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Racconti fantastici

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La Vita e la Morte... in cinque righe

I giocatori di scacchi sono quasi tutti magri. Infatti pochi sanno che una buona partita di torneo della durata di cinque ore comporta lo stesso dispendio di energie nervose di dieci round di boxe o anche di cinque set a tennis. Più si è bravi e più si gioca, più si è scheletrici. Infatti una brava giocatrice di scacchi è La Morte; più magra di così... lei ha perso una volta sola: contro la Vita.



Le Ali di ICARO

Scena 1 - LA POSTAZIONE

(voce di uomo)
Gli angeli salgono e scendono dal “tubo”. Come a una stazione di autobus. Nella sala, vetrate tutto intorno che abbracciano la visione della Terra. Al centro il “tubo” è l’ascensore che porta a Terra. Sulla rastrelliera vicino agli armadietti degli oggetti, appesi vicino agli impermeabili primaverili spiegazzati, le ali da angelo pendono dalla rastrelliera. È quasi primavera adesso, sul pezzo di Terra qui sotto.
Un tavolo abbastanza grande ma non troppo, al centro della sala. Sarà un metro per tre.
Mario, Frida, Icaro e Alina, stanno giocando a carte. Sono angeli. Un’altra di quelle interminabili partite, quando il turno di guardia capita in un giorno gradito al Signore e da Terra, non ci sono tante chiamate.
Dalle vetrate altissime, il cielo si riflette chiaro e luminoso, terso. Se fossimo veramente presenti nell’atmosfera, e non lo siamo, potremmo dire che la Postazione sarà … ad un’altezza di 13. 000 metri. Direste circa 40. 000 piedi, se siete delle Postazioni del nord.

(uno degli angeli dice rivolto all’altro) “Hai notato? Siamo all’altezza giusta perché non sembri che gli aerei di linea ci si schiantino addosso. Guarda le nuvole sotto di noi, come si avvolgono su se stesse! Ahh, che meraviglia questi riflessi, che pace! Sotto però, è tutto grigio. Piove e sta calando il sole”.

Si, oggi sulla Terra, qui sotto, piove. La coltre di nuvole su cui si riflette il sole del pomeriggio è compatta.
Il pannello luminoso sulla parete, si accende ed il suono è intermittente, per fortuna abbastanza delicato, si diffonde per due o forse tre volte. La Direzione, grazie a “…Lui” tende ad evitare ogni forma di ripetitiva regolarità.
La pazzia non è un’esclusiva umana. Centinaia d’anni uguali non sono sopportabili neanche da un angelo.
Alina, corre. Lo sa, è il suo turno. Va alla rastrelliera, afferra le ali, le indossa, o meglio le “incorpora”. Va verso il tubo, l’asc

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La Morte e il Cavaliere

Prego... dopo di lei.




Qualche giorno fa mi è passata accanto la Morte. Non ho fatto in tempo a vederla in faccia. Da come correva, sembrava avesse un diavolo per capello. Le ho fischiato dietro. Si è fermata. Ne ho approfittato per scambiare quattro chiacchiere. Chiederle il motivo di tanta furia. Sono stati attimi che definire rivelatori sarebbe troppo. Diciamo, più semplicemente, umani.
Nulla di surreale e ineluttabile come la sfida a scacchi del generoso e temerario cavaliere medievale Antonius Block. E, in ogni caso, gli stati d'animo erano invertiti: io ero piuttosto tranquillo: non avevo né paura, né angoscia, né rimpianti; lei, invece, sembrava contrariata. Ma che dico: incazzata come una biscia! Tutto l'opposto dell'iconografia classica, che la vuole immancabilmente tonica, impaziente e avida. Spesso sinistramente silenziosa. Talvolta sadicamente beffarda. Sempre ostinatamente e meccanicamente al lavoro come una mietitrebbia. Soddisfatta e orgogliosa del suo compito sociale, della sua funzione calmieratrice. Refrattaria a scrupoli e rimorsi.
- Mi scusi, è forse incazzata con me?... per questo viaggio a vuoto? -
- Macché... questi sono gli incerti del mestiere... falsi allarmi... cose che capitano ai comuni mortali. Tutto preventivato. Meglio per lei. -
- Scusi se insisto... non se ne abbia a male... ma allora perché tanta cupa agitazione?
- Non so se posso aprirmi... non la conosco abbastanza bene. Anche se dalla sua scheda sembra una persona degna di fiducia. -
- Beh... non le posso promettere che non ne farò cenno con anima viva... le posso solo dire che terrò la cosa fra una ristretta cerchia di amici.
- Fanculo le regole... ma sì... farò uno strappo... almeno mi tolgo il rospo. Vede, il fatto è che mi sono rotta del mio compito. Di essere una semplice esecutrice. Una sorta di ufficiale giudiziario. Ch

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Attraverso la Voce: Atto 1

Prologo: Celtic Sea 1195
È andato tutto storto. La tempesta ci ha travolto senza il benché minimo preaviso. Il vento urla mentre, assieme alla pioggia flagella la nave da ogni direzione. La tetra oscurita che ci avvolge viene trafitta soltanto, dal rosso bagliore del falò di una torre di guardia. La terra è vicina. Ma non so se riuscirò a raggiungerla. Benjamin mi si avvicina urlando a squarciagola: "John, che facciamo?! La tempesta è troppo forte! Se continua cosi saremo dati in pasto al mare!" Con la mano mi asciugho il viso come meglio posso mentre manovro il timone sferzando con violenza: "Ben, ascolta... devi ritrarre le vele! Capito? Se riusciamo a non farci trascinare troppo dal vento avremmo una possibilita!"Ben mi guarda come se avessi detto la cosa più folle del mondo: "Ma sei impazzito?! Senza le vele la nave andrà fuori controllo!" "La nave è già fuori controllo idiota! Senza le velle almeno avremmo un po' di tempo per riportare questa bestia in asse!" Senza esitare oltre Benjamin comincià ad arrampicarsi sull'albero maestro. Sbattuto dal vento e dalle vele Benjamin armeggia con le corde con frenesia. All'improviso si ferma. Cosa avrà visto? Non faccio in tempo a chiederlo che già lo sento gridare: "Uno scoglio! Uno scoglio di prua!!!". Maledizione! Sterzò il timone della nave a destra più in fretta che posso. Ma non abbastanza. Sento il fianco sinistro della nave che si incrina. Poi sento il fragore del legno che si spezza come un ramoscello, mentre gelide onde travolgono l'intero ponte. La nave sobbalza e io vengo lanciato quasi fuoribordo. Cado poco prima di perdere i sensi.
Atto I: England Bay
Mi sveglio sentendo i sussulti sotto la scomoda superficie di legno sulla qualle giacio. Apro gli occhi e vengo accecato dal sole mattutino. La testa mi gira, ma riesco comunque a metermi seduto. Una mano mi stringe la spalla: "Ehi vacci piano amico mio... Hai preso una bella botta!" Anche se a fatica riconosco la sua voce: "Benjamin? Ma tu..

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Cronoloop

La cronomacchina cessa di ronzare all’improvviso, capisco d’essere arrivato. Ho una strana sensazione: mi sembra di rivivere questo momento per la milionesima volta, comunque mi scuoto, apro il portello.
È come le impronte di Aldrin sulla Luna, è come Colombo quando avvistò l’America, invece fuori ci sono solo due militari che mi aspettano, e anche piuttosto dimessi, neppure in alta uniforme. Accanto a loro c’è una limousine nera con una portiera aperta che mi aspetta. La limousine è sporca, avrebbe bisogno d’una bella lavata, peccato lasciare così una macchina tanto bella, sto pensando mentre supero i due militari ed entro in auto. Nel lussuoso abitacolo un generale con la faccia tesa, gli occhi infossati, la barba lunga e la divisa in disordine, mi sta aspettando. Un generale che conosco ma del quale non so il nome.
L’auto parte e guardo il panorama dal finestrino blindato mentre il generale stancamente mi mette al corrente degli ultimi sviluppi della situazione. Tutte cose che già conosco a menadito perché ho sentito infinite volte, intanto l’auto prosegue nel suo viaggio verso una base militare nascosta trai monti. Sono stanco, stanco di ripetere gli stessi gesti, d’ascoltare le stesse parole, ma forse tutti sono stanchi di rivivere gli stessi momenti. Stiamo andando verso una villetta all’interno della base. C’è la mia ragazza che mi aspetta, staremo assieme fino al momento del ritorno. Abbiamo superato il tratto di deserto e ora l’auto imbocca il rettilineo che porta alla base, eccola, le sbarre sono già alzate, ancora poche centinaia di metri e saremo davanti alla villetta. Il generale intanto non ha mai smesso di parlare malgrado la mia palese disattenzione. La limousine s’arresta, scendo lentamente e mi avvio verso la porta d’ingresso, salgo i cinque scalini e sono sul porticato, la porta adesso dovrebbe aprirsi e lei mi getterà le braccia al collo piangendo.
Ma la porta resta chiusa, ho un attimo d’indecisione, po

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L'era dopo la Guerra

Era una calda sera d’estate e al “Boccale d’oro” c’era un gran trambusto, all’epoca il locale era conosciuto per l’ottima birra di malto(riconosciuto perché l’unico) ma soprattutto per la sua sporcizia e per il suo cibo scadente. Non voglio accanirmi particolarmente, sicuramente le osterie del tempo non profumavano di rose, ma questa…
Perché così tragico mi dite?
Bè immaginatevi un maestoso lampadario al centro della sala, a dir poco sporco, tanto che le candele che vi erano sopra non si vedevano nemmeno per la strato di polvere. Per non parlare poi del pianoforte abbandonato nell’angolo più remoto dell’osteria che nessuno non usava ormai da anni, ornato da cocci di vetro e ragnatele. Il pavimento brulicava di ratti e ragni disgustosi ormai abituati alla clientela altrettanto disgustosa. E infine a capo di tutto Baldino, un omone fatto di muscoli, un grosso naso rosso (coltivato accuratamente negli anni con ottime annate) e tanta bontà, intento a spiegare a nuovi clienti le sue avventure ormai lontane, con orchi e mostri. Vi state immaginando la scena? Bene, ora inserite tra un tavolo e un altro, fra una rissa e l’altra, un ragazzo, Fedor. Il viso imberbe e il corpo esile lo facevano apparire un ragazzino da scuola (questo perché solo i fanciulli andavano alla scuola dell’obbligo), ma la parte interiore era totalmente differente: la serietà che aveva sul lavoro, la galanteria che poneva verso le signore e la maturità che rivolgeva alla gente lo contraddistinguevano.
Fedor era un ragazzo nato e vissuto da sempre in paese con suo zio Oliof, un grazioso vecchietto che adorava. Ciò che più mi preme dire di lui, è che lavorava nella locanda da parecchio tempo, il locandiere e Fedor erano diventati amici e il giovine si confidava spesso con il conoscente. La serata era al termine, quasi alla fine, quando ebbe un attimo di pausa andò dall’amico
-“buona serata questa, vero Baldino?”- incalzò Fedor
-“buona sì”- disse

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La bambina e l'albero

piove... piccole gocce via via sempre più grandi e pesanti si abbattono su un esile figura che come una statua di marmo sta lì, immobile fissando un punto nello spazio davanti a sè che sembra non coincidere con ciò che vi si trova in realtà... ossia nulla... una distesa infinita di erba che arriva all'altezza della vita dell'esile figura come fosse una di quelle statue di cui nonostante se ne conosce il valore, le si lascia lì, abbandonate alle intemperie... la ragazzina con la mantellina gialla immobile in mezzo a quella distesa verde con lo sguardo perso verso l'orizzonte poteva essere scambiata per molte cose... poteva anche trattarsi di un albero le cui radici sono salde al terreno su cui si trova... potrebbe trattarsi di un ancora gettata in mare fissa sul fondo... potrebbe essere molte cose... ma era semplicemente una ragazzina di appena undici anni la cui mente disegnava in quella distesa infinita di verde, con l'ausilio della sua fantasia, un mondo diverso da quello che era in realtà... per questo motivo non riusciva a staccare gli occhi (la mente) da quel luogo così lontano eppure così vicino a lei... nemmeno la pioggia poteva turbare i suoi pensieri, nulla avrebbe frantumato il suo mondo di cristallo... lì, proprio su quella collina un enorme albero silente stava... silente, poichè nessuno più si recava da lui per implorare consigli alle sue sagge fronde... nessuno più credeva nella saggezza della natura anzi tutti tentavano di sradicarla e le nuove generazioni avevano preferito dimenticare i tempi d'oro in cui gli alberi erano la vera ricchezza dell'umanità... così lui in silenzio osservava e attendeva il giorno in cui anche le sue radici si sarebbero raggrinzite perdendo la loro linfa vitale... ma quel giorno nessuno avrebbe pianto per lui poichè nessuno avrebbe ricordato la sua esistenza... nessuno... tranne forse quella bambina che lo osservava da lontano come se lo vedesse veramente... ma... no. Questi erano pensieri di una pove

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   2 commenti     di: Noemi Seminara



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