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Racconti fantastici

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L'era dopo la Guerra

Era una calda sera d’estate e al “Boccale d’oro” c’era un gran trambusto, all’epoca il locale era conosciuto per l’ottima birra di malto(riconosciuto perché l’unico) ma soprattutto per la sua sporcizia e per il suo cibo scadente. Non voglio accanirmi particolarmente, sicuramente le osterie del tempo non profumavano di rose, ma questa…
Perché così tragico mi dite?
Bè immaginatevi un maestoso lampadario al centro della sala, a dir poco sporco, tanto che le candele che vi erano sopra non si vedevano nemmeno per la strato di polvere. Per non parlare poi del pianoforte abbandonato nell’angolo più remoto dell’osteria che nessuno non usava ormai da anni, ornato da cocci di vetro e ragnatele. Il pavimento brulicava di ratti e ragni disgustosi ormai abituati alla clientela altrettanto disgustosa. E infine a capo di tutto Baldino, un omone fatto di muscoli, un grosso naso rosso (coltivato accuratamente negli anni con ottime annate) e tanta bontà, intento a spiegare a nuovi clienti le sue avventure ormai lontane, con orchi e mostri. Vi state immaginando la scena? Bene, ora inserite tra un tavolo e un altro, fra una rissa e l’altra, un ragazzo, Fedor. Il viso imberbe e il corpo esile lo facevano apparire un ragazzino da scuola (questo perché solo i fanciulli andavano alla scuola dell’obbligo), ma la parte interiore era totalmente differente: la serietà che aveva sul lavoro, la galanteria che poneva verso le signore e la maturità che rivolgeva alla gente lo contraddistinguevano.
Fedor era un ragazzo nato e vissuto da sempre in paese con suo zio Oliof, un grazioso vecchietto che adorava. Ciò che più mi preme dire di lui, è che lavorava nella locanda da parecchio tempo, il locandiere e Fedor erano diventati amici e il giovine si confidava spesso con il conoscente. La serata era al termine, quasi alla fine, quando ebbe un attimo di pausa andò dall’amico
-“buona serata questa, vero Baldino?”- incalzò Fedor
-“buona sì”- disse

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Auguri militanti

AUGURI MILITANTI

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- Alzati, Pietro, porcomondo!
Non deve aver preso una botta molto forte, perché Pietro si rialza subito con un colpo di reni, facendo leva sul manico della sua katana conficcata nel terreno. Con un balzo si ritrova in piedi, alle spalle del Guerriero che lo aveva colpito pochi istanti prima gettandolo a terra. Si muove come un asso delle battaglie aeree della Grande Guerra, Pietro, quando fa così! È passato solo un attimo da quando aveva il nemico "in coda" e ora è lì, dietro la sua schiena, pronto a massacrarlo. E i suoi salti, le sue piroette, sono degni del giovane masai che è. Estrae la katana dal suolo fangoso e la conficca in mezzo alle spalle di quel Guerriero che sembrava imbattibile. Io ne vedo un altro che sta voltando l'angolo per attaccarci ma sono in vantaggio e lo secco senza problemi con una raffica di Uzi. Un messaggio mi lampeggia sulle visore, accompagnato da un suono acuto e irritante: "ALERT WEAPONS EXHAUSTED". Erano le ultime munizioni, accidenti! Getto l'arma, ormai in-servibile ed estraggo la mia katana. Lo sguardo interrogativo di Pietro incrocia il mio, duro. "Duro" solo perché non mi piace farmi sorprendere disperato. Preferivo avere un arma che mi permettesse il combattimento a distanza, mi hanno sempre fatto paura i corpo a corpo, ma tant'è... Faccio cenno a Pietro di seguirmi e voltiamo l'angolo, addentrandoci nel cuo-re del labirinto, le lame protese in avanti, strette all'impugnatura con entrambe le mani. Il buio si fa sempre più fitto man mano che procediamo attraverso l'intrico dei passaggi. Guardo l'orologio per consultare l'energia che mi resta e vedo che è sufficiente per la-sciarmi schiarire un po' le tenebre. Ho fatto bene a fare il pieno prima di avventurarmi qui dentro! Evoco allora una luce tenue perché ci illumini il cammino e vediamo che il dedalo si biforca nuovamente. Scegliamo la via a sinistra (izquierda siempre, diceva mio nonno). Un gruppo di quattro Guerrieri, enormi, ci sbarr

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Brandelli di vita dannata di Christopher Hancock

I primi anni della mia nuova vita da vampiro furono un incubo; ero dilaniato per la perdita della mia amata famiglia, ancora adesso, a distanza di 365 anni, ogni tanto la mia mente vola inseguendo il loro ricordo, l'immagino lassù, liberi e sereni nel Regno dei Cieli.
Lassù, immersi e illuminati da una luce che mai conoscerò.
Miei adorati genitori e fratelli, vi prego voltatevi, non guardatemi mentre rubo vite a ignare vittime e soprattutto non giudicatemi; non l'ho scelto io, non posso tornare indietro.
Il tempo passa e anche se il dolore più profondo non può essere rimosso, poco alla volta impari a conviverci.
Pensare alla mia famiglia mi riportava seppur per pochi istanti alla mia esistenza umana, pochi istanti per poi rendermi immediatamente conto di aver perso per sempre la mia essenza vitale e di nuovo precipitavo negli abissi oscuri in cui ero relegato.
Catherine, la mia creatrice, mi è sempre stata pazientemente vicina, fu in grado di capire il senso di smarrimento in cui mi trovavo. Mi aiutò ad accettare la mia natura. Era estremamente saggia ma anche molto misteriosa.
Catherine dannò la mia anima senza chiedere alcun permesso. Certo è terribile, ma una vita umana, con la sua fragilità, può esserlo altrettanto.
Il conte William Harvey alle volte era veramente insopportabile con la sua arroganza. Amava ostentare e vantarsi delle sue ricchezze. Spesso mi scontravo con lui, ma Catherine trovava sempre il modo di farci riappacificare. Nonostante tutto, gli ero comunque grato, mi aveva accolto nella sua casa nell'elegante quartiere di St. James's e grazie a lui potevo condurre una vita agiata.
Vita, che assurdità!
Non dovrei nemmeno pronunciare questa parola, io, che vivo nella morte.
Sophie, la mia pseudo-sorella vampira, all'inizio della sua trasformazione si nutriva esclusivamente di sangue di cani e gatti randagi, nemmeno Catherine riuscì a convincerla ad assalire gli umani; diceva che era innaturale, che mai e poi mai avrebbe com

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6 commenti    1 recensioni      autore: Kartika Blue


Il contadino e la morte

Il corvo osservava il contadino ormai da ore, dall'alto di un ramo secco, sul vecchio ulivo. Da lassù, i raggi del sole parevano acquisire una tinta verdastra, e la valle assumeva un 'aria antica, immobile.
Mirava il paesaggio, mentre le nodose mani del fattore passavano instancabilmente da un frutto all'altro.
Li carezzava, li soppesava senza staccarli dal picciolo, ed infine li lasciava con aria delusa.
"Povero sciocco" gracchiò l'uccello "non troverà mai quel che sta cercando." Ridacchiò, si sistemò, comodo ed attese.
"La pazienza è la virtù dei morti" continuava a ripetere fra sè e sè il vecchio contadino, febbrilmente. "La morte mi sta osservando e devo fare in fretta!".
Cercava e cercando le sue mani si facevano sempre più rugose di pomo in pomo ed i suoi occhi parevano seccarsi ogni volta che riponeva un frutto.
"Non è nemmeno questo!! Maledizione!"
Si concesse un attimo di respiro.
Il vento passò fra i suoi capelli, come una carezza, una calda promessa, mentre il sole si allontanava sempre più, all'orizzonte...
"Prima che faccia buio" singhozzò.. ma le tenebre avanzavano.
Dieci, venti, cento frutti erano passati per le sue mani, ma ancora nn c'era segno che indicasse che presto avrebbe trovato quel che cercava.
Iltempo si stava esaurendo e la promessa che la Nera Signora gli aveva fatto la notte precedente diventava ad ogni respiro più concreta.
"Che si sia trattato solo di un sogno?"
Ma allora... cos'era quella morsa gelida? Quell'ineluttabile sensazione, anzi, quella certezza che ogni cosa intorno a lui si sarebbe potuta dissolvere da un momento all'altro.
La grande verità espressa dal corvo, macabramente appollaiato sull'ulivo, si manifestò in un susseguirsi di versi gracchianti, ma l'uomo non li comprese...
Nemmeno li ascoltò, preso com'era nella sua frenetica apnea.
"Stupido contadino" ridacchiò l'uccello "farsi influenzare così da un semplice sogno.."
Come aveva previsto, l'uomo si ac

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6 commenti    0 recensioni      autore: Kable


Trittico

CAPITOLO XVII (e ultimo)
Hertogenbosch,(Brabante) estate 1506

La piccola Bet e sua madre Saarineen stettero abbracciate a lungo prima di addormentarsi.
La mattina dopo si alzarono presto. Trafficarono in cucina, Bet rovesciò del latte e poi uscirono percorrendo il sentiero del lago.
Mai e poi mai Saarineen si sarebbe immaginata di avere un cugino così famoso;il Padre l'aveva detto chiaro: dei grandi signori erano arrivati fin da Colonia per vedere i suoi quadri.
Se la passavano male: l'ometto di casa aveva tirato le cuoia un annetto prima e loro erano sole.
Si diceva in giro che entrare in casa del cugino non era come entrare in casa di un qualsiasi pittore ;nessun quadro accatastato e poi, e questa era la segreta speranza di Saarineen, forse il cugino le avrebbe regalato un dipinto, anche se piccolo piccolo.
Entrarono in casa dopo aver inutilmente bussato. Hieronymous era tutto preso, non si era accorto del loro ingresso, stava raccogliendo con le mani un impasto morbido e giallastro. Buongiorno fanciulle!
Tutto si sarebbero aspettate le due ospiti fuorchè esser colpite in pieno viso da un saluto così squillante ma soprattutto da una zaffata di odore dolciastro di latte cagliato.
Era sempre stato un po' matto, o perlomeno strano, ma adesso mettersi addirittura a fabbricare il formaggio!
Dopo la morte della "vecchietta", Aleyt, era rimasto vedovo e da libero come lui si era sentito sempre, lo era diventato ancora di più, e più solo.
Insieme ai Fratelli del Libero Spirito fin dal 1486, si considerava un puro, e innocentemente aveva sempre cercato di affrontare le prove che la vita gli aveva posto innanzi ; e si sa quanto in una comunità tradizionalista pericolosa ed eversiva può esser l'innocenza.
Ma i dipinti?? Rimuginava tra sè incredula Saarineen, vedendo svanire d'un colpo la sua piccola peregrina speranza.
Chiese infine dov'erano a Hieronymous, e questi confessò di stare lavorando da tanti mesi

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Il ritorno della primavera

Tanti e tanti anni fa in un bosco impenetrabile vivevano due bellissime fanciulle.
Nessun essere umano le aveva mai viste, solo gli animali del bosco avevano questo privilegio. In quel bosco, grazie alle due meravigliose fanciulle, persisteva un profumo delicato di fiori e di freschezza.  Il clima  era mite, la pioggia sottile e gradevole, le giornate luminose e tranquille.  Il vento accarezzava le foglie producendo una musica dolce che rallegrava i cuori di tutti gli animali del bosco.  Le due fanciulle si erano rifugiate in quel luogo perché anni prima un terribile tiranno che dominava il mondo, voleva ucciderle, per vendicarsi dei suoi genitori, perché..., ma se lo desiderate, leggete quello che segue...

Questo tiranno si chiamava Inverno, era un malvagio e perverso despota. Infliggeva al mondo punizioni terribili: inondazioni, tempeste di neve, freddi glaciali. Tutti i popoli della terra lo temevano perché il suo potere era incommensurabile e le sue vendette atroci.
Chiunque osava ribellarsi a lui veniva rinchiuso nelle segrete del castello, queste erano stanze buie, umide, abitate da enormi ratti. In una di queste erano rinchiusi due compagni di Inverno che anni prima avevano regnato insieme a lui.
Le cose andavano molto meglio quando Autunno e Estate governavano con Inverno. Il mondo conosceva giustizia ed equità. Ma quando Autunno e Inverno si innamorarono di Estate e questa ricambio' solo l'amore di Autunno, Inverno esplose in tutta la sua furia, il ghiaccio copri quasi tutto il pianeta e solo la pazienza e il calore di Estate lo convinsero a ritirarsi pian piano ed a liberare la terra da quella distruzione.
Passo' un periodo di apparente tranquillità, ma Estate non poté più nascondere ad Inverno che  presto lei e Autunno sarebbero diventati i genitori di due gemelle, questi impazzi'. Scomparve per moltissimo tempo, dieci anni, nei quali nessuno seppe dove fosse finito, molti credevano, o meglio, speravano fosse morto.  
Senza Inverno n

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1 commenti    0 recensioni      autore: cesare righi


Il Nemico

Era nascosto bene, nell’ombra, dentro.
Era l’ombra.
Il rumore della pioggia battente che cadeva sulle foglie secche avrebbe schermato il rumore del suo respiro affannoso.
Era inginocchiato. Le ferita su braccia e gambe tiravano.
Aveva corso con tutte le forze che aveva.
Una grancassa suonava nelle sue orecchie e nelle sue tempie.
Il frutice che lo riparava gli pungeva il viso.
Aveva le spalle coperte, dietro di lui un muro si ergeva per almeno dieci metri di altezza.
Guardava con occhi iniettati di sangue la strada battuta dalla pioggia.
Da una parte e poi dall’altra.
Stringeva sempre più forte la sua arma.
I muscoli in tensione, pronti a scattare.
Gli altri erano stati tutti presi, lui era l’ultimo, la sola speranza che avevano per essere liberati.
“Loro” erano tanti e tutti davano la caccia a lui.
Ciaff Ciaff Ciaff
Rumore. Passi. Si avvicinavano abbastanza velocemente.
Strinse la spada con tutt’e due le mani, pronto ad usarla con tutta la sua forza.
Una vampata gli esplose in viso.
I passi rallentarono. Si fermarono.
Rumore di pioggia battente sull’asfalto.
Vento.
Pioggia.
Lo vide. Il nemico camminava guardandosi attorno attentamente.
Non ancora.
Aspetta che si avvicini.
Aspetta.
Pioggia.
Ancora un poco.
Vento.
Ora!
Saltò fuori dal cespuglio con un urlo disumano, la spada sopra la sua testa, pronta ad essere calata.
Il nemico si girò e gli puntò il fucile contro. Una smorfia sul viso.
Troppo lento.
La spada esplose tutta la sua violenza.
La faccia del nemico fu tagliata. Le parti vicino al taglio furono strappate, tirate, contorte.
Un altro fendente allo stomaco mise fine alle sue urla.

--- --- ---

Il bambino scoppiò a piangere.
“Mi hai fatto male!”
“Dai, su, non volevo tirartelo forte…”
“Lo dico alla mamma ora!”
Il nemico scappò via piangendo.
Arthur fece spallucce (cosa che si fa spesso all’età di 11 anni), buttò la canna di bambù per terra e corse dietro al fratello, urlandog

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