà.
Mentre salivo speravo con tutte le mie forze che lui fosse lì e che incrociasse il mio sguardo con i suoi occhi castani striati di verde.
Come al solito era una gran fatica riuscire a passare, c'era sempre quell'anziano con una ridicola mantella marrone che ingrombrava il passaggio con la sua enorme pancia.
Diedi una rapida occhiata e... eccolo lì, poco più avanti, l'universo che avrei voluto scoprire: il ragazzo con l'i-pod, aveva il volume talmente alto che riuscivo chiaramente a distinguere la canzone, era Archangel di Burial, ma ad ancor più alto volume sentivo il rimbombo del mio cuore impazzito.
Bip-bip-bip-bip-bip-bip-bip,
la sveglia!
No, no, non poteva essere possibile, per la quinta notte di seguito facevo lo stesso sogno. Ho sempre odiato sognare, sì, insomma, ti fa rimanere addosso un senso d'amarezza nello scoprire che non è reale; preferisco di gran lunga gli incubi, è un gran sollievo risvegliarsi e scoprire che non è successo niente.
Dovevo sbrigarmi ero già in ritardo, in venti minuti ero pronta per uscire.
Davanti alla fermata dell'autobus accesi la prima sigaretta della giornata e il fumo che mi usciva dalla bocca mi ricordava tanto quel vivido sogno che svaniva ogni mattina.
Puntualissimo stava arrivando il bus delle 8:24, cavoli, per salire quasi stavo inciampando su un lungo cappotto di uno degli altri passeggeri. La corsa ri

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   9 commenti     di: Kartika Blue


Punto atto e tatuato, L'incontro con l'Uomo-dalla-treccia-canuta (parte 1)

Dal blog-novel http://puntoattoetatuato. blogspot. it/

3 dicembre 2011. Venezia, Campiello san Rocco. Da più di mezz'ora Aurelio aspettava nel luogo dell'appuntamento, la vetrina del negozio di tatuaggi. "Insisto perché tu arrivi puntuale", gli venne raccomandato con insistenza, ma del tatuatore non vi era ombra. Per mantenere la parola, Aurelio dovette fiondarsi dal treno, uscire di gran fretta dalla stazione e farsi d'un fiato tutto il tragitto, ponti compresi. A linea d'aria gli sarebbero bastati quindici minuti scarsi, ma la poca dimestichezza con la città gli fece perdere spesso la via, impiegando il quadruplo del tempo.
Ora stava lì, spazientito ad aspettare. Con un piede si appoggiava al muro del sotoportego adiacente all'ingresso del negozio. Stava immobile, proteg-gendosi dal soffio di quel vento dicembrino, che penetrava attraverso le fib-bie delle scarpe, i jeans, il cappotto grigio doppiopetto.
Insofferente, estrasse dalla tasca un foglio. Era la locandina del negozio, che due settimane prima lo incuriosì terribilmente, mentre in quel momento, ri-letta nella gelida solitudine, infondeva unicamente una sensazione di sciagu-ra.

Il corpo umano è l'espressione del mondo che ci circonda. Nella sua perfe-zione, è metafora di una moda, di una cultura, di una società. Se l'interezza del corpo viene spezzata, da esso scaturiranno ossessioni, demoni, tabù; ma se la sua armonia viene esaltata sapientemente, eromperanno forze più po-tenti di un soffio vitale.
L'arte che valica e amplifica il confine limitato del corpo è il tatuaggio. Con la simbologia giusta, tatuata nella zona adeguata, alcuni punti vitali muteranno e si espanderanno, sviluppando attitudini speciali.
Non esitate allora, venite a fare un tatuaggio!

Ricevette quel foglio durante una gita scolastica a Venezia, durante la pausa libera tra una visita di un museo e l'altra. Glielo lasciò un tizio che si direbbe più anomalo che strano. Aurelio lo ricordava perfettamente. Alto e i

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   3 commenti     di: Matteo Contrini


IL PICCOLO CACCIATORE DI DRAGHI - Capitolo primo

DANIEL

Era un tardo pomeriggio come tanti, in una regione che un tempo veniva chiamata "Terra fra due Mari". Il sole ripiegò ad ovest per consentire all'ombra degli alberi di allungarsi a dismisura, ed un folto gruppo di corvi si posò sulle rovine di quello che un tempo era stato un grande tempio, lasciando presagire nulla di buono.
Poco distante, un piccolo cacciatore aveva deciso di allontanarsi dal resto della famiglia per raggiungere un luogo particolare con la speranza di catturare una pericolosissima creatura...
<< Daniel! Dove vai? >> chiese suo fratello.
<< A caccia di draghi! Tornerò prima del tramonto! >> rispose il bambino in modo rassicurante senza neanche voltarsi.
<< Stai attento piccoletto! E non ti allontanare troppo! >> ribadì il primo di rimando.
Daniel era un vivace bambino di undici primavere, ma in cuor suo si considerava già un piccolo e coraggioso cavaliere, sempre pronto a proteggere i più deboli con l'aiuto della sua invincibile spada.
In realtà, i draghi che combatteva erano piccole ed innocue lucertole e la sua arma era una spada costruita da suo nonno semplicemente unendo due fascette di legno di misure diverse. Paladini e cavalieri in brillanti armature, leggende di draghi, maghi malvagi e principesse da salvare... queste storie lo avevano da sempre affascinato.
Quel giorno il piccolo Daniel era molto contento: si stava allontanando dalla casetta dei nonni per andare a visitare un'antica tomba che si trovava in un campo poco distante. Alcuni contadini ne avevano parlato con suo nonno la sera prima; si trattava di tombe scavate nel terreno, una delle quali conteneva oggetti probabilmente appartenuti ad un antico guerriero. Per loro erano solo stupidaggini ma per Daniel era l'occasione giusta per andare a visitare il luogo dove giacevano, da moltissime primavere, i resti di un valoroso cavaliere, forse un autentico cacciatore di draghi.
Quando arrivò in quel campo abbandonato non trovò gli altari di marmo, stat

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   6 commenti     di: Carmelo Trianni


2 secondi

Solo, finalmente solo! Sono andati via tutti, con discrezione, pavidi e tentennanti, ma sono andati via.
È la prima volta che resto solo da... ormai più di sei mesi, voglio godermi questo momento iniziando con un profondo sospiro di sollievo. Mi guardo intorno, sono in un piccolo bilocale in un grande condominio. Unica parete esterna una grande vetrata che affaccia su un terrazzo. L'ingresso dà direttamente in casa, un ampio soggiorno, in un angolo la zona cottura con a fianco un bagno, dirimpetto l'angolo notte. Non una camera da letto ma un vero e proprio angolo letto, ovverosia uno striminzito spazio dove a stento vi entra un letto ad una piazza e mezzo, senza alcun comodino, vi sono solo due piccole mensole ai lati, grandi appena da contenere un abat-jour e una piccola sveglia, nient'altro.
Il soggiorno invece è grande, quasi quaranta metri quadri, altrettanto grande è il terrazzo, non quanto la stanza, forse la metà, ma essendo collocato al trentaseiesimo piano ti da una piacevole sensazione vertiginosa.
Tutto il palazzo comprende sessanta piani e si snoda come un immenso serpente sul litorale adriatico per una lunghezza di oltre mille metri. Ormai le costruzioni si fanno con questi criteri, ovvero deturpando la natura in ogni modo.
Mi avvicino alla vetrata, sento il bisogno di respirare aria fresca, l'apro e mi sento invadere da una folata di vento. È solo un momento, quanto basta per stordirmi, poi varco la soglia e mi dirigo verso la rete di protezione che funge da parapetto. La vista è da mozzare il fiato, il mare sotto di me è di una bellezza unica. Le prime ombre pomeridiane mi permettono di scrutare senza bagliori un orizzonte di azzurro intenso.
Respiro profondamente poi, inebriato, mi dirigo verso l'unico mobile presente, una sedia a sdraio ben imbottita e con sopra un quotidiano dai lembi svolazzanti. Mi siedo accomodando la spalliera ed apro il giornale, è il Cronic, titoli e foto non mi dicono nulla, solo la data, spezzando l'incante

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   6 commenti     di: Michele Rotunno



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