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Racconti gialli

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Vuoti

"Sei ancora lì?" Chiede lei, io cerco di non voltarmi a guardarla, cerco di non voltarmi per non ritrovarmi inchiodato dal suo sguardo di sufficienza, lo stesso che anni fa mi fece innamorare, ma che ora odio con tutto il cuore, con tutta l'anima. Come se l'amore si fosse, nel tempo, prima cristallizzato, poi avesse cominciato a regredire fino a diventare il suo opposto, la sua immagine riflessa nello specchio. Ed il suo atteggiamento degli ultimi tempi non aiuta di certo.
"Sei ancora lì?" Chiede di nuovo, nonostante non possa vederla, me la immagino torreggiante alle mie spalle, con i pugni serrati attorno alla vita stretta, la testa inclinata e gli occhi duri, come una mamma che ha sorpreso il figlio con le mani infilate nella torta. Alzo lo sguardo dalla tastiera alla pagina sul monitor, vuota, sempre vuota, ostinatamente vuota nonostante tutti i miei sforzi. Alla fine mi accorgo che la visione dello schermo bianco mi provoca più dolore di qualsiasi altra cosa, faccio ruotare la sedia quasi con sollievo, perché so che qualunque cosa vedrò sarà più sopportabile della vista del monitor vuoto. E me la ritrovo davanti, bellissima e freddissima, dolcissima e crudele.
La mia espressione deve essere veramente sconsolata, perché persino sul suo volto truce vedo passare per un istante un'ombra di compassione, che lei si affretta a far sparire subito, probabilmente per paura che io la interpreti come una minima forma di incoraggiamento. "Senti," Comincia a dire, so già quello che dirà, mi preparo a sentire le sue parole come potrei prepararmi a ricevere un proiettile in fronte guardandolo arrivare al rallentatore. "mi dispiace che debba essere proprio io a dirtelo, ma è stato un bel sogno, solo un bel sogno, e come tutti i bei sogni è svanito nel nulla con l'arrivo dell'alba."
"Sei quasi più brava di me con le parole." Dico, cerco di sorridere, ma come risposta lei indurisce ulteriormente lo sguardo, per non concedermi nessun appiglio, nessun'ancora di salv

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   3 commenti     di: NeroLate


Fantasmi del passato - Parte prima

"Lei deve aiutarmi."
Mi guardai in giro. Poi tornai con lo sguardo sulla donna che aveva parlato.
"Sta dicendo a me?"
"Appena ha finito, la prego. Venga fuori, mi trova sul retro."
La seguii con lo sguardo lasciare l'edicola, e scossi il capo.
Presi il giornale, pagai ed uscii.
Stavo dirigendomi verso la mia auto quando udii la stessa voce di donna, parlare.
"Lo sapevo."
Mi voltai e la vidi in piedi a qualche metro più in là, con le mani dentro le tasche di un lungo impermeabile beige.
"Sapeva che cosa?", domandai distogliendo lo sguardo da lei. Aprii lo sportello lato passeggero, e vi accomodai sopra il giornale.
"Sapevo che non sarebbe venuta sul retro", continuò.
Chiusi lo sportello e la fissai: "Bene. Adesso se vuole scusarmi, ho parecchio da fare."
Feci qualche passo, ma la voce mi raggiunse nuovamente.
"Venire a comprare il giornale alle nove del mattino non è esattamente l'orario di una che ha un sacco di cose da fare."
Mi bloccai e la guardai. Sorrisi irritata.
"Io e lei non ci conosciamo. Quello che devo fare io non sono affari suoi."
"Se fosse venuta sul retro e mi avesse lasciato spiegare, ora saprebbe chi sono."
Assunsi un'espressione alquanto scazzata quando dissi: "Ok, può dirmelo qua. Chi è lei?"
"Magari potrei raccontarglielo davanti ad una tazza di tè."
"Non sono la persona adatta per scambiare quattro chiacchiere. Addio."
Ero appena salita in macchina quando la donna urlò: "Deve scoprire cos'hanno fatto a mia figlia!"
Quelle parole rimbombarono dentro la mia testa e costrinsero a bloccarmi.
Scesi dall'auto e lentamente mi avvicinai alla donna. Il suo viso era una maschera di dolore, e il freddo di quella gelida mattina di dicembre le si concentrò sul naso arrossato.
"Che cos'ha detto?", le domandai quasi scandalizzata e inclinando il capo.
"Mia figlia", continuò quasi piangendo. "Deve scoprire cos'hanno fatto a mia figlia."
"Perché lo sta chiedendo a me? Vada alla polizia, no?"
"Perché è lei la po

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   10 commenti     di: Roberta P.


Un Particolare Degno di Nota

La vicenda si svolse molto velocemente.

Era la sera del 19 luglio. Tommaso aveva parcheggiato a pochi metri dalla ringhiera sul belvedere. Un panorama stupendo, il crepuscolo e la città ormai illuminata sotto di lui. Stava ammazzando il tempo, in vista dell'appuntamento che aveva un'ora dopo, alle dieci, in un locale del centro. Fermo dentro la macchina, sorseggiava una birra. Un cd dei Pink Floyd con le sue melodie maestose echeggiava nell'abitacolo; "Animals" - stava pensando - pur essendo poco considerato tra gli estimatori del gruppo, lo aveva sempre emozionato per quel senso di epica maliconia che emanava. D'estate era scelta obbligata.

Osservava dallo specchietto retrovisore i movimenti che avvenivano nella piazza. In realtà non c'era nessuno a quell'ora, era troppo presto per le passeggiate del dopocena e troppo tardi per gli aperitivi. Abbassò un attimo lo sguardo verso l'autoradio per mandare avanti di due canzoni, poi riprese le sue osservazioni. Finalmente un'anima viva, anzi, tre.

Erano due uomini, di spalle, e una ragazza, in mezzo. Parlavano in modo tranquillo. Dopo i fatti che accaddero quella sera i due furono fermati quasi subito, e Tommaso si ritrovò in un commissariato di polizia come testimone oculare di un omicidio.

Il verbale firmato da Tommaso e controfirmato parola per parola durante il processo riporta oggettivamente tutti gli eventi.

"Io Tommaso G., nato..., ero fermo in macchina quando vidi due uomini e una donna. Erano tutti e tre di spalle e camminavano tranquillamente discutendo in modo che a me sembrava sereno"

"Sa descrivere le tre persone?"

"Gli uomini erano di spalle, altezza media entrambi, vestivano di scuro, questo è quello che ricordo. La donna invece un vestito chiaro, capelli lunghi lisci"

"Cosa vide poi?"

"Parlavano, dicevo. D'un tratto, senza nessun indizio premonitore, l'uomo sulla destra sollevò la donna e la gettò giù dalla ringhiera. Sentii un urlo e poi un botto. In principio ebbi

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   3 commenti     di: paolo molteni


Un caso per Sharin Mc Callan

"Fiuu!, un'altra giornata di lavoro è passata! " dissi entrando in casa mia, ma non ebbi neanche il tempo di andare a farmi una doccia che suonarono al campanello; correndo a perdifiato arrivai alla porta.
Appena la aprii mi vidi di fronte l'ispettore più importante della Scozia; si, proprio lui: Edward Mc Afee. senza neanche darmi il buongiorno si sedette sulla poltrona e mi disse che mi doveva parlare urgentemente, quindi gli ofrii un whisky.
" Sono venuto da lei per parlarle di un caso urgente capitato nel mio distretto", così dicendo mi diede un biglietto d'andata e ritorno per Stanwich.
Ci precipitammo all'aeroporto di Glasgow e prendemmo l'aereo delle 21. 10.
Alle 22 arrivammo a Stanwich, nelle isole orcadi. Scesi dall'aereo; andammo a dormire in un hotel lussuoso.
Il mattino seguente, dopo aver fatto colazione andammo subito in commissariato per vedere i sospettati; giunti a destinazione mi trovai di fronte una signora sulla quarantina che era la madre della vittima, lei mi chiese" chi è lei " e l'ispettore disse: " lei è l'investigatrice Sharin Mc Callan, quella che si occuperà del caso". Incominciai a farle delle domande su cosa avesse fatto nelle ultime ore la figlia, chiedendo di essere il più dettagliata possibile. Lei mi rispose che la figlia stava giocando in giardino. Quando è scesa per chiamarla per cena trovò un foglio con scritto: " sono andata a giocare a nascondino con alcuni miei amici al numero 15 di John Street". Giunta sul luogo la madre trovò gli amici che le venivano incontro, chiese dove fosse la figlia e gli amici risposero " noi ci siamo assentati per un attimo e quando stavamo tornando abbiamo sentito un urlo, allora siamo corsi dentro alla casa disabitata e l'abbiamo trovata morta, siamo usciti per venire a dirglielo".
Appena finita la descrizione all'ispettore suonò il telefono: era stato chiamato in prigione per vedere i possibili colpevoli. Arrivati con la madre andammo a vedere i tre sospetta

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Buio

Non sapeva se fuori fosse giorno o notte.
Non sapeva che giorno fosse, non sapeva da quanto tempo era là, con i piedi e le mani legate da una corda robusta, steso su quel pavimento dimesso e ruvido.
Cosa certa era che in quelle condizioni ci era da troppo tempo perchè aveva la gola riarsa dalla folle sete e sentiva il forte dolore all'ossatura delle mascelle inattive da troppo.
I calci nello stomaco che gli avevano dato i suoi aguzzini, lo avevano spinto a vomitare più volte, e lui non sapeva cosa vomitava, ma aveva avveritito il sapore caldo e amaro del suo sangue.
La benda gli copriva gli occhi gli stringeva la testa dolorante. Nessun raggio di luce la trapassava e questo lasciava presagire che la stanza fosse immersa nell'oscurità più densa.
I suoi persecutori non avevano volto, nè nomi.
L'avevano assalito da dietro, l'avevano caricato su un camion e l'avevano colpito e lui aveva subito perso i sensi.
Quando si era risvegliato, non sapeva quanto tempo fosse passato di preciso, si era ritrovato lì, così legato.
Non sapeva nulla, dunque. Non immaginava neanche perchè lui era una persona tranquilla che, a vederlo, non sembrerebbe stato capace di uccidere una mosca fastidiosa.
Non aveva mai dato torti nè tantomeno si era sognato di commettere angherie e soprusi.
E ora era lì, inerme, allo stremo, che non ce la faceva più a gridare, e aveva le labbra rotte e gli occhi gonfi al di sotto della benda.
Tutto era buio, un buio doloroso e lancinate, e il tempo era fermo e sembrava che mai più sarebbe ripartito.
Sentì un rumore poco distante. Forse, l'aveva sognato, forse stava dormendo, forse era morto, non se ne era accorto. Era morto e quello era il buio della sua bara.
Era questa la morte, allora? E il paradiso, l'inferno, dov'è che sono?
Il rumore si ripetè, e pensò che forse era ancora vivo.
Ci fu ancora, e allora si disse che, per ora, era ancora in vita.
ci furono dei passi in avvicinamento, e venne assalito dal terrore.
Riconobbe

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   0 commenti     di: serena


Nel nome del padre (Quinta parte)

La ragazza emise un mugolio. Cominciava a svegliarsi.
Goffredo controllò il proprio orologio, impaziente, e diede uno sguardo alla strada attraverso la finestra della camera da letto. Lentini doveva essere già lì, eppure non c'era. Che fosse stato trattenuto a lavoro da quella zelante collega? Possibile, invece, che il suo messaggio non fosse stato abbastanza invitante ed esplicito?
Quando l'aveva inviato si trovava già vicino a casa della giovane poliziotta, tuttavia si era affrettato temendo di non terminare per tempo il lavoro. Le aveva somministrato un anestetico e l'aveva portata a casa sorreggendola come se fosse ubriaca o stanca, per non dare troppo nell'occhio, poi era tornato alla piccola motonave per prendere quanto gli occorreva per punire l'ispettore e la vittima della sua lussuria.
Una volta in casa, l'aveva portata in bagno e denudata, poi aveva strappato la tenda della doccia e prelevato tutti gli anelli di metallo che la reggevano. Uno ad uno li aveva aperti, appuntiti con un trapano ed infilzati sotto la pelle candida e profumata della ragazza, facendone sprizzare sangue ogni volta, poi li aveva richiusi aiutandosi con una pinza. Lei non aveva emesso un suono né provato dolore, poiché l'anestetico era sufficiente a farla dormire fino all'arrivo di Lentini. Lui, intanto, aveva canticchiato, per tutto il tempo aveva intonato la filastrocca col nome della giovane senza mai smettere di sorridere.
Terminato il lavoro con gli anelli, aveva praticato due fori a distanza nel soffitto e due nel pavimento, poi nei fori aveva avvitato dei ganci robusti. Tagliata una cima in quattro spezzoni, aveva legato polsi e caviglie della vittima e l'aveva issata per assicurarla al soffitto, infine aveva agganciato gli altri due pezzi della cima ai ganci nel pavimento per tenderle le gambe.
Irritato per l'imprevisto ritardo del peccatore, Goffredo entrò in bagno per controllare ancora una volta la ragazza ed il meccanismo approntato. Mille rivoli di

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La matematica mafiosa

Il dottor, Ernesto Braghin, un quarantino alto e biondo, nato a Vicenza, se ne stava seduto nella sua poltrona, dintra l'ufficio al 4° piano della Procura della Repubblica, di Carratini, uno di quei tanti paisi siciliani, cà si affaciano sul mare azzurro e verdi come gli occhi suoi, da una muntagna a dirupo. Il paisi che non offriva molto, aviva però conservato quel fascino tutto suo, dell'entroterra della sicilia, che era del tutto diverso dai paisi e delle città che erano sul mare. - Il sostituto procuratore Braghin, era piecato in due supra un fascicolo: "Atti relativi all'omicidio del Prof. Rosario Barreca, di anni 55, avvenuto qualche settimana prima, in una afosa e sciroccata giornata di agosto, nella piazza principale di Carratini. Il professore Barreca, era stato sorpreso da due killer, mentre era seduto al tavolo del bar Roma che beveva un caffè".
Il dottor Braghin, aviva ben poco da studiari il fascicolo, dintra c'erano soltanto: uno scarno rapporto dei carrabbinera, indovi c'era scritto anche le poche indicazioni di testimoni prisenti all'omicidio, cà parivano divintati sordi, muti e distratti, come spesso accade in sicilia quannu avvengono fatti del genere; e allegate vi erano anchi delle littiri anonime, cosa che il dottor Braghin, sotituto procuratore, per sua indolenza non sopportava, e detestava sommamente. - Il delitto, come si diceva nel gergo, era di "quelli "pisanti", in quanto il professor Barreca, era un dei figli pridiletti di Don Tano Barreca, un vecchio boss mafioso e mammasantissima del paisi, che durante la sua vita, aviva fatto e disfatto a suo piacimento: racket, omicidi, droga, pizzo, ecc.. Anche il modo dell'ammazzatina, non lasciava dubbi: trattavasi di un omicidio mafioso in piena rigola, e apparentemente senza nessun movente.
Certo, che una cosa era vera: il professor Rosario Barreca, non faciva nulla per non farsi notare in paisi, questo almeno fino alla morte del fratello primogenito, avvenuto un frisco mat

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   7 commenti     di: Antonino Mirone



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