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Racconti fantastici

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L'inganno degli ideali

La luce morbida del sole nascente avvolgeva la valle dimenticata e la cullava in una sonnolenta aura dorata; le piccole creature della terra languivano in una quiete satolla ancora immersi nel tenero tepore della notte estiva.
Lontani erano i clamori della battaglia e delle eroiche imprese, infinitamente distanti nello spazio e nel tempo le controversie e le lotte intestine che avevano sconvolto l'immaginazione degli esseri sognanti.
L'uomo, la creatura che poteva creare mondi ed ergersi a conquistatore di luoghi del pensiero e della fantasia, colui che poteva erigere fortezze di cristallo e navi di giada, che poteva dare vita ad essere luminosi come il nucleo di una stella radiosa od oscuri quanto le profondità dello spazio più freddo, colui che poteva scegliere di vivere in un mondo piatto e grigio, schiavo di se stesso e di innumerevoli altri esseri incolori, o di riempire gli spazi della propria mente con l'incanto di un fiore sognato e mai compreso o di un'avventura impossibile ma così profondamente reale, l'uomo aveva tentato di distruggere tutto.
Aveva perso la voglia di sognare, era cresciuto.
La luce nitida e chiara della stella gigante si era piano piano arrossata, mano a mano che il combustibile del suo nucleo si consumava.
Era grande, era calda, ma stava lentamente morendo.
Il suo ardore si stava esaurendo, la passione, la voglia di esplodere l'avevano resa gloriosa, ma ora la gigante rossa stava di nuovo cambiando, seguendo il percorso che si era scelta forse senza neppure saperlo.
Mano a mano che le forze creative in lei si esaurivano, si concentrava sempre più in se stessa, togliendo ogni spazio alla propria immaginazione e diventando sempre più dura e compatta, sempre più piccola e potente.
Nascondeva dietro a concetti come "libertà" e "giustizia" la propria evoluzione, il potere aumentava mano a mano che cresceva la sua densità e la sua compattezza, mano a mano che chiudeva ogni spazio alla fantasia.
Ora non più luce emanava la ste

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   7 commenti     di: Dilaila Bella


I Dodici segni Zodiacali

Un Mattino Dio chiamò a se i suoi Dodici figli e in ognuno di essi cosparse
il seme della mente Umana. Uno dopo l'altro essi fecero un passo in avanti
per ricevere il dono che era stato loro riservato:

A te Ariete per primo do il Mio Seme a te l'onore di poterlo piantare, Per
ogni seme che pianterai più di un milione ne spunteranno nelle tue mani ;
Non avrai il tempo di raccoglierne i frutti, Sarai il primo a penetrare nei
meandri delle menti Umane portando la Mia Idea ; non è tuo compito però
nutrire tale Idea o metterla in dubbio. La tua Vita è Azione, Inizio ;
affinché tu possa eseguire bene il tuo compito ti farò dono della fiducia in
te stesso ; con Calma Ariete fece un passo indietro è tornò al proprio posto
.

A te Toro do il potere di trasformare il Seme in sostanza il tuo compito è
grande e richiede molta pazienza, dovrai portare a compimento tutto ciò che
è stato iniziato o i semi saranno spazzati via dal vento, Adempiendo a ciò
non dovrai fare domande e non dovrai cambiare idea giunto a metà del lavoro
e sopratutto non dovrai dipendere da nessuno a questo scopo ti farò dono
della Forza; usala saggiamente, e Toro fece un passo indietro e tornò al
proprio posto.

A te Gemelli do le domande senza darti anche le risposte cercherai con
sforzo di comprendere l'alternanza, il vero e il falso ; attraverso la tua
faticosa ricerca troverai il mio dono : la Conoscenza ; Gemelli fece un
passo indietro e tornò al proprio posto

A te Cancro do il compito di conoscere e far conoscere la sensibilità
emotiva, conoscerai il riso e il pianto e svilupperai la pienezza interiore
, non temerla, non nasconderla, a questo scopo ti farò dono della Famiglia
in modo che la tua pienezza possa moltiplicarsi ; e Cancro fece un passo
indietro e tornò al proprio posto





A te Leone do il compito di rivelare al mondo la mia Creazione in tutto il
suo splendore, ma attento all'orgoglio si tratta del

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   5 commenti     di: Giulia Aurora


Abrenet 1

L'inverno si stava avvicinando, rapidamente. Un brivido di freddo gli penetrò le carni pustolose, miseramente coperte di stracci., mentre seduto su una radice, la schiena appoggiata al tronco dell'albero, guardava la prospettiva del sentiero che si snodava davanti ai suoi occhi. La foresta che gli uomini chiamavano oscura aveva al suo inizio l'aspetto di un invitante boschetto, con grandi alberi dalle ampie chiome e alti tronchi che si innalzavano da un tappeto di muschio, anche se l'invito era solo apparente e nessun uomo era riuscito nell'impresa di penetrarla e raggiungere il Centro Oscuro, o meglio nessun uomo era riuscito a raccontarlo; per gli elfi era la Porta, il luogo Alfa dove avevano origine il piacevole gorgoglio dei ruscelli e dei torrenti, le acque limpide dei laghi lucenti: Il luogo che metteva in comunicazione i diversi mondi e ne permetteva la separazione. Per i maghi era Topos, il luogo del mutamento dove nulla rimane uguale, niente è quello che sembra tutto è in trasformazione. Sul sentiero che passava in quella parte boscosa percorsa anche dagli uomini e che collegava la Regione delle piante buone a Vira, l'uomo seduto vide arrivare un pasciuto mercante a cavalcioni di un mulo portato per la cavezza da un giovane garzone che avanzava aiutandosi con un bastone. Era quello che aspettava. Si alzo faticosamente e si avviò arrancando verso i viandanti in arrivo. Il mercante diede un'occhiata a quello strano vecchio dal corpo ridotto a un insieme di ossa avvolto da qualcosa di difficile identificazione "un mendicante, forse un ladro un ladro travestito" pensò mentre controllava la borsa sotto la giubba.
-Scaccialo - disse al garzone mentre il mendicante, ormai vicino tendeva la mano nel gesto classico di chi chiede aiuto, gli occhi rivolti a terra e le piaghe del corpo rese orridamente evidenti dalle vesti lacere emanavano un lezzo nauseante. Il giovane lasciata la mula alzò il bastone e colpì l'uomo che cadde a terra, il viso nella polvere, im

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   0 commenti     di: Ivano Boceda


Terra inospitale

Il Mondo percorreva il suo irregolare tragitto nello spazio sidereo. Le due stelle brillavano splendenti nel cielo, prossime allo zenit. Nabi, il lontano astro principale del sistema binario, irradiava impassibile la sua abbacinante luminosità bianco giallastra. L'assai più prossimo Evon, intorno al quale il Mondo orbitava, donava al pianeta un più gentile ed evanescente chiarore aranciato. Insieme, i due ardenti corpi celesti provocavano spettacolari e a volte perfino impressionanti giochi di luci e ombre.
Nella fascia abitabile boreale era una giornata già abbastanza calda, intorno ai centotrenta gradi, ma nel primo pomeriggio la temperatura sarebbe di certo salita. Benché fosse esteticamente assai fascinoso, il Mondo era una terra inospitale, troppo arida, desolata e inclemente per permettere perfino alla civiltà dominante di mantenere una popolazione numerosa. In tutte le immense pianure che si dipartivano dalle poderose ed elevatissime catene montuose nord occidentali vivevano, difatti, poche migliaia di individui, appartenenti ormai ad appena sei clan familiari. Eppure si trattava dei luoghi di gran lunga più fertili del pianeta.
Jamiel era il più giovane maschio adulto degli Astar, uno dei due clan più prestigiosi superstiti. Percorreva la vallata laterale mano nella mano con Zais, la sua adorata compagna, risalendo il corso del rombante fiume di zolfo. Jamiel amava profondamente Zais ed era felice di unirsi in matrimonio con lei. La cerimonia era programmata al centro del vasto cratere meteoritico posto ai piedi del massiccio montuoso più elevato. L'evento si sarebbe però verificato assai più avanti nel corso di quella lunghissima giornata, allorquando Evon avrebbe eclissato Nabi. Prima di iniziare i preparativi del gioioso evento, le famiglie avevano quindi concesso agli sposini il tempo necessario per approfondire la reciproca conoscenza.
Jamiel sperava di tutto cuore che Zais rimanesse soddisfatta del rendezvous, perché se al termine di

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   7 commenti     di: Massimo Bianco


82, Washington Road (Episodio 8)

L'unico modo per sopravvivere al Protocollo è rispettarlo.
Una regola d'oro per i suoi predecessori, l'unica speranza per Seth Kurts. Perciò dirigeva le operazioni col suo solito fare distaccato, un atteggiamento che non mancava mai di intimorire i suoi uomini ed aveva l'innegabile pregio di dar forza a lui. Una volta constatata l'impossibilità di fuggire da Rockford, aveva dato ordine di tornare verso la città ed iniziare il rastrellamento, casa per casa, fogna per fogna, buco per buco. L'ordine era la sua religione, la sistematicità il suo mantra.
A cominciare dalle baracche isolate fuori città, attuarono l'opera di pulizia. Trovato un soggetto si procedeva all'esorcismo, una sventagliata di M4 che maciullava a sufficienza l'infetto, abbastanza da renderlo inservibile per la cosa che lo abitava. Sempre, tuttavia, anche quando la prima cura si dimostrava sufficiente, Kurts terminava il lavoro. Seguiva i suoi uomini, pistola in pugno, e sparava un unico colpo per ogni soggetto, un proiettile in testa per marcare il lavoro ultimato. Le avanzate della sua squadra, perciò, avevano una ritmica colonna sonora cadenzata dai suoi brevissimi assoli.
A metà nottata avevano già ripulito un quadrante molto vasto a sud della città, tanto che alcuni uomini iniziarono a fare progetti per l'indomani. Kurts non si illudeva, invece. Le creature, una volta entrate in un corpo umano, erano fragili, ma non era mai stato dimostrato con certezza che morissero insieme con il posseduto, tutto ciò che si sapeva era che una volta private di organismi da sfruttare divenivano innocue, capaci soltanto di generare incubi e stimolare la pazzia. Ma ciò voleva dire che, una volta ripulita l'intera città, anche Kurts e i suoi andavano eliminati, poiché sarebbero stati facile preda delle creature.
Chissà come mai, questa parte del Protocollo non gli andava giù.
Rispettare il Protocollo, in effetti, per lui significava soltanto ammazzare per non morire, proprio come ai

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Fotografie

L’avevano risvegliato alcuni giorni prima e gli avevano detto che si chiamava Giò. Gli avevano dato una casa, una famiglia e un lavoro. Quando dal futuro si attendeva un mondo migliore in cui la Scienza sarebbe stata capace di dominare anche morte e malattie, era stato fra i primi a farsi ibernare e dopo di lui centinaia avevano seguito. La memoria, man mano che il tempo passava, gli si faceva più incerta ed i contorni, i volti, le cose che in essa emergevano dal passato avevano l’aspetto di vecchie fotografie che il tempo, cominciando dai margini, facesse progressivamente ingiallire. Il mondo in cui ritornava a vivere, gli era divenuto scontato dopo solo pochi attimi; ed anche i suoi gesti avevano ormai il peso fiacco di vecchie abitudini contratte in anni. Senza sapere come, si era trovato subito su quella che doveva essere la via di casa. Era l’alba.
Il sole, sorgendo rapidamente in un cielo di un grigio luminoso, affievoliva la luce delle lampade elettriche ed andava ad illuminare con precisione tutte le cime di quei grandi palazzi bianchi ed uguali. Bianchi essi, bianche le strade e le vetrine, bianco il vestito che portava. Giunto a casa, una donna vestita di bianco che non ricordava, gli si fece incontro. Doveva essere sua moglie, o meglio, la moglie di un Giò. Gli sorrise, punto sorpresa che egli si trovasse lì, gli fece gli auguri. Oggi era San Giò, il suo onomastico. Oggi, ieri, domani. Le uniche unità di tempo oltre le ore. Si sentì salire alle labbra un sorriso automatico di risposta, che, come quello del gatto di Alice, rimase anche dopo, quando il suono delle parole della Moglie era svanito. Il paese delle meraviglie! Che Paese era quello in cui si era svegliato? Chiudendo gli occhi, proprio come se guardasse una vecchia foto, vedeva qualcosa di diverso filtrare da sotto ciò che appariva un attimo prima. Ma non riuscì a bloccare quella sensazione ed a dare corpo a quella intuizione. Dalla finestra aperta il sole non era così accecant

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L'invasione del regno di Esmelia

Un giorno Armares ordinò a Parsek di rapinare e distruggere un regno il cui re di nome Merovis appartenente ad una importante dinastia, in passato lo aveva sconfitto e umiliato. Così a capo di una banda di delinquenti e mostri Parsek invase il regno scatenando una feroce guerra e insieme a Plesius sconfisse l'esercito regio e tre cavalieri fatei chiamati Adenar, Berseker e Mithrenal che difendevano la famiglia reale e infine uccise lo stesso re Merovis.

Il cavaliere fateo decaduto Parsek, con la sua banda di mercenari e creature infernali arrivò nel regno di Esmelia, che secondo gli ordini del suo signore Armares doveva distruggere.
Si fermò di fronte al piccolo villaggio di Venner, che precludeva la strada alla città di Esmelia, sapendo che buona parte dell'esercito regio si era asseragliata in quel centro per precludergli il passo. Lord Adenar Mellit infatti, cavaliere fateo di indiscusso valore, si era appostato con dei soldati propio a Venner e intendeva fermare l'avanzata del sicario di Armares. Tale Adenar era il figlio di un cavaliere fateo di nome Sedrenar che 20 prima, con la sua straordinaria abilità nel combattimento e nelle arti magiche aveva permesso al re Merovis di sconfiggere il titano Armares; anche se a costo della vita. In questo grande mago guerriero riposavano le speranze del re di Esmelia, oltre a buona parte delle speranze del glorioso ordine dei cavalieri fatei, creato secoli prima dall'antico Titano Vardames. Il gran maestro dell'ordine Ralk in fatti intendeva nominare Adenar suo successore, nonostante questi avesse espresso dissenso.
Allora Iridan Plesius, cavaliere oscuro maestro di Parsek intimò al suo allievo di fermarsi, perchè intendeva liberargli la strada con il colpo che aveva incenerito un intero villaggio e lo aveva reso famoso e odiato da tutti: la bombarda simka. Salito su una collinetta iniziò a concentrarsi ed a formare una sfera di fuoco fatuo che si ingrandiva sempre più.
Plesius comunque ignorava che anche A

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