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Racconti fantastici

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Soluzione marziana

L'Homo Sapiens Sapiens nacque circa duecentomila anni fa nella Rift Valley africana, un'immensa vallata lunga oltre tremila chilometri e formata da una profonda faglia tettonica ricoperta di laghi. Dopo una lunga fase di stabilità, si espanse a macchia d'olio per l'intera superficie terrestre, moltiplicandosi a dismisura e dimostrando di portare impresso nel proprio dna l'insopprimibile bisogno di colonizzare o conquistare sempre nuove terre, tanto che un giorno perfino il pianeta Terra nel suo complesso cominciò ad andargli stretto.
Occorrevano dunque una nuova frontiera da valicare e nuove terre su cui dar sfogo alla popolazione in continua crescita. E la nuova frontiera non poteva essere altro che lo spazio cosmico. Sulle prime, dopo l'originario interesse che aveva trionfalmente condotto l'uomo sulla Luna, era venuta a mancare la volontà politico economica. Per giunta c'erano stati il deserto del Sahara da fertilizzare e il continente antartico da disgelare. Ma quando pure quei luoghi si erano riempiti all'inverosimile ed erano stati sfruttati a fondo, a disposizione era rimasto "soltanto" l'universo.
Dove espandersi, però? Per le conoscenze dell'epoca la Via Lattea era ancora irraggiungibile, figurarsi lo spazio extragalattico. Restava dunque un'unica area a portata di mano: il sistema solare, al cui interno il luogo più adatto pareva essere il pianeta Marte. Certo, Marte era un mondo morto da miliardi di anni, ma non era poi così diverso dal nostro e lo si poteva rivitalizzare.
Ed era proprio a tutto ciò che stava pensando il capitano scelto per condurre a destinazione i primi coloni marziani, mentre guardava brillare sopra la sua testa le luci dell'astronave in orbita geostazionaria a diecimila chilometri d'altezza. Nonostante la distanza, la nave era visibile. D'altronde si trattava di un colosso lungo oltre due chilometri e largo seicento metri. Era stata chiamata Golem e il nome gli pareva assai azzeccato: un gigantesco automa con un sofisticat

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   14 commenti     di: Massimo Bianco


Elyndas

"Corri, corri veloce. Scappa, non farti prendere, se ti prendono se morto, finito, il tuo mondo svanisce, corri veloce, non fermarti, nulla ti deve fermare". Era questo ciò che pensava la giovane Elyndas, appena sedicenne. Correva veloce scalza sull'erba fresca della notte dell'ultimo giorno di primavera. Sentiva l'adrenalina e al contempo la paura invaderle il corpo, doveva tornare alla base, solo lì sarebbe stata al sicuro. Sentiva il sangue scorrere sotto i suoi piedi, le sue vittime, la sua strage, sentiva gli effetti di ciò che aveva appena fatto, come ogni volta del resto; sentiva il sangue di tutte quelle persone sotto i suoi piedi mentre tentava di ritrovare l'uscita del grande giardino del palazzo dei nobili del luogo.
All'improvviso si ritrovò a terra dopo aver sbattuto contro la cancellata principale, ma da lontano sentiva le guardie arrivare più veloci che mai, sentiva i passi rapidi, sentiva le urla delle guardi che le promettevano morte certa.
Si affrettò a scavalcare il cancello, la sua incredibile magrezza ed agilità in questi casi le erano molto utili.
Corse veloce, il più velocemente possibile, per arrivare alla base della gilda.
"Ma cosa sto facendo? Ormai sono anni che faccio sempre le stesse cose: loro mi affidano le missioni e io le devo portare a termine il più velocemente possibile. E a loro non interessa se magari alla fine sono morente, devo arrangiarmi, devo fare tutto da sola, non mi concedono nemmeno un aiutante! Ma ora basta! Sono stanca di stare ai loro ordini! Non voglio essere un'assassina e sono ormai sei anni che sono un'assassina della gilda degli assassini più temuta del nostro mondo! Un Tiranno sta cercando di conquistare l'intero nostro mondo, e loro pensano solo ad affidarmi missioni che vedano come vittime persone che con il Tiranno non c'entrano nulla! Voglio andarmene da questa inutile gilda degli assassini! Si, ammetto che alcune missioni andavano bene anche a me, che alcune persone che ho ucciso le ho uccise

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   4 commenti     di: Gaia Locatelli


Giorgio e il drago

"Oggi è San Giorgio. La sai la storia di San Giorgio? "
"Io no nonno, tu la sai?
"Io sì"
"E chi te l'ha raccontata? "
"Nessuno, io ero lì"
"Davvero?! Mi racconti? "

Un 23 aprile di molti anni fa (era presto, era ancora buio) passavo davanti ad una chiesa, in un piccolo paesino di nome Chièuti, che adesso è molto cambiato. Ero lì perché cercavo, cercavo e cercavo, il primo oggetto che avevo perso, da bambino, proprio mentre giocavo con altri davanti a quella chiesa. Era un oggetto a cui tenevo molto, la mia prima biglia di vetro, che dovevo assolutamente ritrovare, per ritrovare anche tutto quello che avevo perso negli anni successivi.
Non c'era nessuno in giro, era freddo, e la porta della chiesa era chiusa.
Non c'era nessuno in giro, era freddo ed era ancora buio, e la porta della chiesa si aprì.
Un vecchietto piccolo, piccolo, che non riconobbi subito, sistemò le grandi ante della porta regolandole alla massima apertura, poi cavò dalla tasca un mazzetto di biglietti bianchi. Mi guardò, mi chiamò per nome e mi mostrò il primo biglietto, fissandomi negli occhi come aveva sempre fatto, proprio lui, Gino il sacrestano, quando ci trovava a giocare vicino alla chiesa. Mi afferrò una mano e quel biglietto, l'unico che mi sembrasse non stropicciato, me lo spinse nel fondo del palmo.
"Vedi" mi disse "sei arrivato prima e puoi prenderti questo biglietto nuovo. Fra un po' arriva il Santo, il drago è già in sacrestia"
Si girò e scomparve dentro, nel buio oltre la porta aperta, in quella chiesa che ricordavo bene.
Non succedeva spesso di assistere al ritorno del Santo ed erano sempre pochi quelli ammessi a vedere la scena. Quando si incontravano a parlare, nella piazza del paese, spettatori di anni diversi, tutti erano d'accordo sui particolari, sui dettagli dell'azione, sui rumori e sulle espressioni; e se anche qualcosa, al racconto, sembrava in un primo tempo nuova, subito il gruppo di ascoltatori, accomunati dall'essere stati spettatori, r

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Rem: la vita in un sogno

Una giornata uggiosa, cupa di pioggia e carica di fatica.
È quasi conclusa e può tornarsene a casa: insopportabile, massacrante.
Quasi privo di forze con urgente bisogno di riposo, anela raggiungere il suo letto mentre varca la soglia.
In cucina un piatto freddo di minestra e una mela sul tavolo sarebbero la sua cena, ma stasera non ne ha alcuna voglia. Unica attività permessa: lavarsi il viso e i denti; poi di corsa a letto.
La sua compagna rantola sbuffando e non avverte la sua presenza. Pian piano, per non svegliarla, e in pochi minuti s'immerge nel sonno. Non desidera altro!
Rem comincia a sognare:
- sta per lasciare la vita terrena, con animo sereno; disteso sul letto curato da un affetto senza eccessi, dignitoso e quasi distaccato. Con flebile filo di voce dà le ultime indicazioni alla moglie, ai due figli maschi e una buona parola per il fido cane al suo fianco. La stanza in penombra, per sua richiesta, lo aiuta ad osservare senza troppa fatica i lenti movimenti silenziosi, giusto per dare un senso agli ultimi istanti. In questo lento scorrere gli si affacciano visi, figure, materia, tempo, ricordi, pensieri, oltre ad una strana e nuova dimensione. I suoi occhi, ora, scrutano interiormente fin nelle viscere. La sostanza comincia a fluire come un filo di fumo e, attraverso un tubo organico, percorre il suo corpo rubandogli la mente. Nella stanza resta di lui la materia organica, fatta di escrementi e peccati: gola, avarizia, oppressioni, piaghe, sordità, lussuria. Mente e sostanza fuggono verso l'alto, affiancati da inaspettati spiriti volanti, tra i quali Rem riconosce Icaro, la cui figura gli è rimasta impressa da un libro di scienze con incisioni del Doré. Non capisce ancora se l'eterea essenza va incontro a festa o punizione. Lungo il tragitto c'è tempo per alimentarsi, banchettando in volo attingendo da un paiolo retto tra le mani di un alato. Non si parla una lingua conosciuta, ma suoni e segni che tutte le menti possono capire in forma un

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   3 commenti     di: salvo


Le due serpi

È un soleggiatissimo giorno d'estate, l'ideale per fare una bella, lunga, rilassante e tranquilla passeggiata pomeridiana domenicale. Serpe Zoppina Ovovipara, dopo avere pranzato a sazietà, gironzolò come d'abitudine nei dintorni fischiettando e cantando allegramente: "Fffiùùh, fffiùùh, la pancia piena mi mette allegria, fffhiùùh, fffiùùh, la pancia vuota mi mette malinconia". Aggirando un grosso macigno incontrò serpe Stortina Proteroglifa, sua antipatica coetanea e rissosa vicina di casa, le due striscianti creature non si sopportavano a vicenda e per poco non sbattevano violentemente la testa tra di loro, rischiando di farsi molto male. Entrambe infastidite dall'indesiderato incontro, quasi scontro, finsero di non vedersi e ognuna girò di scatto, sbuffando, l'affusolato muso inviperito dall'altra parte. "Voglio proprio vedere dove sta andando la vecchia decrepita pettegola", disse incuriosita serpe Zoppina Ovovipara. "Voglio proprio vedere dove sta andando la vecchia stolta ruffiana", disse incuriosita serpe Stortina Proteroglifa. per alcuni minuti si rincorsero comicamente, avanti e indietro, su e giù, girando maldestramente di continuo intorno alla stessa grossa, calda pietra, fingendo di ignorarsi a vicenda, ma rischiando più volte di scontrarsi con violenza e farsi molto male. All'improvviso un debole squittio di paura risuonò poco distante, richiamando la loro attenzione, un nido di teneri topolini, ancora nudi, appena nati, si trovava al centro della instancabile disputa, dimenticando per un momento la loro antica rivalità si precipitarono su di loro. Anche serpe Stortina Proteroglifa doveva avere mangiato a sazietà, si notava dal gonfiore della pancia appesantita, ma nessuna delle due colleriche bisce voleva cedere all'altra la soddisfazione di rivendicare le gustose prede. serpe Zoppina Ovovipara impettita, disse di essere stata lei la prima a vedere il nido, perchè aveva la vista più acuta, serpe Stortina Proteroglifa baldanzosa, riba

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Ronzavano

Sfrecciava la sua macchina... sfrecciava come se il Diavolo in persona la stesse inseguendo...
I riflessi rossi mandavano bagliori sotto il sole cocente.
Il rombo sotto di lui lo faceva sentire bene, la musica martellante gli sussurrava di schiacciare di più
“PIU’ VELOCE DEL DIAVOLO... YEAH... YEAH”
e lui schiacciava fino in fondo.
Inserì la quarta e il motore fece un balzo in avanti, la lancetta ormai prossima ai cento.
Ramona... quelle vibrazioni gli avrebbero regalato la sua verginità... e una sana bottiglia di vino l’avrebbe aiutato.
Le ruote bruciavano sulla strada fumante.
“Posso accendere il climatizzatore?” La sua voce tradiva la paura... e l’eccitazione. Si teneva la gonna stretta in mezzo alle gambe e tichettava nervosamente le dita contro il poggia braccio.
Chiuse i finestrini e accese il climatizzatore; tutto si fece più piacevole.
“Grazie”
Il segnale del limite di velocità visse una frazione di secondo nella sua mente, poi sparì e fu cestinato. I limiti di velocità li rispetta solo chi non sa guidare e questo non era suo caso.
Aveva finito gli studi e i suoi avevano fatto fede alle loro promesse.
“Cavolo, se ci dovesse beccare la polizia...”
“Non ti preoccupare”
Svuota cestino.
Inserì la quinta, ormai sui centoventi... poche centinaia di metri ancora e sarebbe iniziata la grande scalata, l’odore di freni e frizione avrebbero incominciato a riempirgli le nari... avrebbe preso quella rotonda a grande velocità, la musica si sarebbe frantumata sotto il rumore delle ruote che fischiavano e gli applausi del pubblico, avrebbe stretto mani e posseduto tipe a non finire e... sentì un leggero dolore sul fianco, un pizzico.
Abbassò lo sguardo e vide una vespa o un ape del cazzo che lo stava pungendo.
La vespa svolazzò sopra il suo braccio destro, dove si posò a farsi una passeggiatina e sganciò un altro morso.
“Figlia di puttana!”
“Cos...”
Calò la mano sinistra e spiaccicò l’insetto. Il liq

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Il viaggio

Questa è la storia di una goccia che si ribella al suo destino:essa nacque tra le nuvole a più di 2000 metri d'altezza, la prima cosa che vide fu un turbinio di vento, fulmini e rumori assordanti, in mezzo a tutto quel caos, era in compagnia di migliaia anzi milioni di altre gocce che, a gruppi venivano scagliate verso la terra, rimase affascinata ed impaurita allo stesso tempo, poi venne il suo turno, sentì una forza sconosciuta attirarla e cadde giù sempre più giù, in compagnia di tante altre gocce, poi accadde una cosa strana lei ebbe la forza ed il coraggio di fermarsi a pochi centimetri da terra perché capì che non gli piaceva quel suo destino, ed allora prese vita propria sfidando il vento ed in mezzo alla sorpresa di tutte le altre gocce si rialzò un po'di più dal suolo e prese a vagare in cerca di qualcosa che gli piacesse, passò tra rami di alberi, foglie che volavano persone che correvano auto che suonavano, vide tutte queste cose si fermò solo un momento a guardare gli occhi di un bambino che, sorpreso quanto lei rimase ad osservarla, poi con le sue manine cercò di prenderla, ma lei dopo avergli fatto una carezza sulla guancia ripartì, sempre più veloce, ora sapeva dove andare, il mare.. si, il mare era quello il suo destino, arrivò e vide in lontananza quello che cercava! Un cono che dal mare si alzava verso il cielo, ecco si! Accelerò sempre di più fino a tuffarsi dentro quel turbinio di gocce dolci e salate, come in una giostra senza fine si senti trasportare in alto si abbandonò a questo suo piacere e tornò su in cielo da dove era partita!

   4 commenti     di: leopoldo



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