accedi   |   crea nuovo account

Favole per bambini

Pagine: 1234... ultima

Il Ladro di Luce

Buio spettrale, nemmeno una stella brillava in quel cielo scuro e nero in cui, invece, avrebbe dovuto splendere, alto e fiero, il sole di un Agosto caldissimo. Persino i pochi galli del villaggio, allertati dalla loro sveglia naturale, erano incapaci di emettere una sola nota. Solo il canto di un grillo, in lontananza, accompagnava i primi contadini che, alzatisi di buon mattino come era loro abitudine, avevano sollevato lo sguardo e, a naso in su, ancora stupiti, si erano stropicciati più volte gli occhi.
La prima persona ad accendere una candela che le illuminasse un po' la casa fu la "signora delle torte", la donnina più anziana del paese di cui nessuno conosceva il nome. Nome che, ella stessa, molto probabilmente, aveva dimenticato poiché nessuno la chiamava più. Tutti, comunque, ne riconoscevano la grande saggezza e, vedendo il debole bagliore provenire dalla sua capanna, la seguirono a ruota, accendendo cerini e lampade ad olio.
Per quanto intimoriti da quell'insolito spettacolo che pareva preludere a funesti eventi, diversi lavoratori, in particolar modo i più anziani, tirarono un sospiro di sollievo. Con il buio, infatti, era impossibile percorrere le bianche stradine ghiaiose di campagna. Quindi, di comune accordo, essi decisero di prendersi un giorno libero per poter riposare e, magari, finire qualche lavoretto in casa.
Si festeggiò anche il secondo giorno, poi il terzo e così via fino a che, dopo quasi un mese di notte ininterrotta, iniziarono a sorgere numerosissimi problemi.
Innanzitutto, candele, fiammiferi ed olio per le lampade finirono e, poiché non vi era neppure una stella che potesse illuminare il loro cammino, tutti i padri di famiglia si ritrovarono impossibilitati a lasciare le loro abitazioni che, nel frattempo, erano divenute fredde e buie (dunque, inadatte alla vita di tutti i giorni) per raggiungere i villaggi più vicini e, soprattutto, i loro mercati. L'assenza prolungata del sole aveva, inoltre, distrutto tutti i raccolti e

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: Rita Cancedda


Il risveglio della tenerezza (quinta parte)

Così aspettarono insieme il movimento della luna, per farla entrare velocemente nella grotta. Ed ecco che all'improvviso, arrivò l'abbaglio di luce che si rifletteva sulla cascata. Si aprirono le acque e Catherine entrò nella buia grotta, un po'impaurita.

La luna faceva entrare un po' di luce, così cominciò a cercare quella piantina, che le avrebbe cambiato la vita, guardando in ogni punto della grotta. Nella grotta c'erano dei piccoli canali d'acqua e delle rocce di diverse dimensioni. Si avviò sempre più all'interno perché lì non vide nulla, osservava in ogni angolo, ma ancora non trovava ciò che cercava. Finché vide una piccola lucina fosforescente attaccata alla parete della grotta. Catherine si avvicinò, ma era un po' in alto e cercò di capire come poter cogliere la piantina.
Vide accanto alla parete una piccola roccia e provò a salirvi, in punta dei piedi, allungò le braccia e arrivava alla piantina, ma quando stava per staccarla, delicatamente, si accorse che le acque della cascata si richiusero. Delusa e disperata, lasciò attaccata la piantina e si sedette sulla roccia, tenendo su il viso con la mano e pensando a cosa avrebbe potuto fare.

- Non ce l'ho fatta e adesso come uscirò da qui, non è giusto perché devo essere così sfortunata!
Parlò ad alta voce e accanto a lei, anche se non c'era nessuno, sentì delle parole.
- Hai trovato la piantina questa è la cosa importante, ora non ti basta che aspettare che la luna illumini ancora la cascata e potrai uscire!
- Tu chi sei? Chiese Catherine mentre vedeva una ragazza trasparente, intoccabile e quasi invisibile che la guardava sorridendo.
- Io sono l'altra parte della tua anima che il tuo inconscio ha creato in questa grotta speciale! Sono la tua parte positiva. Sai nell'anima abbiamo tanti pensieri e tu ora stavi ascoltando quelli negativi, ma il tuo inconscio ti ha diretto ad ascoltare anche quelli positivi.
- Hai ragione non è una tragedia, domani si riapriranno le acq

[continua a leggere...]

   4 commenti     di: sara zucchetti


La tutina delle colleghe

“La tutina delle colleghe”
Una tutina rosa di ciniglia morbida e soffice si guardò il pancino e vide che su una nuvola paffuta e bianca dormiva beato un micio a strisce. In nuance con le strisce dei piedini della tutina.
Era una tutina da notte e stava ordinatamente piegata nella sua scatola di cellophane, con marca, etichette ed istruzioni per il lavaggio ed una migliore e più lunga durata.
Non si trovava male nello scaffale del negozio di merceria in cui era finita, accanto le stavano le “misure più grandi” (ogni volta che le sentiva nominare la sua dignità subiva una scossone) e un po’ più in là occhieggiavano le scatole dei bottoni con i bottoni-capo attaccati al bordo della scatola.
Una mattina si sentì volare sul bancone, spiegazzare, tocchettare, sovrapporre, (e un po’ soffocò) poi riemerse in trionfo, fu ripiegata e confezionata. Attraverso la velina della carta vedeva troneggiare un grosso bellissimo fiocco rosa. Ovviamente.
Tiziana aveva avuto una bambina e la tutina intese che in qualche modo lei c’entrava. C’entrava eccome, dato che questa bambina entrava proprio nelle sue maniche, entrava nei suoi piedi a strisce, entrava nel suo pancino.
Da quel momento non ebbe più pace; ciò che proprio non sopportava era tutta quella schiuma e quel gran rotolare nell’acqua fino a girare vorticosamente. Aveva pochi attimi di tregua, solo un giorno o due in quell’armadio di legno chiaro con i cassetti rossi, con compagni mai visti e in più al buio, dove pensava con un po’ di malinconia al suo scaffale. E poi latte, pappe, biscottini in macchie di tutte le forme e consistenze. E acqua, tanta acqua e bolle di detersivo.
A volte arrivava persino al punto di preferire quando si trovava tutta umida a testa in giù appesa ad un filo con i piedi pinzati da due becchi a molla. Il sole tiepido del mattino e l’aria frizzantina le erano sempre piaciuti, le ricordavano la sua vita precedente, quando era un ciuffo bianco in un grande c

[continua a leggere...]



La mamma uccello e il serpente

C'era una volta, una mamma uccello che deposte le sue uova, le covava amorevolmente.

Un giorno, però, il volatile lasciò il suo nido incustodito, per andare a cercar cibo e un serpente che passava da quelle parti, approfittandosi della situazione, mangiò tutte le uova.

Poco dopo, la mamma uccello fece ritorno alla sua casa e non vide più la sua covata; vedendo il serpente, lo accusò di essersi mangiato le sue creature. Così si scagliò, come una freccia impazzita, su di lui e cominciò a beccarlo.

Il serpente cercò di difendersi sentenziando:
"Non sono stato io... non devi beccare me, ma quell'uccello geloso di te, che ha preso le tue uova e le ha lasciate cadere nel lago qui vicino."

A quel punto l'uccello disse: "E perché mai avrebbe dovuto farlo?"

Il serpente rispose: "Perché era gelosa delle tue uova. Se badi bene, non era riuscita ad averne neanche uno e, per questo era tanto invidiosa della tua covata. Per dimostrare la sua non verità, il serpente, condusse la mamma uccello al lago.

Insieme, iniziarono le ricerche che, si conclusero senza risultati positivi. A quel punto, il serpente disse:
"Non riusciremo mai a ritrovarle sane, cascando si saranno sicuramente rotte."

All'improvviso, mentre il serpente si difendeva, successe che, la mamma uccello, si accorse della colpevolezza dello rettile e glielo disse: "Tu, serpente, hai mangiato le mie uova e ne ho la prova."

Il serpente, spazientito, tagliò corto e rispose:
"Beh, adesso devo andare, io ti ho messo in guardia sulla colpevolezza di quell'uccello. Ora tocca a te".

Esso, però, non si era accorto di una piccola piuma che sporgeva dall'angolo della sua bocca e la mamma uccello, con il cuore colmo di dolore, si diresse verso di lui, afferrò, con il becco, la piccola piuma e gliela mostrò.

Infine, uno stormo di uccelli si unì alla mamma uccello e insieme beccarono il serpente fino allo sfinimento ed esso, malridotto e dolorante, se ne to

[continua a leggere...]



Eloiv e il regno di Kartan

" Che potevo fare io
io sono solo un piccolo falco di carta ripiegata, un origami venuto all'esistenza dalle mani della mia dolce regina "

Io sono Falcor ed è la storia della fine del regno di Kartan quella che vi racconto..

... Kartan era la maestà dei regni. Il più bello del emisfero di Librius.
Il suo territorio si estendeva fino ai fiumi d'oriente dove si ergevano le colline delle favole e a occidente dove moriva nelle paludi dei racconti ombrosi

Ogni cosa in quel regno era di carta : i palazzi, i monti, i giardini, le carrozze, ogni cosa era bella nel mio regno Kartan
Eloiv era la sua regina e fece grande il regno. Fu lei ad edificare fabbriche con mura di cartone dove si fabbricavano tutte le meraviglie. E fece strade e castelli e palazzi usando preziose carta di riso, cotone e papiro
E non c'era strada che non finisse in piazza in kartan, e non c'era piazza che non finisse in fontana e non vi era fontana che non avesse una scultura che parlava della gloria del regno

Gli alberi avevano rami e foglie filanti e prati ricolmi di fiori coriandoli e nei fiumi scorreva colore fuso di pastello e cascate zampillanti di inchiostro di tempera.
Ogni cosa era di carta : dal primo dei saggi all ultimo dei fanciulli eccetto Frederic.
Frederik era un umano, un essere di carne

Fu il vento a trasportare Frederic sino all'emisfero di Librius, quando lo rapì dalle righe di un racconto per poi abbandonarlo nel regno di kartan, quando era poco più di un ragazzino appena più piccolo della mia regina.
La mia regina rimproverò aspramente il vento lo mise severamente in guardia di non soffiare più sul regno. Tutto in kartan doveva esser di carta.

Ma il vento non la prese bene e trasportò un tizzone di fuoco su kartan, e quel fuoco inizio ad ardere. Quasi mandò il mio regno in cenere. Se non fosse stato per il coraggio di piccoli soldati di carta ignifuga che si gettarono senza paura sul fuoco soffocandolo, nulla sarebbe scampato. Il fuoco

[continua a leggere...]

   4 commenti     di: luigi granito


Il cavaliere immortale

Secoli fa in una grande e bellissima isola viveva un cavaliere di nome Danel, uomo di straordinaria bellezza con capelli ricci e neri, una lunga treccia laterale che ricadeva sulle spalle, occhi blu, fisico possente. Egli era ammirato da tutti gli uomini e voluto da tutte le donne e per il rango che possedeva avrebbe fatto la fortuna di qualunque famiglia. Ma c'era una donna, una sola nel suo paese che neanche lo guardava, la bellissima figlia di un ceramista chiamata Helen, una ragazza con lunghi e ondulati capelli castani, occhi verdi, fisico snello e seducente. Rimasta presto orfana, viveva insieme ad un fratello maggiore molto geloso e protettivo, aveva imparato presto l'arte paterna e viveva umilmente ma dignitosamente del suo lavoro. Danel si era accorto della sua freddezza quando un giorno era venuto ad acquistare delle maioliche e non aveva visto in lei alcun fremito di femminile desiderio, quando invece per strada donne di tutte le età avrebbero desiderato solo parlargli. Ora il bel cavaliere era un tipo capriccioso e siccome Helen era l'unica ragazza non attratta da lui si era deciso a sedurla, così cominciò a frequentare assiduamente la sua bottega e poi a farle la corte in modo aperto e deciso, destando stupore e invidia. I genitori di lui lo criticarono aspramente, perchè secondo loro avrebbe dovuto aspirare all'amore di una nobildonna, ma quando il figlio mostrò loro la bravura magistrale delle porcellane e delle maioliche prodotte da Helen, nonchè la travolgente bellezza della ragazza si quietarono perchè dopotutto era una ragazza onesta, abile e bellissima e aveva perciò diritto ad un buon partito. Non passò molto tempo che Helen si fece coinvolgere dalle attenzioni del cavaliere e gli concesse la sua mano. Il di lei fratello però era molto sospettoso e non credeva che Danel amasse sinceramente la sorella perchè di solito i nobili sposavano i loro pari. Il re del paese aveva una figlia di nome Yamira, una principessa, come Danel molto

[continua a leggere...]



Pierino e il lupo

La signora Dielma aveva seguito, incantata la musica di Prokofiev, aveva ascoltato la voce narrante e la sua attenzione era tesa ad ascoltare la conclusione della storia.
Aveva tirato un sospiro di sollievo quando aveva sentito che il lupo non era stato ucciso.
Lo avevano portato allo zoo con una marcia trionfale guidata dal nonno di Pierino.
La mente di Dielma ebbe un guizzo: "Andrò a trovarlo allo zoo" - si disse. Dovete sapere che la signora Dielma amava i lupi che aveva incontrato tante volte nei boschi dove faceva lunghe passeggiate. Tra lei e i lupi si era stabilita una bella amicizia dal giorno in cui aveva offerto ad un lupo che le si era avvicinato due belle fette di prosciutto del panino che si era portato per la merenda. Il lupo l' aveva ringraziata con un elegante scodinzolamento della bella coda e Dielma gli aveva fatto una carezza sulla testa.
Dunque Dielma andò allo zoo e si fermò davanti ad una gabbia dove era rinchiuso un lupo dagli occhi tristissimi. Anche gli occhi di Dielma si rabbuiarono. "Ora provo a parlargli"- si disse.
"Lupo - sussurrò - come ti chiami?" Non ci crederete, ma il lupo rispose, con una voce fioca e dolente. "Non abbiamo un nome noi lupi. Ci chiamiamo e ci rispondiamo mutando il tono della nostra voce. "E come fai a parlare la mia lingua?" - chiese Dielma. "Me l' hanno insegnata la disperazione, la vergogna e la rabbia. Riesci ad immaginare che cosa ho provato ad essere legato per le zampe ad un palo, a testa in giù e trascinato in questa prigione? Io ho una compagna e due cuccioli bellissimi. Ora sono soli e non so come se la caveranno. Moriranno? Saranno catturati e finiranno anche loro in questa prigione?" Dielma restò turbata. Chiese al lupo: "Ma tu volevi mangiare Pierino?" "No. Volevo soltanto giocare. Pensavo che gli facesse piacere. Anche lui è un cucciolo" "Devo crederti?" - chiese Dielma. "Fai come ti pare" - rispose il lupo. Si distese a terra e non parlò più. Dielma pensò un po' e disse: "E se io ti

[continua a leggere...]




Pagine: 1234... ultima



Cerca tra le opere

Questa sezione contiene favole e storie per bambini e adulti, racconti con morale e allegorie

Le favole sono dei racconti breve che trasmettono un insegnamento di carattere morale o didascalico. I protagonisti sono solitamente animali antropomorfizzati che rappresentano vizi e virtù degli uomini. La presenza di un intento morale le differenzia dalle fiabe - Approfondimenti su Wikipedia