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Fiabe

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L'altalena giramondo

C'era una volta una bimba vivace, ribelle e un poco monella, forse molto monella. Non faceva del male a nessuno, ma non le piaceva ubbidire. Diceva a tutti quel che pensava e non era furba. Un giorno una strega cattiva, invidiosa del suo coraggio, decise di farle un dispetto. E le rubò il tempo. La bimba non sapeva più come fare, senza ormai poter riconoscere i secondi, i minuti, le ore, i giorni, i mesi e poi gli anni. Non poteva nemmeno più crescere, priva del tempo. Tutto era un fluire continuo, senza distinzione di istanti. Un vortice che l'avvolgeva e che gli altri non riuscivano a vedere né a capire, e pensavano che fosse una bambina sempre più monella, precipitosa e avventata. E la rimproveravano sempre. Ma proprio sempre. Solo lei sapeva che non era così. Solo lei sapeva che la colpa era tutta della brutta strega cattiva, invidiosa e gelosa che lei diventasse una donna. La piccola bimba perse così la sua allegria e divenne triste e solitaria. Nessuno avrebbe mai potuto sapere che cosa le era veramente successo. E se anche lo avesse raccontato a qualcuno, nessuno le avrebbe creduto. Un giorno che si era proprio stufata, decise di andarsene in un bosco lontano lontano e di vivere sola e soltanto con la sua fervida fantasia. Scelse un luogo inaccessibile e impervio, per essere sicura che nessuno avrebbe mai potuto raggiungerla. Si costruì una capanna di frasche e di foglie e incominciò una nuova vita, di cui si sentiva davvero finalmente di nuovo felice. Le piaceva inventarsi le storie e raccontarle ai folletti del bosco che l'ascoltavano attenti e non le chiedevano il tempo, che lei aveva perduto. Nella sua immaginazione creava tutto quello che nel bosco non c'era e il tempo non serviva proprio a nulla. Così ritrovò il sorriso e la sua spensieratezza.
Un giorno, mentre raccoglieva bacche e frutti di bosco, vide in fondo al sentiero un'altalena bellissima pendere dal ramo di un albero. Si ricordò allora e improvvisamente dei suoi giochi di bimba

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   0 commenti     di: Adriana Saja


Il paese dei nonni cattivi

Cara nipotina, si avvicina il Natale e io e il nonno abbiamo deciso di raccontarti una favola che ci riguarda molto, molto da vicino.
A te piace venire a trovarci perché, rispetto alla grande città dove vivi col papà e la mamma, noi viviamo in un paesino di collina piccolo, circondato da boschi e foreste, abitato da gente tranquilla e sempre sorridente, sempre gentile con tutti, che vive in deliziose casette che sembrano quelle golose di un'altra bella fiaba che non sto a ricordarti.
Alle soglie del 2010, e a 20 anni dalla caduta del Muro, io e il nonno ti vogliamo svelare il nostro piccolo segreto, che è anche il piccolo segreto di tutti i nonni - quelli molto anziani come noi - di questo grande Paese.
C'è stato un tempo in cui noi non vedevamo, pur non essendo ciechi. Non sentivamo, pur non essendo sordi. Non parlavamo, pur non essendo muti. Però sapevamo in cuor nostro che in tutti i posti di questo grande Paese stava accadendo qualcosa di terribile.
E non è vero che non potevamo ribellarci, non è vero che non c'era altra scelta. Tu come la prenderesti se non fossero la tua mamma e il tuo papà a decidere con quali amichetti è meglio non giocare, ma il governo? Di sicuro rideresti, e anche di gusto, pensando che sia una barzelletta, o un nuovo gioco.
Ecco, il nonno e la nonna ti giurano adesso che quando erano giovani era proprio il governo a decidere chi era da frequentare e chi no, poi cominciarono a decidere chi era da far andare a scuola e chi no, chi poteva avere un negozio e chi no, chi poteva uscire di casa e chi no, chi poteva insegnare, o fare musica, o scrivere, o cantare, e chi no. In ultimo, decisero chi doveva vivere, e chi no.
Cara nipotina, non ci vorrai più bene come prima se ti confessiamo che siamo stati noi a scegliere quel governo?
Ci furono libere elezioni, altro che quello che dicono gli storici di oggi, almeno la prima volta furono libere, e noi non sapevamo che quella prima volta sarebbe stata anche l'ultima.
Ma q

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Il barboncino e il canarino

Era d' estate, caldo afoso, un piccolo barboncino aveva inseguito i suoi padroni fino all'aeroporto cittadino.
Qui perse ogni traccia; amareggiato, col cuore in gola sul rovente asfalto faceva ritorno.
Un canarino di un bel colore giallo, invece, approfittando della distrazione della sua anziana padrona nel lasciare la gabbietta aperta, prese il volo e fuggì via.
Vide questo barboncino, bianco di natura, ma così sporco da sembrar nero. Era talmente allo stremo da cadere da un lato assopendosi. Il canarino lo credette morto, e sbattendo pian pianino le sue belle alette gialle su di lui lieve si posò.
Ne sentì il polso, era ancora vivo, con la sua voce lirica alzò un Inno al Signore. Il piccolo barboncino allora aprì gli occhietti suoi profondi, credendosi già in paradiso.

Il canarino gli disse:

- Sciocchino sei ancora fra noi vivi, sono un canarino e son scappato via, ma te non posso lasciar qui mezzo morto e mezzo vivo.

Il barboncino rispose:

- Tu sei scappato, mentre io sono stato abbandonato e non ho le ali per volare fino a loro.

Il canarino:

- Veramente non ti capisco, forse non sai cos'è la libertà, andare dove ti pare e non tenere conto a nessuno.

Il barboncino:

- Come il mio destino e la mia natura è diversa dalla tua; io sono un piccolo cane, nato in una casa degli uomini, di quelli stessi che oggi mi hanno lasciato, non so chi fu la mia mamma, né il mio papà. Per tutto questo tempo ho ritenuto i miei padroni come genitori. Una buona coppia in apparenza. Sono andati in ferie chissà dove e senza scrupoli per strada mi han piantato.

Il canarino:

-Lo vedi! Noi uccelli siamo di tutt'altra pasta. La vecchietta mi teneva per il mio bel canto, in cambio di mangime da quattro soldi. Cosa pretendeva dunque! Alla prima occasione ho tagliato la corda e spiccato il volo. Assapora anche tu questo profumo di libertà!

Il barboncino:

- Ed io mi mangio il profumo della libertà! Sono abituato che ogni giorno e puntualmen

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Un gran giorno ha delle grandi orecchie...

Un gran giorno ha delle grandi orecchie.


Decise di venire alla luce il primo giorno di primavera, nell'ora in cui i raggi del sole tagliano in due perfette metà le teste degli alberi. Tra le mani di chi lo accolse alla sua nuova vita, cominciò a piangere, ma nessuno si preoccupò. Tutti i nuovi arrivati piangono e il motivo nessuno se lo ricorda, solo ipotesi.
Pedro era l'unico a sapere il perché :ossessionato dal fluttuante ricordo di un liquido vitale, desiderava solo essere un pesce.
Anni e desideri mutarono e per il suo terzo compleanno chiese un paio di ali, "Come quelle di un condor"disse agli occhi del papà, ma nel suo pacco c'erano solo macchinine e soldatini. A sette anni l'incorruttibile decisione:voleva essere un asino.
Ogni giorno dirigeva i suoi piedi verso la scuola, prendeva posto e attendeva con impazienza che la maestra pronunciasse il suo nome. Se quel momento arrivava, tutto sembrava favorire i suoi sogni. Fingendosi terrorizzato si recava alla lavagna, mascherando la sua minuziosa preparazione con una totale incompetenza. Continuava a ripetere"Non so, signora maestra non ricordo".
Sapeva cosa lo attendeva; avrebbe indossato quel gran cappello a punta con due maestose orecchie marroni mentre, orgoglioso dei suoi padiglioni auricolari, si sarebbe fatto spazio tra ghigni e veleni di banalità.
Le avrebbe tenute tutta la mattina, scrivendo, a matite colorate, le mille righe imposte dalla maestra: "Sono un asino." Era un gran giorno

   1 commenti     di: Castello Ululà


Pommes de terre à la française

Nel regno della cucina, che ben conosciamo, le due principessine, Alice e Paoletta, vogliono aiutare il nonnino, il nostro bravo cuoco brillo ma non troppo.
Da una grande finestra a vetri colorati, dei bellissimi raggi di sole penetrando accarezzano le chiome variopinte delle bambine, colpendo anche il tavolo di lavoro dove appaiono più in evidenza un mucchietto di patate, delle belle salsicce e delle uova.
Alice vorrebbe lavare le patate e senza sbucciarle metterle in pentola per poi bollirle. Ma nel prendere l' acqua dal rubinetto, essendo troppo piccola, scivola e cade, facendosi male ad un ginocchio che sanguina un poco. Interviene Paoletta lesta lesta e la disinfetta, provocando ad Alice, però, un pizzicore forte per via dell'alcol, ed una delle sue lacrimucce cade sopra uno spiritello appartenente ad un dei tanti globuli rossi, inondandolo letteralmente.

Lo spiritello:

- Fai attenzione figliola mia, quasi quasi mi affogavi.

Alice:

- Scusami, ma chi sei? Dove sei?

Lo spiritello:

- Sono proprio qui, dentro la ferita e sono uno spiritello, appartengo ad un globulo rosso.

Alice:

- Sei solo?

Lo spiritello:

- Macché, oltre ai globuli rossi e sono tanti, tantissimi, ci sono anche i globuli bianchi, ed io infatti sono fidanzato proprio con uno spiritello femmina di un globulo bianco, nostro vicino, ed inoltre ci sono anche le piastrine che non stanno mai ferme.

Paoletta non si accorge di nulla, sa solo che la cuginetta non piange più e lascia fare.

Alice: (rivolta sempre allo spiritello)

- Siete dunque esseri viventi?

Lo spiritello:

- Si!

Alice:

- Quindi come noi un giorno morirete?

Lo spiritello:

- Forse non sono stato chiaro nella risposta di prima, noi spiritelli eravamo esseri viventi ma non lo siamo più, quindi non possiamo di nuovo morire, gli altri si. Pensa che i globuli rossi vanno a morire in massa in un cimitero apposta per loro, che si chiama milza.

A questo punto però Paoletta gli fasc

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Il museo stregato

Molti anni fa, in una lunga distesa di pianura c' era un palazzo. Lì dimorava un' incantevole principessa che si chiamava Costanza. Ella aveva i capelli lunghi, ondulati e biondi, gli occhi azzurro cristallino. Vestiva sempre con un vestito celeste, scarpe e corona argento.
Un bel giorno di sole, Costanza, decise di andare al museo.
Quando entrò, la porta, improvvisamente, si chiuse da sola a chiave, e Costanza prese uno spavento che saltò in aria. Questo museo era stregato da fantasmi.
La principessa corse su per le scale.
Costanza sentì un ululato di fantasmi e gridò:
-C-c' è q- qualcuno qui!?!
Essi risposero:
- Siiii! Siamo noii!
- Voi chi?
- I fantasmi!
- I f-fantasmi!?! Aiutoooo!!!!
All' improvviso da una nuvola scese una magica chiave dorata.
Era la chiave della porta.
Essa la prese, corse giù per le scale, mise la chiave dentro la serratura e chiuse dentro i fantasmi.
Tornò al palazzo e visse per sempre felice.
Costanza disse:
- Speriamo di non trovare più quei fantasmi!



Liscio come l'olio

Il vecchio camminava lentamente per i viottoli del parco cittadino con la bimba al fianco. Una pesante artrosi lo costringeva in una posizione ripiegata in avanti. Si muoveva lentamente sostenendosi con un bastone. La bimba, Alessia, lo teneva per mano e lo allietava con la sua fresca ingenuità. Lei voleva tanto bene al nonno, e lui adorava la piccola nipotina che chiamava la mia farfallina.
Era una bella giornata di primavera. Qua e là nel parco numerose persone passeggiavano godendosi la bella giornata di sole, chi a piedi chi in bicicletta chi perfino a cavallo. Due passerotti si inseguivano in acrobatici quanto incontrollati voli, finirono proprio per incrociare lo sguardo basso del nonno. Egli rimase per un momento disorientato, agitò le braccia spaventato, perse l'equilibrio e finì per cadere in avanti.
"Nonno!" Gridò la piccola. L'uomo mise avanti le mani e rotolò goffamente sul fianco lasciando cadere il bastone. La piccola gli girava attorno spaventata, non sapeva cosa fare, il nonno era troppo pesante per lei. Arrivarono subito in soccorso una coppia di giovani che stavano facendo jogging.
"Tutto bene signore?" Lo aiutarono ad alzarsi.
Uno dei due giovani inforcò delicatamente gli occhiali al vecchio e chiese di nuovo,
"Tutto a posto?"
Il vecchio abbozzò un sorriso, "Tutto liscio. Liscio come l'olio."
I due giovani spolverarono con le mani la giacca del vecchio e dopo un rassicurato sorriso ripresero la loro corsa rigirandosi più volte.
"Che paura che mi hai fatto nonno."
"Va tutto bene piccola." Rispose lui ancora in affanno.
Lei lo fissò puntando l'indice alla tempia e chiese, "Cosa vuol dire liscio come l'olio?"
Il nonno sollevò per lo stupore le sopracciglia, "Non sai cosa vuol dire liscio come l'olio? Quindi non conosci la storia della principessa Margarina?"
La bambina con le braccia dietro la schiena ondeggiò due volte sui fianchi "no..." disse con un filo di voce, cogliendo la gravità del fatto.
"Vieni sediamoci su quel

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   3 commenti     di: Rudy Mentale



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FiabeQuesta sezione contiene storie e racconti su fate, orchi, giganti, streghe e altri personaggi fantastici

Le fiabe sono un tipo di racconto legato alla tradizione popolare e caratterizzata da componimenti brevi su avvenimenti e personaggi fantastici come orchi, giganti e fate. Si distinguono dalle favole per la loro componente fantastica e per l'assenza di allegoria e morale - Approfondimenti su Wikipedia