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Racconti fantastici

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La casa sulla collina

Erano passati cinque anni da quando Donald Prescott si era stabilito nel villaggio di Hamphire. Da tempo cercava il posto migliore in cui scrivere i suoi libri e ora l'aveva trovato. La sua casa stava alla periferia del paese, proprio vicino al "bosco dalle mille foglie" , come veniva chiamato dai suoi abitanti.
Hamphire era un luogo immerso nel verde, dove la più alta tecnologia era espressa dai rari televisori a colori presenti nelle altrettanto rare case.
Lo scrittore usciva di casa tutte le mattine, si recava nel locale più vicino dove prendeva il consueto caffè, poi, dritto dal giornalaio a comprare il giornale.
Le colline intorno al paese erano una sua fonte d'ispirazione. Durante il pomeriggio faceva delle lunghe camminate per le sterminate distese verdi e durante l'inverno gli capitava spesso di trovare i funghi che tanto apprezzava.
A prima vista il territorio di Hamphire pareva non riservare alcun mistero. La gente era sorniona e oltremodo gentile, ma anche molto abbottonata sui propri affari, cosa che a lui non dispiaceva affatto.

Una mattina di ottobre si trovava nel bosco dietro casa sua. Si era spinto più avanti rispetto alle altre volte ma il fatto di camminare tanto non lo aveva mai spaventato.
Adesso era fermo e osservava il piccolo paese dall'alto di una collina. Ad un certo punto gli parve di sentire dei rumori. Erano suoni familiari, sembrava che qualcuno stesse armeggiando con pentole e altre stoviglie. Questi provenivano dalle sue spalle e non sembravano così distanti. La curiosità lo spinse ad individuarne la fonte.
S'intrufolò in sentieri ormai nascosti e attraverso stretti passaggi, poi, tra le foglie degli alberi, vide una piccola casa. Adesso i suoni erano cessati, ma si era alzato un forte vento.
L'umile dimora era di un bianco candido e il tetto era un mosaico di tegole rosse. Davanti ad essa c'era un bel giardino che sembrava decisamente curato. Al centro di esso, una stradina in ciottolato conduceva all'uscio. Vide d

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   0 commenti     di: Antonio Meloni


Elyndas

"Corri, corri veloce. Scappa, non farti prendere, se ti prendono se morto, finito, il tuo mondo svanisce, corri veloce, non fermarti, nulla ti deve fermare". Era questo ciò che pensava la giovane Elyndas, appena sedicenne. Correva veloce scalza sull'erba fresca della notte dell'ultimo giorno di primavera. Sentiva l'adrenalina e al contempo la paura invaderle il corpo, doveva tornare alla base, solo lì sarebbe stata al sicuro. Sentiva il sangue scorrere sotto i suoi piedi, le sue vittime, la sua strage, sentiva gli effetti di ciò che aveva appena fatto, come ogni volta del resto; sentiva il sangue di tutte quelle persone sotto i suoi piedi mentre tentava di ritrovare l'uscita del grande giardino del palazzo dei nobili del luogo.
All'improvviso si ritrovò a terra dopo aver sbattuto contro la cancellata principale, ma da lontano sentiva le guardie arrivare più veloci che mai, sentiva i passi rapidi, sentiva le urla delle guardi che le promettevano morte certa.
Si affrettò a scavalcare il cancello, la sua incredibile magrezza ed agilità in questi casi le erano molto utili.
Corse veloce, il più velocemente possibile, per arrivare alla base della gilda.
"Ma cosa sto facendo? Ormai sono anni che faccio sempre le stesse cose: loro mi affidano le missioni e io le devo portare a termine il più velocemente possibile. E a loro non interessa se magari alla fine sono morente, devo arrangiarmi, devo fare tutto da sola, non mi concedono nemmeno un aiutante! Ma ora basta! Sono stanca di stare ai loro ordini! Non voglio essere un'assassina e sono ormai sei anni che sono un'assassina della gilda degli assassini più temuta del nostro mondo! Un Tiranno sta cercando di conquistare l'intero nostro mondo, e loro pensano solo ad affidarmi missioni che vedano come vittime persone che con il Tiranno non c'entrano nulla! Voglio andarmene da questa inutile gilda degli assassini! Si, ammetto che alcune missioni andavano bene anche a me, che alcune persone che ho ucciso le ho uccise

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   4 commenti     di: Gaia Locatelli


La battuta di caccia

Non caldo ma afa. Già da cinque giorni l'aria irrespirabile flagellava il "divertimento" dei cacciatori di frodo sulla collina.
"Ehi Dario, per poco non mi colpivi!"
L'uomo fu avvolto dal panico e con il cuore sottosopra si
precipitò verso il cugino. Alex aveva solo 32 anni e mai si era avvicinato al pericolo
di una morte improvvisa.
"Non so proprio cosa possa essere successo... io..."ansimò l'uomo.
"Ho sentito il fischio del proiettile quasi dietro l'orecchio, come hai
fatto a non vedermi??"
"Non te lo so dire, davvero..." ma forse lo sapeva... da tempo non era
più lui da quando gli era stato diagnosticato un tumore benigno da
tenere sotto controllo e lui ogni tanto aveva timore di eventuali complicazioni.
La vita da allora gli divenne più precaria e aleatoria, lui che di solito
cercava di fare progetti. Questo ad Alex non lo avrebbe mai rivelato, era il
suo nipote preferito... rifletteva del fatto che tutti possono essere egoisti
e sovrapporre i propri conflitti sopra quegli degli altri... in effetti
il proiettile mancò il bersaglio di pochissimo... brutto affare. Il ragazzo
sudava freddo ed era ancora sotto shock. Era solo alla sua terza battuta di
caccia e per lui questo non era altri che un passatempo... e per colpa dei suoi
"forse" infondati timori stava per compiere una tragedia.
Tornarono subito verso casa avvolti in un lugubre silenzio. La cena era pronta
e Normase ne stava già seduta. Era la madre di un cugino che anni fa fece perdere
le proprie tracce. Da llora la donna divenne sempre più malinconica e taciturna.
Del figlio non si ebbe più notizia, anche se il gesto era prevedibile da un tipo come
lui, affetto da turbe psichiche... un giorno decise di andarsene per sempre, dopo
una vita non facile in seno alla famiglia. La madre però non lo aveva dimenticato
anche se ci litigava spesso per via della sua instabilità.
La cena si svolse in assoluta silenziosità. Nessuno, per i propri motivi, aveva

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   1 commenti     di: Linda Tonello


Al bar in riva al mare 4

Da:..."Le storie di Capt. Nemo

Un giorno, in quel vecchio bar in riva al mare,
una bella fanciulla entrò e si sedette davanti al
vecchio marinaio che sorseggiava il suo rhum.
- Ciao bella fanciulla - disse il marinaio - chi sei? -
- Sono il vero Amore - lei rispose - mi hai cercato? -
- Per tutta la vita - disse lui.
- Bene, lo so che mi hai aspettato, ora sono qui per te -
- Solo per me? -
- Si, solo per te, ma c'è una piccola formalità:
devi prendermi -
e la bella fanciulla si avviò correndo con passo da
gazzella sulla spiaggia sabbiosa antistante il vecchio bar.
Il vecchio marinaio raccolse le sue forze e la inseguì, ma
la corsa era impari: la fanciulla aveva la giovinezza e la
bellezza e lui solo il grande desiderio di amare.
Ormai disperava di raggiungerla, quando ad un tratto
lei si fermò, si girò e gli apri le braccia.
Lui la raggiunse, la strinse a sè e gridò: - Ti tengo! -
E morì di felicità, sulla spiaggia antistante il vecchio
bar, mentre la marea montante iniziava a lambirgli
le gambe, come un vecchio cane festeggia il ritorno
del padrone, da un lungo viaggio oltremare.

Anche questo successe in quel vecchio bar, in riva al mare,
dove i pensieri si confondono con il fragore delle onde,
dove chi è solo, trova la forza... per restare solo.

Capt. Nemo
Capitano di lungo sorso
Internet Navigator



Non è andata così (I libri delle vite)

"Dannazione, che botta!". Questo David pensò, guardando, nello specchietto retrovisore, un incidente avvenuto tra due auto. Procedeva molto più lentamente del solito, per poter osservare con maggior cura l'accaduto e cercando di capirne le dinamiche. "Speriamo che nessuno si sia fatto male" si disse tra sé e sé. "Questa provinciale 36, fa paura". Era vero: era il terzo incidente che accadeva su quella strada negli ultimi dieci giorni. Le due auto erano completamente distrutte. Negli abitacoli non c'era più nessuno, ma un'ambulanza era ancora parcheggiata là vicino. C'era pure una volante della polizia. Ad un tratto, notò che la sua andatura stava creando disagio alle auto che seguivano lentamente la sua e decise, quindi, di distogliere finalmente lo sguardo da quel triste "spettacolo" e di accelerare, pur se moderatamente, poiché quello che si era presentato sotto ai suoi occhi, gli ricordava quanto bisognava essere sempre prudenti. Cercò di scacciare gli indesiderati pensieri sul dolore e sulla morte, che gli erano inevitabilmente venuti, pensando invece a cose belle. E cosa c'era di meglio da pensare che, di lì a poco, avrebbe trascorso il compleanno di suo figlio con una bella cenetta che, sua moglie, amava preparare con tanta cura ed amore; poi un bel film avrebbe chiuso in bellezza la serata, siccome a casa sua amavano tutti il cinema." Il momento più bello" pensò, "sarà quando Alex aprirà la scatola contenente il suo regalo" , trovandovi il piccolo robot che tanto desiderava, e di cui i suoi amichetti a scuola parlavano tanto. "Immagino il suo viso quando lo vedrà" si diceva fiero di sé, accarezzando la scatola che teneva appoggiata sul sedile passeggero accanto a lui. Fu proprio in quel momento che lo sentì. Forte e pungente. A tratti insopportabile. Un mal di testa così non gli era mai venuto, anche perché non aveva sofferto mai di mal di testa. "Diamine, che dolore".

Arrivato dinanzi casa sua, parcheggiò l'a

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   7 commenti     di: Ezio T.


La vera storia del Carnevale -soggetto per la drammaturgia di uno spettacolo teatrale per bambini

Ci sono milioni di persone nel mondo, ognuna con un diverso carattere, un diverso modo di vivere, una storia diversa da raccontare. Tanto tempo fa una di queste persone, forse la meno adatta a diventare protagonista di questo racconto, ci fece un fantastico regalo... Ma partiamo dal principio :una scrivania nella penombra, tante cartacce e... un uomo, il ricco e potente signor Tristobaldo Burbero.

   0 commenti     di: Moni Flà


82, Washington Road (Episodio 13)

I capelli erano a posto, la barba appena un velo e rifinita con cura, gli abiti erano abbastanza formali ma sufficientemente giovanili. Leonard Haslam era perfetto, pronto per una giornata di lavoro e, soprattutto, per Laila. Era emozionato all'idea che tutto tornasse come prima, con loro due che andavano al lavoro insieme; magari presto si sarebbero svegliati di nuovo nello stesso letto.
Incerto della propria perfezione, si accostò allo specchio per controllare l'interno delle narici, allora si raggelò. Senza alcun motivo plausibile detestò la cura che aveva riposto nel prepararsi, odiò la propria immagine impeccabile. Sentiva, come un suggerimento della sua coscienza o un'improvvisa illuminazione, che quell'insolita attenzione aveva a che fare con la morte. <<I morti sono sempre eleganti>>, sussurrò ad occhi spalancati, sorpreso dalle sue stesse parole.
Si riscosse, però, gli bastarono pochi attimi ed una risata. Ciò che aveva pensato era assurdo, milioni di persone curano il loro aspetto ed arrivano alla fine della giornata, la morte non bada certo all'eleganza. Lasciò il bagno, sollevato, ma distrattamente si scompigliò un po' i capelli.
Dallo stereo si diffondeva la voce di James Labrie che cantava One Last Time e parlava di una tragica fine. Il cd doveva essere graffiato, perché la fine del primo verso prese a ripetersi di continuo. Leon, infastidito, diede qualche colpetto allo stereo senza ottenere risultati, poi provò a mettere in pausa e a fermare del tutto la musica, ma la voce continuava a ripetere le stesse parole.
... this tragic ending... this tragic ending... this tragic end...
Leon staccò la spina e riuscì a far tacere lo stereo, ma quelle parole risuonavano ancora nella sua testa mentre indossava il giubbotto leggero ed usciva di casa, quasi che lo stereo avesse voluto parlargli tramite la canzone. Stavolta non rise di sé, riuscì solo a constatare che parte del suo buonumore era svanito, sostituito da un'irrequietezza

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