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Racconti gialli

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Fantasmi del passato - Parte seconda e ultima

Parcheggiai qualche metro lontano dal magazzino, recuperai l'arma e m'incamminai a piedi.
Quella era una zona industriale abbandonata: il posto ideale per nascondere una bambina e coprire le grida.
Arrivai davanti al posto e alzai gli occhi sull'insegna che diceva proprio "Dall'Angelo Custode".
La serranda del garage era a metà, e immaginai che l'avesse lasciata lì come una sorta di invito ad entrare. E così feci.
Feci qualche passo e mi guardai intorno: nella penombra notai che il posto era pieno di macchinari. Sembrava essere un vecchio magazzino dove a suo tempo veniva prodotto materiale di sicurezza alla persona: impalcature, pedane, ponteggi e capii il perché del nome.
Stavo esplorando il posto quando sentii un rumore. Tesi l'orecchio e lo risentii.
Immediatamente capii che c'era qualcuno in quello stanzone con me. Distinsi un'ombra, alzai l'arma e gliela puntai contro.
"Ah ah ah ah!", mi disse come un rimprovero. "Non così in fretta."
"Lascia andare la bambina", lo intimai io. "Adesso."
Nel buio e nella poca luce che c'era nel magazzino, percepii i suoi occhi infuocati puntati addosso. Poi udii una risata.
"Non sei più un poliziotto e vai ancora in giro con un'arma?", mi domandò.
Avevo ancora paura, lo sentivo. Ma ero carica di rabbia nel ripensare a tutto quello che aveva fatto.
"Allora è proprio vera quella storia che i poliziotti che vanno in pensione, prima o poi si ritrovano coinvolti in qualche caso anni dopo."
"Beh, sei stato tu a volerlo", gli risposi.
"Volevo rivederti da vicino. Mi sei mancata."
Era come se il mio corpo fosse una specie di ventosa: la mia sudorazione aumentava e sentivo i capelli attaccati al viso e al collo, pizzicarmi.
Alla fine cercai di inghiottire quel nodo che sentivo in gola, e dissi: "Voglio la bambina."
"La bambina?"
"Niente giochetti, vai a prenderla."
"Tu non sei in grado di salvare le persone. Te lo ricordi, vero?"
Deglutii.
"Io me lo ricordo bene. Ero lì con voi."
"Dammi

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   10 commenti     di: Roberta P.


La matematica mafiosa

Il dottor, Ernesto Braghin, un quarantino alto e biondo, nato a Vicenza, se ne stava seduto nella sua poltrona, dintra l'ufficio al 4° piano della Procura della Repubblica, di Carratini, uno di quei tanti paisi siciliani, cà si affaciano sul mare azzurro e verdi come gli occhi suoi, da una muntagna a dirupo. Il paisi che non offriva molto, aviva però conservato quel fascino tutto suo, dell'entroterra della sicilia, che era del tutto diverso dai paisi e delle città che erano sul mare. - Il sostituto procuratore Braghin, era piecato in due supra un fascicolo: "Atti relativi all'omicidio del Prof. Rosario Barreca, di anni 55, avvenuto qualche settimana prima, in una afosa e sciroccata giornata di agosto, nella piazza principale di Carratini. Il professore Barreca, era stato sorpreso da due killer, mentre era seduto al tavolo del bar Roma che beveva un caffè".
Il dottor Braghin, aviva ben poco da studiari il fascicolo, dintra c'erano soltanto: uno scarno rapporto dei carrabbinera, indovi c'era scritto anche le poche indicazioni di testimoni prisenti all'omicidio, cà parivano divintati sordi, muti e distratti, come spesso accade in sicilia quannu avvengono fatti del genere; e allegate vi erano anchi delle littiri anonime, cosa che il dottor Braghin, sotituto procuratore, per sua indolenza non sopportava, e detestava sommamente. - Il delitto, come si diceva nel gergo, era di "quelli "pisanti", in quanto il professor Barreca, era un dei figli pridiletti di Don Tano Barreca, un vecchio boss mafioso e mammasantissima del paisi, che durante la sua vita, aviva fatto e disfatto a suo piacimento: racket, omicidi, droga, pizzo, ecc.. Anche il modo dell'ammazzatina, non lasciava dubbi: trattavasi di un omicidio mafioso in piena rigola, e apparentemente senza nessun movente.
Certo, che una cosa era vera: il professor Rosario Barreca, non faciva nulla per non farsi notare in paisi, questo almeno fino alla morte del fratello primogenito, avvenuto un frisco mat

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   7 commenti     di: Antonino Mirone


Quindici anni dopo - PARTE SECONDA E ULTIMA -

La mattina seguente mi alzai verso le sette. Mi infilai un maglione e un pantalone della tuta. Zio doveva essere già sveglio. Andai in cucina e mi bloccai sulla porta. Mi appoggiai allo stipite e sorrisi mentre lo guardavo preparare con cura la colazione.
Lui si voltò e mi sorrise a sua volta.
"Se la memoria non m'inganna, latte e caffè, zucchero, torta semplice e biscotti."
Io annuii, mi portai una mano chiusa a pugno sulla bocca, e risi.
Andai a dargli un bacetto sulla guancia e presi posto.
"Non c'era bisogno che facessi da solo, ti avrei dato una mano..."
"Mi fa pacere, e poi non sono riuscito a dormire. Mi sono alzato presto..."
Io annuii, e cominciai ad inzuppare nel latte, prima una fetta di torta e poi i biscotti.
Lui mangiava in silenzio, ma non riuscii a trattenermi dal chiedergli: "Zio?"
"Sì?"
Poteva essere un semplice sogno quello che avevo fatto la notte, ma forse poteva essere qualcosa di più. Valeva la pena scoprirlo.
"La vecchia cascina, quella dove io e Marta andavamo a giocare, è sempre lì?"
"Sì, sempre lì, abbandonata e più malandata di prima. Perché?"
"Perché voglio andare a controllare una cosa."
"Non metterti nei guai, me lo prometti?"
Io annuii. "Sì, te lo prometto."
Un'ora dopo stavo già dirigendomi verso la radura. Parcheggiai sulla stradina e scesi a piedi.
Dopo una buona mezz'ora di cammino, fissai dal basso la strada in alto.
Dal fondo della gola vedevo bene le strade tortuose che portavano al paese vicino, e qualche auto percorrerle.
M'incamminai ancora di qualche metro finché, tra gli alberi, scorsi il tetto malandato della cascina segreta.
M'inoltrai nel bosco ed infine entrai.
Dentro c'era puzza di umido, e il pavimento era frastagliato. Ricordavo bene dove nascondevamo il diario segreto. Avevo voluto lasciarlo lì in ricordo della nostra amicizia. Credevo di essere stata io l'ultima ad utilizzarlo e ad annotarci sopra l'ultimo "segreto": forse mi ero sbagliata.
Salii al primo piano, e m

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   11 commenti     di: Roberta P.


Il venditore d'energia

Cammina veloce con il suo solito passo.
Tra bambini chiassosi, intenti a giocare sul marciapiede.
Ai lati della strada, solo casermoni di edilizia popolare.
Sui muri, incomprensibili scritte spray sovrapposte tra di loro.
Manifesti strappati, skateboard impazziti.
Donne anziane intente a chiacchierare, arrancano con fatica.
Trascinano carrelli colmi di verdure, è giorno di mercato.
Volantini pubblicitari esondano da cassette postali.
È un pomeriggio d'inverno inoltrato di giorno qualunque.
È il suo ultimo tentativo, deve vendere qualcosa, le sue finanze lo impongono,
ma non è giornata.
Scazzato, inizia a salire le scale di un vecchio palazzo.
Le etnie che vi abitano fanno a gara per imporre i loro odori.
Minestre, paprica, ragù e spezie si mischiano, ma le cipolle come sempre prevalgono.
Entra in un buio corridoio vede una porta socchiusa, bussa due, tre volte senza risposta alcuna.
Si affaccia e dalla gola a fatica gli esce un roco "c'è qualcuno?" ... niente.
Qualcosa lo spinge a entrare, lo fa con molta circospezione, è un piccolo monolocale.

L'aria è viziata da essenze scadute, e copre l'odore di un posacenere sovraccarico.
Lenzuola nere, sgualcite, ma asciutte fanno pensare a qualcosa che non è stato.
Calici semivuoti colorati di labbra, carta di cioccolatini, biscotti da thè.
Biancheria calpestata in ordine sparso, gettata alla rinfusa, tipico di chi è in preda ad una pazza frenesia sessuale.
Un fastidioso rubinetto esausto gocciola su sporche pentole.
Su dei piatti ottagonali neri, gli avanzi di una cena bruscamente interrotta.
Due rosse candele consumate versano lacrime di cera.
La luce blu di un'insegna al neon illumina ad intermittenza, la tappezzeria in stoffa sulle pareti della stanza.
Sopra il comò, una parrucca bionda appoggiata sulla testa di un finto leopardo di gesso.
Accanto, un giovane corpo nudo giace freddo sul pavimento gelato.
Un brutto segno blu sul collo, copre in parte una piccola stella rossa tatua

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   1 commenti     di: Aldo Riboldi


Le regole di Lionel

Porta che si chiude dietro di te. Porta che si apre davanti a te.
Ordini urlati per ogni sequenza apertura-chiusura.
Varchi la soglia. Porta che si chiude dietro di te, porta che si apre davanti a te.
Ogni volta è un rumore di metallo trascinato che termina in un secco clang, forte come uno sparo.
La colonna sonora di qualunque attività che non sia starsene distesi sulla branda a fissare il soffitto, ti accompagna in ogni momento, ad ogni passo che fai, come a ricordarti che puoi andare avanti perché qualcuno te lo permette, e che in ogni momento potresti rimanere lì, bloccato tra le due porte.
Da qualche parte aveva letto che i neonati che trascorrono i primi anni di vita lì le prime parole che imparano non sono mamma o papà, ma aprire e chiudere. Non sapeva fosse vero, ma di sicuro era plausibile. Tristemente plausibile.
Una vita scandita da porte che si aprono e si chiudono senza che tu possa nemmeno toccarle, azionate da fantasmi. E ad ogni clang quegli interminabili secondi di sospensione in attesa che il cancello davanti si apra.
L'ultima porta però si aprì e si chiuse dietro di lui senza alcuna ulteriore attesa, senza che davanti a lui ve ne fosse un'altra.
Lionel Montecristo varcò la soglia del cancello e si ritrovò nella strada deserta. Davanti a lui una striscia di asfalto da cui poteva vedere, nell'aria sfocata, salire la calura del mattino, lo separava da un paesaggio sconfinato di campi aridi, l'orizzonte chiuso solo da qualche macchia di alberi.
Sempre dando le spalle alle porte che si aprivano e si chiudevano fece i suoi primi passi da uomo libero fuori dal penitenziario di Salt Bay. Si frugò in tasca, indossò gli occhiali da sole e si accese una sigaretta.
I suoi unici averi erano costituiti dagli oggetti di quel piccolo rituale: un pacchetto con quattro sigarette avanzate, un accendono di metallo, un paio di Ray-ban neri, oltre ovviamente ai vestiti che indossava: un completo nero di buon taglio, una camicia bianca, una crava

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   0 commenti     di: Francesco Rossi


Chi la fa

La villetta di Enrico, con archi e mattoni a vista, era un bel colpo d'occhio sullo sfondo degli alberi del torrente, che scorreva circa un Chilometro più in là. L'aria era ancora calda, in quel pomeriggio di luglio, sebbene fossero già le venti. Mentre guidava l'auto a passo d'uomo, Enrico ammirava il panorama, cercando di distrarsi, di calmare quel tonfo sordo che gli rimbombava nelle orecchie.

La luna era già apparsa, malgrado gli ultimi raggi del tramonto illuminassero ancora il cielo. Con l'ora legale, tutto aumentava, il tempo e anche l'ansia per la soluzione che Enrico, non aveva più voluto rimandare. La villetta, era una delle più belle in quella cittadina di provincia dell'Oltrepò pavese. I genitori gliela avevano donata quando si era sposato con Angela.

Angela, Il suo tormento, la sua quotidiana punizione...

Aprì il cancello col telecomando, e posteggiò l'auto nel garage già aperto.
Lì accanto, Kira stava sdraiata con le orecchie basse e l'aria colpevole, nel cortile recintato vicino alla casupola, dove Enrico riponeva gli attrezzi, nel retro della casa. Si era rifugiata sotto al tavolino di legno zoppo, sistemato con una pietra sotto una gamba, che gli restituiva una stabilità incerta. Kira era un incrocio di pitt bull, una delle razze classificate pericolose, di un bel mantello miele e la gola bianca come la pancia. I muscoli massicci guizzavano dando un'impressione di potenza e gli occhi piccoli erano attenti e penetranti.
Aveva la coda tra le zampe - le arrivava a metà pancia- e il rossetto attorno alla bocca! O era sangue? ... Si, era sangue, anche tra le zampe.

Enrico -cinquant'anni portati male- si passò una mano sulla testa, assestandosi il riporto dei capelli, poi con un fazzoletto si asciugò il viso imperlato di sudore, a causa dell'accelerazione del cuore -sicuramente gli era salita di nuovo la pressione-, pensò allarmato.

La maglietta si appiccicò alle ascelle e allo stomaco prominente, da bevitore, e

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Il pittore di nudi

Maro Kassani si stupì dell'odore del proprio alito quando aprì la bocca per la prima volta nella giornata, dopo aver provato tanto astio e disgusto.
«Ha il sapore della colpa» pensò, «come merda di cane», fu il suo ultimo commento.
Alle cinque esatte, quando il nero notturno di Salonicco si imbianca del pallore dell'alba, dando vita in controluce al mare di case dietro il quartiere Turco, il pittore di nudi Kassani, era stato sbattuto giù dal suo letto alabastrino a due piazze, già da una ventina di minuti.
Aveva rimosso dal corridoio alcune tele da terminare per il pomeriggio, ammassandole frettolosamente sopra l'armadio del soggiorno, e ora sedeva, ancora in pigiama, sulla sedia in legno d'acero del cucinotto.
Ripensava a quella telefonata nel cuore della notte, mentre le narici gli si allargavano spontaneamente seguendo l'aroma del buon caffè che gli aveva portato la sera prima Vasilissa la sua donna di servizio a ore. Aspettando il fischio della teiera, girava e rigirava tra le mani la sua scacciacani in acciaio cromato, ora accarezzando la stella a quattro punte intagliata sul calcio di madreperla, ora fantasticando attorno a trame delittuose con vago sfondo sessuale.
Non gli ci volle molto per scoprire d'essere terrorizzato, quando, impugnata la scatola delle pallottole, queste gli presero a saltellare tra le dita tremanti, tanto che non riuscì ad incastrarne nemmeno una nel tamburo della pistola. Una lacrima di acro sudore gli aveva percorso per lungo la fronte, alcuni attimi dopo, quando aveva riposto l'arma sul tavolo, vicino al buon Samos della Tessaglia.
Certo, il suo ultimo quadro poteva dirsi ambiguo, l'ambiguità e la provocazioni erono le sue armi migliori m aproprio non capiva come il cugino Rico avesse potuto prendere un granchio simile: riconoscere nella tela, in mezzo al groviglio di gambe e seni nudi di femmine, la fisionomia della bella vedova Nidrìa, abbracciata a un satiro dal volto umano e dal corpo di capro t

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   7 commenti     di: Luca Grandi



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