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Racconti fantastici

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Non senso

Adesso penso che ho la testa pesante che pende da un lato e il capo e' appoggiato su una nuvola bassa cosi' riposo gli altri pensano credono che sto qui a scrivere ho pure fame cosi' tanta che voglio andare via verso la macchina, portarmi distante verso il mare annegare la testa in acqua cosi' per ascoltare melodie sconosciute e poi correre contro le derivate, gli integrali e tutta quella matematica a me ardua e dopo respirare il profumo di lei sconosciuta quella solitudine che ormai ho compreso non mi abbandonera' mai più e mai più ascoltero' quel pensiero meraviglioso e irreale che esiste solo nella mia mente ormai distorta da quel unico pensiero che mi ha travolto, delibero che niente più sia scritto da me stesso dopo queste parole. Ah! Uhm!

   0 commenti     di: Aurelio Greco


Ciao Pà

E tutto buio qua, qualche stella luccica in questo cielo nero, e la risacca di questo mare accompagna il nostro andare, la tua mano sulla mia... il tuo passo forte e deciso quasi non ti seguo, la tua voce... Le tue parole il mio cuore, sembra ieri che sei andato via, quante cose vorrei raccontarti... Ma forse tu già sai, sei sempre stato con me fra le lacrime e nella gioia... Quanta vita e passata da quei due tiri ad un pallone e le domeniche al mare col nostro carrozzone a far festa sotto l'ombrellone... ciao Pà.

   5 commenti     di: Giovanni...


L'invasione del regno di Esmelia

Un giorno Armares ordinò a Parsek di rapinare e distruggere un regno il cui re di nome Merovis appartenente ad una importante dinastia, in passato lo aveva sconfitto e umiliato. Così a capo di una banda di delinquenti e mostri Parsek invase il regno scatenando una feroce guerra e insieme a Plesius sconfisse l'esercito regio e tre cavalieri fatei chiamati Adenar, Berseker e Mithrenal che difendevano la famiglia reale e infine uccise lo stesso re Merovis.

Il cavaliere fateo decaduto Parsek, con la sua banda di mercenari e creature infernali arrivò nel regno di Esmelia, che secondo gli ordini del suo signore Armares doveva distruggere.
Si fermò di fronte al piccolo villaggio di Venner, che precludeva la strada alla città di Esmelia, sapendo che buona parte dell'esercito regio si era asseragliata in quel centro per precludergli il passo. Lord Adenar Mellit infatti, cavaliere fateo di indiscusso valore, si era appostato con dei soldati propio a Venner e intendeva fermare l'avanzata del sicario di Armares. Tale Adenar era il figlio di un cavaliere fateo di nome Sedrenar che 20 prima, con la sua straordinaria abilità nel combattimento e nelle arti magiche aveva permesso al re Merovis di sconfiggere il titano Armares; anche se a costo della vita. In questo grande mago guerriero riposavano le speranze del re di Esmelia, oltre a buona parte delle speranze del glorioso ordine dei cavalieri fatei, creato secoli prima dall'antico Titano Vardames. Il gran maestro dell'ordine Ralk in fatti intendeva nominare Adenar suo successore, nonostante questi avesse espresso dissenso.
Allora Iridan Plesius, cavaliere oscuro maestro di Parsek intimò al suo allievo di fermarsi, perchè intendeva liberargli la strada con il colpo che aveva incenerito un intero villaggio e lo aveva reso famoso e odiato da tutti: la bombarda simka. Salito su una collinetta iniziò a concentrarsi ed a formare una sfera di fuoco fatuo che si ingrandiva sempre più.
Plesius comunque ignorava che anche A

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Cronoloop

La cronomacchina cessa di ronzare all’improvviso, capisco d’essere arrivato. Ho una strana sensazione: mi sembra di rivivere questo momento per la milionesima volta, comunque mi scuoto, apro il portello.
È come le impronte di Aldrin sulla Luna, è come Colombo quando avvistò l’America, invece fuori ci sono solo due militari che mi aspettano, e anche piuttosto dimessi, neppure in alta uniforme. Accanto a loro c’è una limousine nera con una portiera aperta che mi aspetta. La limousine è sporca, avrebbe bisogno d’una bella lavata, peccato lasciare così una macchina tanto bella, sto pensando mentre supero i due militari ed entro in auto. Nel lussuoso abitacolo un generale con la faccia tesa, gli occhi infossati, la barba lunga e la divisa in disordine, mi sta aspettando. Un generale che conosco ma del quale non so il nome.
L’auto parte e guardo il panorama dal finestrino blindato mentre il generale stancamente mi mette al corrente degli ultimi sviluppi della situazione. Tutte cose che già conosco a menadito perché ho sentito infinite volte, intanto l’auto prosegue nel suo viaggio verso una base militare nascosta trai monti. Sono stanco, stanco di ripetere gli stessi gesti, d’ascoltare le stesse parole, ma forse tutti sono stanchi di rivivere gli stessi momenti. Stiamo andando verso una villetta all’interno della base. C’è la mia ragazza che mi aspetta, staremo assieme fino al momento del ritorno. Abbiamo superato il tratto di deserto e ora l’auto imbocca il rettilineo che porta alla base, eccola, le sbarre sono già alzate, ancora poche centinaia di metri e saremo davanti alla villetta. Il generale intanto non ha mai smesso di parlare malgrado la mia palese disattenzione. La limousine s’arresta, scendo lentamente e mi avvio verso la porta d’ingresso, salgo i cinque scalini e sono sul porticato, la porta adesso dovrebbe aprirsi e lei mi getterà le braccia al collo piangendo.
Ma la porta resta chiusa, ho un attimo d’indecisione, po

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Bravi, violenti ragazzi

I ragazzi erano riuniti nella sede del Grifone fans club da battaglia nel centro storico di Genova, in Via San Luca. Dovevano organizzare le coreografie e i combattimenti per la successiva domenica di campionato, quando il Genoa avrebbe giocato in casa della Lazio.
Quell'anno entrambe le squadre si erano dimostrate mediocri ed erano impelagate nella lotta per non retrocedere. Per fortuna ci pensavano gli ultras a tenere alto l'onore delle rispettive società. Nel campionato che li riguardava di persona, infatti, i fans club di Genoa e Lazio lottavano per lo scudetto parallelo, appaiati in terza posizione, staccati di quattro lunghezze dai guerrieri al vertice, i temibili e spietati Atalanta fauns, e di due dagli Inter constrictors.
I Grifoni, ultras del Genoa e campioni in carica, avevano testa, cuore e fegato a sufficienza per puntare di nuovo allo scudetto. Inoltre sapevano infierire su ogni avversario in difficoltà in maniera così crudele da rasentare addirittura l'arte con la A maiuscola. Le nullità che ogni domenica calcavano il "campo verde", cioè il tradizionale rettangolo di gioco in erba, e infangavano i colori del Genoa, moltiplicavano nei ragazzi le energie e la rabbia da scaricare sul loro terreno di gioco, il cosiddetto "campo grigio", le gradinate in cemento.
Il match di andata tra le due bande metropolitane organizzate era stato intenso, sofferto e combattuto, con oltre un terzo dei lottatori schierati costretti all'abbandono prima del termine. Alla fine era stato dichiarato il pareggio, l'unico subito dal Genoa nel corso del girone di andata, e adesso, dopo un'infinita serie di proclami, entrambe le formazioni attendevano con ansia il giorno della resa dei conti.
In quel momento i ragazzi stavano discutendo sulla tattica migliore da utilizzare in battaglia.
"Le Aquile Lazio attaccano sempre sulle linee centrali." - disse il biondo e robusto Gran Grifone Sergio Papa, il capo, anzi, il Papa, com'era ormai noto in tutta Italia i

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   9 commenti     di: Massimo Bianco


82, Washington Road (Episodio 13)

I capelli erano a posto, la barba appena un velo e rifinita con cura, gli abiti erano abbastanza formali ma sufficientemente giovanili. Leonard Haslam era perfetto, pronto per una giornata di lavoro e, soprattutto, per Laila. Era emozionato all'idea che tutto tornasse come prima, con loro due che andavano al lavoro insieme; magari presto si sarebbero svegliati di nuovo nello stesso letto.
Incerto della propria perfezione, si accostò allo specchio per controllare l'interno delle narici, allora si raggelò. Senza alcun motivo plausibile detestò la cura che aveva riposto nel prepararsi, odiò la propria immagine impeccabile. Sentiva, come un suggerimento della sua coscienza o un'improvvisa illuminazione, che quell'insolita attenzione aveva a che fare con la morte. <<I morti sono sempre eleganti>>, sussurrò ad occhi spalancati, sorpreso dalle sue stesse parole.
Si riscosse, però, gli bastarono pochi attimi ed una risata. Ciò che aveva pensato era assurdo, milioni di persone curano il loro aspetto ed arrivano alla fine della giornata, la morte non bada certo all'eleganza. Lasciò il bagno, sollevato, ma distrattamente si scompigliò un po' i capelli.
Dallo stereo si diffondeva la voce di James Labrie che cantava One Last Time e parlava di una tragica fine. Il cd doveva essere graffiato, perché la fine del primo verso prese a ripetersi di continuo. Leon, infastidito, diede qualche colpetto allo stereo senza ottenere risultati, poi provò a mettere in pausa e a fermare del tutto la musica, ma la voce continuava a ripetere le stesse parole.
... this tragic ending... this tragic ending... this tragic end...
Leon staccò la spina e riuscì a far tacere lo stereo, ma quelle parole risuonavano ancora nella sua testa mentre indossava il giubbotto leggero ed usciva di casa, quasi che lo stereo avesse voluto parlargli tramite la canzone. Stavolta non rise di sé, riuscì solo a constatare che parte del suo buonumore era svanito, sostituito da un'irrequietezza

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Lo strano sogno di Vidharr

L'universo si sa, è uno, a immagine del Centro che l'ha generato, e tutto comprende non potendo escludere che l'impossibile a realizzarsi in nessuno dei suoi indefiniti piani di realtà, quello dei sogni compreso.
— Lì si realizzano le cose più strambe—
pensò Vidharr, guardandosi attorno stralunato, nell'impossibilità di cogliere il senso di quello che vedeva. I nani, escluse rare eccezioni, non dormono molto e si danno un gran daffare a costruire castelli e strade in dura pietra, scavare miniere dove estrarre metalli e pietre magiche e corteggiare nane pericolose, con le quali tentare invano di esporsi in vanterie che le nane mortificano senza alcuna pietà, maneggiando una cruda superiorità intellettuale che è l'unica arma che un nano ha problemi a schivare. 
 Questa loro natura non li spinge, di solito, a dare eccessiva importanza al corpo dei sogni evanescenti che insidiano la loro connaturata solidità. 
 Per la stessa ragione i nani poco apprezzano tutto quello che mette in precario equilibrio convinzioni e conoscenze, le quali si allungano misteriosamente nel loro epico passato, allo stesso modo in cui l'intreccio di grotte, scavate dagli antenati, si perde sprofondando verso il centro del pianeta, infuocato come la fucina che arde nei loro cuori. 
 Ma questa volta era uno strano sognare, quello che accompagnava le solide convinzioni di Vidharr verso il pericolo di sgretolarsi, e i responsabili dovevano essere stati i funghi raccolti nella grotta del labirinto oscuro. 
 Gli tornavano alla mente antichi ricordi di frasi sussurrate alle sue orecchie appuntite dalla nonna, che gli ordinava di calpestare quei frutti del diavolo e di non guardarli neppure. 
 Lui, entrato nella grotta del labirinto oscuro inseguendo un coniglio selvatico, si era perso e aveva vagato per un tempo interminabile tra quei cunicoli, ciechi come la sua anima che aveva dovuto azzittire per riempirsi lo stomaco. Già, lo stomaco. La sua nonnina gli aveva insegnato a

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   1 commenti     di: massimo vaj



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