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Racconti fantastici

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SCAPPO DA COSA

Le scale erano ripide, il soffitto era basso, c’erano poche luci a illuminare quella discesa: tutti ingredienti che facevano aumentare la paura e salire il cuore in gola, come si dice. Ma non era tempo per i detti e i luoghi comuni, bisognava invece correre velocemente e non pensare a nulla; ma tanto la velocità e il raziocinio non sono mai andati d’accordo: quindi non c’era pericolo. E invece il pericolo c’era! Porca miseria, dovevo sbrigarmi e non ingarbugliarmi con speculazioni filosofiche, sempre che quella fosse filosofia. Si perché a parlare di filosofia mi veniva subito in mente quella fatta, studiata e imparata a scuola. Nessuno di questi tre verbi andavano bene (almeno nel mio caso), comunque istintivamente ricordavo Socrate che forse fronteggiava con il coltello fra i denti i cosiddetti sofisti; oppure Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzche, Popper. Solo nomi che mi facevano distrarre: incredibile la mia testa andava più veloce delle mie gambe.
La mia immaginazione produceva figure con la stessa velocità con cui il tempo trascorreva, ma me ne accorsi solo dopo. Era impossibile continuare così, ora sentivo il fiatone anche con le mie orecchie. Non avevo il coraggio di voltarmi indietro, troppa paura che mi avessero già raggiunto: non poteva essere, ero sicuro di essermene andato prima che loro arrivassero. Erano stati proprio loro a rompere per primi gli indugi, se così si possono chiamare, e non mi andava giù di temporeggiare, di nascondermi, di fare buon viso a cattivo gioco. Ancora questi luoghi comuni, maledetti!
Correvo, si, veloce, sempre più veloce, ma avevo una gran voglia di fermarmi e di respirare; anche perché non sapevo dove andavo, la mia era una non-meta da raggiungere, quindi non avrei raggiunto nessuna meta. Allora meglio fermarsi, meglio riposarsi e rimanere lucidi; così mi arrestai di colpo davanti a un cinema. Entrai in una delle nove sale e mi sedetti sulle poltroncine blu, comode. Non conoscevo la pellicola che stavano

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L'era dopo la Guerra

Era una calda sera d’estate e al “Boccale d’oro” c’era un gran trambusto, all’epoca il locale era conosciuto per l’ottima birra di malto(riconosciuto perché l’unico) ma soprattutto per la sua sporcizia e per il suo cibo scadente. Non voglio accanirmi particolarmente, sicuramente le osterie del tempo non profumavano di rose, ma questa…
Perché così tragico mi dite?
Bè immaginatevi un maestoso lampadario al centro della sala, a dir poco sporco, tanto che le candele che vi erano sopra non si vedevano nemmeno per la strato di polvere. Per non parlare poi del pianoforte abbandonato nell’angolo più remoto dell’osteria che nessuno non usava ormai da anni, ornato da cocci di vetro e ragnatele. Il pavimento brulicava di ratti e ragni disgustosi ormai abituati alla clientela altrettanto disgustosa. E infine a capo di tutto Baldino, un omone fatto di muscoli, un grosso naso rosso (coltivato accuratamente negli anni con ottime annate) e tanta bontà, intento a spiegare a nuovi clienti le sue avventure ormai lontane, con orchi e mostri. Vi state immaginando la scena? Bene, ora inserite tra un tavolo e un altro, fra una rissa e l’altra, un ragazzo, Fedor. Il viso imberbe e il corpo esile lo facevano apparire un ragazzino da scuola (questo perché solo i fanciulli andavano alla scuola dell’obbligo), ma la parte interiore era totalmente differente: la serietà che aveva sul lavoro, la galanteria che poneva verso le signore e la maturità che rivolgeva alla gente lo contraddistinguevano.
Fedor era un ragazzo nato e vissuto da sempre in paese con suo zio Oliof, un grazioso vecchietto che adorava. Ciò che più mi preme dire di lui, è che lavorava nella locanda da parecchio tempo, il locandiere e Fedor erano diventati amici e il giovine si confidava spesso con il conoscente. La serata era al termine, quasi alla fine, quando ebbe un attimo di pausa andò dall’amico
-“buona serata questa, vero Baldino?”- incalzò Fedor
-“buona sì”- disse

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Giorgio e il drago

"Oggi è San Giorgio. La sai la storia di San Giorgio? "
"Io no nonno, tu la sai?
"Io sì"
"E chi te l'ha raccontata? "
"Nessuno, io ero lì"
"Davvero?! Mi racconti? "

Un 23 aprile di molti anni fa (era presto, era ancora buio) passavo davanti ad una chiesa, in un piccolo paesino di nome Chièuti, che adesso è molto cambiato. Ero lì perché cercavo, cercavo e cercavo, il primo oggetto che avevo perso, da bambino, proprio mentre giocavo con altri davanti a quella chiesa. Era un oggetto a cui tenevo molto, la mia prima biglia di vetro, che dovevo assolutamente ritrovare, per ritrovare anche tutto quello che avevo perso negli anni successivi.
Non c'era nessuno in giro, era freddo, e la porta della chiesa era chiusa.
Non c'era nessuno in giro, era freddo ed era ancora buio, e la porta della chiesa si aprì.
Un vecchietto piccolo, piccolo, che non riconobbi subito, sistemò le grandi ante della porta regolandole alla massima apertura, poi cavò dalla tasca un mazzetto di biglietti bianchi. Mi guardò, mi chiamò per nome e mi mostrò il primo biglietto, fissandomi negli occhi come aveva sempre fatto, proprio lui, Gino il sacrestano, quando ci trovava a giocare vicino alla chiesa. Mi afferrò una mano e quel biglietto, l'unico che mi sembrasse non stropicciato, me lo spinse nel fondo del palmo.
"Vedi" mi disse "sei arrivato prima e puoi prenderti questo biglietto nuovo. Fra un po' arriva il Santo, il drago è già in sacrestia"
Si girò e scomparve dentro, nel buio oltre la porta aperta, in quella chiesa che ricordavo bene.
Non succedeva spesso di assistere al ritorno del Santo ed erano sempre pochi quelli ammessi a vedere la scena. Quando si incontravano a parlare, nella piazza del paese, spettatori di anni diversi, tutti erano d'accordo sui particolari, sui dettagli dell'azione, sui rumori e sulle espressioni; e se anche qualcosa, al racconto, sembrava in un primo tempo nuova, subito il gruppo di ascoltatori, accomunati dall'essere stati spettatori, r

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Una Verità Perduta

Era un ragazzo come tutti gli altri, Luca, 24 anni figlio di genitori mai conosciuti, viveva fuori dalla città fortificata, su di una collina. Passava le giornate osservando i pellegrini e gli abitanti che entravano e uscivano dalla cittadella. Sedeva spesso sotto i rami rinsecchiti di una possente quercia, le radici che spuntavano da sotto il tronco si disperdevano fin sul precipizio della collinetta rendendo quel luogo sinistro per qualsiasi abitante del villaggio. Ma Luca era cresciuto li, fra quelle ombre, come quelle che occupavano la sua memoria ogni volta che tentava di ricordare chi fosse. Era notte fonda, silenzio su ogni lato della cittadella che aveva chiuso le inferriate già da diverse ora ormai. Luca venne svegliato dal forte vento che aveva iniziato a soffiare da est, proprio dove ogni giorno guardava il cielo e la terra unirsi in una caleidoscopica danza di colori. Non vestiva indumenti pesanti Luca. Ciò che aveva erano solo un paio di stivaletti malconci, delle giubbe lacere, un maglino ed una giacchetta che niente avrebbero potuto contro il gelo invernale e una bombetta dalla quale fuoriusciva la lunga chioma di capelli che gli riscaldava il collo nelle notti piu fredde. Destatosi, raccolse il suo spadino, e si avvicinò al dirupo osservando con occhi che portavano ancora la pesantezza del sonno le vaste murate che separavano la sua realtà da quella di qualsiasi altro cittadino. Fu in quel momento che Luca, vide ai piedi del cancello più esterno un oggetto che emanava una luce bluastra insolita. Incuriosito iniziò a sporgersi per vedere meglio di cosa si trattasse, ma le radici ai suoi piedi, questa volta, lo tradirono e con un suono secco si staccarono facendo ruzzolare Luca giù dal dirupo. Si sveglio pochi minuti dopo, ancora intontito dal trauma della caduta, alzò lo sguardo e si ritrovò davanti l'oggetto che dall'alto faceva fatica a identificare. Era una bambola. Aveva un busto esile, arti malconci e una testa sproporzionata rispetto a

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   0 commenti     di: Roberto Varisco


Astronavatar

Base Luna Atlas 2
Comando Operativo Avatar
2238/07/19

Nella sala riservata all'Alto Comando Operativo il generale Bannion entra con piglio sicuro seguito dal suo vice il colonnello Dufour che, piccolo di statura, fatica a star dietro all'irruente comandante.
Sono le 11, 30 in punto, l'ora precisa fissata per l'incontro degli ufficiali componenti la Squadra Operativa Avt-2, dove Avt sta per Avatar, il generale si dirige marzialmente verso il grande tavolo a mezza luna che occupa un intero lato corto della sala rettangolare. Qui giunto si ferma ad osservare gli ufficiali che, sull'attenti, lo fronteggiano. Sono in tutto otto di cui cinque uomini e tre donne. Dopo aver dato loro un esauriente sguardo, soddisfatto, indica loro le sedie e con gesto eloquente invita a sedere.
Il colonnello Dufour, dopo aver accostato una sedia e atteso che l'ufficiale superiore prenda posto, siede anch'egli non prima di aver tirato fuori da una cartella nera un fascio di svolazzanti documenti posizionandoli davanti al comandante che con un cenno del capo ringrazia.
"Bene, ho qui i documenti che riguardano ognuno di voi, ma sarebbe bene fare le presentazioni prima di iniziare. Maggiore Reuters?, lei è il comandante della missione, capitano bartlet?, lei è l'ufficiale addetto alle macchine di bordo? - computers, signore, precisò l'interessato - ah sì, scusi, poi vediamo.. capitano Mayden, lei è la biologa, tenente Paulie e tenente Anghels rispettivamente psicologa e chimica, signore fate onore alla vostra bellezza, ehm vediamo, lei è il tenente Cyprus, astrofisico e lei il tenente Driver, matematico. E Infine il maggiore Bells, l'ufficiale di collegamento alla base."
Dopo aver concesso agli otto ufficiali il tempo di esprimere con un sorriso di accondiscendenza una muta risposta alle presentazioni appena fatte, il generale Bannion prosegue:
"Dunque, signori, siete reduci da due mesi di intenso addestramento per cui dovreste essere pronti per la missione che vi verrò affi

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   6 commenti     di: Michele Rotunno


Pulp Road

Che i sogni
restino sogni.





Era una vita che desideravo percorrere la Route 66. La mitica Mother Road di Furore. Di Get Your Kicks On Route 66 di Chuk Berry: ... if you ever planned to motor west, just take my way... Delle pompe di benzina solitarie immortalate da Hopper; o quelle sperdute nel deserto, coperte da tre dita di polvere e mille schizzi di fango, che ripetono sempre lo stesso refrain come flipper impazziti : dlin... dlin... dlin... dlin... E giù che la gasolina corre a fiumi negli insaziabili serbatoi di una Eldorado del 53 o una vorace Thunderbird coupé.
U. S. Route 66: sterminato serpente d'asfalto che sfida irridendo la pionieristica strada ferrata trascontinentale, la prima a insidiare la wilderness così cara a Thoreau. Six-six. Sixtysix. Da strada delle opportunità a microcosmo dell'America; da percorso dell'anima a scelta di contestazione ed emancipazione; da passaggio per la libertà a via di fuga dall'omologazione, dal conformismo della società. Mitico richiamo On The Road: Una macchina veloce, l'orizzonte lontano e una donna da amare alla fine della strada... Che ti possa andare una canna di traverso, dannato Kerouac, per avermi fatto così amare questo Paese. E reso ancor più bruciante la delusione per tutto quello che ha combinato nel Vietnam. Ho pianto e imprecato di rabbia fino a non avere più lacrime. Fanculo a te!

Mentre gridavo fanculo con quanto fiato avevo in corpo, mi svegliai, distesi le gambe e le stiracchiai così a lungo che se mi fossi alzato in quel momento sarei stato più alto di una spanna. Dopo qualche minuto con un colpo di reni ero in piedi. In un lampo mi ritrovai sulla tazza.
-... well it winds from Chicago to LA more than two thousand miles all the way...
Lo scroscio dello sciacquone evocò, per un attimo, le onde dell'oceano contro le rocciose coste della California. La mia voce non era poi cosi male, pensai, accennand

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Come sono nate le stelle

Un giorno un cane e una bambina di nome Stella scomparvero. La mamma della bambina soffiò verso il cielo e apparve una luce. La mamma la chiamò Stella e così da quel giorno tutte le stelle sono lucenti.

   0 commenti     di: Romeo



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