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Racconti fantastici

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Una Verità Perduta

Era un ragazzo come tutti gli altri, Luca, 24 anni figlio di genitori mai conosciuti, viveva fuori dalla città fortificata, su di una collina. Passava le giornate osservando i pellegrini e gli abitanti che entravano e uscivano dalla cittadella. Sedeva spesso sotto i rami rinsecchiti di una possente quercia, le radici che spuntavano da sotto il tronco si disperdevano fin sul precipizio della collinetta rendendo quel luogo sinistro per qualsiasi abitante del villaggio. Ma Luca era cresciuto li, fra quelle ombre, come quelle che occupavano la sua memoria ogni volta che tentava di ricordare chi fosse. Era notte fonda, silenzio su ogni lato della cittadella che aveva chiuso le inferriate già da diverse ora ormai. Luca venne svegliato dal forte vento che aveva iniziato a soffiare da est, proprio dove ogni giorno guardava il cielo e la terra unirsi in una caleidoscopica danza di colori. Non vestiva indumenti pesanti Luca. Ciò che aveva erano solo un paio di stivaletti malconci, delle giubbe lacere, un maglino ed una giacchetta che niente avrebbero potuto contro il gelo invernale e una bombetta dalla quale fuoriusciva la lunga chioma di capelli che gli riscaldava il collo nelle notti piu fredde. Destatosi, raccolse il suo spadino, e si avvicinò al dirupo osservando con occhi che portavano ancora la pesantezza del sonno le vaste murate che separavano la sua realtà da quella di qualsiasi altro cittadino. Fu in quel momento che Luca, vide ai piedi del cancello più esterno un oggetto che emanava una luce bluastra insolita. Incuriosito iniziò a sporgersi per vedere meglio di cosa si trattasse, ma le radici ai suoi piedi, questa volta, lo tradirono e con un suono secco si staccarono facendo ruzzolare Luca giù dal dirupo. Si sveglio pochi minuti dopo, ancora intontito dal trauma della caduta, alzò lo sguardo e si ritrovò davanti l'oggetto che dall'alto faceva fatica a identificare. Era una bambola. Aveva un busto esile, arti malconci e una testa sproporzionata rispetto a

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L’alpinista.

Uff… pufff che fatica!
La cima è distante e la scalata dura ormai da tempo.
Il sole cuoce la mia testa bruna.
Ed un chiarore diffuso riverbera uniforme.

Sono partito ore fa, desiderando ardentemente riuscire in quest’impresa.
Ed ora una distesa bianca e spietata separa me dalla cima.
Un deserto a salire che luccica uniforme, accecandomi. Un incubo pallido come candeggina.
Una montagna spuntata dal nulla, la più grande che chiunque ricordi aver mai visto, troneggia misteriosa.
Non invitata, è comparsa innanzi, per chiamarci a sé, posata lì da una mano divina.

Nessuno ha osato la sfida! Solo io, figlio di re, sono partito in gran segreto nel buio.
La vedevo di notte, brillare alla luna, che sfracellava la sua falce sulla spietata superficie impenetrabile.
Ed ora i miei piedi la pestano. L’umore dolciastro mi ubriaca e mi nausea.

So però che un colpo di vento potrebbe portarmi via o farmi precipitare.
Solo posso pregare la fortuna, ma se arriverò alla cima passerò alla storia: nessuna formica hai mai scalato una montagna di zucchero alta due metri.

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9 commenti    0 recensioni      autore: Riccardo Re


Il Confine

Un riflesso abbagliante balenò sulla lama, costringendo i presenti a socchiudere lievemente gli occhi. I due sovrani erano uno di fronte all'altro. Si guardarono per un istante che sembrò infinito. Attorno a loro la schiera di soldati sembrava non aver fine. Theos alzò la spada con le due mani e con tutta la forza che gli era rimasta tracciò un solco netto sul terreno, proprio sotto le sue gambe. "Nessuno osi varcare questo solco. Sarà per sempre il confine tra il mondo del male ed il mondo del bene. Questo solco è bagnato dal sangue di valorosi soldati che, da entrambe le parti, hanno combattuto per millenni perché questo giorno potesse splendere sulla terra di Agad. Io, Theos, Re di Magaria, Signore dei Quattro Soli, siglo questo accordo di sangue e di sudore, con Kraukas, Signore degli Orchi, Padrone delle Terre Oscure." Pronunciate queste parole ritrasse la gamba, riportandola nel proprio territorio e, immediatamente, dal solco nel terreno usci un'enorme energia, violenta più del vento che soffia nelle terre di Sarigat, e che terrorizza i marinai che solcano i suo mare. Il vento fu seguito da fiamme di fuoco, tanto alte da superare gli alberi incantati della foresta di Shilerman, poi il silenzio. Un silenzio fragoroso, eterno, strabiliante. Un silenzio che gli uomini di Agad non avevano mai sentito prima. Un lampo lo squarciò e dal terreno uscirono due enormi draghi di fuoco. "Presto! La magia completi l'opera!" urlò Theos e subito due maestri di arti magiche, uno per ogni parte dello schieramento, puntarono i loro immensi poteri verso le creature emerse dalla terra. Haros, nero stregone del Kaos, e Golimar, cultore della magia di Magaria, produssero due fasci di luce che raggiunsero e rinchiusero gli enormi draghi. L'energia prodotta esplose in un enorme bagliore e si spense affidando ai quattro soli il compito di illuminare le desolate lande di Agad. Theos si chinò e raccolse da terra un sigillo, frutto della trasformazione delle creature nate dalla

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0 commenti    0 recensioni      autore: Andrea Oldani


La fattoria

Era l'alba di una mattina di luglio. Il gallo aveva già cantato diverse volte nella fattoria Peterson. Si annunciava una giornata calda: il cielo era terso e l'aria ancora frizzantina. Fred Peterson e sua moglie Diane vivevano nella loro proprietà dedicandosi all'allevamento del bestiame e coltivando il granturco.
Avevano da poco rimesso a nuovo il corpo centrale, che era la loro abitazione, con grande forza di volontà e sacrifici economici. I loro due figli non avevano voluto saperne del lavoro in campagna e seguivano gli studi universitari in un college. Nella fattoria il lavoro era continuo: le grandi stalle da pulire, i box per i Quarter da tenere in ordine, il recinto dei maiali e il pollaio. Le giornate erano fatte di lunghe ore di lavoro e pochi svaghi, ma l'amore per la terra e l'unione che regnava tra di loro li faceva andare avanti sereni. Fred era un uomo di poche parole, dotato di un fisico robusto e di una fede incrollabile. Diane, originaria del Texas, si era trasferita in Iowa sposando Fred. Erano passati ormai vent'anni. Aveva un carattere dolce e affettuoso ma allo stesso tempo sapeva dimostrarsi decisa e ferma nelle sue idee. Era stata lei a convincere Fred che era ora di dare a quella casa un aspetto rinnovato e più fresco. Lui all'inizio aveva storto un po' il naso, legato com'era ad ogni particolare che lo riportava con la memoria ai suoi genitori. Alla fine aveva ceduto e il risultato era ottimo. Era proprio bella la casa rimessa a nuovo, e la zona davanti all'ingresso era stata arricchita con aiuole, un vialetto in pietra e un bel dondolo nella veranda. Avevano fatto colazione e subito dopo Fred si era messo al lavoro: poteva contare sull'aiuto di due giovani che svolgevano i compiti più pesanti. I due lavoranti arrivavano ogni mattina alle sette con un furgone rosso sgangherato e pieno di ammaccature; qualche parte della carrozzeria era di un altro colore e un paraurti mancava. "Ciao Jo, ehi Mich volete assaggiare le frittelle che

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Iter in tenebris

"Se l’elemento musicale perde terreno, e tuttavia la visione musicale del mondo è destinata a conservarsi, dov’è che si rifugia tale elemento?"
Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi, 5[87]


“Fa caldo. Tra due giorni è novembre e fa caldo.” Lorenzo scosse il capo corrucciando le labbra, in segno di disappunto, poi sollevò lo sguardo e fissò l’amico con un mezzo sorriso, tanto per cercare l’approvazione di qualcuno, poi si grattò la fronte e con uno strattone sistemò la sacca che teneva sulle spalle. Gabriele Testa rimase immobile, seduto, fisso sulla panchina di pietra della pensilina, quella del binario due, teneva il giornale acquistato poco prima stretto tra le mani; riuscì a stento a ricambiare lo sguardo di Lorenzo, poi riprese a fissare i disegni geometrici delle piastrelle, incurvato con la schiena, con le braccia appoggiate pesantemente sulle ginocchia. “Sì che fa caldo, pensa che stanotte una zanzara mi ha tenuto sveglio dalle cinque fino a quando mi sono alzato.” “No, a me non danno fastidio le zanzare, cioè, a me nemmeno mi pungono.” Lorenzo si trattenne a stento dal mostrare palesemente il proprio disinteresse per l’osservazione dell’amico, poi volse lo sguardo nella direzione da cui sarebbe dovuto apparire in lontananza il treno. “Di certo non ci si può sbagliare” Riprese “Il treno viene da Sesto, per cui da là” Fece un ampio gesto con il braccio per indicare la direttiva del convoglio. Una folata improvvisa di vento gli scombinò i capelli biondicci, si ritrasse leggermente, e d’istinto si portò la mano alla tempia, come per non farseli sfuggire. Gabriele si alzò, fece il giro attorno alla panchina, si slacciò un bottone della camicia: “Ma quante fermate sono per Milano?” fece, destandosi per un momento dal proprio mutismo. “Una, una sola, ma guarda che siamo già a Milano, Greco è un quartiere di Milano, la prossima fermata è Garibaldi, che poi è il capolinea.”
“Ed è in centro?”

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Festa medioevale a Villa Valente

Il terzo sabato di settembre mi ero recato all'inaugurazione di una mostra di pittura nella cinquecentesca Villa Valente. Come sempre il buffet era affollato. In tali occasioni la gente si dimostra sovente più interessata alle cibarie e alle bevande offerte che alle opere esposte, ma già che c'è un'occhiata ai quadri la dà anche.
Si trattava di una collettiva a tema. Il titolo prescelto era <<Italia tra passato e presente>>. Passai le opere in rassegna. Come sempre accade con le collettive, i lavori erano validi oppure insulsi a seconda della qualità dei singoli artisti.
Ad esempio c'era un trittico ambientato qui in città. Il soggetto era quell'antico rione, oggi rimpiazzato da due palazzoni con i portici, distrutto da un bombardamento durante la seconda guerra mondiale. In una delle tele le case si ergevano ancora intatte, mentre in un'altra le figure umane si aggiravano tra macerie ed edifici ormai diroccati. E nei due dipinti i moderni palazzoni apparivano, come evanescenti fantasmi, sullo sfondo delle movimentate rappresentazioni artistiche. Infine l'ultima tela del trittico mostrava la realtà attuale tra fantasmagoriche visioni del passato. Un'idea interessante e ben realizzata.
Erano inoltre notevoli i paesaggi veneziani o dell'entroterra con immagini mitiche soprastanti, dipinti da Luigi Pretin, un quadretto di tal Geido dedicato a un affascinante esempio di antiquariato industriale e una tela dipinta con competenza dal proprietario della villa.
Erano poi presenti opere d'ambientazione medioevale o rinascimentale, purtroppo non meritevoli di considerazione perchè analizzavano i secoli passati in maniera insignificante. Si trattava di scialbi bozzetti privi di succo e di spessore. Vi era un'unica eclatante eccezione: una grande tela ambientata proprio all'interno di Villa Valente al tempo in cui era stata appena costruita, dipinta con incisiva matericità e straordinaria precisione di dettagli. I personaggi in costume si aggiravano tra il salo

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3 commenti    0 recensioni      autore: Massimo Bianco


Una giornata particolare

Il vento soffia, il mare è in tempesta e un veliero galleggia come il desiderio del mio cuore, lasciando un impronta di dolcezza sulla terra ferma, qui dove sono approdata, abbandonandomi sulla riva.
Il ritmo delle onde incalza come una dolce canzone, vibrandomi il corpo già così tanto provato da mille emozioni; ma il mio cuore è smarrito e ti chiama echeggiando il tuo nome strappando dal fondo marino la speranza, e con essa mi trascino in un mondo fantastico dove la tua presenza simboleggia un punto fermo per la mia esistenza.
Al mio arrivo dove giace questa striscia di sabbia, ho percorso la strada dei sogni e, adesso, seduta qui in disparte attendo la muta notte con le prime luci dell'alba ascoltando la canzone del mare e, dentro una conchiglia abitata dal frastuono marino, m'illudo di annusare la tua pelle e di veder deposti tutti i miei sogni di donna ancor sognante.
In questa giornata particolare avverto il segno tangibile, seppur ereditato dal mare, dell'amore che provo; mentre la fragranza odorosa della spuma marina, bagnando i miei piedi, mi sazia di quel fresco nettare di pace che trapassa ogni poro della mia pelle, facendomi arrossire.

In questo giorno speciale,
sei come un isola dove vorrei approdare e su di essa colmare questa mia inquietudine per un avverso destino... che viaggia sul mare!




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