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Racconti fantastici

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Tic --tac

Ciondolare con te non è stato un sogno che mi sono inventato, ma una dolce primavera che profuma di continuità. Chissà se sei ancora così bella, come quel ventisette giugno che mi hai detto addio per sempre. Avevi un leggero mal di denti e masticavi un tic-tac. Quando me lo sono ritrovato tra i denti, l'ho fatto volare via.
Ricorderò sempre quel tuo " oh, no, e io che ci avevo rinunciato per te." Non era un pezzettino di dente, era un dolce confettino. Una risata argentina simultanea e continuammo a baciarci come se niente si passasse. Piangevi e mi amavi, ma l'orgoglio si ergeva a barriera di gomma. Per me, catastrofe e tormento, per te ragione di vita e rimpianto. Se Atene piange, Sparta non ride. Passammo in rassegna tutte le piccole cose di quei tre anni e mezzo e ogni tanto una risatina nervosa. La scelta era crudele, ma l'alternativa bruciava più dei raggi del sole. wwww Il tuo Sud, la tua Lucania, tua nonna e i suoi ulivi, la tua famiglia, il tuo paese, non volevi lasciarli soli, nemmeno per iniziare un percorso di vita accanto a chi dicevi di amare. Era un aut-aut, quello che volevi impormi. " O me e il mio mondo, oppure rinuncio a te" Volevi tutto per te e volevi anche me: Amore o egoismo? Egoismo, perché l'amore è rinuncia di sé stessi, donandosi all'altro. Sapevo che la rinuncia era un sacrificio, ma anch'io avevo il mio mondo. La mia terra non voleva essere lasciata sola e io non la volli tradire. Felici per la laurea, i miei mi acquistarono un pezzo di terra, pieno di alberi e prospettive. Piangevi e ti stringevi a me, sapendo che non ti saresti arresa. Come dimenticare quell'ultimo bacio da condannati. Tutto il nostro mondo e tutto il nostro passato. Lo sento ancora fischiare quel treno che ti portava via, ma non ero triste perché una parte di me stava con te e tu lo volevi. wwwwww
Il tempo scandisce il suo tic-tac, ma non potrà rubarmi l'amore che ti ho donato.
 
     


       TIC-TAC
 quello che m'

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   6 commenti     di: oissela


Storia di Omega

Storia di Omega: introduzione.

Un gruppo di assidui esploratori extraterrestri, proveniente dal pianeta Albatros, decide di compiere un'importante missione: inviare uno speciale robot sul pianeta Terra, con la speranza di riuscire ad individuare delle curiosità fondamentali su una realtà, per loro, completamente inesplorata. Per far ciò, mette in campo le più avanzate tecnologie nel settore della cibernetica.
Il risultato di tanto lavoro è una creatura, dalle sembianze umane, capace di pensare e di riflettere in maniera a dir poco sbalorditiva. Viene chiamata Omega.
Una volta atterrato, l'umanoide si trova a fare i conti con una realtà inedita per lui, ma anche per molti aspetti affascinante.
Sotto certi versi, egli non accetta passivamente la sorte che il destino sembra avergli assegnato.
Difatti, non vede tanto di buon grado l'idea di essere stato creato, appositamente per adempiere ad uno scopo ben preciso. Avverte il bisogno di conservare una propria indipendenza e decide di combattere con tutte le sue forze una battaglia durissima.
Aspira alla libertà ed è disposto a tutto pur di ottenerla.
Sarà solo grazie all'astuzia e all'intraprendenza che riuscirà a conquistarsi l'autonomia tanto desiderata.
Ma, nonostante tutto, il suo compito non verrà mai messo in discussione.
A questo punto, non gli resta che adattarsi per condurre uno studio certosino sugli abitanti della Terra, tenendo conto di ogni loro pregio e difetto.

Storia di Omega


Capitolo primo: lo sbarco dell'umanoide.


Verso la fine del 2020, Omega, robot creato con cervello, cuore e polmoni di un essere umano morto da poco, viene mandato sulla Terra, con l'obiettivo di esaminare comportamenti e costumi dei terrestri.
Il 2 dicembre dello stesso anno, un'astronave atterra sul deserto del Nevada, depositando sulla roccia questo strano corpo, dotato di molteplici funzioni. Oltre che di un pulsante per l'auto

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   0 commenti     di: Giulio Ruggieri


L'uomo con il cappello verde o del perdono

Era l'inizio di settembre.
Tutto era già trascorso: il fiorire delicato della primavera, il mese di giugno e i suoi giorni di verità attraverso i quali solamente si approda ad un altro anno del tempo, il fuoco imperioso dell'estate che pesa su ogni cosa per spingerla e raccoglierla nuovamente nella terra mentre i pianeti ruotano ancora, la luce si fa sottile, le albe più tese e fresche e la promessa di un nuovo germinare - verso cui il mondo già muove per decreto dei cieli - è lanciata nel futuro oltre i mesi del buio.
Stavo leggendo - rileggendo e rivivendo, perchè questo solo conta sino a che tutto venga compreso nella sua verità - un libro che amavo.
Dal tavolo della sala potevo scorgere una delle finestre sul ballatoio, quel ballatoio largo meno di un metro delle case milanesi di un tempo sul quale hanno dato e danno le soglie di così tanti destini.
Oltre la tenda dorata vidi muovere un'ombra.
Mi parve lenta, dalla forma liquida e bizzarra, quasi troppo grande per un uomo.
Qualcuno che doveva raggiungere una delle porte dopo la mia, pensai.
Dopo un tempo stranamente lungo - e benchè a lato della porta vi sia un campanello rotondo con al disopra una sottile striscia di metallo bianco che reca incise le tre iniziali del mio nome - sentii bussare.
Tre colpi leggeri, forse un accento sull'ultimo: la loro delicatezza, la loro limpidezza sonora mi raggelarono, come annunciassero qualcosa di inaudito.
Chi era?
La scelta di non usare il campanello escludeva quasi certamente una visita ufficiale: poste, elettricità, messi comunali, consegne.
I conoscenti avrebbero preavvisato della loro visita con una telefonata.
Un Testimone di Geova? Un Mormone? Un piazzista?
Ricordai che in uno dei racconti del libro che avevo tra le mani un uomo riceveva una visita non dissimile: un venditore di libri che intendeva liberarsi da qualcosa di insostenibile, di cui non era stato in grado di penetrare il senso e per il quale si sarebbe perduto nella follia sino

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Quasi perfetto

on sapeva ormai da quanto tempo effettivamente si trovasse in quella stanza, nè aveva la più pallida idea di come vi fosse arrivato. Il suo ultimo ricordo del mondo esterno era la solita telefonata d'affari, quel tipo di telefonata intorno alla quale ormai girava circa il settanta per cento della sua vita. Il restante trenta per cento lo spendeva in riunioni e a dare e ricevere consulenze sul mondo dell'economia. Era diventato un perfetto businessman, ma qui, in questa stanza, la sua reputazione non sembrava contare più di tanto. Anzi, non contava affatto.
Era come crocefisso ad una parete, e indossava una specie di tuta nera molto aderente, di origine e materiale sconosciuti. In corrispondenza dei polsi entravano nella tuta due piccoli tubi, dai quali gli era stato già iniettato quattro o cinque volte uno strano liquido, anch'esso nero, probabilmente a scopo nutritivo. A giudicare dalla frequenza dei “pasti” dovevano già essere passati due giorni, ma l'uomo non aveva sentito il bisogno di dormire né di espletare i propri bisogni fisiologici. Evidentemente il liquido nero era responsabile anche di questi effetti.
L'unica distrazione, in quella stanza, era il cubo di fronte a lui. Si trovava esattamente alla stessa distanza da ogni parete, e fluttuava a mezz'aria. L'uomo si era accorto di essere in grado di farlo ruotare a piacimento, senza bisogno di muoversi (cosa che tra l'altro non avrebbe potuto fare), e la sensazione che aveva provato in quel momento, nonostante la sua forzata immobilità, era di potere assoluto.
I primi momenti erano stati di panico completo e totale. L'uomo aveva prima pensato a qualche rivale senza scrupoli, pronto a tutto pur di far sparire uno degli uomini più ricchi della città. Poi aveva pensato ad un serial killer. Aveva da poco visto un film che lo aveva impressionato moltissimo, su un serial killer a cui piaceva preparare trappole da cui fosse possibile fuggire solo tramite sacrifici e sofferenze inimmaginabili. Senon

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Il Principe Scomparso

Curhan si guardò attorno per l'ennesima volta.
Fin dove i suoi occhi da elfo riuscivano a spingersi, scorgeva solo enormi sequoie innalzarsi imponenti e maestose sul terreno scosceso e accidentato. Per quanto camminasse da ore, aveva l'impressione di trovarsi sempre nello stesso punto. Non l'avrebbe mai ammesso al compagno, ma sospettava di essersi perso. Del resto, aveva sempre avuto l'impressione che le foreste della Norvegia fossero un vero labirinto.
"Hai con te la mappa, Malhor?".
"Certo, non avrei mai lasciato la città senza portarla con noi".
"Riesci a capire dove siamo?".
Come ogni volta che gli veniva posta una domanda del genere, l'elfo rispose senza nemmeno fermarsi a riflettere.
"Troppo lontani da Nainiel".
Curhan sbuffò. Fra tutti i compagni che potevano accompagnarlo nei boschi che circondavano la città elfica, la sorte aveva scelto proprio Malhor Cuor di Leone, il più codardo fra gli elfi del crepuscolo.
Chiunque avesse visto Malhor per la prima volta sarebbe rimasto certamente intimorito dalla possente muscolatura dell'elfo, dalla corazza spartana, dai selvaggi capelli castani e perfino dagli aspri lineamenti del viso. Malhor aveva tutta l'aria di un guerriero ma Curhan sapeva bene, come ogni altro elfo che abitasse fra le mura di Nainiel, che nel cuore del compagno il coraggio abbondava quanto l'acqua in un deserto.
"Secondo me dovremmo tornare indietro".
Bisbigliando flebilmente, Malhor stette all'erta con fare guardingo. Qualsiasi posto diverso dalla propria casa - certe volte persino quella - gli sembrava una minaccia.
"Indietro?!".
Gli occhi verdi di Curhan traboccarono d'orgoglio, come un anfora piena fin oltre l'orlo. Qualsiasi cosa potesse anche lontanamente ledere il proprio onore di guerriero, infiammava immediatamente il giovane elfo. Per quanto fosse una spanna più basso di Malhor e di ben più esile costituzione, Curhan riuscì a spingere indietro il compagno con lo scudo, fino a bloccarlo contro un albero.
"Scappa v

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L'uomo che parlava ai gabbiani- parte seconda

- Perchè nelle giornate di pioggia, Pascali?- diceva un altro.
-Sono fantasie. Una donna non sopporterebbe di vivere in un faro, senza uscire, senza veder gente, senza la sua vita di donna, insomma...-
-E poi- continuava- che fine avrebbe fatto questa qui, eh, me lo spieghi?-
A queste domande il vecchio pescatore Pascali non sapeva rispondere, si limitava ad atteggiar le labbra in una smorfia di dubbio e a strizzar gli occhietti cisposi come a scavar più profondamente nei ricordi annebbiati dall'alcool e dalla vita aspra.
Il paese era situato a valle rispetto al promontorio del faro, che lo sovrastava come un monte, vicino e tuttavia lontano, diverso, estraneo, bisognava salirci apposta, e nessuno ne aveva voglia dopo esser rimasti in mare a tirar giornata, e dopo esser tornati stanchi e inselvatichiti dalle magre.
L'unica cosa di cui si aveva voglia era di sedersi davanti a un piatto caldo e un paio di bicchieri per stemperare gli animi incartapecoriti dall'umidore.
L'uomo scendeva talvolta in paese. Assai di rado, per la verità, quando il bisogno di soddisfare le più elementari necessità della vita si rendeva impellente. Ce lo si trovava davanti tutt'a un tratto, come un'apparizione, senza che alcuno lo avesse visto scendere per la tortuosa viuzza che come un cordone ombelicale univa i due stranieri mondi, col suo maglione di lana grossa, una volta grigio una volta blu, i pantaloni neri, un po' cascanti, risvoltati a mano, le scarpe di tela ruvida scolorite e polverose.
Arrivava sempre di primo pomeriggio, che molti erano fuori o sonnecchiavano, e faceva sempre lo stesso percorso. Non si fermava mai a lungo, non chiacchierava con nessuno, faceva sempre le solite visite, prendeva tabacco, viveri, una manciata di chiodi, dello spago, qualche arnese nuovo e immediatamente spariva, così come era venuto. Non prendeva mai pesce.
La sera se ne parlava ai crocicchi, nelle case, all'osteria dove, a dispetto della sua misantropia, costituiva motivo di

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Rubina

La nostra storia comincia in una casa in mezzo alla campagna.
Qui viveva Rubina, nella casa in cui era nata, con i suoi genitori, che però vedeva raramente in quanto il lavoro nei campi consumava loro la maggiorparte del tempo.
Così passava Rubina le sue giornate, mentre il sole sorgeva e tramontava sulla sua pelle frusciando fra le alte spighe di grano.
Senza pensieri, senza ambizioni, senza quasi parlare, lei camminava da sola.
Non aveva amici, poco o nulla sapeva del mondo.. in effetti, la sua unica amica era la sua bambola di pezza.
Rubina non era una bambina; ma non conosceva la sua età esatta..
Non sapeva quand'era stata l'ultima volta che aveva parlato coi suoi genitori.
Loro erano sempre fuori a lavorare... almeno, così pensava mentre camminava intorno alla casa.
Tutto il pomeriggio, percorrendo un sentiero a spirale che la portava fino alle colline, che però non osava varcare.
Si ricordava un monito.. Non sapeva chi, forse sua mamma, gliel'avesse detto..
Le colline non erano da varcare!
La luce cremiusi del tramonto dava al tutto un senso di grande profondità.
Come immersa in sanguigni pensieri muoveva le braccia della sua bambola; i grilli cantavano e lei...
Quand'è stata l'ultima volta che ho visto mia madre?
Quand'è stata l'ultima volta che mio padre mi ha accarezzato la testa?
Eppure queste sensazioni, così chiare, mantenevano una presenza vivida nella sua mente.
A volte pensava di esistere da sempre, in questo limbo di grano
A volte pensava di non aver mai avuto un padre ed una madre
La notte non esisteva, a sua memoria; cos'era l'oscurità?
Non aveva mai avuto paura..
E così decise quel giorno che avrebbe aspettato la notte, per vedere le stelle... o forse chissà, avrebbe potuto osservare i suoi genitori tornare dal campo...
Da quel campo lontano, oltre le colline...
Si sedette su un grande sasso, ed attese che il tramonto si trasformasse in oscurità.
Attese..
Ed ancora..
Fino a quando gli ultimi raggi del

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   0 commenti     di: Kable



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