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Racconti fantastici

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Storie vere in caramelle

La danza dei colori
ROSSO


La sala era quasi pronta, addobbata a festa.
Tele e pennelli si erano affaccendati dopo i preparativi che li avevano tenuti impegnati per diversi giorni. Avevano deciso di invitare i colori per far si che, dopo una vita in cui non avevano scambiato neppure una parola, potessero finalmente stringere amicizia e conoscersi meglio.
Ma a chi era venuta questa bella idea?
Tutto era nato in una cena di famiglia a casa di Mastro Pennello detto anche "ll principe" perché, viste le sue dimensioni, pennellava con due semplici movimenti di testa, esponendo un bel ciuffo a grandi spazi. Il principe aveva molti figli, ma adorava in modo particolare la sua "pennellina", minuta e soffice, che trattava e faceva trattare con molto riguardo, perché il suo ciuffetto doveva rimanere sempre lindo e pulito, adatto per dipingere cose minute, importanti e delicate.
Mastro Pennello aveva creato, intorno a lei, questa riverenza, perché venisse protetta e non le venisse fatto del male. La trattava con estrema dolcezza: "Come è andata oggi?" le chiedeva, dopo che rientrava dal lavoro."Sono molto stanca pà, ho pennellato, ciglia, contorni, e tanti piccoli particolari" rispondeva. "Riposati cara, riposati!".
Dopo quella famosa cena erano stati mandati tutti gli inviti a casa di sei colori, in particolare, con un occhio di riguardo e con un biglietto più prezioso, ai tre colori ritenuti più importanti : " Bianco, rosso e nero".
Bianco, Rosso e Nero erano i più vecchi del gruppo e quindi da tenere in maggior considerazione. Questi avevano parenti in tutto il mondo e i loro antenati avevano lasciato impronte in ogni angolo della terra, nelle grotte, all'aperto, fin dalle epoche preistoriche. I biglietti d'invito accuratamente preparati da "Spennellata" , detta così perché era quasi calva, arrivarono in pochi giorni a destinazione.
Il Rosso, dopo aver ricevuto il biglietto d'invito, prese in mano il telefono e chiamò immediatamente il suo amico

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   6 commenti     di: antonina


Lost in Information

Se non volete perdervi
in un bicchier d'acqua,
portatevi una mappa dettagliata.


Si trovava in quella piccola città del centro Italia da poco più di tre mesi. Il Prof. Philip Hazon era stato fortemente voluto dal Consiglio Accademico dell'Università, con la stessa determinazione e intensità con cui, a Napoli, il popolo aveva pregato tre giorni e tre notti per l'arrivo di Maradona. Grande conoscitore di tutti gli aspetti della comunicazione, temprato a Eton, si era laureato a Oxford in Psicologia della Comunicazione. Poi, aveva conseguito un Ph. Doctor a Cambridge, in Scienza e Tecnica della Comunicazione. Entrato a far parte del gruppo di Palo Alto, per circa tre anni aveva lavorato gomito a gomito con Paul Wazlawick e la sua équipe. E, in seguito, insegnato in alcune delle migliori università degli States. Sue alcune delle più importanti pubblicazioni a cavallo tra gli '80 e '90. La più nota, Effetti Collaterali della Comunicazione Umana, aveva dato origine ad un libro, edito dalla Random House, che aveva riscosso un discreto successo fra gli addetti ai lavori. Adesso, alla soglia dei suo settantesimo anno, aveva deciso di accettare quell'incarico per concludere serenamente la carriera.
Il Prof. Phil Hazon conosceva alla perfezione la lingua italiana, avendo sposato una bellissima ragazza di Firenze, incontrata per caso a Cambridge. Purtroppo un cancro gliela portò via ancora nel fiore degli anni. E lui non volle più saperne di risposarsi. Era solo. Ma il ricordo di lei, così allegra, positiva, solare, e i numerosi incarichi nei vari atenei ne facevano un uomo sereno. Gli piaceva relazionarsi con tutti, specie con i giovani. Era molto interessato ad approfondire ogni aspetto della storia e della vita dei luoghi dove si recava a lavorare. Non poteva certo dirsi uomo chiuso nei suoi studi e sordo agli apporti del mondo esterno. Gli piaceva stare al passo coi tempi. Si accostava a tutto ciò che era vivo e vital

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Il Riflesso

Ancora uno scricchiolio. Ce n'erano stati parecchi quella sera. Lucio tendeva le orecchie ogni volta che il vecchio armadio cominciava a farsi sentire. Sembrava che si aggiustasse, nella sua posizione statica. Imponente e massiccio, rumoreggiava in sequenze di tre o quattro piccoli schiocchi. Lucio aveva il tempo di pensare che stava per arrivarne un altro e, puntualmente lo avvertiva.
Viveva in quella casa da quasi vent'anni, la conosceva benissimo e la sentiva sua. Era un vecchio appartamento di famiglia che lui aveva ristrutturato e che aveva abitato un po' da solo e per il resto del tempo con le fidanzate di turno. Alcuni mobili dei parenti erano rimasti nella casa ed erano ormai suoi. Tra questi, l'armadio rumoroso che troneggiava in camera da letto. Era un pezzo in stile Liberty, con un'unica grossa anta munita di specchio. Al di sotto dell'anta, un ampio cassetto accoglieva altra roba; ma quasi tutto quello che era riposto al suo interno, non veniva mai utilizzato da Lucio. Le camicie, restate appese da anni e una tuta jeans che sicuramente non gli stava più; anche i pantaloni avevano preso irrimediabilmente la forma delle grucce. Invece Lucio era solito aprire l'armadio e buttarci dentro, alla rinfusa, quello che si toglieva: felpe, jeans, calzini, riposavano ammonticchiati gli uni sugli altri fino all'indomani. In realtà, a pensarci bene, la cosa più sfruttata del mobile era sicuramente lo specchio: piuttosto ampio e lungo, dava la possibilità di cogliere meglio, per così dire, alcuni momenti topici della vita di Lucio. A dirla tutta, dalla parte opposta della stanza e in posizione a tre quarti, campeggiava una bella toletta, fornita anch'essa di un comodo specchio ovale orientabile, che garantiva... ogni angolazione. Lucio era un uomo vitale, di bell'aspetto e nonostante avesse già compiuto il suo quarantacinquesimo compleanno non si era mai sposato. Le sue esperienze si erano limitate alla convivenza, che prima o dopo si era rivelata un disastro,

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Il viaggio dell'anima

“Un maledetto viaggio... un maledettissimo, dannatissimo viaggio. Non avrei dovuto accettare! Li avrei dovuti mandare a fanculo sin dall'inizio! Non ho neanche un cazzo di spese di viaggio! Dovevo mandarli davvero affanculo!... già e poi? Rifletti, brutto idiota! Come avresti pagato l'affitto? Le bollette? Che avresti detto a Julie? Lei non sa neanche che hai perduto il tuo precedente impiego perchè un ragazzino laureato con quasi vent'anni in meno di te te lo ha fregato alla grande, spezzando di colpo tutte le tue basi... tutte le tue certezze che ti parevano di cemento armato ed a prova di bomba e sulle quali posavi pesantemente il culo, sono crollate come un castello di sabbia invaso dalle onde; quasi non te ne sei nemmeno accorto fino a che non hai sentito il tonfo ed il male alle chiappe... e dopo vent'anni di onesto impiego statale nel tuo piccolo ufficio postale del cazzo, ti sei ritrovato in mezzo alla strada. Non te lo saresti mai aspettato! Un fottuto bambino prodigio con una pergamena in una cartellina rossa è entrato quel giorno, tutto elegante e leccato di una non ben precisata gelatina in testa, ha chiesto un colloquio e ti ha fatto sbattere fuori... ti hanno detto senza tanti fronzoli che era più adatto di te a coprire il ruolo che avevi coperto per tanto tempo ma la verità la sai tu, la sanno i tuoi capi e la sa anche il nuovo assunto... lui la sa meglio di tutti dal momento che verrà pagato molto più di te per fare molto meno di te... ma così va il mondo adesso... largo ai giovani! Così si dice, no? Ci hai messo poco a realizzare la cosa... almeno sei stato più svelto di altri e non hai pianto come un bambino... in questo sei stato coraggioso. Hai preferito farti un paio di birre nel bar di Sam senza raccontare la tua disavventura... hai fatto un giro in centro ed hai ingannato un'oretta del tuo tanto tempo libero a guardare distrattamente le vetrine dei negozi. Julie ha sempre voluto quel bellissimo cavallo impennato posto in primo piano sulla

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La tremenda profezia (seconda parte)

Erano passati molti anni dallo sterminio dei cavalieri fatei, e adesso il mondo di Anec era molto cambiato: non c'erano più tanti staterelli disuniti e a volte in contrasto tra loro ma un unico e immenso impero che riuniva i vari popoli sotto le medesime istituzioni e una unica bandiera. Una situazione che sembrava positiva, ma non lo era perchè i popoli erano governati con leggi maligne e il pugno di ferro e la bandiera che seguivano era quella della schiavitù.
Adesso tutti erano costretti a sottostare ai decreti infami dell'imperatore Parsek il più potente maestro oscuro mai esistito, più potente del suo maestro Plesius perchè riusciva a fare cose che nessun cavaliere oscuro aveva mai fatto: poteva scatenare tempeste e cataclismi naturali, diffondere malattie e uccidere chiunque a distanza di chilometri con la sola forza del pensiero. Inoltre disponeva di una banda di cavalieri oscuri e di un esercito di soldati ben equipaggiato. La sua residenza era nel palazzo che prima era stato sede del consiglio fateo e da lì Parsek governava da signore incontrastato come aveva sempre sognato. Nessuno sognava di ribellarsi a lui, e chi ci provava di solito faceva un brutta fine che scoraggiava altri oppositori.
Un giorno l'imperatore ricevette una visita graditissima: i suoi figli Quasar e Melinda adesso diciottenni erano venuti a stare con lui. Con slancio e commozione li strinse a se suscitando stupore nei suoi discepoli che si meravigliarono di come un uomo tanto crudele potesse avere simili sentimenti, ma il loro signore era felicissimo e non si curava di nessuna etichetta.
Parsek dispose che sua figlia Melinda venisse educata nelle lettere, nella filosofia, negli affari di governo e nell'erboristeria come conveniva ad una futura imperatrice; mentre di sua mano iniziò Quasar alle arti della cavalleria oscura per farne un cavaliere simka e completò il suo addestramento nel giro di cinque anni, i più felici della sua vita. Per associare a se i figli nel gov

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Tic --tac

Ciondolare con te non è stato un sogno che mi sono inventato, ma una dolce primavera che profuma di continuità. Chissà se sei ancora così bella, come quel ventisette giugno che mi hai detto addio per sempre. Avevi un leggero mal di denti e masticavi un tic-tac. Quando me lo sono ritrovato tra i denti, l'ho fatto volare via.
Ricorderò sempre quel tuo " oh, no, e io che ci avevo rinunciato per te." Non era un pezzettino di dente, era un dolce confettino. Una risata argentina simultanea e continuammo a baciarci come se niente si passasse. Piangevi e mi amavi, ma l'orgoglio si ergeva a barriera di gomma. Per me, catastrofe e tormento, per te ragione di vita e rimpianto. Se Atene piange, Sparta non ride. Passammo in rassegna tutte le piccole cose di quei tre anni e mezzo e ogni tanto una risatina nervosa. La scelta era crudele, ma l'alternativa bruciava più dei raggi del sole. wwww Il tuo Sud, la tua Lucania, tua nonna e i suoi ulivi, la tua famiglia, il tuo paese, non volevi lasciarli soli, nemmeno per iniziare un percorso di vita accanto a chi dicevi di amare. Era un aut-aut, quello che volevi impormi. " O me e il mio mondo, oppure rinuncio a te" Volevi tutto per te e volevi anche me: Amore o egoismo? Egoismo, perché l'amore è rinuncia di sé stessi, donandosi all'altro. Sapevo che la rinuncia era un sacrificio, ma anch'io avevo il mio mondo. La mia terra non voleva essere lasciata sola e io non la volli tradire. Felici per la laurea, i miei mi acquistarono un pezzo di terra, pieno di alberi e prospettive. Piangevi e ti stringevi a me, sapendo che non ti saresti arresa. Come dimenticare quell'ultimo bacio da condannati. Tutto il nostro mondo e tutto il nostro passato. Lo sento ancora fischiare quel treno che ti portava via, ma non ero triste perché una parte di me stava con te e tu lo volevi. wwwwww
Il tempo scandisce il suo tic-tac, ma non potrà rubarmi l'amore che ti ho donato.
 
     


       TIC-TAC
 quello che m'

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   6 commenti     di: oissela


Desiderio veloce

Per la prima volta ci incontriamo, e desidero subito che le tue labbra si appoggino su di me.
Voglio con calore bruciante che respiri la mia essenza.
Mi guardi pensieroso, non sai se si o no, ma alla fine ti decidi,
mi afferri delicatamente e le tue dita giocherellano un po' con me facendomi girare,
finchè anche l'ultimo barlume di dubbio crolla!
Mi desideri, so che mi vuoi,
subito mi accendo mentre le tue labbra vergini mi sfiorano..
Un lungo respiro esce dalla tua bocca, che non nasconde un velo di soddisfazione per la novità..
E di nuovo le tue labbra su di me..
Ti stai prendendo una parte di me che non potrò più riavere,
ed ecco che dei soffi d'aria mi sbattono addosso a consumare una parte di me.
Mi sento indifesa e fragile, sembro indebolita,
ma non te ne curi e godi di succhiare ciò di cui hai bisogno e che io contengo.
È la parte migliore questa, il mio gusto ti piace e anche il mio odore,
sei rilassato e ti lasci andare completamente a questo momento,
e proprio nel tuo momento inizio a sentirmi debole..
mi stai consumando, mi sento ardere, il calore cresce,
e più godi delle ampie boccate di me e più vorrei staccarmi da te.
Ti stai portando via tutta me, i ricordi iniziano a non essere chiari, tutto diventa sfuocato
tranne che per qualche attimo infinito in cui brucio e tutto s'illumina.
Sto per non esistere più, ogni mia parte è ormai dentro di te trasformata,
brucio, svanisco, sfumo via...
tutto ciò che rimane di me è sul tuo posacenere e dentro di te.
Schiacci l'ultima me e noncurante te ne vai con 19 sorelle in tasca!




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