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Racconti fantastici

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Noi, ultras combattenti. Conclusione

Al triplice fischio arbitrale la follia e l'orrore si strinsero in un bollente amplesso, figliando una spaventosa devastazione. Fu subito il caos totale, senza raziocinio. Il terzo tempo, disputato allo stadio Olimpico di Roma davanti al folto pubblico pagante e acclamante, alle forze dell'ordine benedicenti e intenditrici e alle webcamere telernet moderne e affidabili, fu l'apoteosi della nuova barbarie. Nulla dunque era davvero cambiato negli ultimi centomila anni per la razza umana?
Nell'apparentemente evoluta e moderna società contemporanea, una semplice idea era bastata per spezzare il sottile velo della civiltà sviluppatosi nel corso dei secoli, scatenando i peggiori istinti primordiali. Nemmeno lo stesso Garlasconi avrebbe immaginato il clamoroso successo della sua iniziativa. Perché le moderne violenze regolamentate raccoglievano ormai decine di milioni di spettatori in tutta Europa e si stavano espandendo a macchia d'olio nel mondo intero. E ogni anno migliaia e migliaia di ragazzi affrontavano i provini per entrare a far parte dei vari Ultras Club da battaglia. Ma c'era poi davvero da sorprendersene? Dopotutto il cervello della specie Homo Sapiens Sapiens del XXI secolo era fisiologicamente identico a quello appartenuto agli antichi popoli di cacciatori e raccoglitori di decine di migliaia di anni prima, vestiti di pelle e armati di clava, da cui discendeva. E una volta esauritasi l'ultra millenaria catarsi della guerra tradizionale, ormai troppo disumanizzata per fungere da valvola di sfogo alla naturale aggressività umana, in quale altra maniera gli uomini avrebbero potuto scaricare tale aggressività?
Così, perduto ormai qualsiasi freno inibitore, quella domenica primaverile del 2039 i combattenti presero a scambiarsi botte da orbi senza alcuna remora, sia a mani nude sia con l'ausilio dei vari oggetti contundenti permessi dal regolamento.
"Forza, mettetecela tutta, se vedo qualcuno retrocedere anche di un solo passo, a fine incontr

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8 commenti    0 recensioni      autore: Massimo Bianco




The earth 2 fantascenza

La navicella ci portò (io e mia moglie jane ) nella nostra futura casa, sulla costa. atterró sull enorme terrazzo che fungeva da pista d atterraggio, scesi insieme a mia moglie e mi precipitai a vedere la casa:una piscina, 3 piani, 3bagni, 2camere da letto, un salotto, una cucina immensa completa di ogni oggetto che serviva per cucinare, un giardino e un armeria. mentre contemplavo la bellezza della piante già piantate insieme a jane, un drone-sentinella mi s avvicinò, era composto da una testa circolare con un solo occhio e 2 braccia sottili(le gambe non gli servivano, una potente fonte d energia lo sorreggeva)-il capo di questo settore la informa che domani comincerà il suo lavoro--di cosa mi occuperò ?-risposi-le sarà detto domani, arrivederci e si goda la vostra nuova sistemazione-così feci.
continua...

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0 commenti    0 recensioni      autore: Thomas


LE cronache della spada d'argento

Viaggiare per il continente di Ramadax come cantastorie è un lavoro generoso e pericoloso. Generosità e pericolosità in questo paese sono le facce di una stessa medaglia. Erano ore ed ore che Saaius camminava per la strada maestra, polvere e serpenti furono i suoi unici compagni per molte miglia fino a che non incominciò ad incontrare numerosi carridi artigiani. Guardava incuriosito una tale moltitudine di gente che come tante formiche si dirigevano in qualche imprecisato posto. Ad un tratto, sentì per caso una accesa litigata tra due artigiani per accaparrarsi il miglior posto alla fiera annuale della città della Rosa d'Argento. Una fiera solitamente è un buon posto di lavoro per i cantastorie, in particolare quando si celano nel proprio cuore oscure ed intriganti leggende da narrare.
Violenti flash di sogni passati di magia oscura, incominciarono ad assalire lamente del cantastorie, ma decise di accantonarli per evitare spiacevoli rimembranze.
Il peso della sua viola incominciava a farsi sentire e siccome Saaius non avevamolte corone d'avorio, decise che stanotte uno spiazzo d'erba avrebbe ospitato le sue stanche membra.
Trovato uno spiazzo lasciò i bagagli. Saaius si mise in cerca della legna di alberi asciucar, la miglior legna eternamente secca adattissima ad accendere fuochi per un bivacco. Preparato il tutto mise ad arrostirequel poco di carne che aveva e si distese a guardare le stelle. Le lune rosa e verdi formavano in cielo un caleidoscopio di colori magici e fantastici e le nuvole rosa con forme di draghi intessevano una danza di poesia antica e dimenticata. Il suo ventre affamato conil suo tuonare lo richiamò dal suo universo fantastico, ricordandola sua umanità e dopo averla saziata, si addormentò.
Saaius, sognò cose davvero singolari. Era a cavallo di un drago rosso fuoco e congli artigli d'argento, vedeva che il drago sputava fuoco supersone, animali, case ed infine vide temuti scenari di guerra. Mentre era in volo, un fulmine a forma

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82, Washington Road (Episodio 3)

L'aula 27 era di tutte la più marcia, puzzolente e odiata dagli alunni della Rockford Highschool, essendo quella destinata ad ospitare i pomeriggi in punizione dei più indisciplinati. Trovandosi al termine del braccio sud, una protuberanza aggiunta in un secondo momento al vecchio edificio, le sue finestre sporche e crepate affacciavano sul nulla, solo il vecchio parcheggio ora abbandonato e, più distante, il cantiere del nuovo centro commerciale. Era un luogo emarginato per emarginati, diceva spesso il preside Tingly con una punta abbondante di sadismo. La scuola poteva venir giù per intero e loro, da laggiù, non se ne sarebbero accorti.
Il tempo scorreva piano e Jake Sanders aveva ormai scarabocchiato l'intero quaderno. Non era la prima volta che si trovava in punizione, si distraeva facilmente quando fantasticava di mondi alieni e troppe volte scriveva racconti anziché prendere appunti; poiché non era molto furbo si faceva sempre sorprendere. Quel giorno nella 27 c'erano anche Teddy Trafford, un aspirante gangsta rapper che si faceva chiamare Double T e usava la parola con la effe al posto delle virgole, e Sarah Venkman. Jake non parlava mai con Doble T, né con i suoi amici, mentre aveva scambiato qualche parola con Sarah al corso di fisica, o meglio ne aveva ricevute ogni volta che lei lo sorprendeva a fissarla. Non era la reginetta del ballo, il suo aspetto era comune, vestiva senza curarsi delle mode e sembrava fare il possibile per nascondere le sue forme; era schiva e silenziosa ed allontanava con le cattive chiunque invadesse la sua solitudine.
Jake la odiava, in un certo senso, perché non era come avrebbe voluto, perché nelle sue fantasie si rivelava dolce e simpatica quando lui le rivolgeva la parola e, dopo qualche scena di gioiosa armonia, gli donava sempre un bacio caldo e appassionato. Ora la vedeva seduta nel banchetto d'angolo, accanto alla finestra, e mentre la odiava si sorprendeva ad amarla e la immaginava nuda che si offriva a lu

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Una lucida pista di danze... visioni di un gondoliere

A volte, quando sono in gondola di sera e attraverso la laguna affondando con gesto antico e stanco il lungo remo, mi vengono in mente le parole lette chissà dove e quando, ma che sono rimaste nel mio cuore, così come sono impresse negli occhi le immagini descritte in quel brano.
Il pensiero dello scrittore era questo, detto in breve:
" Il cielo era un pezzo di sogno scuro, lontano... ancor più lontana dei miei desideri, una luna piena e tiepida, argentata come una vecchia contessa, elegante, signorile, trasformava il seno dell'acqua in una lucida pista di danze. E a ballare erano le basse onde che qualche remota barca di passaggio aveva fatto nascere dal buio... una leggera fiumana silenziosa d'argento vivo che, al pari di una vasta ciocca di capelli ricciuti, sventolava il suo saluto alla luna, guardinga, splendente come lo sono soltanto i bei vent'anni della passata giovinezza "


Una lucida pista di danze... visioni di un gondoliere

Sotto un cielo scuro
come un sogno lontano
la luna, ancor più lontana
di ogni legittimo desiderio
vestiva la laguna
con abito d'argento
qual lucida pista di danze.

A ballare erano le basse onde
nate dal buio
chissà dove...
una leggera fiumana
silenziosa nel suo argento vivo
sventolava lieve un saluto alla luna
come vasta ciocca di capelli riccioluti.

Io affondavo il lungo remo
nell'acqua...
a bordo un bacio d'amore
affondava in un cuore.



82, Washington Road (Episodio 15)

Leon era del tutto incapace di provare dispiacere, né la paura, lo sconforto e la tristezza trovarono posto in lui mentre ascoltava il racconto degli unici sopravvissuti di Rockford. Aveva avuto amici, in città, aveva una casa, un lavoro, ma niente contava quanto Laila e lei era lì, accanto a lui, e di tanto in tanto gli sorrideva di sottecchi perché, sapeva Leon, anche per lei era lo stesso, anche lei non provava dispiacere.
<<Ma tu, voi... insomma, cos'è successo qui?>> chiese Meltzer impaziente, smanioso di spiegazioni.
Le dita di Leon si intrecciarono un po' di più in quelle di Laila, in cerca di forza, perché in fondo doveva confessare che erano stati loro due a liberare l'inferno a Rockford. <<Stamattina>>, cominciò, poi esitò perché non sapeva che giorno fosse. <<Ieri, forse due giorni fa, abbiamo raccolto una chiave, una chiave di questo posto. Cercavamo qualcuno per restituirla ed abbiamo trovato uno strano ascensore che ci ha portati giù, dentro dei laboratori deserti. Abbiamo premuto un bottone, era difficile resistere, ci... chiamava.>>
La sua voce si affievolì, le parole si fecero troppo pesanti. A lui non dispiaceva ciò che era accaduto, perché ne era uscito vivo e con Laila ancora al suo fianco, ma poteva capire che per chi lo ascoltava era difficile mandar giù qualcosa del genere, dover accettare che tutto quel male fosse stato liberato per caso o, peggio, per curiosità.
<<Siete stati voi, allora? Li avete liberati voi?>>
Le mani di Sonny Meltzer si strinsero forte sul fucile, sembrava sul punto di fare fuoco. Inaspettatamente, fu Kurts a distendere gli animi, l'uomo che aveva fissato Leon per tutto il tempo come se ai suoi occhi apparisse come un problema filosofico, quasi che osservandolo potesse comprendere ogni verità sulla vita e la morte.
<<Loro non hanno colpe>>, minimizzò. <<Sono stati attirati con l'inganno, un inganno architettato da cose che non possiamo nemmeno immaginare. Quei demoni sono stati liberat

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LE ZEPPE CAVITÁ/2

Ho scalato da solo una montagna. La neve di aprile sembra più fitta e penetrante. Gli scarponi, il berretto di lana, le piccozze, i bastoni. Il sibilo del vento. Tutto regolare, classico.
Io, ero un uomo meridionale: il sole, l’aria profumata, la mitezza del tempo. Poi mi ero trovato alle impossibili altitudini, e lì non c’era vita, soltanto una coltre bianca avvolgeva il paesaggio. Nei pochi momenti di lucidità, comunque avvertivo la dolcezza che una nevicata portava in casa nel periodo natalizio. Ma in definitiva ero solo; non avvertivo inquietudine: una sensazione di vuoto si. A quante migliaia di metri mi trovavo? Non sarebbe stato confortante saperlo, ormai c’ero ed era presto la mattina. Rallentai, mi fermai. Che senso aveva andare più su? Raggiungere una vetta a tutti i costi… senza emozioni.
Penso che il punto fondamentale sia sempre arrivare da qualche parte, dire: ce l’ho fatta!
E io no. A un certo punto ho voluto fermarmi: la perfezione non mi appartiene. E non me ne frega niente.
Tra l’altro non ero lì per battere un qualsiasi primato, per vincere una sfida, per innalzare la mia bandiera. Ero stato spinto a fare la scalata proprio per trovare il senso del limite. La domanda era: dove può arrivare l’uomo? Poi divenne: dove può fermarsi? E mentre salivo mi chiedevo: ho la volontà di fermarmi?
Pensavo di poter arrivare in cima facilmente e avevo anche avvertito le autorità di quel luogo, affinché nei momenti di difficoltà fossero stati pronti a ricevere l’allarme.
E invece dissi basta. Stop. Se l’uomo non vuole fermarsi, io posso. Perché l’uomo non è l’Uomo, ma è un uomo a sé: distintamente. Avevo visto sotto i miei piedi, verso destra, una specie di fosso. Lasciai docilmente la presa dello spuntone di roccia. Mi voltai verso la meraviglia del panorama. Mi calai, interamente. E nevicava. Dentro non era molto buio: sembrava che alla fine del tunnel ci fosse una lieve fonte luminosa. Un po’ di quella luce rischiara

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