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Racconti gialli

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L'esercito delle 13 falene

Quelle vibrazioni sulla parte anteriore della mia testa stavano diventando insopportabili e si facevano sempre più forti. Quella sera ero arrivato al punto di credere che il cervello sarebbe potuto scoppiarmi da un momento all'altro e, pensandoci bene, credo che l'idea non mi dispiacesse.
La nonna al pian di sopra ronza come uno sciame di mosconi, producendo versi mai sentiti fuoriuscire da un umano... da un'anziana poi! Maledizione, tutto questo non fa altro che rendere ancor più insopportabile la mia emicrania. Non avevo mai provato un dolore così acuto, tagliente... mi dava quasi l'impressione che mi stessero squarciando da dentro con un coltello. Come se il mal di testa non fosse abbastanza anche la vista iniziò ad affievolirsi, ed un brusio simile al suono che produce il silenzio, si amalgamava per bene con l'anomalia dei versi della nonna. Il campo visivo diventava sempre più opaco, come se portassi davanti agli occhi un velo nero.
Il ronzio mi perforava i timpani: Impazzivo.
Infondo alla stanza notai una piccola chiazza nera, ormai mi veniva difficile distinguere cosa fosse davvero presente o solo dovuto alle allucinazioni di un cervello malandato.
Ma subito dopo...
Qualcosa mi sfiorò la spalla, avevo paura di controllare per evitare i mostri della mia mente, ma presi coraggio e quel che vidi mi fece cedere le gambe e quasi svenire: Era una falena.
Per quanto quell'insetto potesse esser minuto ed innocuo rabbrividii di terrore. Osservavo quelle chiazze nere con esagerata intensità, quasi come se mi avessero ipnotizzato. Non riuscivo più a distogliere lo sguardo. Avevo paura che un mio movimento avesse potuto scaturire chissà quale danno e, continuando ad osservare, quel piccolo essere mi fece paura come fosse lì, piazzato in segnale di minaccia. Le zampette iniziarono a salire sul mio corpo, e le ali emanavano leggere ventate di aria fresca sulla mia belle bollente. Rabbrividii nuovamente.
Alzai finalmente lo sguardo per distoglierlo da

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2 commenti    0 recensioni      autore: Giulia


Nel nome del padre (Quarta parte)

Il forte puzzo che emanavano i corpi bruciati era insopportabile. Le piogge di quei giorni erano venute in soccorso ai vigili del fuoco alleviando i nostri olfatti, ma non i nostri cuori.
Una stima iniziale aveva contato cinque cadaveri carbonizzati. Quando accorremmo sul posto, trovammo un uomo ancora vivo, ma completamente ustionato. L'ambulanza l'aveva caricato nella speranza di riuscire a scortarlo fino all'ospedale, ma a metà strada aveva spento le sirene.
Era passata una settimana dall'omicidio del Valentino, tre giorni da quello delle Molinette, e appena qualche ora da questo, poco distante da Piazza Castello.
Le lesioni riscontrate dai referti autoptici avevano parlato chiaramente: chiunque fosse stato ad uccidere l'uomo ritrovato nelle acque del Po, aveva utilizzato un oggetto contundente e rotondo, facilmente riconducibile ad una mazzetta. La causa del decesso non era stata la caduta. I rigonfiamenti avevano accertato la presenza di liquido nei polmoni: era morto per annegamento.
Dopo un'accurata ricerca, eravamo convinti che gli omicidi fossero collegati, e lo credevamo per il fatto che nei giorni precedenti avevamo incontrato i parenti delle vittime.

"E se il collegamento fosse il peccato?", chiesi in centrale ad una delle tante riunioni.
Lentini e LoRusso si fissarono. Infine quest'ultimo inarcò le sopracciglia e mi chiese perplesso: "E in che modo lo sarebbe?"
"Pensateci. Il killer uccide sempre in coppia. La moglie subiva forti percosse dal marito, che aveva il vizio del bere. Il peccatore e la vittima."
"Sì, ma questo non prova niente."
Senza distrarmi andai avanti nella mia ipotesi. "È stato inoltre confermato da amici e parenti che l'uomo saltato in aria fuori dell'ospedale era una persona estremamente avida. Guarda a caso è morto facendo l'elemosina."
"Beh, ma questo smonta tutto. È avido e fa l'elemosina?", chiese Lentini.
"È proprio questo il punto. Se il killer sta in qualche modo giocando con i

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4 commenti    0 recensioni      autore: Roberta P.


Nel nome del padre (Quinta parte)

La ragazza emise un mugolio. Cominciava a svegliarsi.
Goffredo controllò il proprio orologio, impaziente, e diede uno sguardo alla strada attraverso la finestra della camera da letto. Lentini doveva essere già lì, eppure non c'era. Che fosse stato trattenuto a lavoro da quella zelante collega? Possibile, invece, che il suo messaggio non fosse stato abbastanza invitante ed esplicito?
Quando l'aveva inviato si trovava già vicino a casa della giovane poliziotta, tuttavia si era affrettato temendo di non terminare per tempo il lavoro. Le aveva somministrato un anestetico e l'aveva portata a casa sorreggendola come se fosse ubriaca o stanca, per non dare troppo nell'occhio, poi era tornato alla piccola motonave per prendere quanto gli occorreva per punire l'ispettore e la vittima della sua lussuria.
Una volta in casa, l'aveva portata in bagno e denudata, poi aveva strappato la tenda della doccia e prelevato tutti gli anelli di metallo che la reggevano. Uno ad uno li aveva aperti, appuntiti con un trapano ed infilzati sotto la pelle candida e profumata della ragazza, facendone sprizzare sangue ogni volta, poi li aveva richiusi aiutandosi con una pinza. Lei non aveva emesso un suono né provato dolore, poiché l'anestetico era sufficiente a farla dormire fino all'arrivo di Lentini. Lui, intanto, aveva canticchiato, per tutto il tempo aveva intonato la filastrocca col nome della giovane senza mai smettere di sorridere.
Terminato il lavoro con gli anelli, aveva praticato due fori a distanza nel soffitto e due nel pavimento, poi nei fori aveva avvitato dei ganci robusti. Tagliata una cima in quattro spezzoni, aveva legato polsi e caviglie della vittima e l'aveva issata per assicurarla al soffitto, infine aveva agganciato gli altri due pezzi della cima ai ganci nel pavimento per tenderle le gambe.
Irritato per l'imprevisto ritardo del peccatore, Goffredo entrò in bagno per controllare ancora una volta la ragazza ed il meccanismo approntato. Mille rivoli di

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99 bottiglie d'annata

La villa era immersa nella nebbia di novembre e sembrava un grande dinosauro dormiente adagiato nella radura.
Al maresciallo Maestrale non piaceva occuparsi di furti come quello commesso nella villa dei marchesi Giacobitti di Colfosco Ripa Zanfretta ma, ogni tanto, gli capitavano casi leggeri come quello di quella mattina.
Era stato rubato un mobile antico.
I marchesi erano famosi, a livello regionale, per i loro vini. Alcune annate avevano vinto premi prestigiosi in passato, ma recentemente il loro marchio era un pochino decaduto.
La villa era un maniero gigantesco, triste, anche stanco a giudicare dai pezzi di intonaco che cascavano dalle pareti esterne qua e là. Era abitato solo nella parte sud. L'ala nord era adibita a magazzino per i vini e ad est era stata costruita una sorta di dependance dove erano piazzati i macchinari per la produzione del vino. Tutto intorno alla magione si estendevano a perdita d'occhio filari di uve.
Il maresciallo Maestrale entrò nella villa di malavoglia, avrebbe gradito un buon caffè, ma era sicuro che in quella casa nessuno si sarebbe mai sognato di offrirglielo.
Gli aprì un signore grassottello, completamente calvo e con un tic insistente che gli faceva muovere la spalla sinistra in senso rotatorio, quasi che il servitore dei marchesi stesse sempre tentando di rilassarne i muscoli.
"Buongiorno sono il maresciallo Maestrale. Sono qui per il furto. Posso parlare col marchese?" chiese.
"Quale marchese?" chiese l'uomo.
"Quello che abita qui" disse il maresciallo già irritato e quale marchese se no? Quello dimezzato?
"Intendevo dire quale marchese: quello giovane o suo padre?" rispose annoiato il maggiordomo.
"Quello che ha sporto denuncia per il furto, "estrasse un taccuino e lesse "di una tecca del 1400". Alzò gli occhi verso l'omuncolo che lo guardava con sufficienza.
"Una teca, vorrà dire, un armadio, del 1400 prezioso come un quadro di Leonardo, costoso come un Picasso, delicato come un mosaico bizantin

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Il cuore della bestia

Era come se mi trasformassi ogni volta che vedevo quelle cose.
Sapevo cosa fosse ad ispirarmi tanta ira e violenza: l'ingiustizia. Tutte le volte che vedevo un'ingiustizia, colpivo. E se colpivo, era per colpire a morte.
Quella notte avevo le mani sporche del sangue di un uomo che aveva da poco violentato una ragazzina di dodici anni e sua sorella minore.
Mi fissai le nocche doloranti ed impregnate di sangue, e intanto pensavo a tutta la rabbia che avevo dentro. E mentre lo colpivo immaginavo le botte, i vestiti strapparsi dal corpo della ragazza che aveva violentato. Le grida, le implorazioni. Potevo sentire l'angoscia, i pianti della bimba, la paura: tutto quanto.
Mi aveva implorato di lasciarlo andare, ma in quei momenti non sapevo neanche cosa significasse la pietà. In quei momenti riuscivo a vedere solo il male fatto e quello che avrei dovuto fare io per punire.
La mattina dopo mi risvegliai a casa mia, stravaccata tra le lenzuola bianche del mio letto.
Tastai la sveglia con una mano e la staccai; mi trascinai in bagno e mi feci una doccia.
Una volta fuori fissai il lavandino. Rammentai della notte scorsa, e del tempo che avevo impiegato a ripulire le mie mani dal sangue di quell'uomo. Mi sfiorai le nocche livide.
Poi fissai il mio viso allo specchio. Sorrisi incerta, e ricordai.

"So quello che faccio!", dissi.
"No, non lo sai."
"Hai forse dimenticato quello che ha fatto a mamma e a papà?"
Flavio mi fissò. Socchiuse gli occhi come per concentrarsi meglio su ciò che voleva dirmi.
"Così non li riporterai indietro. Questo lo sai, vero?"
"Lo so, sì."
"E allora perché farlo? In questo modo diventerai un'assassina come lui."
"Mi dispiace, ma non credo più a queste storie. L'essere buoni con il prossimo non ci ha mai portato da nessuna parte."
"Ci ha resi ricchi dentro", continuò ponendomi una mano sul cuore. "Ti ha resa buona, Livia. Tu sei una brava persona. Ti prego, non peggioriamo le cose."
Lo fissai.
"

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21 commenti    0 recensioni      autore: Roberta P.


Chi la fa

La villetta di Enrico, con archi e mattoni a vista, era un bel colpo d'occhio sullo sfondo degli alberi del torrente, che scorreva circa un Chilometro più in là. L'aria era ancora calda, in quel pomeriggio di luglio, sebbene fossero già le venti. Mentre guidava l'auto a passo d'uomo, Enrico ammirava il panorama, cercando di distrarsi, di calmare quel tonfo sordo che gli rimbombava nelle orecchie.

La luna era già apparsa, malgrado gli ultimi raggi del tramonto illuminassero ancora il cielo. Con l'ora legale, tutto aumentava, il tempo e anche l'ansia per la soluzione che Enrico, non aveva più voluto rimandare. La villetta, era una delle più belle in quella cittadina di provincia dell'Oltrepò pavese. I genitori gliela avevano donata quando si era sposato con Angela.

Angela, Il suo tormento, la sua quotidiana punizione...

Aprì il cancello col telecomando, e posteggiò l'auto nel garage già aperto.
Lì accanto, Kira stava sdraiata con le orecchie basse e l'aria colpevole, nel cortile recintato vicino alla casupola, dove Enrico riponeva gli attrezzi, nel retro della casa. Si era rifugiata sotto al tavolino di legno zoppo, sistemato con una pietra sotto una gamba, che gli restituiva una stabilità incerta. Kira era un incrocio di pitt bull, una delle razze classificate pericolose, di un bel mantello miele e la gola bianca come la pancia. I muscoli massicci guizzavano dando un'impressione di potenza e gli occhi piccoli erano attenti e penetranti.
Aveva la coda tra le zampe - le arrivava a metà pancia- e il rossetto attorno alla bocca! O era sangue? ... Si, era sangue, anche tra le zampe.

Enrico -cinquant'anni portati male- si passò una mano sulla testa, assestandosi il riporto dei capelli, poi con un fazzoletto si asciugò il viso imperlato di sudore, a causa dell'accelerazione del cuore -sicuramente gli era salita di nuovo la pressione-, pensò allarmato.

La maglietta si appiccicò alle ascelle e allo stomaco prominente, da bevitore, e

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Buio

Non sapeva se fuori fosse giorno o notte.
Non sapeva che giorno fosse, non sapeva da quanto tempo era là, con i piedi e le mani legate da una corda robusta, steso su quel pavimento dimesso e ruvido.
Cosa certa era che in quelle condizioni ci era da troppo tempo perchè aveva la gola riarsa dalla folle sete e sentiva il forte dolore all'ossatura delle mascelle inattive da troppo.
I calci nello stomaco che gli avevano dato i suoi aguzzini, lo avevano spinto a vomitare più volte, e lui non sapeva cosa vomitava, ma aveva avveritito il sapore caldo e amaro del suo sangue.
La benda gli copriva gli occhi gli stringeva la testa dolorante. Nessun raggio di luce la trapassava e questo lasciava presagire che la stanza fosse immersa nell'oscurità più densa.
I suoi persecutori non avevano volto, nè nomi.
L'avevano assalito da dietro, l'avevano caricato su un camion e l'avevano colpito e lui aveva subito perso i sensi.
Quando si era risvegliato, non sapeva quanto tempo fosse passato di preciso, si era ritrovato lì, così legato.
Non sapeva nulla, dunque. Non immaginava neanche perchè lui era una persona tranquilla che, a vederlo, non sembrerebbe stato capace di uccidere una mosca fastidiosa.
Non aveva mai dato torti nè tantomeno si era sognato di commettere angherie e soprusi.
E ora era lì, inerme, allo stremo, che non ce la faceva più a gridare, e aveva le labbra rotte e gli occhi gonfi al di sotto della benda.
Tutto era buio, un buio doloroso e lancinate, e il tempo era fermo e sembrava che mai più sarebbe ripartito.
Sentì un rumore poco distante. Forse, l'aveva sognato, forse stava dormendo, forse era morto, non se ne era accorto. Era morto e quello era il buio della sua bara.
Era questa la morte, allora? E il paradiso, l'inferno, dov'è che sono?
Il rumore si ripetè, e pensò che forse era ancora vivo.
Ci fu ancora, e allora si disse che, per ora, era ancora in vita.
ci furono dei passi in avvicinamento, e venne assalito dal terrore.
Riconobbe

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0 commenti    0 recensioni      autore: serena



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