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Racconti fantastici

Pagine: 1234... ultima

Il Signore mi salverà

un giorno, un uomo si imbarcò su una nave per raggiungere terre lontane dove, sperava, la ruota della fortuna avesse preso a girar nel suo verso..
e la ruota girò, talmente tanto che la nave affondò, e il nostro uomo naufragò. rimase solo in mezzo al mare, aggrappato a una mezza scialuppa sfasciata.
l'uomo aveva una gran fede e, a dispetto delle onde che lo sommergevano fino a togliergli il respiro, ripeteva tra sè: il Signore mi salverà!
pian piano riuscì a salire a bordo della mezza scialuppa, si sistemò alla meglio e aspettò. il Signore mi salverà, ripeteva.
dopo un giorno arrivò una barca di pescatori che gli si avvicinò offrendogli soccorso.
ma lui, ringraziò e rispose:no, il Signore mi salverà!
il tempo passava, sentiva freddo, fame e sete, tanta sete.. dopo un altro giorno arrivò una seconda barca che gli si avvicinò per portarlo in salvo, ma lui ringraziò e rispose: il Signore mi salverà!
passò ancora tempo, tremava, faceva buio, la gola arsa, le forze ormai allo stremo... quand'ecco un'altra barca si avvicinò per portarlo a terra, ma lui, nella sua fede incrollabile rispose con un fil di voce: no, il Signore mi salverà!
il quarto giorno quell'uomo morì. quando fu al cospetto di Dio, con gli occhi fuori dalle orbite disse: Signore, ma perchè non mi hai salvato?
e il Signore: guarda, che io ti ho mandato tre barche!



347... morto che parla

Non c'è nulla
come comunicare
per fare più leggera la vita.



L'aria era satura di elettricità. Se ne respirava l'odore un po' dappertutto. Negli androni delle case, nei giardini, nelle vie della città. Il temporale, in fuga verso l'orizzonte, stava cedendo il passo a un mesto tramonto. Andrea, bavero alzato, aveva lo sguardo fisso su una pozzanghera, mentre l'acqua, percorsa da una leggera brezza, gli restituiva la figura incerta di un uomo con l'impermeabile, come dentro lo schermo di un vecchio televisore bianco e nero in vena di bizze. Uno di quei sarcofaghi lignei del secolo scorso, dal carattere assai instabile, e bisognosi di ripetuti cazzotti prima di tornare in sè.
- Meno male: oggi le maniere forti non servono più - pensò Andrea - miracoli della tecnologia! Tutto è più stabile. Almeno per quanto riguarda la tivù.
Con questa riflessione, stimolante e profonda come la pozzanghera che gli stava davanti, mise fine alle trasmissioni infrangendo lo schermo con una scarpa. Poi, uscito da quello stato di trance, prese a camminare senza molta convinzione verso la fermata del bus. La giornata era stata un inferno: una riunione via l'altra! E le telefonate? Tante che aveva perso il conto. L'orecchio bolliva ancora.
Il bus era lì, con le fauci aperte. Sarebbe bastato uno sprint finale e il mostro lo avrebbe inghiottito. Quindi, dopo averlo masticato ben bene, lo avrebbe sputato fuori a due passi da casa, come un chewing-gum! Invece Andrea, all'ultimo momento, rallentò. Ripensandoci, l'avrebbe fatta a piedi, così si sarebbe rilassato un po'. I pensieri si agitavano e rincorrevano scomposti nella mente. Non riusciva a sintonizzarsi su niente che valesse la pena di essere acchiappato al volo e rivoltato come un calzino. Dopo alcuni minuti svoltò l'angolo, in una stradina un po' in ombra. Cinquanta metri più avanti, fu attirato da una vetrina illuminata. Sembrava la versione ridotta di uno di quei bazar di T

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Punto atto e tatuato, L'incontro con l'Uomo-dalla-treccia-canuta (parte 1)

Dal blog-novel http://puntoattoetatuato. blogspot. it/

3 dicembre 2011. Venezia, Campiello san Rocco. Da più di mezz'ora Aurelio aspettava nel luogo dell'appuntamento, la vetrina del negozio di tatuaggi. "Insisto perché tu arrivi puntuale", gli venne raccomandato con insistenza, ma del tatuatore non vi era ombra. Per mantenere la parola, Aurelio dovette fiondarsi dal treno, uscire di gran fretta dalla stazione e farsi d'un fiato tutto il tragitto, ponti compresi. A linea d'aria gli sarebbero bastati quindici minuti scarsi, ma la poca dimestichezza con la città gli fece perdere spesso la via, impiegando il quadruplo del tempo.
Ora stava lì, spazientito ad aspettare. Con un piede si appoggiava al muro del sotoportego adiacente all'ingresso del negozio. Stava immobile, proteg-gendosi dal soffio di quel vento dicembrino, che penetrava attraverso le fib-bie delle scarpe, i jeans, il cappotto grigio doppiopetto.
Insofferente, estrasse dalla tasca un foglio. Era la locandina del negozio, che due settimane prima lo incuriosì terribilmente, mentre in quel momento, ri-letta nella gelida solitudine, infondeva unicamente una sensazione di sciagu-ra.

Il corpo umano è l'espressione del mondo che ci circonda. Nella sua perfe-zione, è metafora di una moda, di una cultura, di una società. Se l'interezza del corpo viene spezzata, da esso scaturiranno ossessioni, demoni, tabù; ma se la sua armonia viene esaltata sapientemente, eromperanno forze più po-tenti di un soffio vitale.
L'arte che valica e amplifica il confine limitato del corpo è il tatuaggio. Con la simbologia giusta, tatuata nella zona adeguata, alcuni punti vitali muteranno e si espanderanno, sviluppando attitudini speciali.
Non esitate allora, venite a fare un tatuaggio!

Ricevette quel foglio durante una gita scolastica a Venezia, durante la pausa libera tra una visita di un museo e l'altra. Glielo lasciò un tizio che si direbbe più anomalo che strano. Aurelio lo ricordava perfettamente. Alto e i

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   3 commenti     di: Matteo Contrini


Il vampiro Christopher Hancock, le origini - ultima parte

"Ottima scelta, ho creato uno splendido immortale".
Disse soddisfatta la donna dagli occhi di ghiaccio.
"Non avevi nessun diritto di farlo, dovevi lasciarmi crepare".
Mi resi conto di aver perso per sempre la possibilità di ricongiungermi ai miei familiari. La mia anima è stata dannata per sempre, rinnegato da Dio.
Sentii crescere in me rabbia e disperazione, ma più di tutto sentivo la sete infiammarmi la gola.
"Non essere in collera, quando ti ho visto ho subito capito che saresti stato perfetto... e poi mi ricordi tanto mio figlio, il mio povero Constant. Non potevo permettere che diventassi cibo per i vermi".
"Che diavolo vuoi da me? Nessuno ti ha chiesto di strapparmi alla morte, ho un tremendo bisogno di... non lo so cos'è... mi brucia la gola".
"Ti devi nutrire, andiamo".
Uscimmo, così facendo lasciai per sempre la casa in cui sono cresciuto e con essa lasciai anche la mia vita precedente, da allora non sono più voluto tornare a Eyam.

Quella notte aveva assunto un aspetto funebre, le stelle erano nascoste sotto un pesante cielo nero e uno strano odore di morte aleggiava nell'aria, inaspettatamente mi sentii parte di quella cupa atmosfera, ero perfettamente a mio agio e mi sentivo forte e indistruttibile.
Fu la notte del mio primo pasto, uccisi il mio primo essere umano guidato dall'istinto. Era una prostituta che si aggirava ubriaca in un sudicio vicolo. Conobbi per la prima volta l'eccitazione scatenata dall'odore del sangue caldo pulsare nelle vene. Non ricordo d'aver mai sentito un profumo tanto intenso e delizioso. Le fui addosso in un secondo, povera sciagurata, non ebbe nemmeno il tempo di reagire, ma se anche l'avesse avuto, niente avrebbe potuto contro la mia superiorità.
L'assalii alla giugulare, sentii il suo fluido vitale scivolarmi sinuosamente nella gola e riempirmi lo stomaco donandomi un sollievo indescrivibile.
Uccidere è semplice.
Scoprii che bere da un mortale è paragonabile al provare mille orgasmi contemporaneamen

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   9 commenti     di: Kartika Blue


Sfoglia di cipolla

Era ricca, vergognosamente ricca, la signora della collina. così la chiamavano tutti, ed era insieme una forma di rispetto e una formula di avversione profonda. viveva nell'unica villa del paese che sorgeva appunto sulla collina, sovrastando tutto e tutti, circondata da un parco che un tempo doveva essere stato splendido, ma che ora somigliava nè più nè meno a una boscaglia incolta, dove anche le piante si odiavano tra loro cercando di sopraffarsi a vicenda in un intrico senza inizio nè fine. solo il viale d'ingresso era tenuto libero dalla furia vegetale per consentire il passo alla signora negli unici due giorni al mese in cui offriva ai paesani lo spettacolo della sua faccia aguzza e scarna, dagli occhi di vipera e il naso adunco, quando si recava a controllare di persona i suoi affari.
ci pensava mastro Giorgio il giardiniere a sgombrare il viale dagli sterpi e dalle ghiande, ma ormai ci andava sempre più di rado da quella megera, che erano due mesi che non lo pagava. l'ultma volta gli aveva dato una cassetta di frutta tanto matura che neanche il tempo di portarla a casa, era tutta marcita e puzzolente.
usciva solo due volte al mese, un giorno per andare a riscuotere le rendite in moneta contante dei suoi possedimenti, un altro per riscuotere le rendite in natura dai suoi coloni. che cosa ne facesse, poi, di tutto quel ben di Dio non si sa, visto che si faceva portare tutto quanto in casa, da dove non si vedeva mai più uscire.
in paese dicevano che persino l'aria fresca del mattino, imputridiva all'istante a contatto con quelle nari da Cerbero.
non aveva mai dato niente ad alcuno, nè ora, che era avanti negli anni, regalava almeno un sorriso, nè, avesse pur campato come Matusalemme, avrebbe mai abiurato dal suo credo: è mio, mio, tutto mio.
una sola volta, quand'era più giovane, aveva donato ad un povero affamato che aveva bussato insistente, una cipolla. e aveva immediatamente sbattuto la porta.
un giorno la signora morì. si ritrovò imm

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Elyndas

"Corri, corri veloce. Scappa, non farti prendere, se ti prendono se morto, finito, il tuo mondo svanisce, corri veloce, non fermarti, nulla ti deve fermare". Era questo ciò che pensava la giovane Elyndas, appena sedicenne. Correva veloce scalza sull'erba fresca della notte dell'ultimo giorno di primavera. Sentiva l'adrenalina e al contempo la paura invaderle il corpo, doveva tornare alla base, solo lì sarebbe stata al sicuro. Sentiva il sangue scorrere sotto i suoi piedi, le sue vittime, la sua strage, sentiva gli effetti di ciò che aveva appena fatto, come ogni volta del resto; sentiva il sangue di tutte quelle persone sotto i suoi piedi mentre tentava di ritrovare l'uscita del grande giardino del palazzo dei nobili del luogo.
All'improvviso si ritrovò a terra dopo aver sbattuto contro la cancellata principale, ma da lontano sentiva le guardie arrivare più veloci che mai, sentiva i passi rapidi, sentiva le urla delle guardi che le promettevano morte certa.
Si affrettò a scavalcare il cancello, la sua incredibile magrezza ed agilità in questi casi le erano molto utili.
Corse veloce, il più velocemente possibile, per arrivare alla base della gilda.
"Ma cosa sto facendo? Ormai sono anni che faccio sempre le stesse cose: loro mi affidano le missioni e io le devo portare a termine il più velocemente possibile. E a loro non interessa se magari alla fine sono morente, devo arrangiarmi, devo fare tutto da sola, non mi concedono nemmeno un aiutante! Ma ora basta! Sono stanca di stare ai loro ordini! Non voglio essere un'assassina e sono ormai sei anni che sono un'assassina della gilda degli assassini più temuta del nostro mondo! Un Tiranno sta cercando di conquistare l'intero nostro mondo, e loro pensano solo ad affidarmi missioni che vedano come vittime persone che con il Tiranno non c'entrano nulla! Voglio andarmene da questa inutile gilda degli assassini! Si, ammetto che alcune missioni andavano bene anche a me, che alcune persone che ho ucciso le ho uccise

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   4 commenti     di: Gaia Locatelli


Attraverso la Voce: Atto 1

Prologo: Celtic Sea 1195
È andato tutto storto. La tempesta ci ha travolto senza il benché minimo preaviso. Il vento urla mentre, assieme alla pioggia flagella la nave da ogni direzione. La tetra oscurita che ci avvolge viene trafitta soltanto, dal rosso bagliore del falò di una torre di guardia. La terra è vicina. Ma non so se riuscirò a raggiungerla. Benjamin mi si avvicina urlando a squarciagola: "John, che facciamo?! La tempesta è troppo forte! Se continua cosi saremo dati in pasto al mare!" Con la mano mi asciugho il viso come meglio posso mentre manovro il timone sferzando con violenza: "Ben, ascolta... devi ritrarre le vele! Capito? Se riusciamo a non farci trascinare troppo dal vento avremmo una possibilita!"Ben mi guarda come se avessi detto la cosa più folle del mondo: "Ma sei impazzito?! Senza le vele la nave andrà fuori controllo!" "La nave è già fuori controllo idiota! Senza le velle almeno avremmo un po' di tempo per riportare questa bestia in asse!" Senza esitare oltre Benjamin comincià ad arrampicarsi sull'albero maestro. Sbattuto dal vento e dalle vele Benjamin armeggia con le corde con frenesia. All'improviso si ferma. Cosa avrà visto? Non faccio in tempo a chiederlo che già lo sento gridare: "Uno scoglio! Uno scoglio di prua!!!". Maledizione! Sterzò il timone della nave a destra più in fretta che posso. Ma non abbastanza. Sento il fianco sinistro della nave che si incrina. Poi sento il fragore del legno che si spezza come un ramoscello, mentre gelide onde travolgono l'intero ponte. La nave sobbalza e io vengo lanciato quasi fuoribordo. Cado poco prima di perdere i sensi.
Atto I: England Bay
Mi sveglio sentendo i sussulti sotto la scomoda superficie di legno sulla qualle giacio. Apro gli occhi e vengo accecato dal sole mattutino. La testa mi gira, ma riesco comunque a metermi seduto. Una mano mi stringe la spalla: "Ehi vacci piano amico mio... Hai preso una bella botta!" Anche se a fatica riconosco la sua voce: "Benjamin? Ma tu..

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