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Racconti fantastici

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La posta polisemica

Ricevette quel giorno una lettera, il bollo portava la data di due giorni avanti
, l'aprì e lesse:
"Caro Giulio, dopo lunga e sofferta riflessione, per evitarci ulteriori danni fisici e morali, sono giunta alla decisione di troncare irrevocabilmente la nostra infruttuosa relazione. Ti prego di comprendere, dimenticarmi e non cercarmi".
Rimase smarrito in quella stanza che era stata testimone di un amore a volte passionale, altre solo passionevole.
Lo sguardo vuoto, immobile, mentre la radio si divertiva a diffondere un motivetto, andante con moto, che gli rimandava un recente ricordo di estasi passionale.
- Ma perché, Linda? - biascicò per commozione.
Reagì subito e decise d'affidare la sua protesta ad un foglio bianco che iniziò a vergare:
"Amore mio,
ho ricevuto la dolente tua che mi procura un dolore insopportabile. Lo schiaffo dell'ultima volta, se è causa della tua decisione, sappia che fu un moto istintivo di difesa del mio amore per te e della paura di perderti.
Senza te non esisto, mi sento un uomo vuoto, perduto, e tu non dovresti procurarmi questo danno, te ne prego, ritorna da me, dammi un'altra possibilità. Rispondimi con dolcezza. Ti amo."
Linda ricevette la lettera, ma i giorni passarono per Giulio, neri come la notte, senza alcuna risposta.
Ancora una volta Giulio prese l'iniziativa.
Decise d'uscire all'aperto in cerca d'oblio, annegare l'infelicità in una bottiglia di vodka.
Appena fuori, però, iniziò un altro percorso, i suoi passi seguirono come un'automa il tracciato di mille altre volte, arrivando al numero 15 di via della Posta.
La sua casa era lì, ma non ebbe il coraggio di bussare alla porta. Avvertì come un senso d'insicurezza che lo spinse alla rinuncia, ma si nascose dietro al tronco del grande pino, tra i cespugli d'oleandri, la cui tossicità sapeva tenere lontano ogni tipo di vita animale.
Non si mosse da lì per lungo tempo, nella speranza di vederla uscire, bella come sempre, spavalda.
Passarono le ore, lung

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   5 commenti     di: salvo


La fedeltà dell'assassina

I Noir erano una di quelle famiglie ricche e pompose, e come ogni famiglia ricca e pomposa, avevano, nella loro casata, ciò che consideravano bene e male. La generazione protagonista è una di quelle che non vuole avere niente a che fare con la "plebaglia", che non si lascia infangare le scarpe da gente qualunque. Ma c'è anche qualcosa che va ammirato in loro: l'orgoglio. "non strisceremo mai ai piedi dei potenti" mi diceva orgogliosa mia madre "questo no. Possono obbligarci a finanziare le gare fra polli del paese, ma nessuno di noi verrà mai sottomesso dal re". Questo era quello che diceva mia madre. Purtroppo aveva torto. Quando io compii sedici anni, proprio quella notte, bussarono alla nostra porta le guardie del re, io andai ad aprire insieme a mia madre. Avevano un mandato d'arresto, per Helenne Noir, per me. Lo lessero ad alta voce tra lo stupore generale, e poi dissero che avevamo tempo fino a mezzanotte. Dopodiché sarei salita al patibolo. L'accusa? Stregoneria. Mi avevano accusata di non essere umana! Vedevo sulle facce dei miei famigliari solo stupore, lo leggevo nelle loro mente, osservavo il loro cuore. Io invece ero molto arrabbiata, dentro di me sentivo crescere un istinto cieco, e da quell'attimo in poi non capii più nulla. So solo che quando mi risvegliai dal torpore, tenevo tra le braccia il corpo senza vita del capitano. Sulla sua gola un taglio, che coincideva con i miei denti. Mentre mi portavano via, ciò che avevo fatto non mi risultava terribile, bensì assolutamente piacevole. L'unico ricordo che avevo degli attimi di torpore era il sapore del sangue dell'uomo, che trovavo dolce sulla lingua, anche se con un sapore insolito. Subito dopo provai disgusto di me stessa; come potevo pensare a cose del genere mentre la mia famiglia era in pericolo, soprattutto se quel pericolo ero io? Stetti ad autoflagellarmi per un po', e poi mi permisi di pensare al mio destino. Ci sarebbe stata la forca all'alba? Un istinto dentro di me, probabilmente qu

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   1 commenti     di: Elen David


Non è andata così (I libri delle vite)

"Dannazione, che botta!". Questo David pensò, guardando, nello specchietto retrovisore, un incidente avvenuto tra due auto. Procedeva molto più lentamente del solito, per poter osservare con maggior cura l'accaduto e cercando di capirne le dinamiche. "Speriamo che nessuno si sia fatto male" si disse tra sé e sé. "Questa provinciale 36, fa paura". Era vero: era il terzo incidente che accadeva su quella strada negli ultimi dieci giorni. Le due auto erano completamente distrutte. Negli abitacoli non c'era più nessuno, ma un'ambulanza era ancora parcheggiata là vicino. C'era pure una volante della polizia. Ad un tratto, notò che la sua andatura stava creando disagio alle auto che seguivano lentamente la sua e decise, quindi, di distogliere finalmente lo sguardo da quel triste "spettacolo" e di accelerare, pur se moderatamente, poiché quello che si era presentato sotto ai suoi occhi, gli ricordava quanto bisognava essere sempre prudenti. Cercò di scacciare gli indesiderati pensieri sul dolore e sulla morte, che gli erano inevitabilmente venuti, pensando invece a cose belle. E cosa c'era di meglio da pensare che, di lì a poco, avrebbe trascorso il compleanno di suo figlio con una bella cenetta che, sua moglie, amava preparare con tanta cura ed amore; poi un bel film avrebbe chiuso in bellezza la serata, siccome a casa sua amavano tutti il cinema." Il momento più bello" pensò, "sarà quando Alex aprirà la scatola contenente il suo regalo" , trovandovi il piccolo robot che tanto desiderava, e di cui i suoi amichetti a scuola parlavano tanto. "Immagino il suo viso quando lo vedrà" si diceva fiero di sé, accarezzando la scatola che teneva appoggiata sul sedile passeggero accanto a lui. Fu proprio in quel momento che lo sentì. Forte e pungente. A tratti insopportabile. Un mal di testa così non gli era mai venuto, anche perché non aveva sofferto mai di mal di testa. "Diamine, che dolore".

Arrivato dinanzi casa sua, parcheggiò l'a

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   7 commenti     di: Ezio T.


La nave di cristallo

1

Ancora questo posto, ancora questo maledetto luogo buio&umido con una gran puzza di muffa mista a carne andata a male…Perché non riesco a ricordare cosa mi è successo?
Ormai sono qui da parecchio tempo, la fame mi uccide lentamente come una lama seghettata che mi squarta partendo dal basso ventre fino ad arrivare alla bocca dello stomaco, i crampi si fanno sempre più forti, cosa mi succede, devo ricordare.
Un altro minuto che trascorre lentamente mentre non riesco più a percepire il giorno e la notte, ormai la mia vista si è abituata completamente al buio, sono riuscito a immaginarmi la forma di questa prigione, sembra un pentagono irregolare e ogni volta che mi sveglio, ho la sensazione che si stia rimpicciolendo intorno a me, inoltre non riesco a trovare né porte né finestre, pare quasi che l’abbiano costruita intorno a me, con il tatto non riesco a capire di che materiale siano fatti i muri, sembrano delle lunghe assi di legno, ma sono troppo resistenti per pensare di poterle rompere con la poca forza che mi rimane.
Devo cercare di rimanere lucido, ma purtroppo la fame mi divora come un serpente che cresce dentro e si nutre di me, del mio corpo, del mio intestino fino ad arrivare al cuore.
Ogni tanto, ho l’impressione di vedere delle strane ombre passare da uno spigolo all’altro a grande velocità, sicuramente starò impazzendo.
La stanchezza aumenta sempre di più e le forze mi stanno abbandonando, non so per quanto altro tempo riuscirò a resistere ma devo cercare di reagire anche se penso che l’unica soluzione sia lasciarmi andare… no non voglio, prima di morire devo capire cosa mi è successo, ma non riesco a ricordare niente della mia vita, eppure sento dei ricordi dentro di me che bruciano, vogliono uscire, mi stanno facendo impazzire, la testa mi sta scoppiando, sono troppo nervoso per ragionare, non riesco a fermare l’adrenalina che mi scorre nelle vene, mi sento come un bambino che è chiuso in soffitta al buio senza cena,

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MX23

La luce arrivava debole, ma da dove? Non era così chiara per imputarla al sole, nessuna lampadina pendeva dal soffitto, crepe dal muro? Ma c’era un muro? Perché ero io immerso nella luce e attorniato dal buio. Attore e spettatore dei tanti film trash che mi ero sparato in gioventù.
Sono cosciente, ho il cervello in ebollizione, ma cosa è vivo di me? Non mi vedo, non mi sento, non mi odoro, sento solo che sono.
Adesso non sono più solo, non capisco, so solo che so, che ne sono consapevole: sento le variazioni d’aria intorno a me, è profumo di pelle. È un odore che sa di buono, mi appartiene nei ricordi, mi rasserena e tranquillizza.
Avrei sentito meno male se fossi rimasto teso. Il sangue è poco, non ho la sensazione d’umido, come ferita cauterizzata. Almeno so, ora, che ho ancora un corpo. Sono vivo, immobile ma vivo.
Legato? Paralizzato? In piedi? Steso? Non ho modo di scoprirlo e quasi non mi interessa.
Si sposta ancora l’aria: adesso è una carezza lieve, fresca, delicata. Perché dico fresca? Ho caldo?
È così vicina, ma non ho modo di toccarla: non parla, mi sfiora con le mani, con il corpo. Mi avvolge come una spirale, non è umana, ma come lo so?
Lo schiaffo mi fa tossire; il pugno allo stomaco mi gela il respiro e al terzo colpo cola il sangue dal naso.
Cos’è questa violenza che mi annienta? Sono prigioniero di cosa? Di chi? Dove?
La sua bocca mi bacia contornando i punti doloranti, la lingua accarezza lenta, variando la pressione più o meno intensamente.
Il cuore accelera, respiro a fatica, il fruscio dei vestiti, i miei, i suoi? È assordante nel pesto silenzio che ci circonda. Il contatto della sua pelle è magnifico, fresco e torrido insieme.
Tum tum tum.. ho un’orchestra di tamburi in petto. Tum tum tum.. oddio è assordante il suo ritmo e cresce, cresce, cresce.. sto impazzendo.. mi sento esplodere…….
Tiiiiiin l’allarme degli elettrodi fora i timpani.
“Eiaculazione avvenuta dottore, entr

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   5 commenti     di: Marta Niero


Sulla terrazza di Cagli

Sono nella mia vecchia casa, al peep, mi trovo in cucina, è già notte, ora di cena, ma sul tavolo oltre a stoviglie e pietanze c’è anche il mio vecchio vocabolario di latino, rivestito di pelle rossiccia, che una volta fu di mia zia, poi di mia madre, poi mio e ora di mia cugina.
Devo andare ad uno spettacolo a Cagli, quella sera, ma ora non ricordo di che genere, so solo che è in teatro. Verranno anche alcuni amici, ma non ho voglia d’aspettarli, parto prima, mi raggiungeranno.
Arrivo a Cagli in corriera; ora è giorno, c’è una luce accecante, come quando, nelle prime ore dei pomeriggi di luglio, esco dopo essere stato diverso tempo in casa, al buio. Ma la sera è la stessa di prima, non è il giorno dopo.
È pieno di gente, nello sciamare festante mi ricorda il Mugello quest’anno, prima della corsa. Attraverso la stazione delle corriere e seguo il flusso delle persone, stupito scopro una città splendida, nella sontuosità e nello stile imponente e aggraziato dei palazzi pare una capitale mitteleuropea; avevo sempre sentito parlar del centro storico di Cagli, ma non c’ero ancora mai stato.
Arrivo davanti al teatro, le porte sono aperte ma nessuno ancora entra: il teatro si trova defilato sul lato sinistro di un’immensa terrazza, sembra una piazza, e accanto ad esso c’è un muro, non troppo alto, su cui si aprono delle ampie finestre da cui tutti cercano di affacciarsi. Per ingannare l’attesa, infatti, hanno organizzato qualcosa là sotto, vorrei vederlo anch’io ma gia c’è troppa gente, troppa ressa. In vari punti della terrazza, che ora è una stanza, ci sono delle aiuole di pietra rialzate, con al centro un albero. Io mi siedo su uno di questi muretti e cerco di ascoltare cosa succede là fuori.
All’inizio sembra che ci sia il circo, si sentono barriti degli elefanti e versi di altri animali che ogni tanto sovrastano un felice brusire, interrotto ogni tanto da espressioni collettive di acclamazione e stupore. Poi arriva una musi

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I Dodici segni Zodiacali

Un Mattino Dio chiamò a se i suoi Dodici figli e in ognuno di essi cosparse
il seme della mente Umana. Uno dopo l'altro essi fecero un passo in avanti
per ricevere il dono che era stato loro riservato:

A te Ariete per primo do il Mio Seme a te l'onore di poterlo piantare, Per
ogni seme che pianterai più di un milione ne spunteranno nelle tue mani ;
Non avrai il tempo di raccoglierne i frutti, Sarai il primo a penetrare nei
meandri delle menti Umane portando la Mia Idea ; non è tuo compito però
nutrire tale Idea o metterla in dubbio. La tua Vita è Azione, Inizio ;
affinché tu possa eseguire bene il tuo compito ti farò dono della fiducia in
te stesso ; con Calma Ariete fece un passo indietro è tornò al proprio posto
.

A te Toro do il potere di trasformare il Seme in sostanza il tuo compito è
grande e richiede molta pazienza, dovrai portare a compimento tutto ciò che
è stato iniziato o i semi saranno spazzati via dal vento, Adempiendo a ciò
non dovrai fare domande e non dovrai cambiare idea giunto a metà del lavoro
e sopratutto non dovrai dipendere da nessuno a questo scopo ti farò dono
della Forza; usala saggiamente, e Toro fece un passo indietro e tornò al
proprio posto.

A te Gemelli do le domande senza darti anche le risposte cercherai con
sforzo di comprendere l'alternanza, il vero e il falso ; attraverso la tua
faticosa ricerca troverai il mio dono : la Conoscenza ; Gemelli fece un
passo indietro e tornò al proprio posto

A te Cancro do il compito di conoscere e far conoscere la sensibilità
emotiva, conoscerai il riso e il pianto e svilupperai la pienezza interiore
, non temerla, non nasconderla, a questo scopo ti farò dono della Famiglia
in modo che la tua pienezza possa moltiplicarsi ; e Cancro fece un passo
indietro e tornò al proprio posto





A te Leone do il compito di rivelare al mondo la mia Creazione in tutto il
suo splendore, ma attento all'orgoglio si tratta del

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   5 commenti     di: Giulia Aurora



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