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Racconti gialli

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Guardami

Morirai, certo morirai.
Ma più tardi non ora.
Ti senti in trappola, non è vero? È inutile che ti scuoti, che cerchi di divincolarti, che provi a fuggire. Le catene che ti chiudono le membra, quelle gambe sottili, quel vitino da ape, le ho fatte io, non cederanno mai. Mai.
E dimmi piccola mia. Hai paura?
Hai paura? Cosa provi mentre mi avvicino con queste lunghe braccia che finiscono in lame affilatissime lame.
Soffrirai, non temere, soffrirai.
Avrò già digerito i tuoi stinchi e tu sarai ancora li a guardarmi negli occhi, in questi miei meravigliosi, inquietanti occhi neri, bocche d’inferno, specchi di morte.
Raccontami la tua paura. Voglio sentirla, mi eccita, bavo, la bocca mi si riempie di schiuma, una piacevole risacca fra i denti che si stringono feroci tra loro, mentre aspetto di azzannare quelle tue gambe sottili.
Sottili e vellutate, squisite.
Guarda, mi salgono le lacrime agli occhi, dio come ti voglio.
Guardami.
Guardami.
Guardami.

E il ragno cominciò a mangiare la mosca impigliata nella sua tela.

   6 commenti     di: Umberto Briacco


Affetto pericoloso - Parte terza e ultima

Alle due e mezza di un mattino, Lullaby scese le scale e raggiunse la cucina avvolta dal silenzio dell'abitazione.
Si diresse verso l'armadietto, recuperò un bicchiere e lo riempì d'acqua. Stava tornando in camera quando una voce la raggiunse.
"Tuo padre voleva chiamarti Fede."
Lullaby si voltò e nel buio della stanza e la luce della Luna, riuscì a mettere a fuoco l'immagine.
"Mamma, che ci fai qui a quest'ora?"
La donna rimase silenziosa, e Lullaby prese posto di fianco a lei.
"Allora?", domandò nuovamente.
"Tuo padre voleva chiamarti Fede, ma io avevo optato per Libera per via del movimento delle femministe di cui avevo fatto parte negli anni delle proteste giovanili."
Lullaby sorrise.
"Poi quando Ivan ti ha vista piangere durante la proiezione di un film sulla guerra degli anni venti, ti ha soprannominata Lullaby, e ti è rimasto. Era il nome dell'attrice protagonista."
Fece una pausa.
"Lullaby", ripeté la madre come se fosse la prima volta che udiva quel nome.
"Avevi solo cinque anni."
Lull sorrise di nuovo.
"Perché l'hai fatto?", domandò d'un tratto la donna.
La ragazza scosse il capo.
"A cosa ti riferisci?"
Allora lentamente la donna tirò fuori della tasca, un fazzoletto con le iniziali D. M.
"Lo riconosci?"
Lullaby lo fissò. Poi annuì.
"Sì, è un fazzoletto."
"Non è un fazzoletto qualunque."
Fece una pausa. Poi continuò.
"M. D.", disse sfiorando con le dita le iniziali. "Daniela Mavera."
Dopo qualche attimo Lull annuì.
"L'avrà dimenticato l'ultima volta che è stata qui."
La donna sospirò.
"Lo so che cosa hai fatto, Lullaby."
La figlia si toccò l'interno della bocca con la lingua, e rimase con quella smorfia fino a che si appoggiò allo schienale della sedia.
"Dovevo farlo", si decise a dire dopo un po'.
"No, non dovevi", controbatté prontamente.
Poi di scatto si protese in avanti verso il viso di sua madre.
"Quella lì tradiva Ivan, e si era mess

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   2 commenti     di: Roberta P.


Antichrist

Drrrrrrrrrrrrrr, drrrrrrrrr, drrrrrrrrrrrrrr.
Sì, sì, sì, ma chi... a quest'ora, dove diavolo è? Ah, lì sotto, ma come cazzo ci è finito?
"Pronto, pronto, che c'è?
"Pronto commissario, mi dispiace svegliarla, ma deve venire al più presto"
"Ma chi sei, per la miseria, che ora è? Gesù , le quattro e mezza!"
"Sono Castelli, commissario, il maresciallo Cas..."
"Sì che lo so, perdiana, ch'è successo? Non è ancora giorno"
"C'è stato un omicidio, commissario, un brutto omicidio!"
"Già, perché ne conosci uno buono? Dov'è successo?
"In viale Siria, angolo via Palestina. Commissario vedesse la vittima com'è conciata!"
"Vabbè mandami una macchina, sarò pronto in dieci minuti"
"Già disposta commissario, aspettiamo lei. Intanto chiamo la scientifica e il medico legale"
"Sì, e già che ci sei anche il sostituto Iannicella"

In dieci minuti esatti siamo sul posto, non è ancora la scena del crimine perché Castelli m'informa che il delitto è avvenuto dentro un appartamento al terzo piano. Che squallore, il quartiere è dei più degradanti con spazzatura sparsa un po' dovunque dentro e fuori. Castelli mi precede, arriviamo al terzo piano. "Di qua capo, vedrà che macello"
In effetti non ha tutti i torti, c'è il cadavere di un uomo di razza bianca, di età non ben definita che giace lungo disteso con il torace squarciato dall'alto in basso e con tutte le viscere, anch'esse squartate e disseminate intorno.
Arriccio il naso, sebbene sia avvezzo alla morte e alle sue varie manifestazioni, questa mi sembra eccessiva. Aveva ragione Castelli per telefono. Osservo il cadavere, i vestiti che indossa non mi sembrano dozzinali sebbene la lama li abbia recisi insieme al corpo. Mi soffermo sul volto del morto, e mi colpisce l'assoluta mancanza di espressione, sembrerebbe non si sia nemmeno accorto di quanto gli stesse succedendo. Mi giro verso Castelli che in risposta annuisce, poi conferma<: "Era strafatto"
"sembra appena tornato da una di quelle discot

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   9 commenti     di: Michele Rotunno


LA VITA E LA MORTE

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   1 commenti     di: Antonino Mirone


Un Natale all'insegna del giallo

Era la mattina del giorno che precedeva il Natale e l’orologio posto sul campanile della chiesa batteva le dieci. Il paese era ricoperto da una coltre di neve e una fitta nevicata rendeva il paesaggio di un candido splendore. Tutto era pronto, in questo piccolo abitato del Trentino, per festeggiare al meglio la festività. Tutti erano indaffarati ad ultimare gli acquisti dei regali per parenti ed amici e per rifornirsi degli ingredienti mancanti per preparare il tradizionale pranzo.
Tullio, un uomo alto e magro dall’espressione sempre seria, si muoveva per le vie della zona con passo svelto, ma il suo sguardo investigativo non sorvolava un particolare di quella fredda mattina. Notò qualcosa di strano in Giorgio, il commesso della farmacia. Narcisa, la moglie del titolare del punto vendita in cui Giorgio stava entrando, osservava tutto e tutti e comprese immediatamente le intenzioni dell’investigatore. Lo fece entrare da un ingresso laterale e lo lasciò pedinare. Lui si avvicinò scaltro all’indiziato e lo seguì. Tullio era noto ai compaesani per la sua fama d’investigatore, dato che aveva avuto l’occasione di partecipare ad importanti indagini e per questo motivo, era invidiato ma anche rispettato dagli abitanti del posto.
Giorgio terminò gli acquisti, uscì e ricevette una telefonata da una guardia forestale. Il nostro protagonista riuscì ad origliare la conversazione e grazie a ciò che aveva udito, impostò le indagini. Tullio indossava una giacca a vento blu, un paio di pantaloni neri e calzava delle scarpe doposci. In quel momento, Giorgio si girò di scatto, ma il nostro investigatore, più furbo, si nascose con uno scatto felino sotto il portico della casa contigua, come un gatto che fugge da un feroce cane che lo rincorre. Intanto, iniziò a pensare sul da farsi per sventare l’omicidio che si sarebbe compiuto, da lì a poco, all’alba del giorno seguente sulla piccola pista sciistica di Andalo, questo era quello che aveva potuto sent

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Doppio intrigo per Norman Parker -conclusione-

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Monologo di un Serial Killer

Io sono Dio.
Ho vistro. Ho visto oltre le ideologie, le menzogne, il sistema, la politica, le consuetudini, il codice morale, l'amore e l'odio, il bene e il male.
Ho navigato oltre i confini dell'essere, ho visto cosa si nasconde dietro la nebbia, dietro il buio, dietro l'ignoto, dietro quel muro costruito, mattone dopo mattone, nei secoli dei secoli, sull'autoconservazione.
Perchè io sono Dio.
Io non ho carne.
Ho spirito.
Perchè dove sono arrivato io, anche il proprio corpo è superfluo: è solo lo strumento di qualcosa di più grande, l'artefice di una volontà superiore: quella di Dio. La mia.
Ho guardato oltre gli scogli, oltre l'ultima onda, oltre l'orizzonte e mi sono detto:
" È li che voglio andare".
I primi passi sono stati i più duri. Perchè ti sforzi di andare avanti, navigare verso l'orizzonte, ma quello non è l'oceano aperto, è un altro inganno e te ne accorgi solo quando lo hai percorso tutto ed è qui che capisci, proprio sulla strada del ritorno, quando hai raggiunto il limite e pensi che non ci sia libertà.
" Non devo andare avanti. Ma indietro"
Passare la terra ferma, le montagne, le colline. Passare uno dopo l'altro i dogmi e le regole metabolizzate in anni e anni. Andare oltre il bambino. Togliere tutta l'immondizia che ci è stata buttata addosso. Diventare puro.
Attraversare il vero oceano. Per vedere cosa c'è oltre.
Ma non sei l'unico. Sono pochissimi, ma qualcuno c'è come te. Perchè il vero viaggio è appena iniziato.
Navighi senza direzione per acque sconosciute, senza sicurezze e certezze, vedi quanto può essere buio e terribile l'animo umano: vedi il tuo marcio, la tua cattiveria, il tuo male e la maggior parte si ferma qui.
Oltre ancora ci sono le tue perversioni, le più segrete, quelle che neppure tu pensavi di avere e ammetto che anche io mi sono fermato molto in queste acque, incapace di andare avanti.
Avevo pensato di aver trovato un altro limite.
Erano acque troppo tempestose e

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   6 commenti     di: matteo papucci



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