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Racconti fantastici

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Sfoglia di cipolla

Era ricca, vergognosamente ricca, la signora della collina. così la chiamavano tutti, ed era insieme una forma di rispetto e una formula di avversione profonda. viveva nell'unica villa del paese che sorgeva appunto sulla collina, sovrastando tutto e tutti, circondata da un parco che un tempo doveva essere stato splendido, ma che ora somigliava nè più nè meno a una boscaglia incolta, dove anche le piante si odiavano tra loro cercando di sopraffarsi a vicenda in un intrico senza inizio nè fine. solo il viale d'ingresso era tenuto libero dalla furia vegetale per consentire il passo alla signora negli unici due giorni al mese in cui offriva ai paesani lo spettacolo della sua faccia aguzza e scarna, dagli occhi di vipera e il naso adunco, quando si recava a controllare di persona i suoi affari.
ci pensava mastro Giorgio il giardiniere a sgombrare il viale dagli sterpi e dalle ghiande, ma ormai ci andava sempre più di rado da quella megera, che erano due mesi che non lo pagava. l'ultma volta gli aveva dato una cassetta di frutta tanto matura che neanche il tempo di portarla a casa, era tutta marcita e puzzolente.
usciva solo due volte al mese, un giorno per andare a riscuotere le rendite in moneta contante dei suoi possedimenti, un altro per riscuotere le rendite in natura dai suoi coloni. che cosa ne facesse, poi, di tutto quel ben di Dio non si sa, visto che si faceva portare tutto quanto in casa, da dove non si vedeva mai più uscire.
in paese dicevano che persino l'aria fresca del mattino, imputridiva all'istante a contatto con quelle nari da Cerbero.
non aveva mai dato niente ad alcuno, nè ora, che era avanti negli anni, regalava almeno un sorriso, nè, avesse pur campato come Matusalemme, avrebbe mai abiurato dal suo credo: è mio, mio, tutto mio.
una sola volta, quand'era più giovane, aveva donato ad un povero affamato che aveva bussato insistente, una cipolla. e aveva immediatamente sbattuto la porta.
un giorno la signora morì. si ritrovò imm

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82, Washington Road (Episodio 4)

Le lampade al neon della stazione di servizio sfrigolavano e occhieggiavano, mentre un trillo come di campanello rumoreggiava ogni volta che sul quadrante della pompa un numero sostituiva l'altro. Il gestore della vecchia area di servizio al limitare della città fissava senza vergogna la grossa automobile scura ed il furgone che la seguiva, ma soprattutto gli uomini che ne erano scesi e quelli che ancora sedevano all'interno. Tra questi, Kurts restituiva lo sguardo al bifolco dalla tuta bisunta e si chiedeva quanto ci volesse per riempire un paio di serbatoi.
Dopo il lavoro svolto a Washington Road si erano fermati a cena in una tavola calda, costantemente sorvegliati dall'intera clientela quasi che fossero alieni. Rockford era una cittadina piuttosto grande, ma decisamente isolata, circondata solo da pianura brulla e montagne rocciose; niente ristoranti né distributori per centinaia di miglia. Le due soste erano state dunque necessarie, inevitabili, altrimenti Kurts non avrebbe mai indugiato così a lungo in città.
Il suo cellulare squillò, un suono ovattato e timoroso che emergeva dal taschino interno della giacca. Lo prese con due dita, quasi disgustato, e lesse sul display illuminato l'unico nome che aveva in rubrica, l'unico che lo contattava su quel numero. Schiacciò il tasto verde e rispose facendo a meno di toni interrogativi. <<Si.>>
<<Signor Kurts.>> La voce che gli parlò era come di consueto pacata eppure imponente, debole in sé ma forte dell'autorità che la adoperava. <<Ha visto il telegiornale, per caso?>>
<<No.>>
Kurts non andava oltre i monosillabi perché quelle telefonate non richiedevano mai davvero la sua opinione, erano solo comunicazioni da ricevere. La pompa trillava ancora e il gestore adesso aveva concentrato tutta la sua attenzione sulla conversazione che udiva, ma alle sue orecchie poteva ben trattarsi della moglie di Kurts che lo rimproverava per essersi scordato di comprare il pane di segale.
<<Allora non sa che

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82, Washington Road (Episodio 14)

Raggiungere il cantiere non fu affatto semplice per i quattro sopravvissuti, nonostante la distanza da colmare non fosse molto grande. Le creature, che si erano ritirate quasi del tutto verso l'alba, a metà mattina ricominciarono a battere le strade di Rockford, avendo forse smaltito la scorpacciata del giorno prima e bramando nuovamente vittime.
Rod Hensenn e Sonny Meltzer aprirono la strada imbracciando gli M4 sottratti ai cadaveri degli uomini in nero, mentre Sarah e Jake li seguivano armati della sola pistola, che impugnavano a turno con uguale insicurezza. Abbatterono sei mostri, ne respinsero molti di più con la sola minaccia delle armi, ma non trovarono sollievo fino a quando non imboccarono Washington Road.
La strada era abbastanza larga da offrire una visuale ampia e i pochi edifici non costituivano nascondigli dai quali quelle bestie potevano sorprenderli, ma fu ben altro a rasserenarli. L'esperienza vissuta da Jake e Sarah suggeriva che l'origine di quei demoni si trovasse proprio lì, in quella strada, dunque sarebbe stato logico trovare una concentrazione maggiore di pericoli. Al contrario, invece, Washington Road era vuota e pacifica, indifferente all'invasione maligna che aveva distrutto Rockford. Le creature, addirittura, smisero di braccarli quando la imboccarono, forse temendo quella strada, forse avendone sacro rispetto.
Il cantiere, ciò che ne rimaneva, non rincuorò i quattro, perché non offriva alcun suggerimento, nessuna soluzione, tuttavia raggiunsero il cancello penzolante e sbirciarono oltre, tra le macerie generate dall'esplosione. A sprezzo di ogni logica, sentivano ora più di prima che lì dentro c'era qualche speranza; non erano certi di trovarvi il modo di lasciare Rockford - o cancellare gli ultimi giorni e tornare alla normalità - , ma che sotto la polvere, i calcinacci e le travi di ferro spezzate vi fosse qualcosa di potente non v'era dubbio.
Un lucchetto teneva chiuso il cancello, ma questo era stato talmente pie

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Storie vere in caramelle:la danza dei colori

NERO


Intanto anche Nero, abbassata la cornetta del telefono e grattandosi, senza accorgersene, la barbetta nera che gli spuntava dal mento, rimase pensieroso. . ritornò in sé quando sentì un miagolio di dolore.
Non si era accorto di aver calpestato Nerina la sua vecchia gatta, che ormai senza più grinta, tendeva ad addormentarsi anche in mezzo alla stanza o in qualsiasi luogo si trovasse.
Questo invito lo aveva un po' lasciato di stucco. Erano passati i periodi in cui tutti lo invitavano, lo volevano, in cui lui si concedeva senza aver paura di consumarsi.
"Un tempo giocavo molto"disse a voce alta, come se qualcuno lo stesse ascoltando," stavo in compagnia del mio amico Bianco, vivevamo insomma in bianco e nero.. ah! che tempi! penso i migliori della mia vita. Lo sapevate che i cani vedono in bianco e nero? Ogni tanto mi è capitato di piangere, avrei desiderato essere amato per cose felici e gioiose, invece mi usavano per i funerali, per le paure, per rappresentare la morte.
Mi fecero entrare anche nei tribunali a vestire i giudici...
Nel medio Evo non mi usavano molto, perché mi nascondevo, ero difficile da trovare.
Qualche riccone però mi rintracciava, mi comprava, mi sbatteva in piccoli angoli delle tele... allora ero veramente prezioso. In pochi potevano comprarmi, perché ero un bel Nero lucido, molto costoso. Certe volte mi ricavavano dal fumo, facendomi fare brutte figure perché come il fumo, sbiadivo in fretta, svanivo. Poi qualcuno ha voluto farmi un bel regalo, mi ha utilizzato per colorare pizzi e sete in nero, che eleganza ragazzi! Ho vestito bellissime donne, anche alcune brutte per la verità! dando loro raffinatezza e charme.
Il mio bel d'affare lo ebbi nel periodo delle riforme, insomma nel XIV secolo, perché bisognava ritornare ai colori sobri, seri, che richiamassero l'umiltà del peccatore. Allora Lutero si vestì di nero, anche Carlo V ed altri re.
Fino al XVIII secolo solo gli aristocratici mi usavano per colo

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   5 commenti     di: antonina


QUANDO IL CIELO SI APRE

Dove Elisabetta era nata e viveva si rispettavano alla perfezione le regole di tutti quei paesini che un nome lo hanno ma rimangono anonimi lo stesso sino a quando non accade qualche evenienza e se possibile sinistra, che richiama gente da ogni parte: allora i turisti non si contano più…. Oggi tutto riesce mestamente a fare business.
Ognuno conosceva tutti e di tutti conosceva tutto, poiché gli immancabili scheletri nell’armadio veri o presunti non esistevano neanche.
Tutte le mattine, agli angoli delle gradevoli viuzze tristi e rassegnate come una bellissima donna condannata al totale isolamento per un crimine non commesso, le massaie, dopo aver espletato i compiti quotidiani, si radunavano in piccoli gruppi per sfracellare le adolescenti con discorsi più affilati di una lama di Toledo a punizione delle loro scelleratezze di natura erotica commesse nell’oscurità e nell’assoluto abbandono che ogni sera calava come un nero scialle nel piccolo borgo. Il meccanismo di questa operazione era semplice: ogni gruppo, per tacito ed essenziale accordo, eseguiva questo lavoro sulle figlie delle donne dell’altro riunito all’angolo più in basso che, a sua volta, si occupava di quelle appartenenti al gruppo dell’angolo successivo e cosi via.
Una caratteristica era che gli elementi dei gruppi periodicamente si rimescolavano per formarne dei nuovi.
Le ragazze erano prese di mira sino a quando non andavano spose: integre col beneficio del dubbio, sicure con un pomposo corredo che aveva depredato il padre di vent’anni di lavoro. In definitiva due grandezze inversamente proporzionali.
Pertanto, dopo aver consumato quella effimera, piacevole fetta di vita coniugale, da vittime passavano a carnefici.
Con queste trovate si combatteva qualcosa di indefinibile, atavica, che la loro ignoranza e la loro remissione predominante non riusciva a mettere a fuoco né, d’altro canto, nessuno si curava di farlo, di dare una spiegazione a quel senso bello e malizioso che

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Al bar in riva al mare 4

Da:..."Le storie di Capt. Nemo

Un giorno, in quel vecchio bar in riva al mare,
una bella fanciulla entrò e si sedette davanti al
vecchio marinaio che sorseggiava il suo rhum.
- Ciao bella fanciulla - disse il marinaio - chi sei? -
- Sono il vero Amore - lei rispose - mi hai cercato? -
- Per tutta la vita - disse lui.
- Bene, lo so che mi hai aspettato, ora sono qui per te -
- Solo per me? -
- Si, solo per te, ma c'è una piccola formalità:
devi prendermi -
e la bella fanciulla si avviò correndo con passo da
gazzella sulla spiaggia sabbiosa antistante il vecchio bar.
Il vecchio marinaio raccolse le sue forze e la inseguì, ma
la corsa era impari: la fanciulla aveva la giovinezza e la
bellezza e lui solo il grande desiderio di amare.
Ormai disperava di raggiungerla, quando ad un tratto
lei si fermò, si girò e gli apri le braccia.
Lui la raggiunse, la strinse a sè e gridò: - Ti tengo! -
E morì di felicità, sulla spiaggia antistante il vecchio
bar, mentre la marea montante iniziava a lambirgli
le gambe, come un vecchio cane festeggia il ritorno
del padrone, da un lungo viaggio oltremare.

Anche questo successe in quel vecchio bar, in riva al mare,
dove i pensieri si confondono con il fragore delle onde,
dove chi è solo, trova la forza... per restare solo.

Capt. Nemo
Capitano di lungo sorso
Internet Navigator



Ciao Pà

E tutto buio qua, qualche stella luccica in questo cielo nero, e la risacca di questo mare accompagna il nostro andare, la tua mano sulla mia... il tuo passo forte e deciso quasi non ti seguo, la tua voce... Le tue parole il mio cuore, sembra ieri che sei andato via, quante cose vorrei raccontarti... Ma forse tu già sai, sei sempre stato con me fra le lacrime e nella gioia... Quanta vita e passata da quei due tiri ad un pallone e le domeniche al mare col nostro carrozzone a far festa sotto l'ombrellone... ciao Pà.

   5 commenti     di: Giovanni...



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