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Racconti fantastici

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e allora addio artrite alle ossa

E allora addio artrite alle ossa, addio dolori di ventre, addio malinconia…
Legge incuriosito il personaggio che da il via alla nostra avventura.
L’omino curvo e spigoloso è un impiegato del catasto. È lì che scartabella tutti i gironi cifre e numeri, quando gli capita tra le mani questo bigliettino. La tentazione è di buttarlo via senza neanche leggerlo, come si trattasse di un fastidioso inciampo alla sua ordinata numerazione. Ma quei primi versi: addio…
Catturano il suo sguardo e lo incuriosiscono.
Lo prende e lo infila intasca.
Poi non ci pensa più.
Le quattro e trenta. Finisce la sua giornata. Chiude il libro contabile, si toglie gli occhiali. Indossa la giacca e va a casa.
Cammina e fa per mettere le mani in tasca, come d’abitudine, così si ricorda del bigliettino: addio dolori di ventre…
Legge con attenzione e un misto di avidità. Si chiede chi può averlo scritto e perché… se non si tratti di una beffa. Quando smette di leggerlo si impadronisce di lui una sensazione di quiete, calma, liberazione. Ma allo stesso modo lo avvolge una strana malinconia.
Turbato giunge fino alla porta di casa. Squilla il telefono. È ancora con il biglietto in una mano e la borsa nell’altro. Corre, inciampa, ma riesce ad arrivare prima che smetta di squillare.
- pronto? Pronto?
- Niente. Non sono pronti.
Squilla il cellulare, un messaggio: ma dove sei?
Si chiede il povero impiegato perché lo perseguitino anche fuori dal lavoro, si chiede perché ce l’abbiano sempre con lui. Insomma si lamenta come un anziano.
Si sente stanco, un’ondata di stanchezza lo invade. Decide di uscire e prendere un po’ d’aria. La serata è silenziosa. Ci sono tante stelle. Vicino a dove abita c’è un parco, in realtà assomiglia di più ad una palude che a un parco. Si vedono però le stelle da li.
Gli strani versi gli tornano di nuovo alla mente. Sembra che lo mettano in contatto con un altro mondo; con un altro modo di pensare e di vive

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Sulla terrazza di Cagli

Sono nella mia vecchia casa, al peep, mi trovo in cucina, è già notte, ora di cena, ma sul tavolo oltre a stoviglie e pietanze c’è anche il mio vecchio vocabolario di latino, rivestito di pelle rossiccia, che una volta fu di mia zia, poi di mia madre, poi mio e ora di mia cugina.
Devo andare ad uno spettacolo a Cagli, quella sera, ma ora non ricordo di che genere, so solo che è in teatro. Verranno anche alcuni amici, ma non ho voglia d’aspettarli, parto prima, mi raggiungeranno.
Arrivo a Cagli in corriera; ora è giorno, c’è una luce accecante, come quando, nelle prime ore dei pomeriggi di luglio, esco dopo essere stato diverso tempo in casa, al buio. Ma la sera è la stessa di prima, non è il giorno dopo.
È pieno di gente, nello sciamare festante mi ricorda il Mugello quest’anno, prima della corsa. Attraverso la stazione delle corriere e seguo il flusso delle persone, stupito scopro una città splendida, nella sontuosità e nello stile imponente e aggraziato dei palazzi pare una capitale mitteleuropea; avevo sempre sentito parlar del centro storico di Cagli, ma non c’ero ancora mai stato.
Arrivo davanti al teatro, le porte sono aperte ma nessuno ancora entra: il teatro si trova defilato sul lato sinistro di un’immensa terrazza, sembra una piazza, e accanto ad esso c’è un muro, non troppo alto, su cui si aprono delle ampie finestre da cui tutti cercano di affacciarsi. Per ingannare l’attesa, infatti, hanno organizzato qualcosa là sotto, vorrei vederlo anch’io ma gia c’è troppa gente, troppa ressa. In vari punti della terrazza, che ora è una stanza, ci sono delle aiuole di pietra rialzate, con al centro un albero. Io mi siedo su uno di questi muretti e cerco di ascoltare cosa succede là fuori.
All’inizio sembra che ci sia il circo, si sentono barriti degli elefanti e versi di altri animali che ogni tanto sovrastano un felice brusire, interrotto ogni tanto da espressioni collettive di acclamazione e stupore. Poi arriva una musi

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Il meteorite azzurro

Correvo con l'automobile sull'autostrada Roma-Pescara; ero appena entrato in Abruzzo, passato il tunnel mi trovavo dinanzi la mole del Monte Velino, le sue cime innevate spuntavano fra le nubi; i raggi del sole uscivano tra le nuvole sparse illuminando i monti e le praterie abruzzesi.
Dopo i terribili eventi sismici della zona dell'Aquila, si ebbero delle ripercussioni sui monti nelle vicinanze di Sulmona, dove ero diretto. Una roccia era franata e si era aperta una caverna, dove una grossa conformazione rocciosa di colore azzurro trasparente era apparsa. Roccia di materiale sconosciuto, presentava indubbiamente i caratteri di una meteora, ma la cosa più straordinaria era che, nell'interno imprigionava una sagoma nera, come un gigantesco serpente. Meraviglia! Una forma di vita aliena, un animale extraterrestre emergeva dal sottosuolo.
Naturalmente la cosa non era stata resa pubblica, altrimenti una folla di curiosi da tutto il mondo si sarebbe precipitata sul luogo. Le ricerche dovevano essere svolte con estrema tranquillità prima di dare al mondo una notizia di questa portata. C'era un divieto di accesso per frana sulla strada che porta alla montagna, cosi gli abitanti dei borghi vicini erano tenuti lontani.
Arrivai nella zona, salii su per la strada che portava al punto della frana. Erano stati allestiti dei container sulla pianura scavata davanti alla caverna. Era mezzogiorno, il sole usciva a tratti dalle nuvole grigie. Sceso dalla macchina sentii un brivido, nel vento freddo e l'aria profumata delle montagne, molto diversa da quella umida e viziata di Roma.
Entrai nella caverna e rimasi abbagliato dall'enorme meteora azzurra. Sembrava un grande cristallo dalla forma tondeggiante e irregolare. Le sfaccettature riflettevano la luce. All'interno si vedeva una sagoma scura, come un enorme murena era piegata a forma di zeta. Notai subito il grosso cranio, diverso dai serpenti e creature marine come le anguille, ricordava più la testa di una tartaruga ma il

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Formica

Ricordavo solo quel tir che improvvisamente mi son trovato davanti.
Ha deviato verso destra E l'ho preso in pieno.
Il lato guida dell'auto era diventata una lamina di pochi centimetri., il lato destro quasi intatto.
Guardavo dall'alto incuriosito. Lei giaceva tumefatta in una stanza d'ospedale. Io sul tavolo marmoreo, lì nell'obitorio.
All'improvviso un tizio mi si avvicina mentre vago nel non so dove e mi fa:
Sbrigati, è il tuo turno, devi tornare subito giù è stato deciso così. Non chiedere e muoviti.
E mi ritrovai con un enorme chicco di riso sulle spalle.
Faticosamente salivo lungo il muretto di un giardino. Quanto tempo era passato, non so non ricordo.
Lei avanza nel giardino. Meno male, sta bene, bella come sempre.
Ma, porca miseria è enorme! Mille volte più grande di me. Si è pulita la scarpa, per un pelo non mi ha schiacciato.
E questo chicco di riso?
E mi accingo a vivere la mia nuova vita.
Reincarnato in una formica.
E sono sopra il muretto,
finalmente!
E...

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4 commenti    0 recensioni      autore: Auro Lezzi


Lux Aeterna - parte 1: la prigionia

Per Laila l'unico contatto con il mondo esterno era rappresentato da una minuscola grata attraverso la quale filtrava la tenue luce di una perenne luna piena. In qualche remota parte dei suoi ricordi sapeva dell'esistenza del sole; per quanto si sforzasse non le era possibile visualizzarlo nei pensieri.
Nel suo presente non vi era altro che un'infinita lugubre notte, soffocante come la solitudine che le toglieva il respiro.
La sua stanza era enorme; al centro un letto a baldacchino con lenzuola di seta nera, tutta la parete sul lato destro era occupata da numerosi scaffali colmi di libri di stregoneria e magia nera, tutti molto antichi e alcuni scritti in una lingua sconosciuta.
Laila s'impose di evitare di rivolgere lo sguardo verso il soffitto, era troppo inquietante l'immagine dipinta: un mostro grigio senza occhi, ricurvo su di se, con una falce stretta fra le mani.
Aveva appena deciso di coricarsi a dormire per mettere a tacere il suo dolore quando sentì scattare il lucchetto della porta intarsiata della sua stanza da letto.
Apparve, come una visione spettrale, la donna che diceva di essere sua madre; Laila soffriva fino sentirsi l'anima dilaniata, non riusciva ad amarla come una figlia è normale che faccia, questo la faceva sentire profondamente in colpa, non riusciva a perdonarselo.
Erano così diverse: Laila possedeva una carnagione color bronzo, labbra carnose, grandi occhi nocciola e una folta chioma di ricci rosso rame; la madre, invece, era di un colorito grigiastro, gli occhi due fessure così piccole da non riuscire ad individuarne la tonalità, il naso appuntito come una lama e con la sua sottile e violacea bocca sentenziò:
"Fra otto ore, sulla montagna degli spiriti maledetti verrai iniziata; purezza, innocenza e luce ti abbandoneranno. Quando il rituale avrà fine, la tua anima diverrà nera e pronta a unirsi in matrimonio con Druxen".
Laila sgranò i suoi grandi occhi terrorizzata e implorò singhiozzando:
"Noo, madre ti prego, ho paura

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10 commenti    1 recensioni      autore: Kartika Blue


Non tutte son rose e fiori sfioriti, ci sono anche zucche giganti!

Eccoci finalmente all'interno del museo agroalimentare. Scusi prof., ma l'entrata aveva una forma di zucca... ma noi siamo dentro una zucca, una zucca vuota, riempita all'interno da una serie di stands in cui possiamo insieme osservare alcuni animali, vegetali e anche esseri umani, esistenti miliardi di anni fa su un pianeta chiamato terra. Davvero? Ma certo prof, per esempio, questa zucca fu coltivata in serre cinesi antica popolazione imbarbarita da Mao Tiè tomb. Nel 21° secolo ebbero la fantastica idea, per ridurre la fame di quella popolazione, che poi esportarono il brevetto in tutto il mondo, di mandare nello spazio sementi, che coltivate in serre speciali, furono capaci di crescere, crescere, cerscere, crescere... fino a queste dimensioni.
La prof rimase in ascolto dell'allunno che si sà talvolta, anzi troppo spesso, per fortuna, l'alunno ne sa più della prof, e questo era un CXZY di nuova generazione. Insomma C, continua a raccontare... che oggi non mi son preparata, ieri sera ho avuto un incontro extrasensoriale con un mio parente del XIV secolo. Le dicevo che questa è uno dei pochi esempi di zucca recuperati secondo una documentazione antichissima. Però... e insomma, in pratica queste sementi coltivate all'interno di particolari serre, sulla terra, in cina e in altri luoghi, cominciarono a crescere, crescere... aspetta C, ti riprogrammo... si mi scusi questo l'ho già detto. La zucca in cui siamo ora ha una intelaiatura completamente ecologica.. cioè. E una zucca, e come tutte le zucche vuote, o che appaiono tali, è dura dura dura, e nessuno puo' distruggerla.
Curioso, ma se nessuno può distruggerla non è bio-degradabile. Si in effetti pare sia stata rivestita da un materiale pregiatissimo: il plexiglassacciaioso. Fantastico C, sentito ragazzi? Ragazzi? ma se qui siamo tutti Robot, e poi fa sempre parlare C, va bene che si è innamorata di lui ma il troppo stroppia, e cosi' Fiklenia sparò un raggio addormentapapere verso la prof incompe

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0 commenti    0 recensioni      autore: Raffaele Arena


Il liofante incazzito

Quando lo trovi il liofante ti sussurra parole sante
lo vedi e ti accorgi subito che e' un birbante
ansimante si avvicina, ti afferra e ti getta a terra
ti sembrera' impazzito ma e' solo incazzito.
Liofante incazzito

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1 commenti    0 recensioni      autore: Isaia Kwick



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