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Racconti fantastici

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La bottiglia in fondo al mare

Riovecchio è un piccolo borgo, aggrappato alla roccia della montagna, alto sul mare quel tanto che basta a evitare che le tempeste se lo portino via. Case vecchie, modeste, proprie di chi vive dell'immensa distesa liquida che poco più sotto sembra volerle inghiottire; colori vivaci a stemperare il profondo blu che all'intorno regna sovrano e in cui l'occhio si perde alla vana ricerca di tonalità meno cupe, come quelle del cielo che incombe a esaltare nei giorni di sole la bellezza di una natura ancora selvaggia.
La gente di qua vive del mare, di quello che può offrire dopo ore di estenuante fatica a tirar su le reti nelle cui maglie, come gioielli, rilucono pesci che si dibattono per ostacolare invano il loro destino.
I paesani sono quindi, per lo più, pescatori, gente rude, con i volti cotti dal sole, le mani callose, e la naturale inclinazione ad allontanare la realtà di un'esistenza tribolata rifugiandosi spesso nell'alcool.
Fra questi famoso era Paolino, detto anche il Nostromo, gran bevitore per buona parte della sua vita fino a quando aveva deciso di smettere e così una sera, mentre si trovava nella piazzetta del paese, quella che sporge sui flutti sottostanti, si era scolato l'ultima bottiglia, poi dall'alto l'aveva gettata a mare.
L'aveva guardata quasi con rimpianto mentre precipitava per poi inabissarsi, dopo aver cavalcato per un attimo i marosi.
- Basta! - aveva gridato in quell'occasione con voce talmente forte da coprire i rintocchi della campana della chiesetta e il fragore delle onde che da millenni si sforzavano di buttar giù quel torrione di roccia su cui sorge il paese.
Da allora era completamente cambiato, diventando, da taciturno quale era sempre stato, particolarmente ciarliero e sempre disponibile a raccontare quelle nuove virtù che aveva scoperto in lui smettendo di bere.
Il fatto che quella principale fosse l'acquisita capacità di parlare con il mare aveva fatto sorgere più di un dubbio sulla cessata assunzione di alcool, m

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La caduta di Rafalash

Creature curiose gli elfi, corpi sinuosi e slanciati, visi allungati e armoniosi da dove partono le lunghe e affascinanti orecchie tipiche della razza. Quel giorno nubi nere si addensavano sul cielo candido di Rafalash, dimora degli elfi dei boschi, come al solito l'aria profumava di frutta e incensi che venivano venduti nella grande area del mercato. Le strade fatte di piccole mattonelle colorate ospitavano fiumi di persone gioiose che cantavano e facevano spese, anche se ormai dopo la guerra, i soldi mancavano persino al re.
Un crudele tiranno umano aveva schiavizzato i poveri abitanti di Rafalash costringendoli a lavorare nelle sue piantagioni e nei suoi infiniti castelli, solo dopo vent'anni di schiavitù una giovane donna riuscì fermarlo ridando la libertà agli elfi e a tutte le altre razze di cui il tiranno si era impossessato.
La pace era ormai tornata, e tutti vivevano nella tranquillità, tuttavia, una forza oscura stava tornando a minacciare le terre elfiche, solo una persona poteva mettere la parola fine a tutto questo: la figlia dell'eroina di Rafalash.
Cereza, era anche lei al mercato a fare compere, non compere qualsiasi però, nel suo cesto cerano due spade e delle frecce che ricomprava molto spesso perchè durante gli allenamenti alla lotta che frequentava, finivano per rompersi. Sua madre era morta partorendola, e lei non aveva fatto pace con se stessa e per questo si era dedicata alla guerra sin da tenera età, non c'era uomo che potesse fermarla, in lei era nato uno spirito guerriero e combattivo, che le permetteva di superare qualsiasi difficoltà le si parasse d'innanzi.
Tornata a casa la ragazza sentì degli urli provenire dalla strada, senza pensare prese le due spade e le assicurò alla cintola e poi si mise a tracolla arco e faretra. Il caos regnava per le strade della immensa città, e solo dopo poco Cereza capì il motivo, in lontananza si vedeva un mago che uccideva tutti i poveri elfi che cercavano di fermarlo, la soluzione

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   3 commenti     di: filippo pagani


Le ricette dei demoni di Axiliantes

Era sempre un caos, l'ora del pasto, non era per le differenze di credo, gli abitanti di Axiliantes nemmeno avevano un credo, una religione, un Dio.
Non avevano bocca per nutrirsi, bensi' una porta mini usb, ma il menu' era variegato, si andava dalle succolente micronde alle radiazione di Zacchet impanate e formattate fat 32, ai vecchi autoexec. bat alla parmigiana, non gustare quest'ultimi sarebbe come non mangiare gli involtini primavera in un ristorante cinese.
Ad Axiliantes il sesso si faceva con le sim, meglio se a coppie da 2GB, e i dischi rigidi esterni, naturalmente il rapporto protetto con Norton, in caso contrario dopo nove mesi sarebbe venuto alla luce un DLL che andrebbe ad ingrossare le fila delle librerie.
L'alcool era rigorosamente vietato ai minori di 300 tetrabait, e il presidente Billgheiz non transigeva su questo punto, pena la cancellazione dal tuo desktop di Guggle. Praticamente isolamento sociale.
Il Parlamento era composto da 17 allocazioni divise in due dischi virtuali, con i propri Presidenti, il demone Schifat e il gran maestro demone onorario Finfat 64 con scheda di accelerazione GT 9600, invidia di tutta la societa' e pure della scheda madre, nota nipote del battagliero commodore 64 Muxolinus.
Axiliantes non fa parte della NATO.

   6 commenti     di: Isaia Kwick


Storia di Omega

Storia di Omega: introduzione.

Un gruppo di assidui esploratori extraterrestri, proveniente dal pianeta Albatros, decide di compiere un'importante missione: inviare uno speciale robot sul pianeta Terra, con la speranza di riuscire ad individuare delle curiosità fondamentali su una realtà, per loro, completamente inesplorata. Per far ciò, mette in campo le più avanzate tecnologie nel settore della cibernetica.
Il risultato di tanto lavoro è una creatura, dalle sembianze umane, capace di pensare e di riflettere in maniera a dir poco sbalorditiva. Viene chiamata Omega.
Una volta atterrato, l'umanoide si trova a fare i conti con una realtà inedita per lui, ma anche per molti aspetti affascinante.
Sotto certi versi, egli non accetta passivamente la sorte che il destino sembra avergli assegnato.
Difatti, non vede tanto di buon grado l'idea di essere stato creato, appositamente per adempiere ad uno scopo ben preciso. Avverte il bisogno di conservare una propria indipendenza e decide di combattere con tutte le sue forze una battaglia durissima.
Aspira alla libertà ed è disposto a tutto pur di ottenerla.
Sarà solo grazie all'astuzia e all'intraprendenza che riuscirà a conquistarsi l'autonomia tanto desiderata.
Ma, nonostante tutto, il suo compito non verrà mai messo in discussione.
A questo punto, non gli resta che adattarsi per condurre uno studio certosino sugli abitanti della Terra, tenendo conto di ogni loro pregio e difetto.

Storia di Omega


Capitolo primo: lo sbarco dell'umanoide.


Verso la fine del 2020, Omega, robot creato con cervello, cuore e polmoni di un essere umano morto da poco, viene mandato sulla Terra, con l'obiettivo di esaminare comportamenti e costumi dei terrestri.
Il 2 dicembre dello stesso anno, un'astronave atterra sul deserto del Nevada, depositando sulla roccia questo strano corpo, dotato di molteplici funzioni. Oltre che di un pulsante per l'auto

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   0 commenti     di: Giulio Ruggieri


Dall'altra parte

Piove. Accidenti, non di nuovo.

La valle era immersa nel grigiore di una nebbia che pian piano svaniva, lasciando posto agli ultimi deboli raggi del sole, ormai quasi completamente oscurato da nubi cariche di pioggia, e di sventura.
Il paesaggio mutò sotto l'assalto di innumerevoli goccioline d'acqua: graffiarono il cielo abbandonando fitti tratti obliqui come artisti muniti di penna, si adagiarono sulle fronde di secolari querce impassibili e nel contempo riconoscenti, mischiarono la loro essenza con il suolo polveroso riducendo il terreno ad una poltiglia fangosa e malsana.
La pioggia, infine, raggiunse anche l'ultima resistenza, l'estremo baluardo animato dai residui di una speranza ormai vacillante. Le corazze e le spade, le une ammaccate, le altre senza più filo, acquisirono nuova lucentezza; gli spiriti, abbattuti e che inutilmente il comandante cercava di risollevare, traevano forza dalla disperazione, spinti a sostenere la battaglia finale più dalla vendetta per i compagni caduti che dal desiderio d'incolumità della propria gente.

Quanto detesto quest'acqua, penetra fin dentro le mie ossa. Una gelida sensazione, come se la morte si stia divertendo a dare un primo assaggio di un'inevitabile fine. Gloria? Non c'è alcuna gloria nel lasciare il mondo dei vivi in questo modo. Gli ideali di libertà, pace ed armonia dei custodi del popolo, frantumati. Dagli invasori.
Sì, loro. Comparvero per la prima volta ai margini del bosco di Rhundwyr, erano pochi, sembravano inoffensivi. Quanto ci sbagliavamo. In poco meno di due lune la loro furia travolse l'intera regione e noi, adesso, siamo l'ultimo chiarore di una candela senza aria, asfissiati dall'inesauribile sete di conquista de...

Un acuto suono di corno echeggiò attraverso la valle tinta di colori autunnali dove il verde cedeva lentamente il passo ad un giallo troppo cupo. Il rombo secco di un tuono spezzò la monotona cantilena d'allarme: anche la natura, accortasi dell'imminente ev

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   3 commenti     di: Primo Wong


Incubo

Mi guardai allo specchio dopo la doccia.
Il piccolo bagno era completamente avvolto nel vapore e lo specchio completamente appannato.
A stento distinguevo il mio volto che appariva. La mia immagine che prendeva forma mano a mano che la condensa evaporava.
Per quanto mi sforzassi non riuscivo a riconoscermi in quella orribile creatura che pian piano appariva. In quegli occhi cattivi che mi fissavano con malvagità, in quel volto demoniaco che si materializzava esattamente nel modo opposto in cui il vapore acqueo andava evaporando in maniera definitiva.
Provai a chiudere gli occhi. Una seconda volta.
L'immagine era sempre la medesima. Il mio volto appariva sempre deformato, angosciante nella sua bruttezza e spaventoso nella malvagità che palesava. Il mio corpo nudo sgraziato e informe.
Non potevo essere io. Non poteva essere la mia immagine quella che si rifletteva in quello specchio e se il vapore inizialmente aveva parzialmente nascosto tutte quelle brutture, adesso esse si manifestavano completamente alla mia vista. Ero diventato un mostro e ciò che peggio, avevo paura di me stesso.
Provai a rendermi conto di come fossi arrivato in quel luogo e cosa avessi fatto prima di entrare nella doccia e arrivai all'unica soluzione concepibile: stavo sognando. Non poteva che essere così!
L'ultima cosa che ricordavo con lucidità era il caldo abbraccio della mia compagna. Come ogni notte giacevamo insieme, stretti l'uno all'altra, in un abbraccio tenero e voluttuoso al tempo stesso. Lei e io sul lato destro del nostro corpo, con le mie braccia che cingevano il suo petto e le sue spalle.
Ma certamente. Stavo sognando! Quella creatura orrenda e demoniaca che stava possedendo la mia immagine in quello specchio non era altro che una proiezione. Un sogno. Un incubo.
Era finito. Ero sveglio. Ero lucido.
Ma non stavo abbracciando la mia compagna come prima di addormentarci. Le mie braccia non la cingevano. I nostri corpi non comunicavano.
Adesso ero seduto sul letto. L

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   0 commenti     di: Ettore


Il ciclo degli elemnti-l'altra dimensione capitolo 1: la stanza buia

Il luogo in cui si trovava era buio, provò a muovere le braccia, ma non vi riuscì, era legato. Si sentiva poco bene, gli faceva male la pancia, come era finito là dentro? Non ne aveva la minima idea, l'unica immagine che ricordava con chiarezza era una dirompente luce celeste che lo avvolgeva, poi il nulla totale!
Qualcuno accese la luce e rivelò dove il ragazzo si trovava. Era seduto sopra una sedia in metallo, una di quelle che si trovano dal dottore. Le mani gli erano state legate dietro la schiena, era nudo e sopra le gambe aveva solo un panno che gli copriva i genitali.
Si guardò attorno, nei limiti del possibile, era una stanza piccola, anonima, con i muri bianchi, il pavimento era ricoperto da mattonelle di un verde ormai reso quasi totalmente bianco delle ingiurie del tempo.
Il ragazzo cominciò a sentire freddo, eppure in quella stanza non vi erano finestre. La paura lo assalì d'un tratto, il dolore allo stomaco aumentò, gli veniva da vomitare, poi sentì un rumore metallico seguito da dei passi.
-Finalmente ti abbiamo catturato!- disse una voce proveniente dalle sue spalle -Abbiamo catturato il fantomatico Miguel!-.
Il nome del ragazzo era Miguel. La persona che aveva parlato gli si mostrò: era alto, moro con gli occhi neri, aveva una profonda cicatrice sopra il ciglio destro e indossava una lunga tunica marrone chiaro che gli copriva i piedi:
-Bene!- disse -Adesso risparmiami tempo e fatica e dimmi dove hai messo il pugnale!-. rispose il primo, Miguel per tutta risposta, gli sputò addosso, colpendolo nell'occhio:
-Bene! Vuoi fare il duro?- e gli allentò un cazzotto in faccia, talmente forte da procurargli un taglio sotto l'occhio sinistro.
Per un attimo l'uomo scomparve, ma ricomparve subito dopo con un carrello in metallo, Miguel vi scrutò dentro:c'era ogni sorta di strumento di tortura possibile e immaginabile:
-Ti ripeto la domanda un'ultima volta, poi... passerò alle maniere forti, dove hai messo il pugnale!?-
-Piuttosto la morte

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   0 commenti     di: mattia costa



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