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Racconti gialli

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Dissennato da un delitto ( seconda parte )

Dissi tra me e me che stavo esagerando,
che mi stavo facendo coinvolgere troppo
da quella storia.
Cominciai a prepararmi, di li a poco sarei andato
da Lisa, la mia ragazza per accompagnarla a
lavorare.
Entrai nella macchina, sistemai lo specchietto
e allacciai la cintura, infine misi in moto
e lasciai adagio il vialetto che antecedeva il garage
dividendo in due il giardino.
Appena fui sulla statale, telefonai a Lisa per
dirle di prepararsi in fretta, altrimenti avremmo
fatto tardi. Arrivai da lei in pochi minuti,
quella mattina non c'era traffico.
Ed eccola lì, com'era bella, la osservavo
mentre si avvicinava alla macchina.
La guardavo con lo stesso sguardo e lo stesso
entusiasmo di due anni prima, cioè quando
ci scambiammo il primo bacio.
Ebbene si, per me non esisteva che lei, ne ero
profondamente innamorato.
Quando fù in macchina, mi salutò dandomi un bacio
e senza aggiungere altro, mi fece cenno di muovermi
con la mano. Quel suo movimento, brusco e secco,
mi riportò alla realtà. Mi scusai dicendole che mi ero
perso in quei suoi bellissimi occhi verdi, che però,
cambiavano tonalità ad ogni variazione della luce.
Lei mi liquidò con un sorriso e si voltò dall'altra
parte, per gurdare fuori dal finestrino i giganti di
cemento, che man mano ci lasciavamo alle spalle.
Giunti al fast food, dove lei aveva la mansione
di cameriera, scese di corsa dalla macchina e
dirigendosi verso l'entrata del personale,
sul retro del locale, mi disse che ci saremmo visti
nel primo pomeriggio, per pranzare insieme.
Avevo un foglietto in tasca, lo estrassi, era la lista
del materiale che avrei dovuto comprare
per una delle mie creazioni. Pensai che era strano,
non ricordavo di aver scitto quella lista,
nè tantomeno, di avere un altro lavoro in programma,
anzi, in verità avrei dovuto ancora ultimare
una miniatura della Torre Eiffel,
richiestami da un'anziana signora francese,
trasferitasi qui col marito.
Il fatto però, non susc

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   0 commenti     di: luigi castiello


Luca & guido

Un suono lontano di archi, forse qualcuno provava a diventare de André.
Il divano aveva su uno dei braccioli una sbavatura di rossetto, il ricordo di una principessa felice; le finestre chiuse, quadri di dubbio gusto appoggiati per terra, la lampada stava in piedi per grazia e ogni tanto accusava il sonno, lanciando frammenti di buio in cui gli occhi disegnavano i profili delle cose andate, come le stelle. Un tavolo bianco al centro della stanza.
Non avendo altro da fare Guido si schiarì la voce.
"la Juve non è una grande squadra. Nel complesso potrebbe anche andare, ma manca di un regista che faccia girare la palla, un pensatore."
Luca era un tifoso sfegatato, lo toccava nel vivo quell'affermazione che ormai accompagnava la sua squadra da quando era tornata in serie A.
"ma non capisci? Siamo perfettamente democratici. Una cooperativa. Tutti servono, nessuno prende decisioni da solo. Ogni volta l'idea passa da una testa ad un altra e così arriviamo alla soluzione"
Nonostante vibrasse in lui una certa veemenza nelle parole, Luca faceva fatica a parlare. Colpa forse dell'instancabile soggezione che provava nei confronti di Guido, o della sua timidezza. Parlare con Guido gli piaceva, anzi gli piaceva il fatto che Guido parlasse con lui. Tutti quegli aneddoti, tutta la chiarezza che trovava nel risolvere quelli che per Luca erano dolori, motivo delle sue angosce.
Guido dal canto suo regalava le sue perle noncurante, svogliato, pareva che i pensieri gli passassero davanti implorando di essere svelati al mondo. Nessuno sapeva in realtà di cosa si occupasse. Era immanicato un po' in ogni parte di Torino. Con lui si evitavano le file in discoteca, si beveva gratis nei locali giusti, cosa che attirava sempre un gran numero di ragazze, assolutamente indifferenti al potere che poteva trasparire dalle riverenze dei baristi, piuttosto interessate al fascino inspiegabile che emanava quel ragazzotto sulla trentina.
Luca si era abituato a venire sempre in secondo

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   4 commenti     di: mario pascosky


Penny è volata dal tetto. (Cap 4)

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   1 commenti     di: Umberto Briacco


I bambini smisero 2 (the end by FAT)

Ogni volta, lo stesso pensiero, ogni volta che chiudeva gli occhi, il piccolo Gianni rivedeva l’immagine di quei due corpi senza vita, sulla spiaggia.
Erano trascorsi alcuni giorni e, cosa strana, suor Riccarda si comportava in modo diverso dal solito, il suo essere era più dolce, quasi a voler proteggere quegli orfanelli che, malgrado avessero disobbedito, erano adesso, spaventati e indifesi.

L’aria di mistero che avvolgeva l’orfanotrofio fu scossa quando, una mattina, la dottoressa Susy, dopo aver ricevuto una telefonata anonima, da una persona che, fissandole un appuntamento le aveva promesso di svelare il nome dell’assassino, mentre si recava alla tenenza, per raggiungere il Maresciallo Bove, fu uccisa con due colpi di pistola, esplosi da un’auto nera in corsa.
Ancora una vittima, e nessuna risposta, quale misterioso assassino si nascondeva dietro tutto questo?
Suor Riccarda cercava di calmare il piccolo Gianni, che ormai non parlava neanche più, e nessuno, neanche i suoi piccoli amici, riuscivano a distrarlo, coinvolgendolo con giochi fatti in comune.
Lo scalpore per l’omicidio di un magistrato, aveva fatto accelerare le indagini e venne fuori che le due prime vittime (entrambe giustiziate come dai risultati antropici) erano coniugi, ed erano probabilmente, giunti alla Colonia dell’Orfanotrofio, per vedere o forse per riprendersi un loro figlio, affidato, alla nascita, alle pubbliche istituzioni.
Ma quale dei piccoli era cercato?
Nella memoria di Elio, c’era il ricordo della visita e dell’incontro assai animato fra suor Riccarda e le due persone della spiaggia, e Sabrina, inoltre, ricordò, parlandone con il maresciallo che aveva più volte intravisto suor Riccarda piangere, e una sera, l’aveva sentita urlare disperata, nella sua camera, ”No, Gianni no, non è possibile…. no!” dopodichè la piccola, impaurita era corsa a letto cercando di dimenticare.
Una mattina, il maresciallo Bove si presentò all’Orfan

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   0 commenti     di: luigi deluca


Una storia d'amore in giallo

Un giorno di novembre al tramonto, si salutarono con un bacio sulla bocca.. La loro storia durava da un anno ed era stata vissuta attimo per attimo senza nessuna inibizione prendendo giorno per giorno quello che la vita dava loro, Sapevano entrambi che la loro storia non poteva durare : lui era sposato, lei era la donna di un boss.
Entrambi avevano vissuto una vita normale fino a quando non si erano incontrati per caso, è fu colpo di fulmine! La seconda volta che si rividero fecero l'amore e per entrambi fu la certezza di essere fatti l'una per l'altro. Si vedevano di nascosto e rubavano alla vita le ore che potevano ed erano felici immensamente.
Ma il destino era in agguato e più che il destino era il sesto senso della moglie di Walter che cominciò ad avere qualche sospetto. E da li cominciò tutto.
Walter aveva sposato Giulia cinque anni prima ma in pratica si conoscevano da quando erano liceali e si frequentavano con assiduità. Si laurearono insieme e poi come aveva deciso il destino si sposarono.
Giulia era molto innamorata di Walter che provava molto affetto per lei, e la decisione di sposarsi l'aveva. presa per accontentare la sua famiglia e la famiglia di lei che erano legate da molti anni di amicizia.
Erano due famiglie con grandi patrimoni ed avevano fatto molti progetti su di loro, anche perché entrambi erano figli unici; ecco perché al momento del matrimonio erano stati messi a capo delle loro Aziende.
Erano ormai diventate due persone molto importanti nella loro sfera sociale : i loro amici si potevano trovare nell'alta finanza, fra banchieri, ambasciatori e così via. Quasi ogni giorno erano invitati a qualche festa ed erano guardati da tutti con benevolenza e se vogliamo anche con un pizzico di invidia.
Quando conobbe Laura e si guardarono negli occhi capì che la sua vita era vuota e Laura era la persona che l'avrebbe riempita. Il giorno dopo si rividero di nascosto e fecero l'amore e Walter capì cosa gli mancava: la passione!
L

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La morte allunga il passo. (prima parte)

Diffidate di chi si vanta
di saper leggere la mano.
Soprattutto se non rispetta
la punteggiatura.




Stava lì rilassato, seduto su una sedia basculante, piedi a formare una specie di vu, sulla vecchia e malandata scrivania. Fissava le macchie di precoce senilità sulle mani. Poi, percorrendo con lo sguardo le lunghe gambe, arrivò alle scarpe e si fermò, con un pizzico di vanità, ad ammirarle. Indossava un paio di Alden Diplomat nere che odoravano di cuoio. Pagate diciotto e cinquanta in un negozio della Quinta strada.

Mentre era tutto concentrato su quell'oggetto di desiderio ormai realizzato, una fitta pioggia scendeva sui vetri della grande finestra, seguendo percorsi imprevedibili.
Stette così per tre buoni quarti d'ora. Chi lo avesse visto spostare lentamente i piedi qua e là, scrutare ammirato ogni dettaglio delle calzature per tutto quel tempo, esibirsi in quel repertorio di espressioni con occhi, sopracciglia, naso e smorfie della bocca, sarebbe stato pienamente autorizzato a pensare si trattasse di un alienato di mente. Solo se avesse prestato attenzione alla targhetta sulla porta avrebbe potuto ricredersi: Ted Sullivan, Special Investigator. The best nose in town since 1940. Avrebbe afferrato il perché di quell'atteggiamento concentrato ad analizzare ogni più piccolo dettaglio. Che rivelava quella innata propensione ad aguzzare vista e olfatto, tipica dei segugi di razza.

Il rumore della pioggia svanì a poco a poco, cedendo il passo ad un silenzio che conciliava il sonno. Proprio quando stava per cedere, il gracchiante e insistente drin drin del telefono lo richiamò all'appello.

- Ted Sullivan?...-
- Little Italy Chronicle! Sono la segretaria del direttore... il signor Mulligan vorrebbe incontrarla.-
- Un momento che controllo l'agenda... vediamo...-
- No, guardi, vorrebbe vederla subito... la cosa è urgente!-
- Baciami il...-
- Come?!!-
- no, no è un intercalare... mi scusi... la forza dell'abitudine...-
- dovrei spo

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Una buona ragione... per essere ammazzato

Se il bersaglio è buono,
la freccia colpisce meglio.


Le perplessità del commissario erano palesi, la ricostruzione sembrava credibile, razionale, l'unica possibile, troppi particolari però gli parevano forzati e costruiti. Come comprare un puzzle con le tesserine numerate. Troppo semplice.

"Sembra di plastica", puntuale la sua frase preferita quando qualcosa non lo convinceva.

Non si poteva ritenere un esperto, erano passati almeno dieci anni dall'ultimo caso di omicidio, anzi l'unico. Un uxoricidio risoltosi con una confessione in piena regola, dopo che per un niente la pratica non era stata archiviata come tentativo di furto finito tragicamente. Al giovane commissario, che già si era fatto notare per la sua ostinazione, era sembrato tutto troppo facile e aveva continuato ad indagare finché non era riuscito a individuare la falla. Una caratteristica che aveva mantenuto nonostante il destino gli avesse riservato una vita quasi tranquilla: un emiliano atipico, riservato e solitario con pochissimi amici, in un Commissariato di provincia lontano dalla vita caotica della metropoli. Di buona cultura e una meticolosità caratteriale che invecchiando era diventata quasi mania.
Svolgeva tutto con grande professionalità, che si trattasse di furto di biciclette o di rapina. Figuriamoci l'attenzione per un delitto. E che delitto!
Un assessore ucciso nel suo ufficio richiama l'attenzione della stampa nazionale, delle televisioni, per non parlare dei politici, del prefetto. Come sempre in queste situazioni molti tentavano di sfruttare la vetrina, altri temevano per quanto avrebbe potuto emergere da una indagine approfondita. Non a caso crescevano di ora in ora le pressioni e qualcuno cominciava già a suggerire che si trattasse di un caso troppo delicato per un commissariato minore. Era abituato a non farsi condizionare, a non dar troppo ascolto alle apparenze e decise di partire dall'unico elemento davvero oggettivo:

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   5 commenti     di: Ivan Bui



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