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Racconti gialli

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Empatia

Il direttore dell'azienda condusse me ed il mio partner Aquilani fino alla stanza degli spogliatoi maschili, e spiegò: "L'hanno trovato qui due ragazzi verso le undici. Aveva finito il turno."
Abbassai gli occhi: il corpo se ne stava in terra coperto da una cerata gialla. C'era odore di disinfettante, segno che i ragazzi del coroner avevano ripulito il sangue.
Mi misi sulle ginocchia e scostai appena la cerata. Nel vedere i suoi occhi spalancati, mi ritrovai a pensare a quanto doveva aver sofferto a beccarsi dieci coltellate, e a sapere di star morendo. Socchiusi per un istante i miei, nel vano tentativo di scordarmi il suo volto straziato. Poi lo ricoprii e mi alzai.
Mi imposi con le mani sui fianchi, e osservai il posto: era uno stanzone stracolmo di armadietti, e poco illuminato.
"Chi ha accesso all'area riservata al personale?", domandai.
"Nessun altro. I dipendenti sono gli unici a poter entrare qua."
"Quanti ne conta più o meno questa azienda?"
Il direttore ci pensò su e consultò il collega.
"Circa trecento."
"Immagino che tutti disponiate di un passi o qualcosa del genere."
"Sì, naturalmente."
Il secondo uomo però obbiettò quasi subito.
"Beh, non è del tutto esatto. I tirocinanti e gli stagisti non ne possiedono."
"E per entrare o uscire come fanno?", chiesi io.
"Suonano il campanello, e gli addetti alla sicurezza aprono."
Annuii e feci qualche passo per ispezionare il posto.
Non sapevo bene il perché, ma quella stanza aveva qualcosa di familiare. Forse mi ricordava un po' i miei primi giorni all'accademia di polizia, quando passavo le mie pause immersa in stanzoni silenziosi alla ricerca della solitudine e della quiete.
Tornai alla realtà e mi rivolsi al direttore dell'azienda, e al suo vice.
"Gli agenti resteranno qui per recuperare più materiale possibile, il coroner porterà via il corpo. Verranno affissi i nastri gialli e fino a che non avremo terminato di ispezionare la zona, nessuno potrà

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   15 commenti     di: Roberta P.


Dissennato da un delitto ( seconda parte )

Dissi tra me e me che stavo esagerando,
che mi stavo facendo coinvolgere troppo
da quella storia.
Cominciai a prepararmi, di li a poco sarei andato
da Lisa, la mia ragazza per accompagnarla a
lavorare.
Entrai nella macchina, sistemai lo specchietto
e allacciai la cintura, infine misi in moto
e lasciai adagio il vialetto che antecedeva il garage
dividendo in due il giardino.
Appena fui sulla statale, telefonai a Lisa per
dirle di prepararsi in fretta, altrimenti avremmo
fatto tardi. Arrivai da lei in pochi minuti,
quella mattina non c'era traffico.
Ed eccola lì, com'era bella, la osservavo
mentre si avvicinava alla macchina.
La guardavo con lo stesso sguardo e lo stesso
entusiasmo di due anni prima, cioè quando
ci scambiammo il primo bacio.
Ebbene si, per me non esisteva che lei, ne ero
profondamente innamorato.
Quando fù in macchina, mi salutò dandomi un bacio
e senza aggiungere altro, mi fece cenno di muovermi
con la mano. Quel suo movimento, brusco e secco,
mi riportò alla realtà. Mi scusai dicendole che mi ero
perso in quei suoi bellissimi occhi verdi, che però,
cambiavano tonalità ad ogni variazione della luce.
Lei mi liquidò con un sorriso e si voltò dall'altra
parte, per gurdare fuori dal finestrino i giganti di
cemento, che man mano ci lasciavamo alle spalle.
Giunti al fast food, dove lei aveva la mansione
di cameriera, scese di corsa dalla macchina e
dirigendosi verso l'entrata del personale,
sul retro del locale, mi disse che ci saremmo visti
nel primo pomeriggio, per pranzare insieme.
Avevo un foglietto in tasca, lo estrassi, era la lista
del materiale che avrei dovuto comprare
per una delle mie creazioni. Pensai che era strano,
non ricordavo di aver scitto quella lista,
nè tantomeno, di avere un altro lavoro in programma,
anzi, in verità avrei dovuto ancora ultimare
una miniatura della Torre Eiffel,
richiestami da un'anziana signora francese,
trasferitasi qui col marito.
Il fatto però, non susc

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   0 commenti     di: luigi castiello


Una storia d'amore in giallo

Un giorno di novembre al tramonto, si salutarono con un bacio sulla bocca.. La loro storia durava da un anno ed era stata vissuta attimo per attimo senza nessuna inibizione prendendo giorno per giorno quello che la vita dava loro, Sapevano entrambi che la loro storia non poteva durare : lui era sposato, lei era la donna di un boss.
Entrambi avevano vissuto una vita normale fino a quando non si erano incontrati per caso, è fu colpo di fulmine! La seconda volta che si rividero fecero l'amore e per entrambi fu la certezza di essere fatti l'una per l'altro. Si vedevano di nascosto e rubavano alla vita le ore che potevano ed erano felici immensamente.
Ma il destino era in agguato e più che il destino era il sesto senso della moglie di Walter che cominciò ad avere qualche sospetto. E da li cominciò tutto.
Walter aveva sposato Giulia cinque anni prima ma in pratica si conoscevano da quando erano liceali e si frequentavano con assiduità. Si laurearono insieme e poi come aveva deciso il destino si sposarono.
Giulia era molto innamorata di Walter che provava molto affetto per lei, e la decisione di sposarsi l'aveva. presa per accontentare la sua famiglia e la famiglia di lei che erano legate da molti anni di amicizia.
Erano due famiglie con grandi patrimoni ed avevano fatto molti progetti su di loro, anche perché entrambi erano figli unici; ecco perché al momento del matrimonio erano stati messi a capo delle loro Aziende.
Erano ormai diventate due persone molto importanti nella loro sfera sociale : i loro amici si potevano trovare nell'alta finanza, fra banchieri, ambasciatori e così via. Quasi ogni giorno erano invitati a qualche festa ed erano guardati da tutti con benevolenza e se vogliamo anche con un pizzico di invidia.
Quando conobbe Laura e si guardarono negli occhi capì che la sua vita era vuota e Laura era la persona che l'avrebbe riempita. Il giorno dopo si rividero di nascosto e fecero l'amore e Walter capì cosa gli mancava: la passione!
L

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Quindici anni dopo - PARTE SECONDA E ULTIMA -

La mattina seguente mi alzai verso le sette. Mi infilai un maglione e un pantalone della tuta. Zio doveva essere già sveglio. Andai in cucina e mi bloccai sulla porta. Mi appoggiai allo stipite e sorrisi mentre lo guardavo preparare con cura la colazione.
Lui si voltò e mi sorrise a sua volta.
"Se la memoria non m'inganna, latte e caffè, zucchero, torta semplice e biscotti."
Io annuii, mi portai una mano chiusa a pugno sulla bocca, e risi.
Andai a dargli un bacetto sulla guancia e presi posto.
"Non c'era bisogno che facessi da solo, ti avrei dato una mano..."
"Mi fa pacere, e poi non sono riuscito a dormire. Mi sono alzato presto..."
Io annuii, e cominciai ad inzuppare nel latte, prima una fetta di torta e poi i biscotti.
Lui mangiava in silenzio, ma non riuscii a trattenermi dal chiedergli: "Zio?"
"Sì?"
Poteva essere un semplice sogno quello che avevo fatto la notte, ma forse poteva essere qualcosa di più. Valeva la pena scoprirlo.
"La vecchia cascina, quella dove io e Marta andavamo a giocare, è sempre lì?"
"Sì, sempre lì, abbandonata e più malandata di prima. Perché?"
"Perché voglio andare a controllare una cosa."
"Non metterti nei guai, me lo prometti?"
Io annuii. "Sì, te lo prometto."
Un'ora dopo stavo già dirigendomi verso la radura. Parcheggiai sulla stradina e scesi a piedi.
Dopo una buona mezz'ora di cammino, fissai dal basso la strada in alto.
Dal fondo della gola vedevo bene le strade tortuose che portavano al paese vicino, e qualche auto percorrerle.
M'incamminai ancora di qualche metro finché, tra gli alberi, scorsi il tetto malandato della cascina segreta.
M'inoltrai nel bosco ed infine entrai.
Dentro c'era puzza di umido, e il pavimento era frastagliato. Ricordavo bene dove nascondevamo il diario segreto. Avevo voluto lasciarlo lì in ricordo della nostra amicizia. Credevo di essere stata io l'ultima ad utilizzarlo e ad annotarci sopra l'ultimo "segreto": forse mi ero sbagliata.
Salii al primo piano, e m

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   11 commenti     di: Roberta P.


Tànatos

Restò in attesa solo pochi minuti. Un energumeno ben vestito lo scortò nell’ufficio del Capo, un ampio stanzone semi vuoto con una vista mozzafiato. La città si stendeva sonnolenta al di là della sala, un’intera parete di finestre, dal soffitto al pavimento, regalava una sensazione di vertigine. Il Capo era in piedi, ad ammirare le tante, anonime formichine che si muovevano per strada a grande distanza dal suo naso. Quando entrarono non si voltò. L’odore dolciastro che impregnava la stanza era il risultato dei mille Montecristo che amava fumare in continuazione. Proprio in quel momento ne stringeva uno, ancora spento, tra le labbra. “Buongiorno Dexter, accomodati” disse mantenendo lo sguardo fisso nel vuoto. “Non ti chiedo come stai, posso immaginarlo”. Un fastidioso sorriso accompagnò le sue parole. Dexter restò impassibile, ritto in piedi, le braccia incrociate sul petto e gli occhiali scuri a nascondere ogni espressione che potesse scalfire il suo stato d’animo.
“È una bella giornata, non trovi Dexter? Una bella giornata d’agosto. Che ne diresti di andartene un po’ al mare, eh?”. Continuava a sorridere quel bastardo grassone. Il suo finto eloquio era fine a se stesso, sterile ed improduttivo, come la sua vita pidocchiosa.
Il Capo si girò, accese il sigaro e tirò una lunga, gustosa boccata. In breve il suo volto fu nascosto da una gradita nuvola di fumo. “So che sei stato già informato dell’operazione nei minimi dettagli, Dexter, per cui non c’è motivo che ti trattenga altro tempo. Sai già dove trovare l’obiettivo. È a conoscenza di troppe cose. Non possiamo permetterci che continui a respirare e sapere. Siamo certi che farai un ottimo lavoro, come sempre. L’Organizzazione te ne sarà grata, Dexter. Scegli l’arma che ritieni più congeniale. So che ci tieni a far soffrire la vittima il meno possibile, eheheheh”.
Dexter digrignò i denti, l’energumeno avvertì la violenza sopita dal suo gesto e gli si ap

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Penny è volata dal tetto. (Cap 4)

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   1 commenti     di: Umberto Briacco


Ossessione

Calano le prime ombre, insieme alla nebbia, un velo grigio di maglie fitte che deforma la realtà.
Già, la realtà, un ben arduo dilemma, in un mondo dove sempre più c'è un abisso fra ciò che appare e quello che effettivamente è. E così quello che sembra un innocuo passante potrebbe invece essere un criminale della peggior specie, un essere dalle sembianze umane, ma dall'animo bestiale, proprio come nel caso del Rag. Tagliaferri.
A suo tempo l'evento fece scalpore, fu riportato su tutti i giornali, ne parlarono perfino i telegiornali, ma ora tutto tace e la gente ha accantonato la memoria e con essa tutte le paure.
Io invece ricordo, tutti i giorni, tutte le notti, perché, indirettamente, sono stato una sua vittima.
Correvano gli anni sessanta e in Italia c'erano i primi sintomi di uno sviluppo economico, che poi sarebbe prepotentemente esploso, tanto da meritarsi l'appellativo di "boom".
Le strade cominciavano a essere percorse da un numero crescente di automobili, di piccola dimensione rispetto alle attuali, ma sufficienti a portare una famiglia alla conoscenza del mondo all'intorno, a beneficiare di una insperata libertà di movimento.
Anche i primi televisori cominciavano a entrare prepotentemente nelle case, a stupire attonite famiglie, mutando radicalmente il modo di vivere; insomma, il progresso economico portava anche a un'evoluzione degli usi, dei costumi, a un' apparente riscrittura del futuro delle genti.
Il Rag. Tagliaferri, stimato contabile di una banca locale, sposato con due figli, era il classico esponente di una nuova borghesia che andava prendendo piede, una persona non in vista, ma anche non sconosciuta, fedele devoto che non mancava una messa domenicale insieme a tutta la famiglia, prodigo di consigli disinteressati in pubblico quanto avaro di sentimenti in privato, un uomo, si potrebbe definirlo, per tutte le stagioni, ma in effetti per nessuna. Dietro quell'aspetto distinto e bonario si celava una perpetua insoddisfazione, un ta

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