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Racconti fantastici

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Giuseppe e Gesù

In un umile villaggio della Galilea, abitato da pastori, contadini ed artigiani, viveva anche Giuseppe il falegname con la sua famiglia, conosciuto anche come padre putativo di Gesù.
Erano anni quelli prevalentemente tranquilli; Gesù guardava spesso le mani rozze e callose del suo buon babbo e ne nutriva immensa stima et amore filiale vero e puro, come una sorgente vergine di acqua fresca che dal monte sgorga.
Mastro Giuseppe, come bonariamente veniva chiamato dai nazareni, suoi concittadini, era conosciuto oltre che per la sua bontà, anche per la sua bravura d'artigiano; infatti molte erano le commissioni che riceveva da parenti, amici e conoscenti, anche se lo pagavano come potevano, e lui non si lamentava mai.
In un angolo della sua botteguccia c'era sempre un rozzo vaso con un giglio dentro, ed ogni tanto alzando gli occhi stanchi dalla pialla lo guardava con tenerezza; l'altro suo giglio era il proprio pargoletto che, cresceva a vista d'occhio, sano, robusto e ben propenso al mestiere del padre.

- Papà, papà, mi fai fare anche a me un piccolo sediolino?

Chiese Gesù a papà Giuseppe, il quale sorridendo divertito rispose:

- Se sei capace perché no! Prendi quei pezzi di legno e prova.

Per il piccolo Gesù non fu facile mettere insieme i pezzi di legno per costruire il sediolino su sua misura; il buon papà lo lasciava fare, ma poi dovette intervenire, e solo così il piccolo capolavoro fu portato a termine.
I giorni passavano spensierati l'uno dopo l'altro; Maria, mogliettina diletta del buon artigiano, all'ora di pranzo portava loro il buon desinare, che insieme consumavano senza molta fretta; per loro era infatti una bella consuetudine, approfittandone per scambiarsi qualche parola, mai sgarbata, ma sempre docile e pia.
Gli occhi profondi di color azzurro mare del pargolo d'oro, cosiddetto per via della sua folta e bellissima chioma bionda; penetravano a fondo in quelli dei suoi genitori, a volte lasciandoli sgomentati.
Ma subito dopo i

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L' equatore

"L'equatore è il parallelo più grande, una linea immaginaria che divide la Terra in due emisferi, quello settentrionale, chiamato boreale, e quello meridionale, detto australe" La maestra aveva disegnato sulla lavagna un rudimentale globo terrestre e, con il gesso rosso, aveva tracciato la linea dell'equatore. Si voltò verso i bambini seduti ai loro banchi e chiese: "È chiaro, Martina? Nessuno ha domande da fare?" Si era rivolta a Martina perché proprio lei le aveva chiesto che cosa fosse l'equatore.
Alla domanda della maestra gli altri bambini non risposero. Martina chiese: " Nella sua metà la Terra è attraversata da un solco rosso?" la maestra sospirò: " Ma se ti ho detto che è una linea immaginaria! Paralleli e meridiani, linee longitudinali, li hanno immaginati gli astrofisici perché si possa individuare esattamente un luogo situato sulla terra e, per così dire, per misurare lo scorrere del tempo sul nostro Pianeta" "Ho capito, - disse Martina - adesso ho capito". Ma la sua mente, dotata di una ricca fantasia e di una intelligenza, come dicono gli psicologi, divergente, stava prendendo una direzione particolare. Immaginava di correre con la sua bicicletta sulla linea dell'equatore e pensava: " Chissà quanti anni mi ci vorranno per fare il giro della Terra sulla linea dell'equatore, in bicicletta! Quando avrò finito il giro sarò vecchia. Ma la Terra è grandissima. Forse morirò prima di finire il giro. Lasciò a malincuore questo pensiero. " Sarebbe stato bello filare in bicicletta sulla linea dell'equatore. Sarà pure immaginaria, ma dove l'hanno tracciata ci sono posti reali e chissà come sono belli! E poi troverei fiumi, laghi, il mare. No. troppo complicato. Non posso passare la vita in un viaggio del quale non è sicuro il ritorno!" La sua mente prese un'altra direzione. "Ci vorrebbe un'enorme sega per dividere il mondo in due. Oh, mio Dio! La gente che fine farebbe?" Si spaventò ma si rasserenò subito. " Beh, penso che continuerebbe a viv

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La notte senza sapere cosa

La scuola era finita, ma i compiti delle vacanze rimanevano comunque uno strazio.
Una settimana dopo la fine dell'anno scolastico decise di recarsi a recuperare i libri che l'insegnante di italiano gli aveva imposto di leggere.
Stefano entrò tutto giulivo col suo pezzo di carta in mano. La bibliotecaria lo seguì lungo il percorso che lo portava dinanzi a lei. Il ragazzo appoggiò i gomiti al bancone e sorrise. Gli occhi castani si fecero leggermente più tirati, la dentatura quasi perfetta gli si spiaccicò sul viso, e le poche lentiggini che aveva gli si concentrarono sul naso arricciato.
La bibliotecaria fece scivolare gli occhiali sul naso.
"In cosa posso esserti utile? "
"Ahm... vorrei dei libri. "
"Elencameli. "
Stefano scorse con l'indice, dei titoli di libri. "Dunque: Il sentiero dei nidi di ragno, Se questo è un uomo, Sostiene Pereira e Il Conte di Montecristo. "
"Uhm... sono parecchi. Sono per la scuola? "
"Sì, infatti. Devo leggerli tutti e fare la recensione di due a scelta. "
La donna si alzò e si diresse direttamente agli scaffali interessati senza consultare il catalogo. Ormai conosceva quel posto come le sue tasche.
Stefano rimase invece al bancone, in attesa che glieli portasse.
Appena due minuti dopo, stava già effettuando il prestito.
"Ecco a te", disse porgendogli i libri da sopra al bancone.
"È tranquillo qui... " commentò lui guardandosi intorno.
"Be', è anche ora di chiusura. Comunque sì, è tranquillo. È una biblioteca. Non potrebbe essere altrimenti. "
Stefano annuì.
"La ringrazio. Vista l'ora, allora buon appetito", le augurò recuperando i romanzi.
"Grazie, altrettanto. "
Senza fissarlo, lei aggiunse: "Dentro te, lo sai che non puoi. "
Stefano si bloccò a metà dell'uscita. Si voltò verso la donna.
"Stava parlando con me? "
Allora lei lo guardò, proprio dritto negli occhi.
"Sei sicuro? Una volta fatto, non potrai tornare indietro. "
Stefano arricciò la fron

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   8 commenti     di: Roberta P.


Su su su

- Cari lettori non potete certamente sapere cosa significa sollevarsi da terra e cominciare a fluttuare nell`aria e volare... Siiii... volare leggeri... contenti... felici! Almeno... fino a questo momento... perche` in questa nuova avventura... i nostri eroi... Tommaso, Susanna e riccioli d`oro, un po` paffutello e teneramente tartagliante Giovanni... ci faranno appunto scoprire come ci si sente... cosa si prova... e che magiaaaaa... sarebbe... se potessimo percorre il cielo... come colombi.. rondini... gabbiani... in un cielo... diventato un parco dai mille divertimenti... anche se devo ammettere... un` avventura... condita... con un pizzico.. di quella sensazione-emozione... che noi chiamiamo.. paura.. per noi umani almeno.. poiche` se noi vogliamo volare... dobbiamo usare : aeroplani... elicotteri o... veloci razzi -
Stretti per mano... i nostri amici... e cullati da una musica piu` andante del solito... Tommaso, Susanna e Giovanni... cominciarono a percorrere il cielo... spiccando il volo.. lasciando il sentiero d`oro zecchino... che si faceva sempre più`lontano... che in un sol momento era già`sotto di loro.. e di molto... E che paura... quando spinti da un brezza burlona.. si vedono salire... su su su... nel cielo... blue blue blue..."Mama-ma-ma-mmamiaaaaaaa" urla Giovanni... tra il contento e l`impaurito... dopo tutto era l`ultimo della fila... e volava sempre un po piu` in basso... rispetto alla sorellina Susanna... ed il fratello maggiore Tommaso."Che belloooooo" invece aggiungeva Susanna... guardando ora in dietro... Giovanni... che teneva stretto stretto per mano.. per rassicurarlo... per poi riportare lo sguardo avanti... verso Tommaso, che la precedeva.. tenendo per mano anche lui... che a sua volta... piu` volte si girava in dietro per controllare che nessuno si perdesse..."Non credo ai miei occhi..." "Ma stiamo sognando o e` tutto vero.."replica Susanna incantata al fratello, che appunto la precedeva in volo ed era un po piu` su`"Mah.. non lo so`.

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   0 commenti     di: Tullio


L'ultimo discorso

Un piede dopo l'altro, Eritros salì in cima alla torre bianca, la più alta tra quelle della fortezza di Kelemos.
Lì sopra, dove neanche le aquile osavano arrivare, chiunque poteva osservare per miglia e miglia fino all'orizzonte.
A sud si stendevano le vaste pianure di Fost, ricoperte dai candidi fiori azzurri, e dal biondo grano d'estate. A nord, le alte montagne di Visuria, con la sommità che sembrava toccare il cielo. I grandi Laghi a ovest. Le verdi foreste di Loom a est.
I più grandi poeti e filosofi avevano implorato gli antichi re del passato per poter osservare, anche solo per un attimo, il mondo da quel punto.
Eritros saliva sulla torre fin da bambino, sotto gli occhi attenti di suo padre il re, per poi perdersi nel paesaggio. Ogni volta, lassù, gli era sempre sembrato di essere parte del tutto, di essere in ogni cosa. In ogni fiore, in ogni animale. In ognuna delle migliaia di spighe di grano. In ognuna delle piccole pietre delle montagne. In ogni singola goccia dei laghi e in ogni foglia delle foreste. Si sentiva completo.
Ma ora, ora non era più così. Il suo sguardo era puntato in un'unica direzione, in unico punto, a nord!
Laddove le montagne si aprivano, come per concedere l'onore di passare, il più grande esercito che mai aveva messo piede nel mondo stava avanzando verso Kelemos.
Eritros si era già scontrato con le grandi orde del Signore Dimenticato, su, nei freddi forti del Nord. Ma in confronto a questo esercito, sembrava di aver combattuto con piccole bande disorganizzate.
All'inizio, quando erano ancora tanti, i Difensori avevano resistito per lunghi mesi nel tentativo di impedire al grande esercito di sfociare verso il sud, di aprirsi un varco.
Eppure, più nemici uccidevano, più ne comparivano. Tutti e sette i forti del nord caddero in rovina, infine stremati dalle gelide giornate dell'inverno, non restò altro da fare che ritirarsi, di fuggire, di scappare. Verso Kelomos! Verso l'ultima resistenza!
E ora, migliaia e migl

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il bucvher

I fiochi raggi solari salirono ad investire il viso di Wiliam Rogers, questi con un gesto impaziente si girò dall'altra parte tirandosi fin sopra la testa le candide coperte di lino, e sporgendosi con il braccio sinistro e la gamba verso l’altra metà del letto matrimoniale:
-un momento- si disse – io non ho mai avuto un letto matrimoniale, né tanto meno coperte di lino!-
Come svegliato da una secchiata di acqua gelida fece per rizzarsi a sedere.
Stump colpì violentemente con la testa qualche cosa che sporgeva sopra di lui:
“ Ma porca puttana! “ esclamò mentre qualche cosa gli rotolava sopra il grembo.
Con gli occhi ancora offuscati dal sonno cerco coi propri sensi di orientarsi, nella soffusa luce che bieca entrava dalle imposte, poté solo farsi un idea di dove si trovasse, gli oggetti avvolti nel semi buio non gli erano di certo familiari, e non percepiva niente che gli ricordasse la sua dimora in Gilder Street a New York.
Con la testa ancora pulsante dal dolore, annaspò con la mano in cerca di un interruttore, o qualche cosa del genere, ma come era comparsa improvvisamente l’altra metà di letto, era scomparso inevitabilmente anche l’interruttore che si trovava sopra il suo letto, decise quindi di andare alla finestra, aprì le imposte e vide che si trovava in un ambiente totalmente conforme, le pareti erano tutte di metallo e i pochi mobili che si trovavano nel luogo sembravano compattarsi al meglio con la stanza.
Sempre massaggiandosi la testa Will spinse un bottone rosso simile a quelli anti incendio, ancora non era consapevole di ciò che gli stava succedendo e lui era in quella famosa fase di negazione che ogni essere umano assume quando non sa cosa gli stia accadendo.
Una lastra che comprendeva il muro di metallo scivolo elettronicamente alla sua destra aprendogli un varco simile ad una specie di porticina, Will imboccò la porticina e si ritrovò in uno stretto corridoio illuminato da luci al neon che scendeva inclinandosi come u

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Sensi di colpa

Vi racconto un aneddoto, una storiella personale molto significativa del mio modo di vedere la vita, la mia Weltanschauung direbbero i tedeschi.
Ho un'amica carissima, psichiatra di fama. Preferisco non fare il nome, anche se lei non obietterebbe certamente.
Dunque, uno dei suoi compiti è quello di curare pazienti che abbiano uno spiccato senso di colpa.
È il suo lavoro, la sua professione, la sua passione. Non posso contestargliela.
Io però ho una diversa visone della realtà. Perché uno superi i suoi sensi di colpa deve analizzarli, accettarli, ammettere che sono un controllo naturale sulle azioni di un essere umano. Le bestie non hanno sensi di colpa... forse. L'uomo è giusto che debba averli. Diciamo una dose accettabile, come una buona grappa dopo una bella cena. Uno, massimo due, bicchierini.
Ora, se hai dieci bicchierini di sensi di colpa e questa colpa che senti è che 50 etnie di indiani d'America non esistono più, e tu ti senti colpevole, allora è giusto che lo psichiatra lavori su di te arrivando al punto da chiarire che tutti gli uomini bianchi hanno un briciolo di responsabilità, così come il conducente di un'autoambulanza ha la colpa di non essere Alonso nel guidare il suo mezzo e di essere arrivato con due secondi di ritardo in ospedale.
Non sei campione di formula uno?... e allora non dovresti fare l'ambulanziere. Vabbè, capitasse a me direi... cavoli, due secondi più di Alonso... non male però. Forse sarebbe morto anche con lui.
Il primario che opera 1000 persone e 10 muoiono può anche avere un bicchierino di senso di colpa... lasciamoglielo, così si mantiene allenato... ma niente di più e nemmeno niente di meno. Può anche averla sbagliata un'operazione... lui lo sa.
Io ho insegnato per molti anni ed i miei allievi hanno superato tutti, tranne uno, l'esame di maturità... quell'uno è il mio senso di colpa... dovessi rimettermi ad insegnare farei di tutto affinché quel ragazzo superasse l'esame. Questo mio senso di colpa ce

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   4 commenti     di: Colosio Giacomo



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