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Racconti gialli

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IL RAPIMENTO DEL RANGER GIALLO

Fa caldo anche qui a Sabaudia. Ormai non dormo che 3-4 ore al day, ma solo se ho carburato un bel po’ di benza nel fegato. Le zanzare collezionano vittime e non si stancano mai. M’alzo, apro una birra e m’accendo una paglia. Ricollego il cervello a quanto è successo e, fuori dalla veranda, guardo degli stronzi fare jogging alle 5 di mattina. Ieri la bomba colla b, la o, e la m maiuscole: un nano si presenta in centrale e dice che hanno rapito il suo amichetto mentre giocavano ai power cosi. Lui era il ranger blu e rincorreva un gatto travestito da mostro ( o era il contrario ) ( non ricordava bene ), invece il suo amico, bimbo X, faceva il ranger giallo e aspettava informazioni nella loro super segreta base sullo scivolo di legno. Il ranger blu non riceveva più notizie dalla base e, preoccupato per un attacco alieno, interruppe l’inseguimento al mostro gatto ( o gatto mostro ) e trovò la base occupata da un gruppo di tartarughe ninja ma vuota dell’amico X. E allora lo vide salire su una punto bianca parcheggiata davanti alle poste campo da basket. E via verso il mare e poi più. Non gli abbiamo dato troppo retta; almeno finché non sono arrivati i genitori del ranger con zii, cugini, 5 nonne ( 5?? Mah?!? ) e una squadra di avvocati in tenuta da calcetto. Poi telefonate, telefonate, squilli di tromba, trombone e un rosario di “lei non sa chi sono io”, “e se non smuove anche il promontorio di San Felice la faccio sbattere a far la guardia ai sassi ecc bla ecc ecc”, e dopo gli ultimatum del questore, del vice questore, e del vice vice questore che è “un caro amico di infanzia” e “faccia conto che sia mio figlio, anche se con mio figlio non ci parlo neanche ” poi il silenzio e finalmente potemmo metterci a lavoro.
Seguirono perizie, interrogatori ai presenti, elenchi di punto bianche ma anche smart verdi e multipla rosa. Tutti avevano visto qualcosa ( anche il barista della quindici ) e il sospettato cominciava a delinearsi come un

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Doppio intrigo per Norman Parker

Misterioso decesso durante il concerto di apertura della stagione di musica lirica tenuto ieri al Royal Opera House. La famosa soprano francese Yvette Bourgueis aveva concluso brillantemente la prima parte della sua esibizione e si accingeva a ringraziare il pubblico per la moltitudine di omaggi floreali che continuavano a giungere sul palco accompagnati da calorosi applausi. La vedette aveva attirato, nel famoso teatro della zona di Covent Garden, un enorme numero di spettatori che aveva fatto registrare il tutto esaurito. L’intervento degli uomini della polizia è stato tempestivo ma non è riuscito a stabilire la causa di una morte tanto improvvisa quanto inaspettata.
Tutto farebbe pensare ad una paralisi cardiaca ma coloro che la conoscevano escludono l’ipotesi in quanto la donna era sanissima sotto questo aspetto; qualcuno, invece, ipotizza che potrebbe trattarsi di omicidio ma non è stata ritrovata alcuna traccia utile ad avvalorare tale tesi. Sul corpo della sventurata non è stata rinvenuta alcuna ferita ne altri segni che possano indurre a pensare ad un omicidio. Il cadavere, pertanto è stato affidato all’esame del Coroner da cui si attende un responso definitivo. Pertanto tutto sembra coperto dal massimo riserbo mentre il caso si avvolge in una coltre di mistero. Secondo voci non ufficiali, le indagini del caso sarebbero state affidate all’ispettore Norman Parker della sezione omicidi di Scotland Yard, noto per aver già risolto brillantemente altri complicati casi avvenuti nella nostra città .
Così si leggeva alle prime pagine del Times e del Daily News usciti la mattina di…
lunedì 21 febbraio 1937.

Era una mattina talmente grigia ed uggiosa che sembrava scoraggiare la gente dall’uscire dalle proprie case. La neve accumulatasi nei giorni precedenti si stava sciogliendo a causa di una pioggia frustante che, contro ogni possibile previsione, aveva preso il posto dei candidi fiocchi creando sul selciato una fanghiglia gelida ed in

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Odeon

Seduto in una di quelle piccole, sobrie poltrone di un cinema ormai lontano dagli standard moderni, con i rivestimenti di un velluto elegantissimo, e l’odore di tempi che ormai non tornano più. Tutta la sala occupata, pronta, vivida, carica di aspettative, brulicante di gente che ingoia uno dopo l’altro film a raffica senza nemmeno digerirli. Atmosfera piacevole, rilassata, espressioni distese.
Una ventina di teste sconosciute davanti alla mia e una serie di facce che non distinguo dietro le mie spalle. Non so cosa stia per iniziare, “un biglietto” ho detto, senza nemmeno costatare che la trama fosse esaltante, l’attrice bella e sensuale, il regista vincitore di un qualche importante premio. Non avevo la minima intenzione di finire qui dentro, ma la folla dietro la strada era davvero invitante e il luogo ideale.
Ed eccomi qui, sistemato tra due coppiette disgustosamente ingorde di pop-corn, bicchierone gigante da tre, quattro euro.
La poltroncina è scomoda, inizio a diventare impaziente.
Il bisbiglio di fondo termina, calano le luci ed appaiono le montagne della Paramount. Scorrono veloci i titoli di un film che non ho scelto, i nomi di attori che non conosco, e anche se il ritmo della colonna sonora è veramente incalzante, io non sono assolutamente interessato. Non sono qui per bere Coca-Cola né tanto meno per carezzare timidamente la gamba della mia compagna, per mangiare liquirizie o per capire se il protagonista merita quel cazzo di Oscar. Inizio a sudare, inizio a sudare perché sono fermo da almeno cinque minuti. Odio stare fermo, lo odia anche il mio corpo.
La scena si dipana all’interno di uno di quegli uffici che vivono esclusivamente nelle realtà americane; un mare di impiegati con la camicia bianca, ognuno nel suo mini box con un computer a schermo piatto della prossima generazione e una stampante ultramoderna. Pannelli divisori bianchi panna, persone perfettamente curate, uomini appena rasati, colletti candidi, giacche stirate.

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   2 commenti     di: Andrea Testa


Penny è volata dal tetto. (Cap 4)

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   1 commenti     di: Umberto Briacco


Chi diffonde il male

Avvolti nei cappotti, Lentini ed io ci ritrovammo ad attraversare piazza Castello, il martedì della prima settimana di novembre. Erano le sei del mattino e la città cominciava ad animarsi.
Nessuno di quelli già in auto o in tram, diretti alle proprie giornate, sapeva ancora che mentre loro dormivano, una donna veniva massacrata e abbandonata in una delle piazze più famose di Torino.
Una volta sul posto, salutai Lorusso e il nuovo arrivato, il sovrintendente Clensi. Poi mi misi sulle ginocchia e alzai la cerata.
Mi sfilai gli occhiali da sole, la fissai negli occhi per qualche secondo, e memorizzai il suo sguardo. Là, notai qualcosa sul suo viso. "Che roba è?"
Lentini si avvicinò. "Non ne ho la più pallida idea..."
"Dov'è Ferro?"
La sua voce mi giunse da dietro. Ci voltammo.
"Sono qua!", gridò alzando una mano.
"Che ne dici?", domandai facendo segno verso la donna cadavere.
"Non quanto vorrei. Stasera passa da me che nel pomeriggio la esaminerò."
"E a me non m'inviti?", chiese Lentini mandandogli un bacio.
"Mi spiace, ma non sei il mio tipo."
"Cosa sai per ora?", chiesi io.
"È deceduta verso la mezzanotte o poco più. Ha dei tagli veramente molto profondi, è una cosa... raccapricciante."
Io fissai un altro punto, e indossai gli occhiali scuri.
"Ci vediamo stasera", dissi.
"Ti aspetto."
Infine mi allontanai.
Alle ventuno in punto mi trovavo nel parcheggio dell'istituto della Scientifica.
Erano anni che percorrevo quei corridoi, ma non ero mai abbastanza disinvolta per far finta che la puzza di sangue mista al disinfettante non mi desse la nausea.
Raggiunsi Ferro al pianterreno, e lo salutai.
"Puntuale, come sempre."
"È il minimo..."
Appesi il cappotto all'attaccapanni e presi posto.
"Allora, che hai scoperto? Che mi dici di quelle ambigue macchie d'inchiostro?"
"Ah sì, ne ho trovate altre due sulle mani e una sull'ombelico, ma questo non sembra essere rilevante. Senti qua... Luisa Marinetti è morta per la bellezza di d

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   23 commenti     di: Roberta P.


Doppio intrigo per Norman Parker -conclusione-

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