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Racconti fantastici

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Le Ali di ICARO

Scena 1 - LA POSTAZIONE

(voce di uomo)
Gli angeli salgono e scendono dal “tubo”. Come a una stazione di autobus. Nella sala, vetrate tutto intorno che abbracciano la visione della Terra. Al centro il “tubo” è l’ascensore che porta a Terra. Sulla rastrelliera vicino agli armadietti degli oggetti, appesi vicino agli impermeabili primaverili spiegazzati, le ali da angelo pendono dalla rastrelliera. È quasi primavera adesso, sul pezzo di Terra qui sotto.
Un tavolo abbastanza grande ma non troppo, al centro della sala. Sarà un metro per tre.
Mario, Frida, Icaro e Alina, stanno giocando a carte. Sono angeli. Un’altra di quelle interminabili partite, quando il turno di guardia capita in un giorno gradito al Signore e da Terra, non ci sono tante chiamate.
Dalle vetrate altissime, il cielo si riflette chiaro e luminoso, terso. Se fossimo veramente presenti nell’atmosfera, e non lo siamo, potremmo dire che la Postazione sarà … ad un’altezza di 13. 000 metri. Direste circa 40. 000 piedi, se siete delle Postazioni del nord.

(uno degli angeli dice rivolto all’altro) “Hai notato? Siamo all’altezza giusta perché non sembri che gli aerei di linea ci si schiantino addosso. Guarda le nuvole sotto di noi, come si avvolgono su se stesse! Ahh, che meraviglia questi riflessi, che pace! Sotto però, è tutto grigio. Piove e sta calando il sole”.

Si, oggi sulla Terra, qui sotto, piove. La coltre di nuvole su cui si riflette il sole del pomeriggio è compatta.
Il pannello luminoso sulla parete, si accende ed il suono è intermittente, per fortuna abbastanza delicato, si diffonde per due o forse tre volte. La Direzione, grazie a “…Lui” tende ad evitare ogni forma di ripetitiva regolarità.
La pazzia non è un’esclusiva umana. Centinaia d’anni uguali non sono sopportabili neanche da un angelo.
Alina, corre. Lo sa, è il suo turno. Va alla rastrelliera, afferra le ali, le indossa, o meglio le “incorpora”. Va verso il tubo, l’asc

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82, Washington Road (Episodio 10)

L'automobile avanzava a velocità sostenuta emettendo soltanto un mormorio costante, quasi che non volesse disturbare la silenziosa oscurità che l'avvolgeva. Non c'erano luci sulla statale 19, niente lampioni o catarifrangenti; aldilà della luce dei fari poteva ben esserci un abisso di nulla. In fondo non c'era ragione di illuminare una strada che nessuno percorreva di notte, perché la gente di Rockford non amava lasciare Rockford e il resto del mondo, se proprio si trovava a passare da quelle parti, preferiva seguire la 18 anziché arrampicarsi su quella verruca franosa che era il Monte Weilong, la montagna che stringeva la città tra sé ed il Dead Lake, la gigantesca depressione lasciata da un antico lago secco. Incuneata tra queste due sciagure geologiche, Rockford non era mai una scelta, ci stava solo chi vi nasceva.
<<Io dico che i Nuggets possono farcela>>, proclamò Meltzer dal posto di guida. <<Miami ha quei tre, è vero, ma a Denver non si passa facilmente.>>
Hensenn alzò le spalle e scosse il capo. <<Non mi preoccupano Bosh e James, è quel dannato di Wade il problema, se è in forma non lo ferma nessuno!>>
Nella quasi oscurità del sedile posteriore, Jake si meravigliò che potessero parlare di basket come se niente fosse, quasi che stessero facendo una gita anziché fuggendo dalla morte stessa. Anche loro avevano perso qualcuno, anche loro si lasciavano alle spalle famigliari che nella migliore delle ipotesi erano cadaveri, ma allora perché non piangevano, e perché non piangeva lui?
<<Credo che ce la faremo>>, gli confidò Sarah in un bisbiglio.
Le loro dita erano allacciate, i loro corpi premuti l'uno contro l'altro al centro del sedile posteriore. Appena quel pomeriggio Jake aveva sognato di fare l'amore con lei, quel pomeriggio nell'aula delle punizioni con Double T ed il professor Finnies, si era perso tra i suoi capelli e sulle sue labbra sperando che lei non lo vedesse e desiderando che invece fosse proprio così. Ades

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Il segreto di Dante Alighieri

Si materializzo' nella stanza insonorizzata e attrezzata dove era stata posta la macchina spazio tempo. Si sentiva senza forze. Subito due infermieri in tute e casco, per non rischiare di prendere qualche malattia dell'epoca in cui era appena vissuto per qualche ora, lo sostennero per farlo sedere; contemporaneamente un'infermiera preparava le flebo sul lettino dove piano piano ando' a stendersi. E fu cosi che si addormento'.
E fece il sogno dell'identico strabiliane viaggio che aveva appena compiuto, ritrovarsi in Firenze ai tempi di Dante Alighieri per andare a cercarlo. e conoscere il segreto della sua bravura. E chiedergli tassativamente una cosa, in qualita' di amministratore unico della casa editrice "Pubblichiamo sempre in stampa spa". Voleva ammirare per quel poco tempo che la macchina gli avrebbe concesso, l'uomo Dante. II Dante Alighieri era in realta' umile o altezzoso? Da tutte le biografie da lui lette nessuna concordava o perlomeno spiegava appieno l'uomo. Quasi sempre lo avevan descritto uomo poeta si, ma anche politico, burlone, perfettamente integrato nella Firenze pre-rinascimentale, costretto poi all'esilio, e la morte in quel di Ravenna... Ma era curioso di sapere il suo segreto più intimo. Cos'era che gli dava continua ispirazione? Pian piano dissolvendosi all'interno della cabina spazio temporale si rimaterializzo' stordito all'interno della casa della mamma dell' Alighieri e subito, preso da un colpo, vide di essere arrivato in cucina. La mamma di Dante intorno a un pentolone, intenta a far la ribollita, e vide in un'altra stanza, quella del sommo poeta? No... impossibile.. in quella stanza c'erano oltre a calamai e libroni grossi e pergamene,... rotoli e rotoli di carta igenica! Alcuni completamente scritti, altri ancora impacchettati della marca della pubblicita' televisiva. Non credeva ai suoi occhi. La carta igenica, Dante per un periodo storico aveva scritto sulla carta igenica! POtere della pubblicita', penso' sbalordito. L'anzian

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9 commenti    0 recensioni      autore: Raffaele Arena


La figlia del mare

Un pescatore camminava lungo la riva per raggiungere la sua barca da pesca, quando udì dei canti provenire da un gruppo di rocce lì vicino. Si avvicinò silenziosamente alle rocce e si sporse per guardare. Proprio sotto ai suoi occhi vide un gruppo di creature marine che danzavano e cantavano. Mentre ballavano, i lunghi capelli ondeggiavano e i loro occhi brillavano di gioia. Roderic il pescatore, stava per andarsene, quando vide un piccolo mucchio di morbide pelli di foca: grigie, nere, brune e dorate che erano poggiate su una roccia. Ne raccolse una dai riflessi bruni e dorati, che splendeva più di ogni altra di magica lucentezza. Pensando che fosse stato un bel trofeo da riportare alla sua minuta capanna in riva al mare, la portò con sé. Per conservarla in un luogo sicuro, la nascose sopra l'architrave della porta.
Poco dopo il tramonto, mentre stava riparando la sua rete da pesca, udì uno strano lamento. Si affacciò e vide la più bella donna che fosse mai comparsa alla sua vista.
Le sue membra erano lunghe e affusolate e i suoi occhi erano dolci e bruni. Non aveva alcun vestito a coprire la sua pelle candida; la sua chioma, folta e dorata, scendeva abbondante sul suo corpo. "Oh, aiutami, aiutami" lo implorò: "Sono una povera figlia del mare, ho perso la mia morbida pelle di foca e se non la ritrovo non potrò mai più tornare con i miei fratelli e le mie sorelle!"
Mentre la invitava in casa e le offriva la sua coperta per riscaldarla, sapeva bene che quella incantevole figlia del mare non era altri che la proprietaria della pelle di foca che egli aveva rubato quella mattina sulla spiaggia. Se le avesse restituito la pelle di foca, la splendida creatura marina sarebbe stata libera di rituffarsi nel mare per raggiungere i suoi fratelli e sorelle.
Pensò a quanto sarebbe stata piacevole la sua vita se avesse potuto tenere con sè quella donna e farne la sua sposa, per rallegrare la sua solitudine e dare gioia al suo cuore!
Così disse: "Non posso aiut

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7 commenti    0 recensioni      autore: Dilaila Bella


Herules e le sue serpi

Quel gran mattacchione di Zeus, padre di tutti gli dei, trascorreva gran parte del suo tempo a cibarsi e divertirsi, lanciando fulmini e saette agli uomini e agli stessi dei, ridacchiando fragorosamente di loro. Un bel giorno, mentre il furbacchione usciva dalla divina dimora, con la sua dorata biga infuocata, trainata da dodici magnifici, poderosi e scalpitanti cavalli bianchi, per una delle solite scorribande, l'affascinante ninfa Leda, bellissima e incantevole moglie di Tindaro, mitico, potente e bellicoso Re di Sparta, si prese la rivincita. Approffittando della sua assenza, abbandonò sul giaciglio coniugale un cesto con dentro il piccolo Hercules. Il grande Zeus, imbarazzato, di nascosto prese il bambino e lo portò ai piedi del monte Olimpo, dimora privilegiata di tutti gli dei, abbandonandolo alla sua drammatica sorte. La moglie Maya, da dietro le tende della grande stanza scoprì tutto, sentendosi tradita e oltraggiata, decise di vendicarsi dello sposo infedele e farfallone. Il birbante Hercules, incurante degli intrighi dei genitori sanguigni, continuava a dormire beatamente, sognando eroiche imprese. Maya, per fare un dispetto al marito fedifrago, decise di eliminare il moccioso. Di nascosto, pose nella sua piccola culla a dondolo, le due serpi più velenose del fragoroso, burrascoso e incasinato Celeste monte Olimpo, le cattivissime, pettegole, sorelle gemelle, Tontina e Gobbina Opistoglife. Il pestifero Hercules, nel frattempo cresceva in fretta e diventava sempre più muscoloso e forte. Quando le vide strisciare sibilline dentro la culla, si mise a giocare con loro buttandole in aria e prendendole a sonore bastonate su ogni parte del corpo, le annodò assieme e modellandole a forma di palla le prese a calci, infine le scagliò con potenza contro il muro, facendole rimbalzare contro le pareti e il soffitto. Impaurite dalla forza fisica della piccola peste, le malcapitate bisce serpentine, Tontina e Gobbina Opistoglife, temendo il peggio, cercarono scamp

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Il vecchio

Solo sulla sua barca, il vecchio guarda le onde rincorrere il sole, come ogni giorno della sua vita. Non ha ricordi del prima, non sa chi sia né da dove abbia avuto inizio il suo viaggio, anche la sua età si è ormai persa nel tempo. L'unica cosa che sa è che deve andare, scappare più lontano dell'orizzonte, seminare per sempre quegli occhi che lo inseguono.
Capita a volte che il tempo si fermi. Tutto in quei momenti è congelato ed immobile, perfino il vento smette di soffiare. Allora vede solo quegli occhi. Lo fissano, muti, lo scrutano fino alle profondità più nascoste della sua mente. Il vecchio tenta di fuggirli, ma anche lui è imprigionato nell'attimo. Non c'è nessun rumore, il suo cuore ha smesso di battere, non respira, non vive, solo uno sguardo fisso su di lui. Cerca di interrogarlo, di capire cosa voglia, ma gli occhi non parlano. Sente l'ansia crescere dentro di sé, fino a fargli desiderare una vera morte. E mentre la speranza lo abbandona, quando ormai ha smesso di lottare, di nuovo l'acqua batte sullo scafo, il vento soffia tra i suoi capelli. Il tempo ha ripreso il suo corso, gli occhi sono scomparsi. Si ritrova di nuovo solo, sulla sua barca, a fissare l'orizzonte.
All'inizio la paura è stata così forte da spingerlo a partire, senza nessuno scopo se non la fuga, senza altra meta che l'orizzonte. Non si chiese perché quegli occhi lo cercassero. In fondo non gli importava saperlo: voleva solo che sparissero. La solitudine, pensava, sarebbe stata sua complice. Ma dopo le prime interminabili giornate in mare ha cominciato a cercare risposte, senza aver mai il coraggio di farsi domande. Ora rimpiange di essere tanto lontano dal mondo: lì non sarebbe mai arrivato qualcuno in grado di aiutarlo. In realtà, da tempo anche i pesci e gli uccelli lo hanno lasciato solo al suo cammino. La vita anche lo sta abbandonando: a brandelli, un pezzo alla volta, scivola nel vento, portando un ricordo, un respiro, un sorriso. Ora è più spettro che uomo, i

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10 commenti    0 recensioni      autore: Bonni


Gaoth e il corno magico

Era un ventoso pomeriggio primaverile e Gaoth se ne andava per una via del suo villaggio del tutto ignaro di quanto stesse per accadergli di lì a poco: scrutava a destra e sinistra cercando qualche occasionale pinguino volante che ogni tanto sbucava dal fondo del fiume Teidhir, ma non c'era ancora niente in vista, perlomeno in quel giorno. E dire che di solito quelle strambe e maledette creature svolazzavano sempre tutt'intorno negli altri giorni!
Un po' deluso dalla caccia infruttuosa, si avviò verso casa già pensando alla possibile scusa da inventare alla mamma per giustificarle la mancata raccolta di selvaggina, quando a un tratto s'accorse di essere seguito da un piccolo gnomo che lo guardava incuriosito.
Gaoth, accortosene, si girò di scatto e gli urlò "ehi tu!", ma lo gnomo non ebbe nemmeno il tempo di sentire quello che gli veniva gridato che già aveva spiccato un balzo in avanti, come se fosse stato un vero e proprio razzo.
Gaoth, allora, incuriosito da quello strano essere che lo aveva fin lì seguito, decise di incamminarsi nella direzione presa dallo gnomo, che intanto aveva lasciato dietro sè una lunga scia di fumo che indicava la direzione da lui presa. Dopo molto cammino e molte curve, Gaoth si trovò fuori città, al limite del bosco: lo gnomo infatti pareva proprio essersi avviato verso il vicino boschetto di Fahir che costeggiava la zona immediatamente antistante la città.
Addentratosi nel boschetto, Gaoth continuò a seguire lo gnomo, finchè non si trovarono entrambi di fronte a un vero e proprio paesino in miniatura all'interno del bosco: c'erano casette sui piccoli alberi, casette all'interno dei tronchi, personcine indaffarate che correvano di qua e di là sbrigando i loro affari, piccoli cani che abbaiavano ai padroni e rincorrevano i gatti: tutta una piccola vita fremente che si agitava nel boschetto.
Gaoth era stupito e allo stesso tempo affascinato da quel che vedeva, e non riusciva a raccapezzarsi su dove in realtà si trova

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3 commenti    1 recensioni      autore: roberto volpe



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