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Racconti gialli

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Lo Scettro Invisibile

Se non avete di meglio da fare,  
immaginate per un momento
di governare il mondo.  
Pare sia un'esperienza unica.
 
         
        
Con una punta di compiacimento, accompagnata da un sorriso appena sfumato, Alfredo tolse la mantellina, disegnò un'ampia voluta nell'aria, come fosse una muleta, e la lasciò cadere sul ripiano di marmo rosa. Poi, preso lo specchio con entrambe le mani, panoramicò a rallentatore da sinistra a destra e ritorno, in modo che gli occhi potessero fermarsi su ogni  dettaglio.
Mr. G, seduto sulla vecchia Koken di cuoio consunto e pedana in ottone massiccio, che si diceva avesse ospitato anche il deretano di Albert Anastasia nel giorno della sua scoppiettante dipartita, fece un cenno di approvazione, si alzò, gli strinse la mano augurandogli una buona giornata, infilò la porta e - tra effluvi d'acqua di colonia - sparì  come teletrasportato  in qualche angolo dello sterminato palazzo.
       
        Alfredo Lucchesi, americano di terza generazione, era figlio d'arte: suo nonno  e suo padre avevano esercitato la professione prima in una barbieria di Little Italy, poi nel saloon di un importante hotel di Midtown. Lui, pur continuando la tradizione di famiglia, dopo aver frequentato la scuola per parrucchieri di Londra, aveva trovato più appagante fare il free lance: barbiere a domicilio. Di fiducia, aggiungiamo noi. Talmente fidato che annoverava fra i suoi clienti solo uomini ricchissimi, i cui nomi venivano a malapena sussurrati nelle ristrette élite economico-finanziarie del globo. Uomini che non amavano far parlare di sé. Tanto influenti da non essere sfiorati neanche lontanamente da stampa e televisione. Alcuni, con ogni probabilità, non figuravano neppure all'anagrafe.
        Alfredo non aveva fissa dimora, o meglio, per averla l'aveva, solo che  trovarlo in casa era come vincere un terno al lotto. Correva da una città all'altra. Da un continente all'altro. Lo chiama

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Luca & guido

Un suono lontano di archi, forse qualcuno provava a diventare de André.
Il divano aveva su uno dei braccioli una sbavatura di rossetto, il ricordo di una principessa felice; le finestre chiuse, quadri di dubbio gusto appoggiati per terra, la lampada stava in piedi per grazia e ogni tanto accusava il sonno, lanciando frammenti di buio in cui gli occhi disegnavano i profili delle cose andate, come le stelle. Un tavolo bianco al centro della stanza.
Non avendo altro da fare Guido si schiarì la voce.
"la Juve non è una grande squadra. Nel complesso potrebbe anche andare, ma manca di un regista che faccia girare la palla, un pensatore."
Luca era un tifoso sfegatato, lo toccava nel vivo quell'affermazione che ormai accompagnava la sua squadra da quando era tornata in serie A.
"ma non capisci? Siamo perfettamente democratici. Una cooperativa. Tutti servono, nessuno prende decisioni da solo. Ogni volta l'idea passa da una testa ad un altra e così arriviamo alla soluzione"
Nonostante vibrasse in lui una certa veemenza nelle parole, Luca faceva fatica a parlare. Colpa forse dell'instancabile soggezione che provava nei confronti di Guido, o della sua timidezza. Parlare con Guido gli piaceva, anzi gli piaceva il fatto che Guido parlasse con lui. Tutti quegli aneddoti, tutta la chiarezza che trovava nel risolvere quelli che per Luca erano dolori, motivo delle sue angosce.
Guido dal canto suo regalava le sue perle noncurante, svogliato, pareva che i pensieri gli passassero davanti implorando di essere svelati al mondo. Nessuno sapeva in realtà di cosa si occupasse. Era immanicato un po' in ogni parte di Torino. Con lui si evitavano le file in discoteca, si beveva gratis nei locali giusti, cosa che attirava sempre un gran numero di ragazze, assolutamente indifferenti al potere che poteva trasparire dalle riverenze dei baristi, piuttosto interessate al fascino inspiegabile che emanava quel ragazzotto sulla trentina.
Luca si era abituato a venire sempre in secondo

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   4 commenti     di: mario pascosky


La matematica mafiosa

Il dottor, Ernesto Braghin, un quarantino alto e biondo, nato a Vicenza, se ne stava seduto nella sua poltrona, dintra l'ufficio al 4° piano della Procura della Repubblica, di Carratini, uno di quei tanti paisi siciliani, cà si affaciano sul mare azzurro e verdi come gli occhi suoi, da una muntagna a dirupo. Il paisi che non offriva molto, aviva però conservato quel fascino tutto suo, dell'entroterra della sicilia, che era del tutto diverso dai paisi e delle città che erano sul mare. - Il sostituto procuratore Braghin, era piecato in due supra un fascicolo: "Atti relativi all'omicidio del Prof. Rosario Barreca, di anni 55, avvenuto qualche settimana prima, in una afosa e sciroccata giornata di agosto, nella piazza principale di Carratini. Il professore Barreca, era stato sorpreso da due killer, mentre era seduto al tavolo del bar Roma che beveva un caffè".
Il dottor Braghin, aviva ben poco da studiari il fascicolo, dintra c'erano soltanto: uno scarno rapporto dei carrabbinera, indovi c'era scritto anche le poche indicazioni di testimoni prisenti all'omicidio, cà parivano divintati sordi, muti e distratti, come spesso accade in sicilia quannu avvengono fatti del genere; e allegate vi erano anchi delle littiri anonime, cosa che il dottor Braghin, sotituto procuratore, per sua indolenza non sopportava, e detestava sommamente. - Il delitto, come si diceva nel gergo, era di "quelli "pisanti", in quanto il professor Barreca, era un dei figli pridiletti di Don Tano Barreca, un vecchio boss mafioso e mammasantissima del paisi, che durante la sua vita, aviva fatto e disfatto a suo piacimento: racket, omicidi, droga, pizzo, ecc.. Anche il modo dell'ammazzatina, non lasciava dubbi: trattavasi di un omicidio mafioso in piena rigola, e apparentemente senza nessun movente.
Certo, che una cosa era vera: il professor Rosario Barreca, non faciva nulla per non farsi notare in paisi, questo almeno fino alla morte del fratello primogenito, avvenuto un frisco mat

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   7 commenti     di: Antonino Mirone


Dissennato da un delitto ( terza ed ultima parte )

Mi sedetti dulla potrona vina,
ero turbato, non riuscivo proprio a capire,
non era possibile, no, non era propio possibile!
Ricordavo perfettamente, di alerla gettata via
quella dannata lista. Ne era la prova evidente
il foglio tutto accartocciato.
Non riuscivo a trovar e pace, forse tavo impazzendo?
Presi dal piccolo carrello bar che ho per casa,
una bottiglia di J&B, me ne versai una doe abbondante
e la buttai giù tutta d'un fiato.
Questa storia aveva dell'incredibile.
Poco a poco, l'alcool cancellò quella vicenda
dalla mia mente, facendomi però crollare,
ubriaco fradicio, sul pavimento.
Mi svegliai dopo non so quanto tempo,
accanto a me, in ginocchio,
c'era Lisa, bella e impeccabile come sempre,
che mi chiamava, mi strattonava, quando fui
completamente desto, si alzò di scatto,
e andò a sedersi sulla potrona dove prima ero io.
Sul tavolino, davanti a lei, c'era la bottiglia vuota
del whisky che mi ero scolato, si arrabbiò molto,
pretendeva una spiegazione, perchè mi ero ubriacato?
io... non lo ricordavo più...
Lei ovviamente non ci credeva, voleva sapere,
ad un tratto, si fece più insistente,
stava cominciando a darmi fastidio.
Oddio, non mi ero mai sentito così,
all'improvviso in me crebbe un'ira incredibile,
mi alzai barcollando dal pavimento, e le gridai,
di stare zitta e di non insistere,
fino ad allora non avevo mai alzato la voce con lei,
ma Lisa continuò imperterrita a urlare e ad insultuarmi.
D'un tratto ricordai tutto, ... la lista... dovevo, dovevo,
possibile che fosse lei? L'opera che dovevo creare?
Ma si certo era lei! Dovevo ucciderla,
dovevo creare la mia opera,
la più bella di tutte in assoluto.
Mentre lei era ancora li ad imprecare e urlare,
mi allontanai, presi un tagliacarte dalla scrivania,
andai verso lei, le afferrai il braccio e la pugnalai.
Non ebbe neanche il tempo di piangere,
cadde in un tonfo sordo,
ero stranamente felice, non facevo altro che

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   0 commenti     di: luigi castiello


Gioco al massacro

Erano le quattro di un martedì mattina quando mi ritrovai a percorrere le strade di Torino.
Un timido sole se ne stava seminascosto dietro nuvole grigie piuttosto consistenti.
Tutt'intorno la città cominciava ad animarsi. Mi fermai al semaforo rosso e attesi.
A quel punto vidi venirmi in contro un uomo malmesso. Non gli avrei dato più di cinquant'anni, ma era capace che sotto quei vestiti e quella barba, si celasse qualcuno di ben più giovane.
Si avvicinò e mi fece segno verso il parabrezza.
Gli feci cenno di no con la mano.
Poi si chinò ad altezza del finestrino.
"Mattiniera?"
"Qualcuno deve pur esserlo."
"Pulisco il vetro?", mi domandò con perfetto accento italiano.
"Lascia stare, Mister."
Gli allungai un sacchetto, e quando lui ne ispezionò il contenuto, sorrise incredulo.
Mi ringraziò qualcosa come cinque volte prima che al semaforo scattasse il verde. Infine mi salutò, e ricambiai. Misi la prima e ripresi il viaggio.
A volte basta poco per far felici le persone.
Mi ricordai di quando ero piccola e delle volte che piangevo di nascosto al pensiero che quelle persone ai semafori fossero sole.
Le guardavo seduta sul sedile posteriore, e attraverso il vetro percepivo la solitudine e la disperazione che alcuni di loro conservavano nel più profondo degli occhi.
Dentro di me continuavo a promettermi che se da grande avessi avuto tanti soldi, avrei lasciato ad ognuna di quelle persone, una banconota da cento mila lire.
Ma il corso delle cose aveva voluto che diventassi un commissario di polizia, e lo stipendio che percepivo non mi permetteva di andare a distribuire bigliettoni in giro. Così quando potevo optavo per rifornirli di qualche genere alimentare.
Sorrisi al ricordo.
Mezz'ora dopo mi trovavo sul luogo dell'omicidio. Il mio partner mi aveva chiamata dicendomi che nei pressi di Porta Palazzo erano stati rinvenuti i cadaveri di due ragazzi.
Parcheggiai e raggiunsi a piedi il posto.
In lontananza vidi Lenti

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   25 commenti     di: Roberta P.


Le regole di Lionel

Porta che si chiude dietro di te. Porta che si apre davanti a te.
Ordini urlati per ogni sequenza apertura-chiusura.
Varchi la soglia. Porta che si chiude dietro di te, porta che si apre davanti a te.
Ogni volta è un rumore di metallo trascinato che termina in un secco clang, forte come uno sparo.
La colonna sonora di qualunque attività che non sia starsene distesi sulla branda a fissare il soffitto, ti accompagna in ogni momento, ad ogni passo che fai, come a ricordarti che puoi andare avanti perché qualcuno te lo permette, e che in ogni momento potresti rimanere lì, bloccato tra le due porte.
Da qualche parte aveva letto che i neonati che trascorrono i primi anni di vita lì le prime parole che imparano non sono mamma o papà, ma aprire e chiudere. Non sapeva fosse vero, ma di sicuro era plausibile. Tristemente plausibile.
Una vita scandita da porte che si aprono e si chiudono senza che tu possa nemmeno toccarle, azionate da fantasmi. E ad ogni clang quegli interminabili secondi di sospensione in attesa che il cancello davanti si apra.
L'ultima porta però si aprì e si chiuse dietro di lui senza alcuna ulteriore attesa, senza che davanti a lui ve ne fosse un'altra.
Lionel Montecristo varcò la soglia del cancello e si ritrovò nella strada deserta. Davanti a lui una striscia di asfalto da cui poteva vedere, nell'aria sfocata, salire la calura del mattino, lo separava da un paesaggio sconfinato di campi aridi, l'orizzonte chiuso solo da qualche macchia di alberi.
Sempre dando le spalle alle porte che si aprivano e si chiudevano fece i suoi primi passi da uomo libero fuori dal penitenziario di Salt Bay. Si frugò in tasca, indossò gli occhiali da sole e si accese una sigaretta.
I suoi unici averi erano costituiti dagli oggetti di quel piccolo rituale: un pacchetto con quattro sigarette avanzate, un accendono di metallo, un paio di Ray-ban neri, oltre ovviamente ai vestiti che indossava: un completo nero di buon taglio, una camicia bianca, una crava

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   0 commenti     di: Francesco Rossi


Pulp-eggiando il Giallo, cap. 2

La casa di Rizzo era situata in periferia, su una colli-pianura.
Aveva le finestre sbarrate in perfetto stile Regina Coeli. Una dimora tutt'altro che umile: aveva 5 piani (Ma usava solo il primo) e 18 bagni. Cosa ci facesse con tutti quei cessi rimase un mistero.

C'è chi dice che fosse dominato da una forma satanica di diarrea, e che era stato il Diavolo in persona a penetrare un bel giorno nel suo culo. Il cornuto aveva punito Rizzo per qualche oscura ragione. Forse Rizzo era stato mandato sulla terra da Dio in persona, al fine d'inventare il maggior numero di stronzate possibili. Aveva inventato di tutto: gomme per scrivere, penne per cancellare, razzi caricati a maionese, profilattici per elefanti, cerniere per i marsupi dei canguri, mutande anti cancro, di tutto.

Inoltre la casa constava di ben 25 stanze(bagni esclusi). In una abitava il fantasma di Pallacacca, il suo vecchio porcellino d'india.

Alan era riuscito ad acchiapparlo una volta. Ma Pallacacca era fuggito con una volata impressionante e ora terrorizzava Sandy, il persiano di Rizzo. Era guerra civile tra l'animale defunto e quello vivo: si odiavano a morte. Ma alla fine Pallacacca si nascondeva nel nulla.

Le restanti 24 erano completamente vuote. Era un'abitazione spettacolare, dominata da un giardino immenso all'interno del quale Rizzo aveva installato un orto servendosi dei suoi tecno-semi: crescevano patapomodori, rapa cavoli e brocco carote.

Aveva una moglie ma per liberarsi di lei aveva inventato una macchina del tempo, ed ora la poveretta era in balia dei brontosauri.

Nel vicinato girava la voce che se la facesse con Sandy.
Era un personaggio molto estroverso il vecchio bastardo.
Alan l'aveva conosciuto per caso. Molte volte, per gli strani casi di cui s'occupava aveva bisogno di oggetti introvabili.

E Rizzo era la soluzione.
Alan e Greg bussarono alla porta:
-Buongiorno!
-Salve Rizzo, come va vecchio maniaco pervertito?!
-Ah, tutto normale. Stavo per giocare co

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