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Racconti fantastici

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Verità ritrovate cap. 1

VERITA RITROVATE

CAPITOLO 1

L’ultima volta che lo incontrai in sogno, fu la scorsa notte. Quella sera, mi ero scontrato con il gelo invernale ed ero stato fuori casa quasi tutta la notte con il rischio di assiderarmi. Mi trovarono incosciente su una radura di pioppi poco distante dalla capanna e dopo che i miei genitori adottivi se ne accorsero mi riportarono subito alla in casa per paura che quella per me fosse stata l’ultima sera. Mi addormentai con la fronte madida di sudore e il gelo che mi penetrava le ossa.
“James…James, mi senti?” Mi chiamò lo stalliere scrollandomi insistentemente la tunica che sembrava un pezzo di ghiaccio. Nel mio inconscio, sentii qualcuno che mi chiamava ma non riuscivo neanche a muovere un dito. Fu un sogno strano…anzi, un incubo. Mi trovavo in una landa desolata. Intorno a me, la vegetazione andava a fuoco e in sottofondo sentivo una voce che produsse un riso soddisfatto…quasi come fosse stata una vittoria. Sopra di me quelle maestose creature volteggiavano nel cielo permeato di fumo evitando frecce infuocate che provenivano da non so dove.
“Salvati almeno tu James!” Urlò una voce. Mi ricordo che sollevai lo sguardo, e gli unici muscoli contratti erano quelli della mia mano che impugnava la spada.
“Questo mondo ormai non è più nostro!” Continuò la voce seguita da un boato poco distante da me. Era la più splendida creatura che avessi mai visto. Rimasi a bocca aperta con le gambe che non mi ressero dalla paura ma allo stesso tempo dallo stupore. Il drago che era a poca distanza dal mio corpo, continuava a sbuffare fumo dalle narici e ad agitarsi con insofferenza avvicinandosi a me. Fu un attimo…come un lampo. Un esplosione tra il fumo intorno alla pianura fece urlare di dolore la creatura che avevo davanti ai miei occhi…il rumore insopportabile della sua voce agonizzante. Dopo qualche minuto di agonia, si accasciò a terra privo di

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L'entità maligna di PoesieRacconti

Sensazioni confuse e indefinite, un qualcosa d'inafferrabile, così debole da dimostrarsi appena avvertibile, una fioca lucina nel nulla: consapevolezza. Nient'altro, solo la Consapevolezza, un vago, etereo sentimento di essere. Ma come? E perché? Nessuna chiara collocazione spaziale od origine temporale, ma solo un nebuloso, eterno qui e ora. E in quell'attimo senza confini, embrionalmente, l'alba della percezione.

Mi chiamo Massimo Bianco e sono uno scrittore del web. Da tempo inserisco le mie narrazioni su PoesieRacconti. it, un sito specializzato in letteratura breve. Mi ci collego una o due volte alla settimana. Leggo ed eventualmente commento gli scritti altrui e ricevo a mia volta letture e commenti. La scorsa settimana ho inserito un racconto fantascientifico e sono già arrivati i primi voti e giudizi. In calce appare Giacomo Colosio, un popolare veterano del sito specializzato in scritti autobiografici. Lo riconosco al volo senza neppure bisogno di leggerne il nome, grazie all'inconfondibile coda di balena fuoriuscente dalle acque, un bell'avatar. Poi ci sono Paolo Molteni e la favolista Sara Zucchetti, non mi avevano mai glossato prima e mostrano apprezzamento per il mio scritto. Infine c'è Fernando Piazza, un brillante commentatore. Bene, mi sento moderatamente soddisfatto. Ora rispondo con calma a tutti e quattro, poi andrò a cucinare.

Giacomo Colosio e Nunzio Campanella inviano alla redazione due nuovi testi. Il necessario tempo di attesa e poi, salvo imprevisti, i loro racconti appariranno sulla home page.
Nell'attesa Giacomo, uomo atletico e abbronzato, la testa apollinea sormontata da una gran massa di riccioli grigi, legge qualche racconto...
"Carino questo di Insinna. Ora commento." Esclama tra sé e sé, fischiettando davanti allo schermo.
<Potrebbe essere la sceneggiatura di un film, molti i fatti salienti, scritto con la fantasia che ti contraddistingue e che ti invidio, perché io non ne ho. Bravo. Ciao, ciao.> Scrive.
L'alto e

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   31 commenti     di: Massimo Bianco


Il Maestro della rosa

Alcuni mi dissero poi di averlo visto allo stesso tavolo anche in anni lontani, nel pieno della notte romena.
Ma chi può saperlo, è nostra abitudine provare a rendere la realtà meno opaca e pesante, più vicina alla verità che vorremmo colorandola con dosi robuste di invenzione e di leggenda.
Nella lingua degli ebrei un solo termine designa parola ed azione, per noi romeni parola è cuvintul, viene pronunciata e si allontana, scompare, leggera e misteriosa, come il vento fisico.
Io comunque, che avevo sempre frequentato la birreria, iniziai a vedere quell'uomo solo dal 2001, dalla primavera.
La Caru cu Bere è la birreria storica di Bucarest.
L'edificio, in stile neoclassico, fu ultimato nel 1879.
Sino alla fine della seconda guerra mondiale fu il locale della giovane borghesia di Bucarest, degli studenti, delle comunità straniere, italiani e francesi.
Durante il regime, il locale divenne di proprietà dello stato.
La frequentavano perlopiù i dirigenti del partito, per i quali credo funzionasse, nelle stanze dei ballatoi superiori, anche come bordello.
Io, Ion Dinu Gabrieli, nacqui a Bucarest nel 1977, l'otto febbraio.
Della notte romena non vidi che la fine, ma la conosco bene.
Ben prima e ben meglio che dagli studi, dalle vite mancate dei miei genitori, dai grigi crolli che si intuivano nella loro anima, dalla loro infinita stanchezza.
Ricordo come la nostra casa, ogni suo dettaglio, la facciata, i pianerottoli delle scale e poi gli interni, i nostri mobili e gli oggetti dichiarasse la notte con la forza terribile di cui solo sono capaci le cose materiali.
Nel 1989 il regime cadde.
Non sapevamo cosa sarebbe mutato, cosa sarebbe stato possibile recuperare nei nostri cuori ma sapevamo ciò che saremmo diventati, negli anni, nella libertà e sotto altri demoni: l'Europa.
L'anno successivo la mia vita attraversò un passaggio fondamentale.
Mi fu diagnosticato un tumore maligno, un sarcoma alla radice della coscia sinistra.
Fui operato in It

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Il Viaggiatore

Se ne stava fischiettando seduto sopra un piccolo sgabello con i gomiti appoggiati sulla tavola.
Ogni tanto smetteva di fischiettare e ascoltando l'incessante gracchiare delle rane nel laghetto lì vicino, osservava dall'alto della sua terrazza, la luce che lentamente veniva risucchiata dietro le montagne mentre queste ancora più lentamente iniziavano a trasformarsi in piccole isole sopra un mare di nebbia. Con un fiammifero accese le tre candele bianche sopra la tavola. La rossastra luce delle piccole fiamme ondeggianti per quel lieve soffio di vento, illuminò dei folti capelli bianchi e un pallido viso marcato dai molti anni ormai passati.
Una piccola goccia di cera cadde sopra un foglio pieno di frasi scritte a mano. La grattò via con la punta della matita che poi ripose sopra la tavola, e afferrando con entrambe le mani il foglio incominciò a leggere:
-"Si poteva incontrare, in quei tempi, passeggiando in una strana e piccola pianura, di una qualche regione accantonata da qualche parte del mondo, un'enorme roccia buttata lì fra il nulla, lasciata in una distesa di sabbia chiarissima senza tracce nè di alberi, nè di cespugli, nè di fiori, nè di erba, nè di erbacce.
Ed è così che un qualsiasi viandante poteva vedere, arrivato dai sentieri più alti delle montagne, una piccola pianura bianca con un grande occhio nero, incastrata fra due lunghe catene di piccoli monti.
E se il viandante si avvicinava di più a quella roccia, tanto da toccarla, poteva leggere un'antica scritta incisa su di essa. Così come fece un certo Girolamo lo Sperduto, che dopo essere arrivato da chissà quale lontano posto e giunto fin quella pianura, si trovò innanzi a quell'occhio nero. Non potè di certo fare a meno di leggere quella scritta:
-" Che sia fuoco che sia grandine che sia vento o tempesta, mai il nostro paese verrà distrutto. Se ora guardando a nord potrete ancora vedere le due regine, in qualunque giorno, mese, anno, secolo, epoca vi troviate ricordat

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   2 commenti     di: Silvia Nottoli


Il viaggio

Questa è la storia di una goccia che si ribella al suo destino:essa nacque tra le nuvole a più di 2000 metri d'altezza, la prima cosa che vide fu un turbinio di vento, fulmini e rumori assordanti, in mezzo a tutto quel caos, era in compagnia di migliaia anzi milioni di altre gocce che, a gruppi venivano scagliate verso la terra, rimase affascinata ed impaurita allo stesso tempo, poi venne il suo turno, sentì una forza sconosciuta attirarla e cadde giù sempre più giù, in compagnia di tante altre gocce, poi accadde una cosa strana lei ebbe la forza ed il coraggio di fermarsi a pochi centimetri da terra perché capì che non gli piaceva quel suo destino, ed allora prese vita propria sfidando il vento ed in mezzo alla sorpresa di tutte le altre gocce si rialzò un po'di più dal suolo e prese a vagare in cerca di qualcosa che gli piacesse, passò tra rami di alberi, foglie che volavano persone che correvano auto che suonavano, vide tutte queste cose si fermò solo un momento a guardare gli occhi di un bambino che, sorpreso quanto lei rimase ad osservarla, poi con le sue manine cercò di prenderla, ma lei dopo avergli fatto una carezza sulla guancia ripartì, sempre più veloce, ora sapeva dove andare, il mare.. si, il mare era quello il suo destino, arrivò e vide in lontananza quello che cercava! Un cono che dal mare si alzava verso il cielo, ecco si! Accelerò sempre di più fino a tuffarsi dentro quel turbinio di gocce dolci e salate, come in una giostra senza fine si senti trasportare in alto si abbandonò a questo suo piacere e tornò su in cielo da dove era partita!

   4 commenti     di: leopoldo


L'era dopo la Guerra

Era una calda sera d’estate e al “Boccale d’oro” c’era un gran trambusto, all’epoca il locale era conosciuto per l’ottima birra di malto(riconosciuto perché l’unico) ma soprattutto per la sua sporcizia e per il suo cibo scadente. Non voglio accanirmi particolarmente, sicuramente le osterie del tempo non profumavano di rose, ma questa…
Perché così tragico mi dite?
Bè immaginatevi un maestoso lampadario al centro della sala, a dir poco sporco, tanto che le candele che vi erano sopra non si vedevano nemmeno per la strato di polvere. Per non parlare poi del pianoforte abbandonato nell’angolo più remoto dell’osteria che nessuno non usava ormai da anni, ornato da cocci di vetro e ragnatele. Il pavimento brulicava di ratti e ragni disgustosi ormai abituati alla clientela altrettanto disgustosa. E infine a capo di tutto Baldino, un omone fatto di muscoli, un grosso naso rosso (coltivato accuratamente negli anni con ottime annate) e tanta bontà, intento a spiegare a nuovi clienti le sue avventure ormai lontane, con orchi e mostri. Vi state immaginando la scena? Bene, ora inserite tra un tavolo e un altro, fra una rissa e l’altra, un ragazzo, Fedor. Il viso imberbe e il corpo esile lo facevano apparire un ragazzino da scuola (questo perché solo i fanciulli andavano alla scuola dell’obbligo), ma la parte interiore era totalmente differente: la serietà che aveva sul lavoro, la galanteria che poneva verso le signore e la maturità che rivolgeva alla gente lo contraddistinguevano.
Fedor era un ragazzo nato e vissuto da sempre in paese con suo zio Oliof, un grazioso vecchietto che adorava. Ciò che più mi preme dire di lui, è che lavorava nella locanda da parecchio tempo, il locandiere e Fedor erano diventati amici e il giovine si confidava spesso con il conoscente. La serata era al termine, quasi alla fine, quando ebbe un attimo di pausa andò dall’amico
-“buona serata questa, vero Baldino?”- incalzò Fedor
-“buona sì”- disse

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La Prima battaglia

Tutto era pronto, tutto era in attesa dell'inizio. I due stregoni si ergevano potenti e invicibili uno di fronte all'altro, a dividerli i loro Eserciti.
Creature figlie della loro sapienza e del loro essere, pronte anche loro a morire per il proprio padrone. Creature del Bene e del Male, pronte per l'ennesima volta a duellare per il proprio scopo, il potere. La enorme e irreale nave che sosteneva tutti, vaccillava tra le onde del mare e tra gli scogli. Fedor era agitato. Benchè avesse imparato con il tempo e l'esperienza acquisita, a restare calmo in ogni siutazione, quella era la sua prima vera Battaglia da stregone e li sarebbe morto o sopravvissuto al titanico scontro.
Una sottile pioggierellina iniziò a cadere, insinuandosi anch'essa nella Grande Battaglia.
Lampi e tuoni creparono improvvisamente il cielo notturno, la pioggia cadde così insistente.
-è arrivata l'ora, la tua vita da stregone sta già per concludersi, qui, su questa nave e sotto questo cielo burbero e tempestoso- urlò Oposan il Malignio del Mare

-hai paura?- aggiunse dopo qualche secondo

Fedor non rispose, era troppo concentrato sulla Battaglia, non aveva tempo di stuzzicare il suo nemico.
Solo prima dell'impatto violento tra i due eserciti, che sarebbe venuto tra qualche minuto, intravide la sua vita fino a li, partendo da Lofar, la sua città natale. Ripensò a Baldino, a Lekion, ai compagni stregoni deceduti in guerra. Chiuse gli occhi, tirò un sospiro, e poi tutto iniziò.




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