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Racconti fantastici

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Una mattina di ottobre alle 8, 40 (ora legale)

Ti si accende la luce la mattina che già sei in macchina da chissà quanto tempo. Come se la vita scorresse inutile fino al momento in cui ci fai caso. Anche oggi, come sempre, su questa strada, alla stessa ora, già sconfitto, e con tante battaglie davanti a me ancora da perdere. Chi l'avrebbe mai immaginato dieci o vent'anni fa? Sentirsi infelice, perdente, squattrinato, seduto in questa auto a guidare verso un oscuro ambulatorio di periferia.
Se vent'anni fa, avessi potuto vedermi come sono adesso, credo che avrei avuto una crisi di quelle che ti butti a terra, in preda all'agitazione più inconsulta, e sbatti i pugni sull'asfalto, e urli come se ti avessero detto che ti sono morti tutti i parenti o che hai un male incurabile che ti farà diventare andicappato per tutta la vita, o peggio ancora. Perché un handicap ti può anche dare una ragione, una motivazione, per esempio ci sono le associazioni per andicappati, ci sono anche le Olimpiadi per gli andicappati. Ma vedere se stesso a distanza di 20 anni, seduto in macchina, andare al lavoro come un perdente, come un fallito, può essere peggio che vedersi su una sedia a rotelle.
Non sono riuscito ad afferrare i miei sogni. In parte per colpa mia. Quando stavo per realizzarli, mi sono emozionato come quando devi provarci la prima volta (e anche l'ennesima) con una ragazza e dici la cosa più stupida in assoluto che avresti potuto dire in quella situazione. Ho perso le mie occasioni. Non sono riuscito prendere possesso dei miei sogni nella realtà.
Questa strada la faccio tutte le mattine, dal lunedì al venerdì. C'è una pista ciclabile, qui a fianco, dove camminano a passo svelto delle ragazze, rumene o extracomunitarie. Vanno al lavoro tutte concentrate. Probabilmente pensano a quanti soldi guadagneranno e programmano i cambiamenti che questi soldi apporteranno alla loro vita, oppure meditano su come evitare di farsi mettere in cinta da quegli energumeni dei loro uomini, o chissà a cosa pensano,

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Itakende, a casa, a Itaca

Prologo o … invocazione alla Musa
(Si apre il sipario, musica, la scena sullo sfondo, è l'esterno del Palazzo della Civiltà del lavoro a Roma, in cui la Narratrice invita ad entrare per assistere alla rappresentazione).

Narratrice - Signore e signori, madames et messieurs,
State per entrare nel vivo della storia, immaginate che, dentro allo spazio di questa struttura, sia racchiusa la vita, dieci vite, cento vite!
Vedrete relitti combusti, appena usciti dal cratere di un vulcano, da un esplosione nucleare, da una pioggia acida.
Pezzi, rottami, anneriti dal fumo di chissà quale ancestrale morte e chissà quale ancestrale nascita.
Meccanismi, marchingegni, tubi sfaldati, bulloni, viti arrugginite…
Ma ad uno sguardo più attento, coglierete materiali affascinanti come la creta, ossidi iridescenti, fili di rame e smalti con bellissime sfumature.
Cosa balenava nella testa dell'autore della storia? schizofrenia? Incubi, che urlano per uscire ed essere così esorcizzati? attrazione per la civiltà tecnologica e i suoi prodotti? o forse brandelli di visioni di mondi sconosciuti o troppo noti?
Musa, aiutami a condurre questo pubblico alle origini della coscienza collettiva, quando i desideri dell'uomo non inseguivano ancora la tecnologia! … Qualcuno di voi è in ansia perché il suo cellulare è spento? Chi potrebbe chiamarvi a quest'ora, mentre siete qui? Ha, ha, ha, chi di voi invece ha il “silenzioso”? Può sostituire forse il battito del cuore? Lasciate questi relitti alla deriva del sistema solare, allontanatevi da queste forme di prigionia incapaci a dare carne ai desideri dell'Uomo! … perché una catastrofe tecnologica sta distruggendo il pianeta. L'autore, ha creato me, per raccontarvela!
(Buio. Quando la luce si riaccende, la Narratrice è uscita e Nausica e Ulisse in veste di crono-astronauti sono in scena)

Scena 1 "Spazio"
Voce lontana della Narratrice
Nello spazio siderale, gli abitanti superstiti del pianeta Itaca, fugg

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ArMa - 1 - La piccola incantatrice

La magia può essere un dono meraviglioso ma se non è controllata può rivelarsi una terribile maledizione. Presto Thanaa si troverà di fronte a questa spietata realtà e per colpa dei suoi poteri di incantatrice perderà ciò che ha di più caro e sarà costretta a fuggire. Ma nemmeno il suo viaggio sarà facile e il deserto sarà il minore dei problemi. Un Inquisitore sulle sue tracce, una pericolosa energia arcana in attesa di emergere e una distanza da percorrere che sembra infinita. E Thanaa è solo una bambina di neanche dieci anni...
Scaricabile in pdf, epub e mobi a questo indirizzo > http://tncs. altervista. org/arcana-magica-1/

Prologo
Il cielo del tardo pomeriggio stava già cominciando a tingersi di rosso, ma il gruppo di bambini aveva ancora abbastanza energie per correre dietro alla palla che rotolava senza sosta tra le stradine del piccolo villaggio. I maschi avevano tutti dei capelli dritti verso l'alto che ricordavano gli aghi di un istrice, quindi non poteva che trattarsi di hystricidi. Erano ancora giovani, i più grandi non dovevano avere più di undici o dodici anni, ma nel giro di qualche anno sui loro avambracci sarebbero cresciuti anche i tipici corti aculei dello stesso colore della pelle. Anche la loro carnagione era piuttosto uniforme e tendeva al giallo dorato. Pelleocra, così era abitudine definire le persone con quel tipo di pelle. Solo una bambina aveva la carnagione di una sfumatura più ramata, quindi probabilmente era una mezza pellerossa.
Il manipolo di ragazzini virò bruscamente la sua corsa per seguire uno strano rimbalzo e sfociò nella piazza principale dove si trovava la chiesa. Era l'unico edificio fatto di pietra ed era anche il più alto dell'intero villaggio, come a voler dimostrare una volta di più la supremazia del clero sulle altre persone. Grazie alla loro influenza i religiosi erano riusciti ad ottenere il monopolio della magia in tutta la regione e qualsiasi trasgressore era punito severamente da

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   0 commenti     di: Ghost Writer


Tic --tac

Ciondolare con te non è stato un sogno che mi sono inventato, ma una dolce primavera che profuma di continuità. Chissà se sei ancora così bella, come quel ventisette giugno che mi hai detto addio per sempre. Avevi un leggero mal di denti e masticavi un tic-tac. Quando me lo sono ritrovato tra i denti, l'ho fatto volare via.
Ricorderò sempre quel tuo " oh, no, e io che ci avevo rinunciato per te." Non era un pezzettino di dente, era un dolce confettino. Una risata argentina simultanea e continuammo a baciarci come se niente si passasse. Piangevi e mi amavi, ma l'orgoglio si ergeva a barriera di gomma. Per me, catastrofe e tormento, per te ragione di vita e rimpianto. Se Atene piange, Sparta non ride. Passammo in rassegna tutte le piccole cose di quei tre anni e mezzo e ogni tanto una risatina nervosa. La scelta era crudele, ma l'alternativa bruciava più dei raggi del sole. wwww Il tuo Sud, la tua Lucania, tua nonna e i suoi ulivi, la tua famiglia, il tuo paese, non volevi lasciarli soli, nemmeno per iniziare un percorso di vita accanto a chi dicevi di amare. Era un aut-aut, quello che volevi impormi. " O me e il mio mondo, oppure rinuncio a te" Volevi tutto per te e volevi anche me: Amore o egoismo? Egoismo, perché l'amore è rinuncia di sé stessi, donandosi all'altro. Sapevo che la rinuncia era un sacrificio, ma anch'io avevo il mio mondo. La mia terra non voleva essere lasciata sola e io non la volli tradire. Felici per la laurea, i miei mi acquistarono un pezzo di terra, pieno di alberi e prospettive. Piangevi e ti stringevi a me, sapendo che non ti saresti arresa. Come dimenticare quell'ultimo bacio da condannati. Tutto il nostro mondo e tutto il nostro passato. Lo sento ancora fischiare quel treno che ti portava via, ma non ero triste perché una parte di me stava con te e tu lo volevi. wwwwww
Il tempo scandisce il suo tic-tac, ma non potrà rubarmi l'amore che ti ho donato.
 
     


       TIC-TAC
 quello che m'

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   6 commenti     di: oissela


L'angelo dormiente

Il risveglio fu brusco, improvviso, nella stanza quasi completamente buia.
Aveva fatto un brutto sogno e sentiva ancora dentro lo spavento; avrebbe voluto chiamare la mamma, ma si trattenne, perché gli sembrava di scorgere qualche cosa.
Cercò di mettere a fuoco, poi strabuzzò gli occhi: accanto al letto, sul pavimento
s'indovinava una figura raggomitolata su se stessa, un altro bimbo come lui,
anche se assai diverso. Aveva i capelli biondi, con tanti boccoli, una tunica bianca e dalla schiena uscivano ripiegate delle candide ali: un angelo, dormiente, perché aveva gli occhi chiusi ed il respiro tipico di chi è nel mondo dei sogni.
Fece per gridare, ma si trattenne; allungò una mano e scosse quel corpo che al tatto gli parve inconsistente.
L'angelo emise uno sbadiglio, poi si volse verso il bimbo, guardandolo negli occhi.
- Ciao Marco, scusami, ma anche gli angeli ogni tanto si appisolano, e poi tu dormivi tanto profondamente che ho pensato non fosse necessario vegliare su di te.
- Ma tu, tu, sei un angelo?
- Certo, sono il tuo angelo custode e starò sempre accanto a te.
- Avevo sentito questa storia degli angeli custodi, ma non ci credevo, perché aveva il sapore di una favola.
- E invece, come puoi vedere, non è una fiaba.
- Grandioso!
E nel dire questa parola, alzò un po' troppo la voce; si udirono allora nell'altra camera dei movimenti frettolosi, infine fu accesa la luce e sulla porta apparvero i genitori.
- Non stai bene, piccolo?
- No, stavo parlando con il mio angelo custode; ecco, vedete, è di fianco a me.
La madre sorrise, si avvicinò al letto e, carezzando la fronte del suo piccolo - Non c'è nulla, è stato solo un sogno. Ora dormi, perché è ancora notte fonda.
Appena usciti e spenta la luce, Marco bisbigliò - Non ti hanno visto, forse davvero sto sognando.
- No, ci sono e tu mi vedi, solo tu però, perché l'angelo custode non può essere scorto se non dal suo padroncino e purché abbia l'animo puro. Ora ascolta il con

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Il contadino e la morte

Il corvo osservava il contadino ormai da ore, dall'alto di un ramo secco, sul vecchio ulivo. Da lassù, i raggi del sole parevano acquisire una tinta verdastra, e la valle assumeva un 'aria antica, immobile.
Mirava il paesaggio, mentre le nodose mani del fattore passavano instancabilmente da un frutto all'altro.
Li carezzava, li soppesava senza staccarli dal picciolo, ed infine li lasciava con aria delusa.
"Povero sciocco" gracchiò l'uccello "non troverà mai quel che sta cercando." Ridacchiò, si sistemò, comodo ed attese.
"La pazienza è la virtù dei morti" continuava a ripetere fra sè e sè il vecchio contadino, febbrilmente. "La morte mi sta osservando e devo fare in fretta!".
Cercava e cercando le sue mani si facevano sempre più rugose di pomo in pomo ed i suoi occhi parevano seccarsi ogni volta che riponeva un frutto.
"Non è nemmeno questo!! Maledizione!"
Si concesse un attimo di respiro.
Il vento passò fra i suoi capelli, come una carezza, una calda promessa, mentre il sole si allontanava sempre più, all'orizzonte...
"Prima che faccia buio" singhozzò.. ma le tenebre avanzavano.
Dieci, venti, cento frutti erano passati per le sue mani, ma ancora nn c'era segno che indicasse che presto avrebbe trovato quel che cercava.
Iltempo si stava esaurendo e la promessa che la Nera Signora gli aveva fatto la notte precedente diventava ad ogni respiro più concreta.
"Che si sia trattato solo di un sogno?"
Ma allora... cos'era quella morsa gelida? Quell'ineluttabile sensazione, anzi, quella certezza che ogni cosa intorno a lui si sarebbe potuta dissolvere da un momento all'altro.
La grande verità espressa dal corvo, macabramente appollaiato sull'ulivo, si manifestò in un susseguirsi di versi gracchianti, ma l'uomo non li comprese...
Nemmeno li ascoltò, preso com'era nella sua frenetica apnea.
"Stupido contadino" ridacchiò l'uccello "farsi influenzare così da un semplice sogno.."
Come aveva previsto, l'uomo si ac

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   6 commenti     di: Kable


Un diamante nel lago

I nostri eroi dopo un lungo viaggio che li aveva fatti.. gabbiani... volando attraverso un cielo che piu` blue... che piu` blue non c`e`... si vedono pian... pianino... scendere... delicatamente... e magicamente... verso quel... che a prima vista... era loro sembrato... solo un grosso medaglione... ma che in realta` si stava rivelando... un incantevole lago dorato. E che meraviglia nella sua perfezione... un cerchio perfetto... forse un lago di origine vulcanica... pensava Tommaso ricordando una lezione di scienze... a scuola!
Al centro del lago c`era un diamante... dai mille riflessi... cangiante sotto i raggi di un sol platinato... e di un color... cielo... magnifico... poiché`rifletteva... quel cielo... non solo blue... in cui avevano cosi` a lungo viaggiato... ma... tra il turchese... l`indigo... il blue reale.. ed un celeste che piu` chiaro... che piu` chiaro... che piu` chiaro... che piu` chiaro non c`e`.
Piu si avvicinavano al lago.. nelle scendere... e piu` i nostri eroi cominciavano a realizzare che proprio quel diamante... era... la loro destinazione!
Piu` si avvicinavano a quella magia... e piu` non credevano ai loro occhi... non potevano.. credere... a quello che vedevano. Un isola diamantina nel centro del lago... che sconvolge Tommaso a tal punto da esclamare " Noooooo.. Non e` impossibile... adesso mi mordo un orecchio... non e` possibile... ma.." Susanna interrompendolo" Ma che... Tommaso... Invece no... tutto e` possibile... io l`ho sempre detto che qualcosa di incredibile al momento giusto si sarebbe manifestato... anche per noi. Da quando abbiamo perso... i nostri genitori e siamo finiti la`... in quell`orfanotrofio... non siamo stati molto felici.. perche papa` e mamma ci mancano... e tanto.. anche se... ci trattano tutti da principini.. specialmente al piccolo Giovanni.. Ma noi siamo forti.. e sempre insieme.. ricordi quello che dicevano sempre papa` e mamma "Uno per tutti e tutti per unoooooooooo!!!"... Prima abbiamo volato! Ora scendiamo

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   0 commenti     di: Tullio



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