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Favole per bambini

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Non esagerare!

C’era una volta una gallina e i suoi pulcini che vivevano nel pollaio di una fattoria.
Mamma gallina disse ai suoi pulcini:<< Non esagerate a mangiare!>>
I pulcini obbedirono ma il più dispettoso però non obbedì.
A lui piaceva il mangime al cioccolato e diventò un pollo.
Dopo qualche mese il contadino prese il pollo e decise di ucciderlo per mangiarlo.
La gallina disse ai pulcini:<<Avete visto cosa è successo a vostro fratello?>>
Tutti dissero:<<Si!>> E un pulcino poco dopo disse:<<è stato mangiato>>
La morale di questa favola è di non esagerare mai nel mangiare se no siamo pronti per essere il pranzo di Natale!.

   2 commenti     di: Andrea Raineri


Leo…nino va a caccia

-grauu, presto Leo, è ora, è ora che tu catturi la tua prima preda. Ricorda i miei insegnamenti e torna con un trofeo degno del figlio del re della foresta-
Presto, ragazzi, avete sentito Ras? Andiamo Leo è già partito per la caccia. Seguiamolo.
Anzi non perdiamo di vista Enrica la scimmia, saremo sicuri di arrivare da Leo.


Eccolo Leo, ma quanto è carino, guardate come è curioso, sembra proprio un micione.
Ma che sta facendo, si è fermato a mangiare un cespuglio?
- Ehi Leo,-ecco Enrica che non perde un’occasione per dire la sua- ma tu devi andare a caccia, non divorare tutti i cespugli della foresta.-
-Sì, lo so, ma questa camminata mi ha fatto venire un po’ di fame e a caccia è meglio arrivare a pancia piena. Poi, questa erbetta è una cosa, una cosa…ne vuoi un po’? Vieni, dai non avere paura-
-No grazie Leo, magari tra qualche mese, quando ti avrò conosciuto meglio
- Va beh, comunque ora vado al lago, vieni con me?
-Certo che vengo, non mi perderei la tua prima battuta di caccia per tutto l’oro del mondo.
Nemmeno noi, presto ragazzi anticipiamoli.
Ecco Enrica, ma Leo dov’è?
Non si vede, sarà tornato indietro?
Guardate quel grazioso cucciolo di impala che sta arrivando, anche lui deve essere alla sua prima esperienza solitaria. Fortunatamente Leo se ne è andato, non si sa mai…
L’impala si avvicina al lago, fermandosi guardingo fiuta l’aria, nessun pericolo. Si avvicina ancor più…shhh non fatevi sentire, altrimenti fugge.
Eccolo, ancora indeciso, così deve avergli insegnato la mamma. Finge di bere, poi con un salto veloce si allontana dall’acqua, osserva tra le macchie di vegetazione e torna a fiutare, ne è sicuro:
nessun pericolo.
Torna al lago ed inizia a sorseggiare tranquillo. Primo sorso, sguardo, secondo sorso, sguardo. Nulla lo disturba. Tre sorsi gli ha insegnato la mamma, dopo il terzo, via velocemente. Eccolo immergere il muso per la terza volta quando
-Gramiaooooo.
Leo si è letteralmente mater

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   5 commenti     di: cesare righi


Enrica la formica sciupona.

Enrica è il suo nome ed è una formica.
Adesso direte: la solita storia della formica e della cicala, uff che palle.
Sbagliato! Questa è la vera storia di una formica sciupona e ve lo posso garantire perché io sono la Regina del nido e la conosco benissimo.
Quindi se volete conoscere la sua storia ve la leggete, altrimenti amici come prima.

Dopo la schiusa delle uova ero soddisfatta, una bellissima colonia la mia.
Tante formiche operaie, molte quelle soldato, qualche formica otre. Un bel formicaio, scavato in profondità, con molti cunicoli. Inattaccabile sia dagli agenti atmosferici che da quelli di altre comunità.
Ero veramente soddisfatta.
Tutte erano già al lavoro, e mi apprestavo a fare una bella mangiata, dopo il digiuno impostomi dalla natura, quando sentii una vocina, o meglio la percepii:
voglio uscire, fatemi uscire
Mi guardai intorno e non vidi nessuno, ma la voce insisteva
Voglio uscire prestoooo
Osservando meglio, vidi che un uovo non si era schiuso e la vocina veniva proprio da lì.
Chiamai una formica soldato dalle forte mandiboli e le dissi di aprire l’uovo.
Al chè uscì come un razzo una formichina nera come il carbone:
-Ho fame, ho fame- urlò. Feci uscire l’operaia che se la stava ridendo sotto i baffi e dissi all’ultima nata:
-hei calmati, pure io devo ancora mangiare. Vieni con me- aggiunsi spingendola delicatamente- Tu sei Enrica, l’ultima nata.
Rispose scontrosetta _va bene, solo che si mangi-
La rifocillai ben bene, e poi la feci bere dal ventre di una formica otre, non ve lo immaginate quanto mangiò ed il bere? La dovetti staccare dal ventre dell’otre: me la svuotò.
Enrica-la sgridai- devi essere moderata nelle tue cose, noi siamo una comunità e qui ognuno ha il suo compito e la sua razione di cibo e di bevanda. Tu ti sei già consumata la scorta di un mese.-
-Ma io ho fame-
-Ancora?- Domandai e non potei esimermi dal sorridere- Ora ti spiego i tuoi compiti.
Tu sei nata operaia, sei una bella formic

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   4 commenti     di: cesare righi


La tutina delle colleghe

“La tutina delle colleghe”
Una tutina rosa di ciniglia morbida e soffice si guardò il pancino e vide che su una nuvola paffuta e bianca dormiva beato un micio a strisce. In nuance con le strisce dei piedini della tutina.
Era una tutina da notte e stava ordinatamente piegata nella sua scatola di cellophane, con marca, etichette ed istruzioni per il lavaggio ed una migliore e più lunga durata.
Non si trovava male nello scaffale del negozio di merceria in cui era finita, accanto le stavano le “misure più grandi” (ogni volta che le sentiva nominare la sua dignità subiva una scossone) e un po’ più in là occhieggiavano le scatole dei bottoni con i bottoni-capo attaccati al bordo della scatola.
Una mattina si sentì volare sul bancone, spiegazzare, tocchettare, sovrapporre, (e un po’ soffocò) poi riemerse in trionfo, fu ripiegata e confezionata. Attraverso la velina della carta vedeva troneggiare un grosso bellissimo fiocco rosa. Ovviamente.
Tiziana aveva avuto una bambina e la tutina intese che in qualche modo lei c’entrava. C’entrava eccome, dato che questa bambina entrava proprio nelle sue maniche, entrava nei suoi piedi a strisce, entrava nel suo pancino.
Da quel momento non ebbe più pace; ciò che proprio non sopportava era tutta quella schiuma e quel gran rotolare nell’acqua fino a girare vorticosamente. Aveva pochi attimi di tregua, solo un giorno o due in quell’armadio di legno chiaro con i cassetti rossi, con compagni mai visti e in più al buio, dove pensava con un po’ di malinconia al suo scaffale. E poi latte, pappe, biscottini in macchie di tutte le forme e consistenze. E acqua, tanta acqua e bolle di detersivo.
A volte arrivava persino al punto di preferire quando si trovava tutta umida a testa in giù appesa ad un filo con i piedi pinzati da due becchi a molla. Il sole tiepido del mattino e l’aria frizzantina le erano sempre piaciuti, le ricordavano la sua vita precedente, quando era un ciuffo bianco in un grande c

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La tartaruga ballerina.

Giannina era una bambina di otto anni che amava molto gli animali e soprattutto le tartarughe. Quando le chiedevano perché proprio le tartarughe lei rispondeva, decisa: "Perché hanno una casa dove si possono rifugiare subito se c'è un pericolo, senza bisogno di correre. E poi perché camminano lentamente e si possono prendere in braccio facilmente. Anche le lumache camminano lentamente ma la loro casa è troppo fragile mentre le tartarughe hanno una casa durissima che non si rompe nemmeno se un bambino ci sale sopra".
Convinti da questo ragionamento i genitori, per il suo compleanno le regalarono una giovane tartaruga. Giannina fu felicissima e la prese subito fra le sue mani, accostando il suo viso al musetto della tartaruga che lo ritrasse subito dentro la sua casa. "Hai paura, eh! - disse Giannina - Ma vedrai che diventeremo amiche ed io riuscirò a baciare il tuo simpatico musetto".
La mamma sorrise e chiese a Giannina: "Le vogliamo dare un nome?" "Certo, la chiamerò Uga". La tartaruga mise fuori il musetto come se si fosse sentita chiamare. "Hai visto, mamma? - disse Giannina - Il nome le è piaciuto!".
La casa di Giannina aveva un grande giardino con molte piante. C'erano molte rose, un gelsomino rampicante, due grandi acacie, un abete, due pini e un glicine che, quando fioriva, raggiungeva il balcone del primo piano. In un angolo del giardino il padre di Giannina aveva attrezzato un piccolo orto con molti tipi di verdure, pomodori, fagiolini e melanzane.
Uga era libera di passeggiare nel giardino ed anche nell'orto dove entrava infilandosi sotto una maglia più larga della rete di recinzione. La mamma di Giannina la lasciava fare. "Quanta insalata potrà mangiare?" - pensava.
Insomma Uga viveva in un piccolo paradiso. Scoprì che le piacevano anche altre verdure, oltre la solita lattuga. Trovava la ruta molto saporita ed i fiori d'acacia caduti a terra maturi erano perfetti come dessert. Ma Giannina la strappava spesso al suo paradiso. La portav

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La Sacra Legge

Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.


Un uomo grande, che possedeva grosse scarpe, camminava incurante nel giardino di Dio. Le piccole creature, che vi abitavano tremavano di paura al solo veder la sua ombra apparire. Ma il grande uomo, che aveva occhi per vedere e orecchie per ascoltare, pur vedendo ed ascoltando non si era mai mosso a pietà per nessuno, aveva continuato a schiacciare innocenti creature, ree solo d'aver incrociato il suo cammino.
Un giorno come tanti nel suo lungo andare, incrociò nel passo una piccola volpe albina, l'uomo alzò la sua grande scarpa con l'intento di schiacciarla.

Gigante!

Urlò la piccola e candida volpe.

Non mi hai neppure osservata, guarda il mio candido manto, e la luce dei miei occhi io sono la vita, schiacciandomi fai del male a te stesso.

Ahahahahahahah, stupida volpe.

Prese a ridere il gigante.

Come potrei fare del male a me stesso, schiacciandoti con la mia scarpa. A farti male saresti solo tu.

Ma allora tu non conosci la Sacra Legge?

Disse la volpina con voce tendente al gravoso.

Si è l'unica spiegazione, tu non conosci la Sacra Legge.

Aggiunse.

La Sacra Legge?

Disse con voce roboante il gigante, riprendendo a ridere.

Volpina, è risaputa l'astuzia di voi altre volpi, ma tu davvero sfiori l'improponibile.

Mi spiace gigante, ma stavolta sei in errore, la sacra legge è nota a tutti gli abitanti di questo posto, come puoi averla ignorata per tanto tempo, essa è continuamente sussurrata da ogni elemento del vivere, ed è impossibile che non ti sia giunta all'orecchio.

E cosa direbbe questa Sacra Legge.

Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.

Smettila questa è la legge dei vili. Chi non fa del male solo per paura di subir lui stesso la stessa sorte, come me lo chiami se non vile.

La piccola volpe comprese che il gigante aveva si orecchie ed occhi ma non per ascoltare e vedere la vita.

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   2 commenti     di: Cleonice Parisi


La bella e la bestia

Era un caldo strano, il sole era nervoso, scaldava ad intervalli, si lasciava imprigionare dalle nuvole in movimento, sembrava volesse rinunciare al suo dovere di astro. Ad un tratto un fulmine, rumoroso e luminoso come non mai, squarcia l'aria, dal nulla in mezzo alla piazza un omone grande come una casa comincia a cantare, una vocina fine dolce sottile, un po stridula, si ode come d'incanto. è il gigante buono che trasmette le sue doti vocali. dal vicolo a sinistra piano piano esce una donzella affascinante, avvolta in un mantello rosso sotto un abito bianchissimo, con delle scarpette gialle, sembra voglia rispondere alla vocina dolce stridula e lo fa con un vocione da orco inferocito. lo sgomento colpisce tutti i presenti i quali spaventati si riuniscono tutti in fondo alla piazza aspettando forse qualcosa di brutto. il miracolo si manifesta quando l'omone si inginocchia ai piedi della fanciulla e con voce normale da uomo le dichiara il suo amore, la fanciulla lo accarezza con delicata maniera e con la vocina stridula lo riassicura ammettendo anche il suo amore.

   0 commenti     di: AGOSTINO



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Questa sezione contiene favole e storie per bambini e adulti, racconti con morale e allegorie

Le favole sono dei racconti breve che trasmettono un insegnamento di carattere morale o didascalico. I protagonisti sono solitamente animali antropomorfizzati che rappresentano vizi e virtù degli uomini. La presenza di un intento morale le differenzia dalle fiabe - Approfondimenti su Wikipedia