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Racconti fantastici

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Piccola Storia Sgrammaticata: la dama senza testa

Tratto dalla biografia incompiuta di Lial Feer "La mia vita senza testa: vivere, mangiare e starnutire senza testa."
Storia alquanto particolare, per certi versi singolare visto che è stato l'unico caso documentato, analizzato, dettato, ascoltato, commentato, strappato e infine premiato dopo questo episodio che ora vi raccontiamo: in una località marittima, la prefettura Coeih della regione del Grano, c'è una sontuosa villa a ridosso di alte scogliere, abitata da secoli da una una nobile famiglia, i Feer, che occupavano quel fazzoletto di terra da prima della grande colonizzazione dell'epoca Eoli, che risale a più di 500 anni fa. Negli ultimi 50 anni la città divenne famosa grazie al caso inspiegabile della nobil donna Lial Feer, per aver perso misteriosamente la testa, una notte d'inverno. Questi sono i fatti raccolti dai giornalisti che raccontano l'episodio:
Era una di quelle gelide notti nella prefettura di Coeih. Non si verificava una gelata del genere da anni. Nulla di eccezionale, tranne per quella strana telefonata fatta dalla domestica di casa Feer al medico del villaggio:
Medico della prefettura: [...] il fatto che più affascina noi medici è come sia possibile per un essere umano riuscire a compiere tutte le funzioni, i gesti che compie una persona comune, dopo avere perso la testa. Sappiamo che la testa, il cervello, è la macchina che ci consente di compiere tutti i gesti quotidiani che facciamo; dal muoversi a sorridere, pensare, arrabbiarsi eccetera. Questo episodio mi fece venir in mente una leggenda che sento fin da quando son bambino: si racconta che dopo la rivoluzione popolare [...] furono decapitati molti nobili, causa il loro sfruttamento del popolo per arricchirsi alle loro spalle e spendere i soldi per i loro insensati capricci aristocratici. I corpi, comprese le teste, dei defunti nobili furono poi gettati dalla scogliera più alta del villaggio, tra le fauci del mare, che sembrasse affamato quel giorno da quanto era agitato.

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8 commenti    0 recensioni      autore: luca fiore




Prigioniera senza onore

Rinchiusa, ancora una volta. Lei, amante della libertà, prigioniera di un uomo spietato, ma che nell’ultimo periodo sembrava cominciare ad ammirare alcuni suoi aspetti: era affascinante, quella solita ombra scura che gli passava negli occhi cominciava ad infonderle profonda tranquillità; quando parlava a lei, la sua voce si abbassava, diventata un dolce borbottio che la faceva sentire protetta. Durante la marcia, al giorno, la legavano sul primo cavallo coraggioso in grado di stare tra i due draghi affidati alla sua sorveglianza e la trascinavano per le terre, sotto al sole, ignorando la voglia di bere e di riposare. La notte, Ronimir la faceva portare nella sua tenda per evitare che i draghi pensassero di divorarla, ignorando l’ordine.
Alcuni giorni era teso, sembrava preoccupato; le lanciava occhiate piene d’ira senza farla uscire dal padiglione militare sospettando una sua fuga, altre volte la portava con sé durante le passeggiate serali. Redeye sembrava non lasciarlo solo un istante e la notte stava a sorvegliare la tenda per evitare che lei scappasse, ora che erano al di fuori della Valle Morta.
Il giorno prima erano al passaggio tra le montagne, ora stavano seguendo i profili dei monti per raggiungere una foresta, oltrepassare un fiume e giungere ad una città nota col nome di Berlénus. Li si sarebbero riposati per poi proseguire verso la prima battaglia.
Li odiava tutti. Tutti erano vestiti con armature nere, spade al fianco, archi e balestre a tracolla; trainavano trabucchi, guidavano i carri, addestravano i cani all’attacco, ognuno aveva un compito nel viaggio. Nelle passeggiate con la cattiva compagnia del re, poteva osservare uomini impegnati ad affilare le lame delle armi, alcuni elfi scorbutici passavano il loro tempo a perlustrare le zone sui loro strani animali, facendo pratica, draghi intenti a scrutare le macchie di alberi coperti dalla neve in attesa di veder sbucare una preda... Ronimir le portava vestiti caldi, asciutti e puliti og

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1 commenti    0 recensioni      autore: clarissa catti


Il Cavaliere

Il cavaliere ha amato viaggiato e imparato molto
il suo volto porta i segni delle esperienze che ha fatto
la sua corazza protegge il suo corpo ma nn la sua anima
i suoi occhi sono porte socchiuse ma raccontano la sua vita
la sua forza lo pernea di una luce senza tempo
è duro ma capace di sciogliersi davanti al sorriso di un bimbo
Il cavaliere ha amato
e quindi conosce la scoperta
e quindi il suo cuore palpita
e quindi i suoi principi sono saldi
e quindi le sue donne sono salve
e quindi ora il suo cuore è solo e dentro di lui qualcuno grida
Un grido infinito
un grido di un uomo
un grido mentre piove
un grido su una scogliera
un grido di notte
un grido più forte del mare sotto di lui
un grido
un grido solo
Il cavaliere ha viaggiato
molte sono le cime che ha conquistato
molte sono le strade finite
molte sono le vite che ha intrecciato
molte sono le storie che ha raccontato
molte sono le cose che sà ma ora lo ascolta solo il vuoto
Il vuoto della sua vita senza senso
il vuoto rumore di una bimba che nn lo chiama
il vuoto che rimarra dopo di lui
il vuoto del suo sapere che nn verrà trasmesso
il vuoto che nel suo letto lo affianca
il vuoto nella memoria delle genti che verranno lui occuperà
Il cavaliere ha imparato
lui sà che la sua arma deve essere sempre pronta vicino a lui
lui sà che dovrà ancora mettersi in gioco
lui sà che nella vita devi avere rispetto ma nn devi pretenderlo
lui sà accontentandoti nn godrai mai
lui sà che i sogni nn saranno mai come pensi ma sognerai cmq
lui sà che lottare per tutta la vita è un buon modo di vivere
lui sà che gli amici vanno e vengono ma quelli veri restano
lui sà che la famiglia è la base della felicità
lui sà che tutto muta e che arrendersi nn va bene
lui sà che nn vuole avere rimipianti
lui sà che ti ama
lui sà che lo ami
lui sà che lui sono io e che sarò felice solo con te

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2 commenti    1 recensioni      autore: Dave Mastro


Il vampiro Christopher Hancock, le origini - prima parte

Mi chiamo Christopher Hancock, ho vent'anni da trecentosessantacinque anni, esattamente dal 26 settembre 1665.
Sono nato nel 1645 a Eyam, un tranquillo e isolato villaggio nella contea dello Derbyshire.
Di mio padre George ricordo le sue grandi mani da instancabile lavoratore; arrotino durante il giorno, la sera si reinventava artista costruendo oggetti d'arredamento in ferro battuto, ogni due fine settimana si recava a Londra per rivendere le sue opere. Grazie al doppio lavoro non è mai mancato il cibo sulla nostra tavola. Mia madre Elizabeth era una donna dagli occhi profondi e la voce timida, allevò premurosamente me e i miei quattro fratelli: Joseph, Ann, Manfred e Agnes.
Io ero il maggiore dei cinque, il loro punto di riferimento dopo mamma e papà.
Eravamo una famiglia unita, vivevamo in modo semplice nel nostro piccolo cottage circondati dal verde della campagna. Gli anni trascorsero sereni senza troppi sconvolgimenti fino l'estate del 1665.

In giugno si diffuse una terribile epidemia di peste bubbonica a Londra, decimando (così crede la gente) la popolazione. Mia madre implorò mio padre di non recarsi più nella capitale, convincendolo che era meglio accontentarsi dei suoi introiti d'arrotino piuttosto che mettere a repentaglio la sua vita, quella della famiglia e dell'intera comunità.
Ci fu qualcun altro, però, a portare l'orribile morbo della peste a Eyam.
Nel settembre dello stesso anno, il sarto del paese, il signor Viccars, aprì un pacco di stoffa umida acquistata a Londra e la mise ad asciugare vicino al fuoco.
Fu l'inizio della fine.
Fummo una delle prime famiglie ad ammalarsi, partendo dalla piccola Agnes, il cui esile corpicino venne martoriato da bubboni da cui fuoriusciva il pus. Era uno strazio indicibile vederla ridotta in quello stato. La mamma, pur avvertendo lei stessa i primi sintomi della malattia, non l'abbandonò un solo istante, accarezzando con amore il suo viso fino all'ultimo alito di vita. Pochi giorni dopo

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8 commenti    0 recensioni      autore: Kartika Blue


Cronoloop

La cronomacchina cessa di ronzare all’improvviso, capisco d’essere arrivato. Ho una strana sensazione: mi sembra di rivivere questo momento per la milionesima volta, comunque mi scuoto, apro il portello.
È come le impronte di Aldrin sulla Luna, è come Colombo quando avvistò l’America, invece fuori ci sono solo due militari che mi aspettano, e anche piuttosto dimessi, neppure in alta uniforme. Accanto a loro c’è una limousine nera con una portiera aperta che mi aspetta. La limousine è sporca, avrebbe bisogno d’una bella lavata, peccato lasciare così una macchina tanto bella, sto pensando mentre supero i due militari ed entro in auto. Nel lussuoso abitacolo un generale con la faccia tesa, gli occhi infossati, la barba lunga e la divisa in disordine, mi sta aspettando. Un generale che conosco ma del quale non so il nome.
L’auto parte e guardo il panorama dal finestrino blindato mentre il generale stancamente mi mette al corrente degli ultimi sviluppi della situazione. Tutte cose che già conosco a menadito perché ho sentito infinite volte, intanto l’auto prosegue nel suo viaggio verso una base militare nascosta trai monti. Sono stanco, stanco di ripetere gli stessi gesti, d’ascoltare le stesse parole, ma forse tutti sono stanchi di rivivere gli stessi momenti. Stiamo andando verso una villetta all’interno della base. C’è la mia ragazza che mi aspetta, staremo assieme fino al momento del ritorno. Abbiamo superato il tratto di deserto e ora l’auto imbocca il rettilineo che porta alla base, eccola, le sbarre sono già alzate, ancora poche centinaia di metri e saremo davanti alla villetta. Il generale intanto non ha mai smesso di parlare malgrado la mia palese disattenzione. La limousine s’arresta, scendo lentamente e mi avvio verso la porta d’ingresso, salgo i cinque scalini e sono sul porticato, la porta adesso dovrebbe aprirsi e lei mi getterà le braccia al collo piangendo.
Ma la porta resta chiusa, ho un attimo d’indecisione, po

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Sangue e Arena

Nel ventre dell'arena la guerriera aspettava trepidante il segnale convenuto.
Poteva udire la folla dei Babilonesi fremente ed eccitata sulle gradinate, erano lì per vederla combattere, erano lì per vederla vincere, forse erano lì per veder scorrere il suo sangue. Ma lei non se ne curava, l'importante per la guerriera era vedere l'arena ricolma e brulicante di pubblico. Viveva per loro, combatteva per loro, uccideva per loro da così tanto tempo che ormai non poteva più farne a meno.
La sua vita era consacrata con il sangue all'arena e sapeva bene che un giorno l'arena se la sarebbe ripresa, dolorosamente, con il sangue, consacrando in cambio il suo nome alla Gloria eterna.
Si sistemò con meticolosa precisione lo spallaccio sul braccio sinistro, lo strinse, ma non troppo, doveva resistere ai colpi dell'avversario, ma non intralciarle i movimenti. Sollevò la rete e controllò per l'ennesima volta la solidità delle maglie di crine, la soppesò e l'avvolse con estrema lentezza attorno al braccio, quasi a controllare, con quel gesto meccanico, l'agitazione che ancora dopo tanti anni la investiva prima della battaglia; infine strinse la mano sinistra fino ad aver presa salda tra le maglie della rete.
Aveva quella rete dal combattimento che le aveva regalato il titolo, più di vent'anni prima, l'aveva fatta sistemare più volte, ma anche se ormai era logora e gualcita non se ne voleva separare, credeva le portasse fortuna, era il suo amuleto.
Udì uno squillo di tromba provenire dagli spalti.
Con estrema calma la guerriera controllò le punte del bel tridente affilato, regalatole dal Tribuno Militare Titus Tiberio Taneo come premio cinque anni prima; era il primo campione dell'arena a rimanere in carica tanto a lungo, vent'anni di combattimenti, vent'anni di vittorie.
Un secondo squillo di tromba.
La folla tacque lasciando l'arena in un silenzio innaturale; la quiete prima della tempesta.
La guerriera prese un pugno di sabbia e lo fece scorrere tra le di

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Un diamante nel lago

I nostri eroi dopo un lungo viaggio che li aveva fatti.. gabbiani... volando attraverso un cielo che piu` blue... che piu` blue non c`e`... si vedono pian... pianino... scendere... delicatamente... e magicamente... verso quel... che a prima vista... era loro sembrato... solo un grosso medaglione... ma che in realta` si stava rivelando... un incantevole lago dorato. E che meraviglia nella sua perfezione... un cerchio perfetto... forse un lago di origine vulcanica... pensava Tommaso ricordando una lezione di scienze... a scuola!
Al centro del lago c`era un diamante... dai mille riflessi... cangiante sotto i raggi di un sol platinato... e di un color... cielo... magnifico... poiché`rifletteva... quel cielo... non solo blue... in cui avevano cosi` a lungo viaggiato... ma... tra il turchese... l`indigo... il blue reale.. ed un celeste che piu` chiaro... che piu` chiaro... che piu` chiaro... che piu` chiaro non c`e`.
Piu si avvicinavano al lago.. nelle scendere... e piu` i nostri eroi cominciavano a realizzare che proprio quel diamante... era... la loro destinazione!
Piu` si avvicinavano a quella magia... e piu` non credevano ai loro occhi... non potevano.. credere... a quello che vedevano. Un isola diamantina nel centro del lago... che sconvolge Tommaso a tal punto da esclamare " Noooooo.. Non e` impossibile... adesso mi mordo un orecchio... non e` possibile... ma.." Susanna interrompendolo" Ma che... Tommaso... Invece no... tutto e` possibile... io l`ho sempre detto che qualcosa di incredibile al momento giusto si sarebbe manifestato... anche per noi. Da quando abbiamo perso... i nostri genitori e siamo finiti la`... in quell`orfanotrofio... non siamo stati molto felici.. perche papa` e mamma ci mancano... e tanto.. anche se... ci trattano tutti da principini.. specialmente al piccolo Giovanni.. Ma noi siamo forti.. e sempre insieme.. ricordi quello che dicevano sempre papa` e mamma "Uno per tutti e tutti per unoooooooooo!!!"... Prima abbiamo volato! Ora scendiamo

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0 commenti    0 recensioni      autore: Tullio



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