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Fiabe

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La formica dormigliona

C'era una volta una formica dormigliona, che non aveva voglia di aiutare i suoi familiari a preparare la scorta per l'inverno; non solo, la cosa più grave infatti è che non aveva neanche voglia di andare a scuola perché non voleva separarsi dal suo migliore e unico amico: il letto.
I suoi genitori erano molto disperati, avevano cercato di fare qualsiasi cosa ma la formica non si dava per vinta.
Infatti i genitori di questa formica l'avevano chiamato Dormiglio.
Dormiglio amava molto il suo nome, infatti era l'unica parola che aveva imparato a scrivere.
Un giorno Dormiglio venne rapito ma non si seppe da chi. I genitori avevano cercato ovunque ma non lo trovarono mai più.
Infatti adottarono un'altra formica che era molto più laboriosa.
I genitori non erano molto contenti perché sentivano la mancanza di Dormiglio.
Ma dopo tanto tempo scoprirono che il figlio adottato era Dormiglio.
Tutto questo successe grazie al rapinatore che era suo fratello, Rocco. Infatti Dormiglio non aveva mai avuto l'occasione di conoscere Rocco perché dormiva nel letto sotto al suo.

   8 commenti     di: allen leonardo


Figlia della Primavera

In un paesino nascosto da vette sempre innevate e boschi impenetrabili, viveva un popolo dedito all'agricoltura. Nessuno conosceva la sua esistenza e gli abitanti del paese se ne guardavano bene dal farsi trovare. Conoscevano la crudeltà e l'indifferenza che regnava sulla terra.
Per questo si erano organizzati in modo da non aver bisogno del mondo esterno.
Il paese era formato da tante casette di mattoni rossi, ad un solo piano.
Ognuna di loro aveva giardino, orto e stalla. Le case erano calde ed accoglienti e nelle lunghe serate invernali si riunivano tutti nella casa del sindaco del paese, dove un enorme camino irradiava il caldo
dei ceppi che i boscaioli si procuravano tagliando gli alberi che ormai erano arrivati alla fine della loro lunga esistenza. In estate il popolo si riuniva sotto le fresche ombre delle secolari querce.
Passavano gli anni e tutto procedeva serenamente. Le mucche davano il latte, i campi il grano, le galline le uova.
I bambini crescevano sani e forti fin quando, un triste giorno, passò per il paese un viandante avvolto in un nero mantello, nessuno sapeva da dove venisse e nonostante il suo aspetto orripilante, lo accolsero con amore. Lo rifocillarono, lo fecero riposare e quando fu ora di ripartire gli regalarono cibo per il viaggio.
Lo accompagnarono alle porte del villaggio e nel salutarlo gli chiesero
-Come ti chiami viandante
Questi si girò verso loro, aprì il suo nero mantello, nel cielo apparvero nuvole nere che oscurarono il sole, il suo ghigno diventò ancora più orribile e dalle sue invisibili labbra uscì una voce stridula
-io sono crudeltà e invidia e da oggi il vostro paese conoscerà solo miseria e disperazione.
Poi scomparve.
Passarono gli anni e purtroppo la maledizione di quell'orribile essere si avverrò, molti animali morirono di misteriose malattie, i campi diedero raccolti miseri, il sole non riusciva più a perforare con i suoi caldi raggi la coltre di nuvole nere. Ma il fatto più inquietante era

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   0 commenti     di: cesare righi


L'angelo custode

C'era una volta una bambina bellissima, con i capelli color del sole, gli occhi color dell'erba fresca e le guance rosate e punteggiate come due fragole carnose.
Emma era spesso molto triste, perché la sua mamma non era mai a casa, doveva sempre lavorare e lei rimaneva a casa in compagnia della tata aspettando trepidante il momento in cui poteva finalmente correre incontro alla mamma che ritornava a casa.
Quel pomeriggio Emma era particolarmente giù di morale.. le veniva continuamente il magone e nemmeno la sua collezione speciale di magici cavallini del cuore riuscivano a farle tornare il sorriso.
Decise allora di uscire di nascosto e di fare una passeggiata nel bosco vicino a casa, tra le alte e robuste piante, l'erba verde, gli arbusti in fiore. Camminando, saltellava e canticchiava.. le era tornato il buon umore.
Ad un tratto lungo il suo cammino incontrò uno strano essere che le si fermò dinnanzi guardandola con due occhioni grandi e languidi. Le sembrava familiare.. il volto, il sorriso, l'espressione che aveva. "Chi sei?" chiese la piccola Emma, a metà tra lo stupore, l'ammirazione e lo spavento. L'essere si limitò a fissarla, in silenzio, senza proferire alcuna parola. Seguì un attimo lunghissimo di silenzio in cui entrambi rimasero fermi a fissarsi, scrutandosi a vicenda. Quello strano essere era bellissimo, circondato da una luce che lo rendeva aureo.
Non si dissero nulla, non si scambiarono parole, solo un lungo, intenso e carico sguardo.
Poi Emma ad un tratto si ritrovò nella sua cameretta, circondata dai suoi giocattoli, dalla sua collezione di magiki. E in lontananza senti la voce di mamma che urlava "sono a casa". Era tornata.

Emma non sapeva cosa era successo quel pomeriggio, e mai se lo riuscì a spiegare, non seppe mai chi fosse quell'essere, dove lo incontrò e se davvero lo incontrò.
Da quel giorno però Emma non si sentì mai più sola, non pianse più quando la mamma usciva per andare a lavoro. Si sentì sempre protetta, al

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Il grande bagliore

Finalmente libero!
Stentava a credere che fosse vero! Da quanto era lì? Quanto tempo era passato da quel giorno qualsiasi di chissà quanti anni fa trascorso come tutti gli altri a combattere il nemico di turno? Perché è proprio questo che lui era: un soldato, il migliore di tutti, una macchina da guerra perfetta! Non sapeva chi o che cosa avesse aperto la sua prigione di vetro ma adesso aveva altro a cui pensare. Nonostante i lunghi anni passati in prigione non aveva mai smesso di combattere con il pensiero inventando sempre nuovi colpi, raggiungendo la perfezione totale nell’arte del combattimento. Un lieve sorriso infranse il rigido sguardo dei suoi occhi allorché si sorprese esitante sulla direzione da prendere, perso com’era in quel mare infinito che sono i primi pensieri di un uomo quando riacquista la sua libertà. L’ambiente in cui si trovava lo lasciò disorientato. Malgrado un che di familiare i colori e le luci erano indubbiamente cambiati ed anche gli elementi del panorama apparivano trasformati. Il momento di rompere ogni indugio era, però, arrivato. Camminò per tutto il giorno e trascorse la notte senza riuscire a chiudere occhio, senza mai sdraiarsi quasi temesse di addormentarsi e svegliarsi capendo di avere solo sognato. Per sua fortuna non era affatto così e se ancora ce ne fosse stato bisogno fu il volto di lei a convincerlo che era tutto vero. Guardandolo pensò che la luna in persona avesse partorito la più sublime delle creature. Il candore della sua pelle era un albore che si stagliava irresistibile tra le pieghe più profonde della notte. Il guerriero si accorse subito dell’angoscia che le turbava il volto. La fanciulla avanzava barcollando voltandosi ripetutamente indietro quasi tentasse di allontanare con il solo sguardo un pericolo che appariva inevitabile. Chi era quella meravigliosa visione e da che cosa stava fuggendo? Le risposte non tardarono ad arrivare. Un gruppo di uomini armati fino ai denti le stava alle calcagna

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La Fiaba della Pecorella e del Pastore

C'era una volta un Pastore che aveva un bellissimo gregge. Lo teneva in recinto sotto le stelle, nel prato verde della sua valle. Per le sue pecorelle c'era sempre l'erba più fresca del pascolo e l'acqua più pura della fonte. Spiegava loro la bellezza della sua valle e l'abbondanza che avrebbero avuto per tutta la vita all'interno del recinto sotto le stelle. Insegnava loro ad essere felici e fedeli al Pastore, accarrezzando il morbido vello ogni giorno e ogni sera.
Le pecorelle amavano il loro Pastore e il suo recinto, fino quando una notte una Pecorella vide nel cielo un astro luminoso alla fine del bosco oltre la valle, che sembrava risplendere più delle altre stelle.
La Pecorella rimase rapita, tanto che anche durante il giorno, restava immobile in quell'angolo di recinto a guardare in alto, come se vedesse quella stella tra l'azzurro e le nuvole.
Il Pastore se ne accorse, perché la Pecorella non ascoltava nemmeno più i suoi insegnamenti.
Fu così che, preoccupato di una fuga, alzò il recinto di molti metri, affinché la Pecorella non potesse più distrarsi con la Stella, disegnando all'interno del recinto astri più luminosi di quelli che avrebbe offerto la notte.
Ma non servì a nulla, perché la Pecorella rimase immobile in quell'angolo di recinto a guardare la sua stella ad occhi chiusi, anche se non la poteva più vedere.
Fu così che un giorno in cui il gregge era al Pascolo e il Pastore cadde addormentato sull'erba, la Pecorella salutò le sorelle imboccando il sentiero nel bosco a cercare la sua Stella.
Iniziò a camminare tra il buio delle fronde senza voltarsi indietro, con la speranza che lungo la strada avrebbe incontrato la luce per non sbagliare direzione.
Ad un certo punto, la Pecorella trovò davanti a sé un Lupo, con l'aria famelica e feroce. La Pecorella si fece immobile e disse: "Buongiorno Sig. Lupo, conosci la mia Stella che si trova alla fine del bosco?"
Il Lupo, stupito, rispose: "Non so nulla della tua stel

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   8 commenti     di: ANGELA VERARD0


Il paese dei nonni cattivi

Cara nipotina, si avvicina il Natale e io e il nonno abbiamo deciso di raccontarti una favola che ci riguarda molto, molto da vicino.
A te piace venire a trovarci perché, rispetto alla grande città dove vivi col papà e la mamma, noi viviamo in un paesino di collina piccolo, circondato da boschi e foreste, abitato da gente tranquilla e sempre sorridente, sempre gentile con tutti, che vive in deliziose casette che sembrano quelle golose di un'altra bella fiaba che non sto a ricordarti.
Alle soglie del 2010, e a 20 anni dalla caduta del Muro, io e il nonno ti vogliamo svelare il nostro piccolo segreto, che è anche il piccolo segreto di tutti i nonni - quelli molto anziani come noi - di questo grande Paese.
C'è stato un tempo in cui noi non vedevamo, pur non essendo ciechi. Non sentivamo, pur non essendo sordi. Non parlavamo, pur non essendo muti. Però sapevamo in cuor nostro che in tutti i posti di questo grande Paese stava accadendo qualcosa di terribile.
E non è vero che non potevamo ribellarci, non è vero che non c'era altra scelta. Tu come la prenderesti se non fossero la tua mamma e il tuo papà a decidere con quali amichetti è meglio non giocare, ma il governo? Di sicuro rideresti, e anche di gusto, pensando che sia una barzelletta, o un nuovo gioco.
Ecco, il nonno e la nonna ti giurano adesso che quando erano giovani era proprio il governo a decidere chi era da frequentare e chi no, poi cominciarono a decidere chi era da far andare a scuola e chi no, chi poteva avere un negozio e chi no, chi poteva uscire di casa e chi no, chi poteva insegnare, o fare musica, o scrivere, o cantare, e chi no. In ultimo, decisero chi doveva vivere, e chi no.
Cara nipotina, non ci vorrai più bene come prima se ti confessiamo che siamo stati noi a scegliere quel governo?
Ci furono libere elezioni, altro che quello che dicono gli storici di oggi, almeno la prima volta furono libere, e noi non sapevamo che quella prima volta sarebbe stata anche l'ultima.
Ma q

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La mano e il fuoco

C'era una volta una mano molto soddisfatta di sé, perché, nel suo maneggiare quotidiano, era capace di fare davvero di tutto.
Ella stringeva con forza il martello per battere i chiodi in profonde fessure,
poi ci appendeva sopra le tele, su cui dipingeva raffinate figure.
Impastava farina e sfornarva pani fragranti,
con ago e con stoffa cuciva abiti eleganti.
Pizzicava la chitarra con disinvoltura,
con le pinze svitava bulloni di ogni misura.
Poteva infilarsi dentro ai burattini per raccontar le fiabe a tutti i bambini,
e poteva scrivere storie brillanti sui bianchi tasti con le dita danzanti.
Piegava la carta,
sbucciava la mela,
con un cencio per terra passava la cera,
con un ferro caldo stirava i calzini,
e con la falce affilata tosava i pratini.
Insomma non c'era niente che non riuscisse a fare, ed era così orgogliosa di sé, che tutto le sembrava possibile; finché un giorno non vide qualcosa nel caminetto.
Era bello il suo aspetto: caldo e lucente sfavillava,
il fuoco sulla legna scoppiettava.
Non riuscì a resistere a quell'energia attraente,
e di afferrarlo subito le passò per la mente,
ma ahimè,
un dolore tremendo la pervase tutta,
la mano tornò indietro con ustione brutta.
Convinta che tutto poteva fare,
un'altra, e poi un'altra volta ancora ci rivolle tornare,
ma aaaahhhh quel calore,
mio dio che tremendo dolore!!
Tutta bruciata la mano piangeva,
e afflitta pensava:
quel che più male faceva,
il dolore vero, non era tanto l'ustione,
quanto il dover constatare,
che quel bel fuoco non riusciva a maneggiare.
L'ultima volta, e fu quella davvero,
entrò dentro tutta senza mai più tornare,
perché,
troppo orgogliosa di sé,
quel dolore non volle mai più provare.




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FiabeQuesta sezione contiene storie e racconti su fate, orchi, giganti, streghe e altri personaggi fantastici

Le fiabe sono un tipo di racconto legato alla tradizione popolare e caratterizzata da componimenti brevi su avvenimenti e personaggi fantastici come orchi, giganti e fate. Si distinguono dalle favole per la loro componente fantastica e per l'assenza di allegoria e morale - Approfondimenti su Wikipedia