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Racconti fantastici

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La gabbianella e il gatto di Sepulveda.

Il messaggio è semplice e chiaro: il "nemico", anziché distrugerlo, si può amare e non sulla spinta di un'istanza morale che costa fatica ma su quella emotiva e affettiva che nasce dalla "pietas", condivisione di un evento tragico che priva la gabbianella della madre e fa nascere nel "nemico" gatto una vocazione materna. Il messaggio è forte ma non austero. Sepulveda anima la comunità dei gatti adottivi di una comicità lieve e di una vena poetica che tocca il culmine nel volo sicuro della gabbianella che supera la paura e gli ingenui, infruttuosi tentativi degli amici gatti di insegnarle a volare e si stacca dal campanile con un addio festoso agli amici che lascia per tornare alla sua natura.



Il casolare

§ I

V****a è un posto sperduto, distante dalle aree metropolitane e cittadine. Un luogo tra alte colline scoscese, popolato da poche migliaia d'anime e attanagliato dalla noia di una vita priva di sorprese.
Il 28 di luglio Marco e Mariagiovanna s'incontrarono prima con Luigi e poi con Rita. Si trattava di quattro giovani studenti universitari fuori sede e squattrinati, come tutti gli studenti universitari, così niente vacanze se non per ritornare a trovare i genitori anziani, al paese. Ma erano lieti di rivedersi e si incontravano tutti i giorni, a quell'ora. Sedevano all'aperto, ai tavolini dell'unico bar con i tavolini all'aperto e prendevano la limonata. Un piacere che era diventato un'abitudine ulteriore. Il 28 di luglio di quell'anno, cadde in un periodo di caldo torrido e poiché V****a dista dal mare centinaia di chilometri, l'unico ristoro era costituto dagli alberi e dalla loro ombra rinfrescante.
< Ragazzi, fa troppo caldo qui. Andiamo alla radura, dài > propose qualcuno.
< Sì, veramente, fa troppo caldo, andiamo. >
I quattro ragazzi lasciarono il bar della piazza e montarono sull'automobile di Marco, parcheggiata poco lontano. Dopo poco meno di un quarto d'ora, arrivarono in un luogo che erano soliti frequentare, per appartarsi a pomiciare o fumare, bere birra e chiacchierare all'ombra di alcuni alberi di noce dalle chiome ampie. Per arrivare alla radura, come erano soliti chiamare il posto, bisognava arrampicarsi per qualche chilometro su per un'erta che poi sboccava in un altipiano circondato da colline basse dalla vegetazione incolta. I ragazzi si diressero verso i grandi alberi di noce che li accolsero nella frescura. Sospirando di sollievo, si sistemarono e cominciarono a rollare e aprir lattine, sorridendo rinfrancati.
Non appena cominciarono a girare le cannette e le prime lattine furono schiacciate tra le mani, il tempo atmosferico cambiò bruscamente e severamente. D'improvviso il cielo, fino a un momento prima, terso e sgombro di nu

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Fonte dell'intervista della Domenica del Corriere del febbraio del 1950 a Dott. stanchini

W.: "Doc Stanc, come mai questa continua produzione ripetuta di penne, lapis, gomme, appuntalapis, telefoni fissi, telefoni mobili, telefoni ad alta tecnologia sottocutanei, riviste, libri, collezioni da fare in edicola dei soldatini delle guerre puniche, tastiere e mouse colorati come fossero dei quadri, insomma, come mai questa continua diffusione di oggestistica che apre e chiude la mente come il movimento che diamo alle persiane durante una giornata di tempo variabile, che non ci rende più felici, tranne quando tre fragoline tutte insieme danno poi vita allo scorrere gioioso di una sacchettata di gettoni metallici in un'obsoleta macchina, moneta che ha più valore legale considerata la diffusione dei microcips sottocutaei bancari" .
Dr. : "Sono situazioni antropologicamente spiegabili. Anche in considerazione di una forte mancaza di comunicazione tra le varie branchie delle scienze chiamate anche asservite per studi di carattere finalizzato all'uomo e non solo. Sono situazioni risultato di un'enorme cambiamento, continuo, per esempio ora stò facendo un bonifico tramite una mia cellula celebrale inserita apposita, scusi non mi ricordo il codice di accesso del mio conto corrente devo recuprarlo dal mio telefonino, aspetti un attimo"
W.: "E quindi, mi viene a mente anche il porta mine che se non inserisci con l'evidenzaitore blu sulla custodia in plastica, un segno marcato, non riesce ad allungarsi per permettere di fare un segno"
Dr. S.: "Bhe, risalendo anche a studi recenti dell'ottocento, tutto ciò che è oggetto prodotto dall'industria, deve essere imposto e lanciato dietro nel mercato, comprese purtroppo le armi belliche, c'è uno studio a misura d'uomo e non, alla base, con una logica di marketing e di vendita, dopo una campagna millenaria, dovuta anche allo sfruttamento di certi istinti primari necessari, non ci trovo nulla di male in questa produzione, a parte quella nucleare che pian piano ha portato all'inversioni dei poli. Soprannominati og

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   2 commenti     di: Raffaele Arena


Come gabbiani

Caro lettore... oggi e` tempo di discesaaaaaaaa...-Infatti dall`alto del cielo... che piu` blue non c`e`... i nostri amici... Tommaso... Susanna ed il piccolo Giovanni... cominciano a scendere... cullati... da un venticello.. premuroso amico... Un vento dal soffio delicato.. amico attento.. che vuole essere solo sorgente d` incanto nel cuore... garanzia di piacevole viaggio... e soprattutto di un atterraggio.. piacevole,, gentile, sicuro e sereno!
- Noi certo sappiamo con quale e quanta cura... un pilota... si prepari.. per la discesa, dopo un lungo viaggio nel cielo... con il suo aeromobile... E quanto si adoperi affinché` questa sia... dolce... serena... graziosa... discesa... impercettibilmente gustosa... all`amato viaggiatore... con un atterraggio appunto... morbido... placido... e felice .. . sognando... quell`applauso... di viaggiatori sicuri, felici e contenti.. . che si scatena... tra le mani... quando questi... rilassati.. sanno di esser arrivati a destinazione... e senza strani sussulti... ma... delicatamente.. poggiati... a terra... e quindi felici... sapendosi finalmente... in quel preciso momento... anche sani e salvi... su terra -
Cosi`... il delicato vento... provetto pilota... si prende gran cura della discesa... dei nostri cari amici. Ma certamente sotto la guida attenta pero`di Destino... capitano esigente... e quindi con massima attenzione e concentrazione ... soffiando delicatamente... e saggiamente... si prepara.. . all`atterraggio!
I nostri eroi... come le foglie autunnali.. che stanche di vivere su su su.. . si affidano alla dolce aria... lasciandosi cadere... nel giusto tempo... per andare... giù giù giù... avendo deciso di scendere in basso... verso Terra... per porgerle nostalgicamente... rinnovati saluti ... per salutarla e baciarla... e baciarla...- Dopo tutto... le sono state cosi lontane... li` in cima... sull`albero... cosi`vicine al sole... la luna e le stelle... tra le braccia del cielo... e per molto tempo...- cosi i no

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   0 commenti     di: Tullio


Il vampiro Christopher Hancock, le origini - prima parte

Mi chiamo Christopher Hancock, ho vent'anni da trecentosessantacinque anni, esattamente dal 26 settembre 1665.
Sono nato nel 1645 a Eyam, un tranquillo e isolato villaggio nella contea dello Derbyshire.
Di mio padre George ricordo le sue grandi mani da instancabile lavoratore; arrotino durante il giorno, la sera si reinventava artista costruendo oggetti d'arredamento in ferro battuto, ogni due fine settimana si recava a Londra per rivendere le sue opere. Grazie al doppio lavoro non è mai mancato il cibo sulla nostra tavola. Mia madre Elizabeth era una donna dagli occhi profondi e la voce timida, allevò premurosamente me e i miei quattro fratelli: Joseph, Ann, Manfred e Agnes.
Io ero il maggiore dei cinque, il loro punto di riferimento dopo mamma e papà.
Eravamo una famiglia unita, vivevamo in modo semplice nel nostro piccolo cottage circondati dal verde della campagna. Gli anni trascorsero sereni senza troppi sconvolgimenti fino l'estate del 1665.

In giugno si diffuse una terribile epidemia di peste bubbonica a Londra, decimando (così crede la gente) la popolazione. Mia madre implorò mio padre di non recarsi più nella capitale, convincendolo che era meglio accontentarsi dei suoi introiti d'arrotino piuttosto che mettere a repentaglio la sua vita, quella della famiglia e dell'intera comunità.
Ci fu qualcun altro, però, a portare l'orribile morbo della peste a Eyam.
Nel settembre dello stesso anno, il sarto del paese, il signor Viccars, aprì un pacco di stoffa umida acquistata a Londra e la mise ad asciugare vicino al fuoco.
Fu l'inizio della fine.
Fummo una delle prime famiglie ad ammalarsi, partendo dalla piccola Agnes, il cui esile corpicino venne martoriato da bubboni da cui fuoriusciva il pus. Era uno strazio indicibile vederla ridotta in quello stato. La mamma, pur avvertendo lei stessa i primi sintomi della malattia, non l'abbandonò un solo istante, accarezzando con amore il suo viso fino all'ultimo alito di vita. Pochi giorni dopo

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   9 commenti     di: Kartika Blue


Il Temporale

<<Dai lancia>> disse Roberto all'amico Stefano che finalmente si decise a tirare il pallone verso di lui.
Roberto lo inseguì e lo tirò nuovamente verso il compagno di giochi che sembrava essere turbato da qualcosa.
<<Senti Roby, io devo tornare a casa, mia mamma si arrabbia altrimenti>>.
Roberto sembrò deluso dall'improvviso abbandono dell'amico.
<<Va bene>> disse infine, <<fa come ti pare, io me ne starò qui e continuerò a giocare anche senza di te>>.
Stefano abbassò il capo offeso e si allontanò dal campo in cui stavano giocando a pallone oramai da diverse ore, uscì da esso e si avvicinò alla sua bicicletta appoggiata al terreno polveroso del sentiero. La raccolse e si allontanò.
Roberto rimase così completamente solo in mezzo alla campagna. Alzò le spalle e tornò a giocare.
Si immaginò di essere il campione di una squadra di calcio, simulò di superare in dribbling innumerevoli avversari, di trovarsi a tu per tu col portiere e di batterlo con un potente e preciso rasoterra. Immaginò la rete gonfiarsi e migliaia di persone esultare e applaudire il proprio begnamino.
Immerso com'era nel suo gioco e nelle sue fantasie di bambino sognatore, Roberto non si accorse che il cielo si stava incupendo, una fitta coltre di nuvole nere lo stavano coprendo.
Sporadici fulmini e tuoni si stavano avvicinando da chissà dove e finalmente Roberto si accorse di tutto ciò e, dopo aver raccolto il vecchio e logoro pallone che stava utilizzando, si allontanò raggiungendo in un batter d'occhio la sua bicicletta
appoggiata in terra sul margine sinistro del sentiero.
Vi salì a cavalcioni e iniziò a pedalare a più non posso sperando che il tempo reggesse ancora un po' per permettegli di raggiungere la sua abitazione, distante circa quattro chilometri da quel luogo, ancora asciutto.
<<Avanti avanti>> diceva Roberto come ad autoincitarsi.
Il temporale era sempre più vicino.
Dalle sue fantasie scaturì questa volta una stretta strada di montagna, du

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   2 commenti     di: Demis Italiano


Noi, ultras combattenti. Conclusione

Al triplice fischio arbitrale la follia e l'orrore si strinsero in un bollente amplesso, figliando una spaventosa devastazione. Fu subito il caos totale, senza raziocinio. Il terzo tempo, disputato allo stadio Olimpico di Roma davanti al folto pubblico pagante e acclamante, alle forze dell'ordine benedicenti e intenditrici e alle webcamere telernet moderne e affidabili, fu l'apoteosi della nuova barbarie. Nulla dunque era davvero cambiato negli ultimi centomila anni per la razza umana?
Nell'apparentemente evoluta e moderna società contemporanea, una semplice idea era bastata per spezzare il sottile velo della civiltà sviluppatosi nel corso dei secoli, scatenando i peggiori istinti primordiali. Nemmeno lo stesso Garlasconi avrebbe immaginato il clamoroso successo della sua iniziativa. Perché le moderne violenze regolamentate raccoglievano ormai decine di milioni di spettatori in tutta Europa e si stavano espandendo a macchia d'olio nel mondo intero. E ogni anno migliaia e migliaia di ragazzi affrontavano i provini per entrare a far parte dei vari Ultras Club da battaglia. Ma c'era poi davvero da sorprendersene? Dopotutto il cervello della specie Homo Sapiens Sapiens del XXI secolo era fisiologicamente identico a quello appartenuto agli antichi popoli di cacciatori e raccoglitori di decine di migliaia di anni prima, vestiti di pelle e armati di clava, da cui discendeva. E una volta esauritasi l'ultra millenaria catarsi della guerra tradizionale, ormai troppo disumanizzata per fungere da valvola di sfogo alla naturale aggressività umana, in quale altra maniera gli uomini avrebbero potuto scaricare tale aggressività?
Così, perduto ormai qualsiasi freno inibitore, quella domenica primaverile del 2039 i combattenti presero a scambiarsi botte da orbi senza alcuna remora, sia a mani nude sia con l'ausilio dei vari oggetti contundenti permessi dal regolamento.
"Forza, mettetecela tutta, se vedo qualcuno retrocedere anche di un solo passo, a fine incontr

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   8 commenti     di: Massimo Bianco



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