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Racconti gialli

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Le regole di Lionel

Porta che si chiude dietro di te. Porta che si apre davanti a te.
Ordini urlati per ogni sequenza apertura-chiusura.
Varchi la soglia. Porta che si chiude dietro di te, porta che si apre davanti a te.
Ogni volta è un rumore di metallo trascinato che termina in un secco clang, forte come uno sparo.
La colonna sonora di qualunque attività che non sia starsene distesi sulla branda a fissare il soffitto, ti accompagna in ogni momento, ad ogni passo che fai, come a ricordarti che puoi andare avanti perché qualcuno te lo permette, e che in ogni momento potresti rimanere lì, bloccato tra le due porte.
Da qualche parte aveva letto che i neonati che trascorrono i primi anni di vita lì le prime parole che imparano non sono mamma o papà, ma aprire e chiudere. Non sapeva fosse vero, ma di sicuro era plausibile. Tristemente plausibile.
Una vita scandita da porte che si aprono e si chiudono senza che tu possa nemmeno toccarle, azionate da fantasmi. E ad ogni clang quegli interminabili secondi di sospensione in attesa che il cancello davanti si apra.
L'ultima porta però si aprì e si chiuse dietro di lui senza alcuna ulteriore attesa, senza che davanti a lui ve ne fosse un'altra.
Lionel Montecristo varcò la soglia del cancello e si ritrovò nella strada deserta. Davanti a lui una striscia di asfalto da cui poteva vedere, nell'aria sfocata, salire la calura del mattino, lo separava da un paesaggio sconfinato di campi aridi, l'orizzonte chiuso solo da qualche macchia di alberi.
Sempre dando le spalle alle porte che si aprivano e si chiudevano fece i suoi primi passi da uomo libero fuori dal penitenziario di Salt Bay. Si frugò in tasca, indossò gli occhiali da sole e si accese una sigaretta.
I suoi unici averi erano costituiti dagli oggetti di quel piccolo rituale: un pacchetto con quattro sigarette avanzate, un accendono di metallo, un paio di Ray-ban neri, oltre ovviamente ai vestiti che indossava: un completo nero di buon taglio, una camicia bianca, una crava

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La colazione dei campioni

La leggenda narra che su due cose basasse la sua esistenza: la cucina, e il tifo per la sua squadra del cuore.
Lavorava nelle cucine di un ristorante all'interno di un hotel rinomato, là dentro era capo chef.
Non sapeva che cosa fosse la concorrenza, poiché tutti preferivano lei e la sua cucina.
Custodiva dei segreti che le avevano valso tutto ciò che possedeva, e ciò che era: era la più brava di tutta la città.
Tanti passavano di là, a volte anche più volte all'anno, soprattutto gente che se lo poteva permettere: attori, cantanti, borghesotti. E sportivi.
Si dice che una volta anche la sua squadra del cuore avesse soggiornato al Dora Hotel, l'Adinterim.
I giocatori avevano saputo di lei e della sua arte, e quando scoprirono inoltre che quel genio di chef seguiva il calcio ed era proprio una loro tifosa, la dirigenza non ci aveva pensato due volte.
Avevano provato le specialità della casa, i piatti più costosi, più prelibati del suo repertorio.
Roba del tipo che furono loro a chiedere a lei foto e autografi.
Durante una sera avevano ripercorso tutte le vittorie calcistiche, dall'inizio dei tempi fino ai nostri giorni. Era riuscita così a coronare il suo secondo sogno: conoscere di persona la squadra.
Era talmente in gamba in quello che faceva, che riuscì a far filare tutto liscio. Anche dopo il giorno in cui venne a sapere che a passare di là, sarebbe stato il nemico per eccellenza dell'Adinterim.
Li aveva accolti con un sorriso sulle labbra. Aveva mostrato loro le proprie cucine, i propri attrezzi del mestiere, e l'intero club e lo staff ne erano rimasti profondamente colpiti.
Poi gli aveva confessato della passione smisurata per il calcio, e per gli avversari, rammentandogli quanto avesse invece preso male la loro ingiusta vittoria durante lo storico derby, rendendoli così di fatto campioni assoluti di quella stagione.
Il giorno dopo la loro permanenza, arrivarono come di consueto nuovi ospiti.
Fu là, che un tipo buffo, basso e calvo

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7 commenti    0 recensioni      autore: Roberta P.


Scacco al Re

Domenico Paparozzi mise giù la cornetta e imprecò. Col pugno colpì il legno duro del tavolino del soggiorno, quindi prese l'impermeabile e la pistola. Aprì la porta e uscì nel pianerottolo, avvolto in una bolla melmosa di penombra. Si chiuse la porta alle spalle e socchiuse gli occhi qualche istante, per riordinare le idee. D'istinto allungò una mano verso il legno scuro della porta di casa e con i polpastrelli carezzò i piccoli intagli verticali che ricoprivano la superficie levigata.
- Vaffanculo - sibilò, poi scese le scale di corsa.
Quella sera aveva trovato posto proprio davanti al portone del palazzo e aveva evitato di scendere fino ai parcheggi sottostanti la palazzina. Quei cunicoli scuri, bagnati da riflessi di luce al neon, lo mettevano a disagio. I passi echeggiavano sinistri lungo le macchine, scivolando sulle pareti grigie, e dietro ogni colonna sembrava annidarsi un'ombra pronta a saltargli addosso.
Non erano paure da detective, se lo ripeteva spesso, ma quando poteva parcheggiava la macchina in strada, dove il buio della notte sembrava meno minaccioso.
L'appuntato Ramoni lo attendeva in strada, vicino alla volante. I lampeggianti azzurri guizzavano su tutti gli oggetti circostanti e il volto del sottufficiale era macchiato da strani riflessi cerulei. Aveva poco più di trent'anni, un fisico asciutto e un'espressione sempre cordiale.
Paparozzi lo salutò con un cenno della testa e si fermò a un passo.
- Primo piano - disse l'appuntato senza specificare altro. Le informazioni essenziali le aveva già fornite per telefono meno di mezzora prima.
Il detective si strinse un po' di più nell'impermeabile per proteggersi dal gelo della notte, quindi entrò nell'edificio e si avviò per le scale. Un passo alla volta, senza fretta. La rampa era in penombra. Le ombre danzavano dietro ogni angolo.
Non devo avere paura, si disse. Non riuscì a essere convincete.

Cavallo in D5
Mangio Regina Nera
Fai la tua mossa!

Il detective Domenico Papar

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3 commenti    0 recensioni      autore: Andrea Franco


Empatia

Il direttore dell'azienda condusse me ed il mio partner Aquilani fino alla stanza degli spogliatoi maschili, e spiegò: "L'hanno trovato qui due ragazzi verso le undici. Aveva finito il turno."
Abbassai gli occhi: il corpo se ne stava in terra coperto da una cerata gialla. C'era odore di disinfettante, segno che i ragazzi del coroner avevano ripulito il sangue.
Mi misi sulle ginocchia e scostai appena la cerata. Nel vedere i suoi occhi spalancati, mi ritrovai a pensare a quanto doveva aver sofferto a beccarsi dieci coltellate, e a sapere di star morendo. Socchiusi per un istante i miei, nel vano tentativo di scordarmi il suo volto straziato. Poi lo ricoprii e mi alzai.
Mi imposi con le mani sui fianchi, e osservai il posto: era uno stanzone stracolmo di armadietti, e poco illuminato.
"Chi ha accesso all'area riservata al personale?", domandai.
"Nessun altro. I dipendenti sono gli unici a poter entrare qua."
"Quanti ne conta più o meno questa azienda?"
Il direttore ci pensò su e consultò il collega.
"Circa trecento."
"Immagino che tutti disponiate di un passi o qualcosa del genere."
"Sì, naturalmente."
Il secondo uomo però obbiettò quasi subito.
"Beh, non è del tutto esatto. I tirocinanti e gli stagisti non ne possiedono."
"E per entrare o uscire come fanno?", chiesi io.
"Suonano il campanello, e gli addetti alla sicurezza aprono."
Annuii e feci qualche passo per ispezionare il posto.
Non sapevo bene il perché, ma quella stanza aveva qualcosa di familiare. Forse mi ricordava un po' i miei primi giorni all'accademia di polizia, quando passavo le mie pause immersa in stanzoni silenziosi alla ricerca della solitudine e della quiete.
Tornai alla realtà e mi rivolsi al direttore dell'azienda, e al suo vice.
"Gli agenti resteranno qui per recuperare più materiale possibile, il coroner porterà via il corpo. Verranno affissi i nastri gialli e fino a che non avremo terminato di ispezionare la zona, nessuno potrà

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15 commenti    0 recensioni      autore: Roberta P.


Buio

Non sapeva se fuori fosse giorno o notte.
Non sapeva che giorno fosse, non sapeva da quanto tempo era là, con i piedi e le mani legate da una corda robusta, steso su quel pavimento dimesso e ruvido.
Cosa certa era che in quelle condizioni ci era da troppo tempo perchè aveva la gola riarsa dalla folle sete e sentiva il forte dolore all'ossatura delle mascelle inattive da troppo.
I calci nello stomaco che gli avevano dato i suoi aguzzini, lo avevano spinto a vomitare più volte, e lui non sapeva cosa vomitava, ma aveva avveritito il sapore caldo e amaro del suo sangue.
La benda gli copriva gli occhi gli stringeva la testa dolorante. Nessun raggio di luce la trapassava e questo lasciava presagire che la stanza fosse immersa nell'oscurità più densa.
I suoi persecutori non avevano volto, nè nomi.
L'avevano assalito da dietro, l'avevano caricato su un camion e l'avevano colpito e lui aveva subito perso i sensi.
Quando si era risvegliato, non sapeva quanto tempo fosse passato di preciso, si era ritrovato lì, così legato.
Non sapeva nulla, dunque. Non immaginava neanche perchè lui era una persona tranquilla che, a vederlo, non sembrerebbe stato capace di uccidere una mosca fastidiosa.
Non aveva mai dato torti nè tantomeno si era sognato di commettere angherie e soprusi.
E ora era lì, inerme, allo stremo, che non ce la faceva più a gridare, e aveva le labbra rotte e gli occhi gonfi al di sotto della benda.
Tutto era buio, un buio doloroso e lancinate, e il tempo era fermo e sembrava che mai più sarebbe ripartito.
Sentì un rumore poco distante. Forse, l'aveva sognato, forse stava dormendo, forse era morto, non se ne era accorto. Era morto e quello era il buio della sua bara.
Era questa la morte, allora? E il paradiso, l'inferno, dov'è che sono?
Il rumore si ripetè, e pensò che forse era ancora vivo.
Ci fu ancora, e allora si disse che, per ora, era ancora in vita.
ci furono dei passi in avvicinamento, e venne assalito dal terrore.
Riconobbe

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0 commenti    0 recensioni      autore: serena


L'angelo custode

Entrai in commissariato e mi diressi alla mia scrivania.
Il mio partner sbucò dal nulla e mi si affiancò.
"Dove vai?"
"Sull'isola che non c'è, e non porto bagagli inutili tipo te."
"Molto spiritosa."
Feci una risatina e continuai a camminare.
"Però prima d'imbarcarti è meglio se mi segui nell'ufficio di LoRusso."
Mi fermai.
"Perché?"
Lui mi imitò e si voltò.
"Perché ti ha scritto di nuovo."
Quando chiusi la porta, LoRusso se ne stava seduto alla scrivania, con una busta tra le mani.
Lentini si mise vicino alla finestra, ed io impaziente parlai per prima.
"Mi ha scritto di nuovo?"
"Sì, a quanto pare."
La appoggiò sulla superficie del tavolo, ed io lo seguii nei movimenti.
"I ragazzi hanno già controllato eventuali tracce o impronte", scosse il capo. "Non risulta niente."
Mi avvicinai, la fissai, e mi rivolsi nuovamente a lui.
"È aperta."
"È stato necessario per la prova delle impronte", fece una breve pausa. "Sono stato presente durante il test. Puoi stare tranquilla, nessuno ha letto niente."
Io non risposi. Estrassi il foglio e lessi ad alta voce.

<<Questa volta tocca a chi una notte osò gridarti contro così tanto da farti restare un groppo.>>
Il tuo angelo custode.

"Secondo te che significa?", mi domandò il vicequestore.
Scossi il capo. "Non lo so."
Feci qualche passo nella stanza e provai a riflettere sul suo significato.
"Forse il killer si riferisce a qualcuno che hai arrestato di notte...", suggerì Lentini.
Mi bloccai.
"Oppure a qualcuno con cui ho avuto da ridire per qualcosa d'importante."
LoRusso aggrottò la fronte. "Che vuoi dire?"
"La frase dice che mi ha fatto restare col groppo. Penso si riferisse al groppo in gola", continuai spiegando. "E il groppo in gola quando viene?"
Il vicequestore fece spallucce. "Quando si litiga con qualcuno a cui tieni."
M'illuminai. "O magari... per qualcuno a cui tieni."
"Hai in mente un nome?"
Annuii.

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18 commenti    0 recensioni      autore: Roberta P.


Il ritorno della pazzia

Avevo cambiato casa da sei mesi circa, ed ero felice della scelta che avevo intrapreso. Avevo trovato un piccolo impiego come commessa presso una libreria.
La mia empatia c'era, non era cessata, ma d'altronde non ci speravo più di tanto. Sapevo che avrei dovuto imparare a conviverci e a dominarla.
Era il martedì di una mattina presto. Aprii gli occhi e allungai la mano per staccare la musica della sveglia. Dico musica perché ero stufa del solito bip e così avevo optato per una fra le tante canzoni che mi piacevano: "Solsbury hill" di Peter Gabriel.
Il display segnava le sei. Mi alzai, anche se controvoglia, e mi trascinai in bagno per una doccia.
Dopo andai in cucina e misi sul gas il pentolino col latte e la caffettiera col caffè. Tirai fuori dall'armadietto un pacco di biscotti, la tazza e recuperai un cucchiaino dal cassetto.
Accesi la TV e andai a prendere la posta sul mobiletto dell'ingresso mentre attendevo che il caffè uscisse. Poi tornai in cucina.
<<Ieri sera sono avvenuti nuovi scontri tra bande simpatizzanti di destra e di sinistra. Gli inquirenti hanno fatto sapere che ci sono stati feriti...>>
Mostrai la mia perplessità e commentai: "Finché ci saranno partiti razzisti al governo, cosa ci si può aspettare dalla cittadinanza?"
<<... ed ora passiamo ad una notizia di cronaca: è stato ritrovato nei pressi della zona di San Salvario, un corpo completamente bruciato...>>
Lentamente alzai la testa dalle bollette e la fissai sullo schermo. Mi avvicinai e alzai il volume.
<<... l'identità è ancora un'incognita, ma la Scientifica è già sul posto.>>
Sapevo che mi stava cercando. Diodeo mi stava cercando da sei mesi: da quando avevo fato fallire il suo diabolico piano.
Non sapevo quando si sarebbe fatto vivo, fino ad allora. Quel cadavere portava sicuramente la sua firma.
Ragionai, anche se non sapevo bene su cosa. Non sarebbe stato necessario andarlo a trovare: lui avrebbe mantenuto la sua promessa, mi avrebbe cercata e

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15 commenti    0 recensioni      autore: Roberta P.



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