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Racconti gialli

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Serial killer

Prese con calma la mira, inquadrò bene l'obiettivo, poi spinse il dito.
La vittima si dibatté un attimo, poi cadde a terra rantolante.
L'uomo non tradiva nessuna emozione, o forse un senso di soddisfazione era lasciato trapelare dai suoi occhi, niente più di un guizzo, una luce rapida come il flash di un fotografo.
Si guardò intorno e riarmò.
Fra sé pensava e quasi si diceva "E ora la prossima. Niente di più facile. Un lavoro semplice, ma necessario. Una bella ripulita da questa marmaglia che ci assedia ogni giorno. Arrivano a centinaia, ma che dico, a migliaia, e nessuno fa niente per arrestare questo flusso. Il cittadino deve difendersi da sé, perché lo stato non se ne cura."

Un altro colpo, un'altra vittima.

"Quasi mi diverto, anche se ammetto che la soddisfazione scemerà presto, perché per oggi il problema è risolto, ma domani domani si ripresenterà.
E se non ci sono io che faccio qualche cosa, che do il buon esempio, tutto passerebbe nell'indifferenza. Si lamentano, sopportano, i pecoroni, ma non alzano un dito."
Riarmò, spinse il dito ed ecco un'altra dibattersi negli spasimi dell'agonia.

"A volte mi domando il perché di questo lassismo, questo sopportare e non cercare di rimediare. Sembra che tutti dicano: ci sono, altre ne arriveranno ancora, è impossibile porvi rimedio.
Questo modo di ragionare è tipico degli smidollati, gente senza nerbo, esseri amorfi, pronti a criticare, ma quando è il momento di agire preferiscono ritornare nell'ombra."

Un altro colpo, un'altra vittima.

"Certo che non fa piacere sporcarsi le mani, ma prima o poi bisogna pur farlo. Che civiltà è mai la nostra se subisce passivamente queste quotidiane aggressioni, questo ripetuto fastidio che avvelena l'animo?"
Si sposto all'altra finestra della stanza, scrutò i vetri: fuori c'era il massimo silenzio, come in casa, e le vittime ignare del loro destino continuavano la vita di tutti i giorni, come se nulla fosse accaduto.

Riarmò, un altro colp

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Il venditore d'energia

Cammina veloce con il suo solito passo.
Tra bambini chiassosi, intenti a giocare sul marciapiede.
Ai lati della strada, solo casermoni di edilizia popolare.
Sui muri, incomprensibili scritte spray sovrapposte tra di loro.
Manifesti strappati, skateboard impazziti.
Donne anziane intente a chiacchierare, arrancano con fatica.
Trascinano carrelli colmi di verdure, è giorno di mercato.
Volantini pubblicitari esondano da cassette postali.
È un pomeriggio d'inverno inoltrato di giorno qualunque.
È il suo ultimo tentativo, deve vendere qualcosa, le sue finanze lo impongono,
ma non è giornata.
Scazzato, inizia a salire le scale di un vecchio palazzo.
Le etnie che vi abitano fanno a gara per imporre i loro odori.
Minestre, paprica, ragù e spezie si mischiano, ma le cipolle come sempre prevalgono.
Entra in un buio corridoio vede una porta socchiusa, bussa due, tre volte senza risposta alcuna.
Si affaccia e dalla gola a fatica gli esce un roco "c'è qualcuno?" ... niente.
Qualcosa lo spinge a entrare, lo fa con molta circospezione, è un piccolo monolocale.

L'aria è viziata da essenze scadute, e copre l'odore di un posacenere sovraccarico.
Lenzuola nere, sgualcite, ma asciutte fanno pensare a qualcosa che non è stato.
Calici semivuoti colorati di labbra, carta di cioccolatini, biscotti da thè.
Biancheria calpestata in ordine sparso, gettata alla rinfusa, tipico di chi è in preda ad una pazza frenesia sessuale.
Un fastidioso rubinetto esausto gocciola su sporche pentole.
Su dei piatti ottagonali neri, gli avanzi di una cena bruscamente interrotta.
Due rosse candele consumate versano lacrime di cera.
La luce blu di un'insegna al neon illumina ad intermittenza, la tappezzeria in stoffa sulle pareti della stanza.
Sopra il comò, una parrucca bionda appoggiata sulla testa di un finto leopardo di gesso.
Accanto, un giovane corpo nudo giace freddo sul pavimento gelato.
Un brutto segno blu sul collo, copre in parte una piccola stella rossa tatua

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   1 commenti     di: Aldo Riboldi


Quindici anni dopo - PARTE PRIMA

Mentre si dirigeva in bagno, vide una striscia rossa provenire da sotto la porta. La ragazza tremava e respirava a fatica. Non sapeva cosa fare, e decise di aprire. La finestra era spalancata.
Poi il suo sguardo si fissò sull'immagine del corpo di Marta riverso a terra, col cranio fratturato. Il pavimento era stracolmo di sangue. Avanzò ulteriormente, ma le mancò il fiato per gridare. Sgranò gli occhi e d'istinto le si fiondò vicino, si mise sulle ginocchia e l'attirò a sé, macchiandosi di sangue capelli e indumenti.
Poi udì una voce provenire dal fondo del corridoio.
"Leslie, Marta tesoro, dove siete?"
"A... aiuto. Ti prego..." sillabò.
Non riusciva a parlare. Era come se la gola le si fosse seccata d'un tratto e la voce fosse scomparsa.
La madre di Marta le stava chiamando. Quando arrivò sul ciglio della porta, cominciò ad urlare, e il grido le venne fuori dalla bocca come un suono stridulo e fastidioso.
Mi svegliai di soprassalto nel letto. Sudavo freddo e avevo difficoltà a respirare. Mi guardai in giro e mi assicurai del posto in cui mi trovavo. Feci mente locale pensando: "Sono Leslie Portato, ho trentacinque anni, sono nell'anno 2016, abito in Liguria, lavoro all'ufficio postale del paese."
Quando mi bastò per rendermi conto di essere al presente, socchiusi gli occhi e deglutii. Avevo ancora quegli incubi, non se n'erano andati, neanche dopo quindici anni. Probabilmente non se ne sarebbero mai andati.
Mi alzai e guardai il display del cellulare: erano le tre del mattino.
Andai in cucina e recuperai un bicchiere d'acqua. Poi mi chinai sul lavabo e mi tamponai la fronte e le gote. Dal bagno recuperai un panno e mi asciugai la vita e il collo sudati.
Infine mi rimisi nel letto cercando di riprendere sonno ed essere pronta per affrontare un viaggio che il giorno seguente mi avrebbe ricondotta, una seconda volta, nel mio incubo personale.
Chiusi gli occhi nel tentativo di pensare ad altro, ma l'unica cosa che riuscii a focalizzare, fu

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   7 commenti     di: Roberta P.


Le regole di Lionel

Porta che si chiude dietro di te. Porta che si apre davanti a te.
Ordini urlati per ogni sequenza apertura-chiusura.
Varchi la soglia. Porta che si chiude dietro di te, porta che si apre davanti a te.
Ogni volta è un rumore di metallo trascinato che termina in un secco clang, forte come uno sparo.
La colonna sonora di qualunque attività che non sia starsene distesi sulla branda a fissare il soffitto, ti accompagna in ogni momento, ad ogni passo che fai, come a ricordarti che puoi andare avanti perché qualcuno te lo permette, e che in ogni momento potresti rimanere lì, bloccato tra le due porte.
Da qualche parte aveva letto che i neonati che trascorrono i primi anni di vita lì le prime parole che imparano non sono mamma o papà, ma aprire e chiudere. Non sapeva fosse vero, ma di sicuro era plausibile. Tristemente plausibile.
Una vita scandita da porte che si aprono e si chiudono senza che tu possa nemmeno toccarle, azionate da fantasmi. E ad ogni clang quegli interminabili secondi di sospensione in attesa che il cancello davanti si apra.
L'ultima porta però si aprì e si chiuse dietro di lui senza alcuna ulteriore attesa, senza che davanti a lui ve ne fosse un'altra.
Lionel Montecristo varcò la soglia del cancello e si ritrovò nella strada deserta. Davanti a lui una striscia di asfalto da cui poteva vedere, nell'aria sfocata, salire la calura del mattino, lo separava da un paesaggio sconfinato di campi aridi, l'orizzonte chiuso solo da qualche macchia di alberi.
Sempre dando le spalle alle porte che si aprivano e si chiudevano fece i suoi primi passi da uomo libero fuori dal penitenziario di Salt Bay. Si frugò in tasca, indossò gli occhiali da sole e si accese una sigaretta.
I suoi unici averi erano costituiti dagli oggetti di quel piccolo rituale: un pacchetto con quattro sigarette avanzate, un accendono di metallo, un paio di Ray-ban neri, oltre ovviamente ai vestiti che indossava: un completo nero di buon taglio, una camicia bianca, una crava

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   0 commenti     di: Francesco Rossi


Buio

Non sapeva se fuori fosse giorno o notte.
Non sapeva che giorno fosse, non sapeva da quanto tempo era là, con i piedi e le mani legate da una corda robusta, steso su quel pavimento dimesso e ruvido.
Cosa certa era che in quelle condizioni ci era da troppo tempo perchè aveva la gola riarsa dalla folle sete e sentiva il forte dolore all'ossatura delle mascelle inattive da troppo.
I calci nello stomaco che gli avevano dato i suoi aguzzini, lo avevano spinto a vomitare più volte, e lui non sapeva cosa vomitava, ma aveva avveritito il sapore caldo e amaro del suo sangue.
La benda gli copriva gli occhi gli stringeva la testa dolorante. Nessun raggio di luce la trapassava e questo lasciava presagire che la stanza fosse immersa nell'oscurità più densa.
I suoi persecutori non avevano volto, nè nomi.
L'avevano assalito da dietro, l'avevano caricato su un camion e l'avevano colpito e lui aveva subito perso i sensi.
Quando si era risvegliato, non sapeva quanto tempo fosse passato di preciso, si era ritrovato lì, così legato.
Non sapeva nulla, dunque. Non immaginava neanche perchè lui era una persona tranquilla che, a vederlo, non sembrerebbe stato capace di uccidere una mosca fastidiosa.
Non aveva mai dato torti nè tantomeno si era sognato di commettere angherie e soprusi.
E ora era lì, inerme, allo stremo, che non ce la faceva più a gridare, e aveva le labbra rotte e gli occhi gonfi al di sotto della benda.
Tutto era buio, un buio doloroso e lancinate, e il tempo era fermo e sembrava che mai più sarebbe ripartito.
Sentì un rumore poco distante. Forse, l'aveva sognato, forse stava dormendo, forse era morto, non se ne era accorto. Era morto e quello era il buio della sua bara.
Era questa la morte, allora? E il paradiso, l'inferno, dov'è che sono?
Il rumore si ripetè, e pensò che forse era ancora vivo.
Ci fu ancora, e allora si disse che, per ora, era ancora in vita.
ci furono dei passi in avvicinamento, e venne assalito dal terrore.
Riconobbe

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   0 commenti     di: serena


Lo chef

Dunque, vediamo un po’ che dice il ricettario: aggiungere un po’ di pepe, far evaporare un bicchiere di vino rosso robusto, preferibilmente Barolo, poi far cuocere il tutto a fuoco lento e a cottura pressoché ultimata unire due cucchiaini di cacao.
Penso proprio che verrà fuori un piatto indimenticabile.
Beh, è meglio che proceda, perché sono le 17 e Franco arriva per la cena alle 20, Franco, lui che è puntuale peggio di un cronografo svizzero. Se non trova per l’orario convenuto la tavola apparecchiata, con il piatto già servito, è capace di farmi una delle sue sceneggiate sull’importanza del rispetto dei tempi e magari anche dimenticarsi di mangiare. Eh no, perché lui deve mangiare, deve rendere onore al mio manicaretto, lui per primo.

Ora accendo la luce perché ormai è sera e quella maledetta pendola che mi ha regalato Liz segna già le 19; che sia già cotta? Meglio alzare un po’ il fuoco; dunque ho già apparecchiato la tavola, con il servizio della domenica, le posate d’argento e i bicchieri di cristallo; penso che mi riposerò un po’, magari faccio un sonnellino.

Che casino! La pendola che suona le 20 e il campanello che trilla; Franco ha spaccato ancora il secondo; nella sua precisione è di una monotonia incredibile, come i suoi romanzi gialli, dove tutto è perfetto, dove gli incastri combaciano senza sbavature.

- Caro Franco, accomodati.
- Ciao Silvio, eccomi disposto a fare da cavia per questa tua nuova passione: la culinaria, arte nobile che trasforma gli alimenti in prelibatezze per il palato. Spero che sia così anche questa sera, o no?
Che hai preparato di buono?
- Una sciocchezzuola: il capriolo in salmì.
- Caspita, e la chiami una sciocchezzuola! Dal profumo che sento direi che è un’opera d’arte, al pari di una natura morta dipinta da un grande pittore.
- Morta è morta, la capriola, perché di esemplare femmina si tratta: il regalo di un amico cacciatore di ritorno da una battuta in Tirolo. Dai, sied

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Un caso per Sharin Mc Callan

"Fiuu!, un'altra giornata di lavoro è passata! " dissi entrando in casa mia, ma non ebbi neanche il tempo di andare a farmi una doccia che suonarono al campanello; correndo a perdifiato arrivai alla porta.
Appena la aprii mi vidi di fronte l'ispettore più importante della Scozia; si, proprio lui: Edward Mc Afee. senza neanche darmi il buongiorno si sedette sulla poltrona e mi disse che mi doveva parlare urgentemente, quindi gli ofrii un whisky.
" Sono venuto da lei per parlarle di un caso urgente capitato nel mio distretto", così dicendo mi diede un biglietto d'andata e ritorno per Stanwich.
Ci precipitammo all'aeroporto di Glasgow e prendemmo l'aereo delle 21. 10.
Alle 22 arrivammo a Stanwich, nelle isole orcadi. Scesi dall'aereo; andammo a dormire in un hotel lussuoso.
Il mattino seguente, dopo aver fatto colazione andammo subito in commissariato per vedere i sospettati; giunti a destinazione mi trovai di fronte una signora sulla quarantina che era la madre della vittima, lei mi chiese" chi è lei " e l'ispettore disse: " lei è l'investigatrice Sharin Mc Callan, quella che si occuperà del caso". Incominciai a farle delle domande su cosa avesse fatto nelle ultime ore la figlia, chiedendo di essere il più dettagliata possibile. Lei mi rispose che la figlia stava giocando in giardino. Quando è scesa per chiamarla per cena trovò un foglio con scritto: " sono andata a giocare a nascondino con alcuni miei amici al numero 15 di John Street". Giunta sul luogo la madre trovò gli amici che le venivano incontro, chiese dove fosse la figlia e gli amici risposero " noi ci siamo assentati per un attimo e quando stavamo tornando abbiamo sentito un urlo, allora siamo corsi dentro alla casa disabitata e l'abbiamo trovata morta, siamo usciti per venire a dirglielo".
Appena finita la descrizione all'ispettore suonò il telefono: era stato chiamato in prigione per vedere i possibili colpevoli. Arrivati con la madre andammo a vedere i tre sospetta

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