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Racconti gialli

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Ossessione

Calano le prime ombre, insieme alla nebbia, un velo grigio di maglie fitte che deforma la realtà.
Già, la realtà, un ben arduo dilemma, in un mondo dove sempre più c'è un abisso fra ciò che appare e quello che effettivamente è. E così quello che sembra un innocuo passante potrebbe invece essere un criminale della peggior specie, un essere dalle sembianze umane, ma dall'animo bestiale, proprio come nel caso del Rag. Tagliaferri.
A suo tempo l'evento fece scalpore, fu riportato su tutti i giornali, ne parlarono perfino i telegiornali, ma ora tutto tace e la gente ha accantonato la memoria e con essa tutte le paure.
Io invece ricordo, tutti i giorni, tutte le notti, perché, indirettamente, sono stato una sua vittima.
Correvano gli anni sessanta e in Italia c'erano i primi sintomi di uno sviluppo economico, che poi sarebbe prepotentemente esploso, tanto da meritarsi l'appellativo di "boom".
Le strade cominciavano a essere percorse da un numero crescente di automobili, di piccola dimensione rispetto alle attuali, ma sufficienti a portare una famiglia alla conoscenza del mondo all'intorno, a beneficiare di una insperata libertà di movimento.
Anche i primi televisori cominciavano a entrare prepotentemente nelle case, a stupire attonite famiglie, mutando radicalmente il modo di vivere; insomma, il progresso economico portava anche a un'evoluzione degli usi, dei costumi, a un' apparente riscrittura del futuro delle genti.
Il Rag. Tagliaferri, stimato contabile di una banca locale, sposato con due figli, era il classico esponente di una nuova borghesia che andava prendendo piede, una persona non in vista, ma anche non sconosciuta, fedele devoto che non mancava una messa domenicale insieme a tutta la famiglia, prodigo di consigli disinteressati in pubblico quanto avaro di sentimenti in privato, un uomo, si potrebbe definirlo, per tutte le stagioni, ma in effetti per nessuna. Dietro quell'aspetto distinto e bonario si celava una perpetua insoddisfazione, un ta

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Tànatos

Restò in attesa solo pochi minuti. Un energumeno ben vestito lo scortò nell’ufficio del Capo, un ampio stanzone semi vuoto con una vista mozzafiato. La città si stendeva sonnolenta al di là della sala, un’intera parete di finestre, dal soffitto al pavimento, regalava una sensazione di vertigine. Il Capo era in piedi, ad ammirare le tante, anonime formichine che si muovevano per strada a grande distanza dal suo naso. Quando entrarono non si voltò. L’odore dolciastro che impregnava la stanza era il risultato dei mille Montecristo che amava fumare in continuazione. Proprio in quel momento ne stringeva uno, ancora spento, tra le labbra. “Buongiorno Dexter, accomodati” disse mantenendo lo sguardo fisso nel vuoto. “Non ti chiedo come stai, posso immaginarlo”. Un fastidioso sorriso accompagnò le sue parole. Dexter restò impassibile, ritto in piedi, le braccia incrociate sul petto e gli occhiali scuri a nascondere ogni espressione che potesse scalfire il suo stato d’animo.
“È una bella giornata, non trovi Dexter? Una bella giornata d’agosto. Che ne diresti di andartene un po’ al mare, eh?”. Continuava a sorridere quel bastardo grassone. Il suo finto eloquio era fine a se stesso, sterile ed improduttivo, come la sua vita pidocchiosa.
Il Capo si girò, accese il sigaro e tirò una lunga, gustosa boccata. In breve il suo volto fu nascosto da una gradita nuvola di fumo. “So che sei stato già informato dell’operazione nei minimi dettagli, Dexter, per cui non c’è motivo che ti trattenga altro tempo. Sai già dove trovare l’obiettivo. È a conoscenza di troppe cose. Non possiamo permetterci che continui a respirare e sapere. Siamo certi che farai un ottimo lavoro, come sempre. L’Organizzazione te ne sarà grata, Dexter. Scegli l’arma che ritieni più congeniale. So che ci tieni a far soffrire la vittima il meno possibile, eheheheh”.
Dexter digrignò i denti, l’energumeno avvertì la violenza sopita dal suo gesto e gli si ap

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Io sono un veggente

Ho avuto un'altra spaventosa visione di morte: un raccapricciante omicidio commesso da un serial killer. Non ne posso più. Troppe notti mi sveglio con la mente sconvolta da scene agghiaccianti. I primi tempi le credevo semplici sogni, sono invece tragiche realtà.
Mi chiamo Giuseppe Petripaoli, ho quaranta anni e sono un veggente. Tengo pure un programma radiofonico di successo su un nota emittente genovese, dove offro consigli e previsioni astrologiche personalizzate a chi mi telefona. Ma se invidiate i miei poteri, accade solo per la vostra beata ignoranza. Non potete, infatti, neppure immaginare quanto sia angoscioso assistere, impotenti, ai delitti più efferati. Per fortuna, dopo aver visto un'uccisione, trascorro settimane di apparente normalità, priva di scelleratezze, come un essere umano qualsiasi. Tuttavia, pur pregando con fervore per la mia pace interiore, nemmeno in quei periodi riesco a essere sereno. Me l'impedisce la tormentosa attesa di orrori prossimi venturi, l'insana consapevolezza che le visioni di morte sono destinate, inesorabili, a tornare, come è accaduto stanotte. Ho rivisto in azione l'Highlander, così battezzato dai media perché i suoi orrendi crimini parrebbero ispirati alla per me mitica serie cinematografica e televisiva sugli immortali armati di spada. E ne resterà uno solo!
Io ho sempre collaborato con le forze dell'ordine locali, ma sulle prime gli inquirenti liguri non mi prendevano sul serio. Eppure avevo già ottenuto una certa notorietà, all'epoca in cui ancora vivevo con la mia famiglia nel capoluogo regionale piemontese - la vicinanza agli psicopatici è fondamentale perché abbia visioni - per aver smascherato il pluriomicida torinese noto come il Cenobita, specializzato in assassinii rituali di stampo religioso.
Cominciarono a darmi credito da quando, quattro anni fa, gli permisi di fermare un altro feroce serial killer, l'Ecologista, autore di undici efferati delitti, abbinati, a scopo di monito, ad altrettante

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   10 commenti     di: Massimo Bianco


A fior di Labbra

Si sorprese a sorridere.
In bocca aveva il sapore amaro dell’epilogo e del tentativo mal riuscito di non cadere nella bottiglia. Era un uomo finito. Era un uomo, questo era certo. Rideva con il gusto della delusione e con gli occhi lucidi del padre ferito.
Si sorprese a riflettere, lui che era stato abituato a decidere prima di vagliare le possibilità. Si guardava intorno come se per la prima volta si trovasse ad analizzare le pareti della sua stanza. Gli occhi si fermavano su ogni dettaglio; la foto di New York su legno Ikea, quella della casa di “Ernest” a Key West, lo specchio regalo di nozze, le crepe sui muri ingialliti. La mente però sorvolava, i percorsi del suo ragionare erano ben altri.
Si sorprese ad afferrare la sua Beretta e a stringerla talmente tanto da disegnargli sul palmo le righe dell’impugnatura. Era calmo nell’animo, calmo nella mente ma con il corpo sudato e freddo per l’agitazione. Non era più un ragazzo. I suoi sessantuno anni lo giudicavano dall’alto dell’esperienza che in quel momento non trovava dentro al suo cuore.
Un carabiniere lo si esige freddo, pronto, scaltro. Lo si chiama e lo si desidera reattivo, di ghiaccio, per nulla turbato dagli eventi. Risolutivo. Lui non era tra la gente. Era a casa sua, nel suo regno e poteva permettersi una qualsiasi debolezza. Poteva perfino permettersi di piangere, di gridare, di mandare a quel paese l’Arma e la sua divisa. Gli era concesso di sciogliersi, di tremare, di puntare la pistola verso la parete, verso se stesso.
Un padre in divisa è chiamato inconsapevole sul luogo del delitto di suo figlio. Un uomo nudo, di spalle, riverso nel suo stesso rosso, in un angolo di città che non avrebbe mai collegato al sangue del suo sangue. Aveva riconosciuto quel tatuaggio, immediatamente, ed aveva sentito pietrificarsi le gambe, respirare il cuore, scoppiare i pensieri, piangere quegli occhi di ghiaccio. Aveva odiato gli scarabocchi con cui il “piccolo” amava fregiasi duran

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   1 commenti     di: Andrea Testa


Una buona ragione... per essere ammazzato

Se il bersaglio è buono,
la freccia colpisce meglio.


Le perplessità del commissario erano palesi, la ricostruzione sembrava credibile, razionale, l'unica possibile, troppi particolari però gli parevano forzati e costruiti. Come comprare un puzzle con le tesserine numerate. Troppo semplice.

"Sembra di plastica", puntuale la sua frase preferita quando qualcosa non lo convinceva.

Non si poteva ritenere un esperto, erano passati almeno dieci anni dall'ultimo caso di omicidio, anzi l'unico. Un uxoricidio risoltosi con una confessione in piena regola, dopo che per un niente la pratica non era stata archiviata come tentativo di furto finito tragicamente. Al giovane commissario, che già si era fatto notare per la sua ostinazione, era sembrato tutto troppo facile e aveva continuato ad indagare finché non era riuscito a individuare la falla. Una caratteristica che aveva mantenuto nonostante il destino gli avesse riservato una vita quasi tranquilla: un emiliano atipico, riservato e solitario con pochissimi amici, in un Commissariato di provincia lontano dalla vita caotica della metropoli. Di buona cultura e una meticolosità caratteriale che invecchiando era diventata quasi mania.
Svolgeva tutto con grande professionalità, che si trattasse di furto di biciclette o di rapina. Figuriamoci l'attenzione per un delitto. E che delitto!
Un assessore ucciso nel suo ufficio richiama l'attenzione della stampa nazionale, delle televisioni, per non parlare dei politici, del prefetto. Come sempre in queste situazioni molti tentavano di sfruttare la vetrina, altri temevano per quanto avrebbe potuto emergere da una indagine approfondita. Non a caso crescevano di ora in ora le pressioni e qualcuno cominciava già a suggerire che si trattasse di un caso troppo delicato per un commissariato minore. Era abituato a non farsi condizionare, a non dar troppo ascolto alle apparenze e decise di partire dall'unico elemento davvero oggettivo:

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   5 commenti     di: Ivan Bui


La morte allunga il passo. (prima parte)

Diffidate di chi si vanta
di saper leggere la mano.
Soprattutto se non rispetta
la punteggiatura.




Stava lì rilassato, seduto su una sedia basculante, piedi a formare una specie di vu, sulla vecchia e malandata scrivania. Fissava le macchie di precoce senilità sulle mani. Poi, percorrendo con lo sguardo le lunghe gambe, arrivò alle scarpe e si fermò, con un pizzico di vanità, ad ammirarle. Indossava un paio di Alden Diplomat nere che odoravano di cuoio. Pagate diciotto e cinquanta in un negozio della Quinta strada.

Mentre era tutto concentrato su quell'oggetto di desiderio ormai realizzato, una fitta pioggia scendeva sui vetri della grande finestra, seguendo percorsi imprevedibili.
Stette così per tre buoni quarti d'ora. Chi lo avesse visto spostare lentamente i piedi qua e là, scrutare ammirato ogni dettaglio delle calzature per tutto quel tempo, esibirsi in quel repertorio di espressioni con occhi, sopracciglia, naso e smorfie della bocca, sarebbe stato pienamente autorizzato a pensare si trattasse di un alienato di mente. Solo se avesse prestato attenzione alla targhetta sulla porta avrebbe potuto ricredersi: Ted Sullivan, Special Investigator. The best nose in town since 1940. Avrebbe afferrato il perché di quell'atteggiamento concentrato ad analizzare ogni più piccolo dettaglio. Che rivelava quella innata propensione ad aguzzare vista e olfatto, tipica dei segugi di razza.

Il rumore della pioggia svanì a poco a poco, cedendo il passo ad un silenzio che conciliava il sonno. Proprio quando stava per cedere, il gracchiante e insistente drin drin del telefono lo richiamò all'appello.

- Ted Sullivan?...-
- Little Italy Chronicle! Sono la segretaria del direttore... il signor Mulligan vorrebbe incontrarla.-
- Un momento che controllo l'agenda... vediamo...-
- No, guardi, vorrebbe vederla subito... la cosa è urgente!-
- Baciami il...-
- Come?!!-
- no, no è un intercalare... mi scusi... la forza dell'abitudine...-
- dovrei spo

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Brava... brava, dolce Angela

Mi fissai le nocche squarciate, e trasalii. Racchiusi una mano dentro l'altra e le sentii bruciare. Me le portai al seno e la maglia bianca mi si imbrattò di sangue.
Guardai a terra e vidi l'uomo che avevo appena ucciso. Il mio respiro si accentuò e presi a tremare.
Mi allontanai velocemente fino ad arrivare sotto il portone di casa. Dalla tasca del cappotto recuperai le chiavi ed entrai.
Sentivo le gambe molli e la testa girare. Continuai ad osservarmi intorno anche quando entrai in ascensore, come per accertarmi che nessuno avesse visto di quale crimine orrendo mi ero appena macchiata.
Arrivai al mio appartamento e mi ci barricai dentro. Fissai la foto di mia sorella sul mobiletto, e percepii un brivido.
Mi mossi in bagno, mi svestii e mi fiondai sotto la doccia. Mentre l'acqua mi delimitava il profilo e scacciava le lacrime, abbassai lo sguardo verso il basso. Oltre che l'acqua, lo scarico si portò via con se anche quel sangue rosso acceso che mi dava la nausea.
Uscii solo dopo un'ora, e ancora non mi sembrava abbastanza.
Con l'asciugamano stretto intorno al corpo e i capelli ancora umidi sulla schiena, andai a sedermi sul divano.
Sentivo freddo, ma sapevo che a crearmi i brividi non era né la temperatura, né l'acqua che ancora avevo sulla pelle.
Mi racchiusi le gambe tra le braccia e appoggiai il mento sulle ginocchia. A quel punto, udii: "Hai fatto quello che doveva essere fatto."
Senza voltarmi, una lacrima mi scese sul viso. "Vattene."
"Lo sai che non posso."
Fissai l'angolo buio della cucina. "Ho ucciso di nuovo", dissi.
"Certo che l'hai fatto. L'hai fatto per me."
Io scossi il capo e tornai a fissare un punto indefinito dinanzi a me. "No, basta così. Non lo farò più."
A quel punto la voce si fece più vicina. "Lo sai che non puoi. Non abbiamo ancora finito."
"Io sì."
"Ne mancano ancora due. Poi ti lascerò in pace."
Io esitai, pensando a quanto desideravo essere lasciata in pace. Mia sorella era to

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   24 commenti     di: Roberta P.



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