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Racconti fantastici

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Incontri nella Foresta delle zanne

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Come gabbiani

Caro lettore... oggi e` tempo di discesaaaaaaaa...-Infatti dall`alto del cielo... che piu` blue non c`e`... i nostri amici... Tommaso... Susanna ed il piccolo Giovanni... cominciano a scendere... cullati... da un venticello.. premuroso amico... Un vento dal soffio delicato.. amico attento.. che vuole essere solo sorgente d` incanto nel cuore... garanzia di piacevole viaggio... e soprattutto di un atterraggio.. piacevole,, gentile, sicuro e sereno!
- Noi certo sappiamo con quale e quanta cura... un pilota... si prepari.. per la discesa, dopo un lungo viaggio nel cielo... con il suo aeromobile... E quanto si adoperi affinché` questa sia... dolce... serena... graziosa... discesa... impercettibilmente gustosa... all`amato viaggiatore... con un atterraggio appunto... morbido... placido... e felice .. . sognando... quell`applauso... di viaggiatori sicuri, felici e contenti.. . che si scatena... tra le mani... quando questi... rilassati.. sanno di esser arrivati a destinazione... e senza strani sussulti... ma... delicatamente.. poggiati... a terra... e quindi felici... sapendosi finalmente... in quel preciso momento... anche sani e salvi... su terra -
Cosi`... il delicato vento... provetto pilota... si prende gran cura della discesa... dei nostri cari amici. Ma certamente sotto la guida attenta pero`di Destino... capitano esigente... e quindi con massima attenzione e concentrazione ... soffiando delicatamente... e saggiamente... si prepara.. . all`atterraggio!
I nostri eroi... come le foglie autunnali.. che stanche di vivere su su su.. . si affidano alla dolce aria... lasciandosi cadere... nel giusto tempo... per andare... giù giù giù... avendo deciso di scendere in basso... verso Terra... per porgerle nostalgicamente... rinnovati saluti ... per salutarla e baciarla... e baciarla...- Dopo tutto... le sono state cosi lontane... li` in cima... sull`albero... cosi`vicine al sole... la luna e le stelle... tra le braccia del cielo... e per molto tempo...- cosi i no

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   0 commenti     di: Tullio


Se salta fora la Locandiera ( ispirato rispettosamente a Carlo Goldoni)

Prologo:
Sono veneziana sì. La mia città è la sola corona naturale che vorrei in capo, con la chiesa della Salute come diadema. Ho sempre parlato sin dalla nascita il mio cantilenante dialetto, che sa essere brioso e malandrino. Sin da ragazza amavo leggere e rileggere le commedie di Carlo Goldoni, a voce alta, davanti al lungo specchio dell'ingresso di casa mia. Interpretavo i ruoli sia maschili che femminili, alteravo le voci e mutavo le espressioni. Ammiravo le grandi interpreti teatrali , come la Volonghi, la Vazzoler e la Morelli , viste in tv quand'era in bianco e nero e la Rai mandava in onda, il giovedì sera, programmi di vero teatro.
Era un gioco per me; mi piaceva recitare i personaggi di " Sior Todaro Brontolon" o de" I tre Rusteghi", mi appassionavo negli schiamazzi de " Le Baruffe Chiozzotte ". In molti, tra gli amici, sapevano di questa mia passione, tanto che in certune occasioni di cene o di incontri conviviali ... (e persino di matrimoni) , mi veniva chiesto a gran voce, di recitare un pezzo o qualche battuta goldoniana - quando lo spirito dei commensali era alticcio.
Così il mio sogno era soltanto uno: poter interpretare in un teatro, recitare in pubblico la parte della donna goldoniana per eccellenza, ossia Mirandolina , protagonista del capolavoro " La locandiera".



Fu così che mi svegliai un mattino di novembre, e già le " sirene-allarme" avevano urlato lugubri per l'arrivo dell'acqua alta, ossia della marea che invade Venezia per fondamenta e calli. Bevuto un caffè, mi aggiravo per casa quando mi stupii moltissimo di trovare nella buca delle lettere un biglietto, con perentorio invito di presentarmi seduta stante al teatro Goldoni a Rialto. Mi si informava che avrei dovuto sostituire l'attrice protagonista de " La locandiera" , commedia di cui, quella sera, si sarebbe te

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Verità ritrovate cap. 2

VERITA RITROVATE

CAPITOLO 2

La notte nella città di Lander, trascorse tranquilla tranne qualche rissa tra ladri e ubriachi ma ormai i cittadini non ne fecero caso tanto abituati a certe insolite situazioni. Il sole, stava tingendo il celo di un azzurro pallido e i primi cittadini cominciarono a uscire di casa per sbrigare le proprie faccende. Fu un caso che una delle guardie di ronda, intravide la porta di una casa aperta e si avvicinò per assicurarsi che non vi fosse nulla di strano. Mesi fa, una delegazione del re aveva ordinato a tutti i cittadini di barricarsi nelle proprie abitazioni durante la notte per debellare i furti che fino ad allora aumentarono con l’immigrazione di forestieri. Per questo motivo, la ronda si era insospettita ed era entrato all’interno dell’abitazione chiamando ripetutamente gli occupanti. La scena che gli si presentò davanti, fu raccapricciante. Gli abitanti della casa, erano riversi sul pavimento…erano stati uccisi tutti.
“Presto capitano…Venite!” Urlò la guardia scorgendo Ronhald che stava fissando il vuoto a poca distanza. Il capitano accorse subito e verificò con i suoi stessi occhi cosa fosse successo.
“Raduna tutte le guardie. Fai sbarrare le porte, nessuno deve uscire dalla città, capito?!” Ordinò accovacciandosi sui cadaveri.
“Sissignore!”
“Chi sarà mai stato!” Pensò il capitano intuendo che non era stato un semplice ladro a compiere quel gesto altrimenti la casa sarebbe stata scoperchiata in cerca di ricchezze.
“Ma questa, è la casa di James!” Sussurrò tra se.
“Conoscete un ragazzo di nome James?” Ricordò le parole del capo dei forestieri. E subito volle verificare se il cavaliere venuto il giorno prima sapesse qualcosa dell’accaduto. Si radunarono tutti nella piazza della cittadina. Vi era anche il barone e tutte le guardie che in quel momento si trovavano nelle vicinanze. Vi fu un grande clamore tra i presenti e alcune guardie do

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Il contadino e la morte

Il corvo osservava il contadino ormai da ore, dall'alto di un ramo secco, sul vecchio ulivo. Da lassù, i raggi del sole parevano acquisire una tinta verdastra, e la valle assumeva un 'aria antica, immobile.
Mirava il paesaggio, mentre le nodose mani del fattore passavano instancabilmente da un frutto all'altro.
Li carezzava, li soppesava senza staccarli dal picciolo, ed infine li lasciava con aria delusa.
"Povero sciocco" gracchiò l'uccello "non troverà mai quel che sta cercando." Ridacchiò, si sistemò, comodo ed attese.
"La pazienza è la virtù dei morti" continuava a ripetere fra sè e sè il vecchio contadino, febbrilmente. "La morte mi sta osservando e devo fare in fretta!".
Cercava e cercando le sue mani si facevano sempre più rugose di pomo in pomo ed i suoi occhi parevano seccarsi ogni volta che riponeva un frutto.
"Non è nemmeno questo!! Maledizione!"
Si concesse un attimo di respiro.
Il vento passò fra i suoi capelli, come una carezza, una calda promessa, mentre il sole si allontanava sempre più, all'orizzonte...
"Prima che faccia buio" singhozzò.. ma le tenebre avanzavano.
Dieci, venti, cento frutti erano passati per le sue mani, ma ancora nn c'era segno che indicasse che presto avrebbe trovato quel che cercava.
Iltempo si stava esaurendo e la promessa che la Nera Signora gli aveva fatto la notte precedente diventava ad ogni respiro più concreta.
"Che si sia trattato solo di un sogno?"
Ma allora... cos'era quella morsa gelida? Quell'ineluttabile sensazione, anzi, quella certezza che ogni cosa intorno a lui si sarebbe potuta dissolvere da un momento all'altro.
La grande verità espressa dal corvo, macabramente appollaiato sull'ulivo, si manifestò in un susseguirsi di versi gracchianti, ma l'uomo non li comprese...
Nemmeno li ascoltò, preso com'era nella sua frenetica apnea.
"Stupido contadino" ridacchiò l'uccello "farsi influenzare così da un semplice sogno.."
Come aveva previsto, l'uomo si ac

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   6 commenti     di: Kable


La srega

Marianna viveva sola ormai da molti anni in un appartamento di due stanze scure ed umide nella periferia di una piccola città della Lombardia
La sua unica compagnia era rappresentata da Ettore, un gatto vecchissimo e mezzo cieco che un tempo doveva essere stato nero ed ora aveva assunto un colore sbiadito che lo rendeva spiacevolmente anonimo. Da tempo ormai parlava quasi esclusivamente col gatto e con i santi che pregava tutti i giorni recitando a memoria sempre le stesse preghiere imparate in gioventù. Aveva trasformato una delle sue due stanzette in un piccolo santuario: ceri ed immagini sacre appese dovunque. Dal suo piccolo appartamento usciva un odore di cose vecchie di incenso e di urina. Forse per questo i vicini non la potevano sopportare: dicevano che era una strega e che portava sfortuna. La vecchietta aveva ormai 87 anni ed il suo volto era completamente raggrinzito, avrà raggiunto sì e no i quaranta chili di peso e camminava a fatica, tutta ingobbita recitando litanie ed antiche preghiere in latino arricchite da strane formule imparate molti anni prima al paese natale. La vita, per lei, era diventata un rituale estenuante e sempre uguale. Una sorta di lotta continua che conduceva diuturnamente ed ossessivamente per sconfiggere l'ansia e la paura che l'andavano attanagliando ormai da anni.
I suoi rituali esorcizzavano l'ansia, che come si sa, è una paura senza oggetto, ma poco potevano contro la paura vera e propria che le facevano certi giovinastri del paese che, un po' per gioco, un po' sul serio, avevano cominciato a chiamarla strega ed a farle ogni sorta di dispetto. Si erano sparse delle strane voci: una volta Benassi, il garzone della farmacia, dopo averla vista, era scivolato e si era rotto un polso, le comari dicevano anche che quando passava lei era opportuno rimanere alla larga almeno con i bambini piccoli. Eppure Marianna non aveva mai fatto del male a nessuno. Quand'era più giovane anzi aveva sempre tentato di aiutare chi ne aveva bi

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CASA DOLCE CASA

L'uomo passeggia in pieno giorno su uno sterminato prato d'erba: in cielo neanche una nuvola, la temperatura è mite, il tempo stupendo.
È vestito leggero e curato: la camicia bianca con le maniche rigirate fin sui gomiti, il colletto sbottonato, è infilata per bene in un paio di pantaloni color panna, larghi e comodi, fermati da una cinta di pelle marrone chiaro, stesso colore dei mocassini.
L'uomo è lì che ammira il panorama con le mani in tasca, il viso disteso e giovane alzato al cielo: inspira profondamente l'aria pura della brughiera. Poi inizia a passeggiare in quella pace totale: si ode solo il fruscio dei suoi passi nell'erba, nient'altro.
Ma non solo l'orizzonte infinito gli si para davanti agli occhi, un'ombra, una figura, gli viene in contro: è un altro uomo.
Man mano che si avvicina si intravede il suo aspetto, i suoi vestiti, la sua espressione ormai gli è di fronte, faccia a faccia ed è identico a lui, un clone perfetto!
Si guardano tristemente per un interminabile attimo, poi entrambi alzano in contemporanea il braccio e si toccano le mani.
Da terra una sottile linea sembra intagliare l'aria e tracciare un arco perfetto che si dischiude, e... l'immagine riflessa lascia posto ad un buio corridoio.
Al suo interno, alla fioca luce di una lampada rossastra, l'uomo indossa una tuta termica e infila una maschera antigas, poi si dirige verso una porta metallica, blindata e pesante, la apre e un flash accecante lo ingoia
Immensa, interminabile, infinita, si spalanca la città, una massa nera, fluttuante tra gas e nebbia: come torri di Babele i suoi grattacieli spaccano l'aria; le luci accecanti delle friggitorie e dei blocchi pubblicitari strappano gli occhi; enormi piloni d'acciaio sorreggono le superstrade dedaliche che adombrano l'ultimo pezzo di cielo; individui frenetici scompaiono nelle insenature avvolgenti dei percorsi terreni, e un susseguirsi di vecchie macchine a motore, moto-scooter e carretti si scontra con i veicoli volanti che

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   4 commenti     di: Michela Cinti



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