username: password: dati dimenticati?   |   crea nuovo account

Racconti gialli

Pagine: 1234... ultima

La morte allunga il passo. (seconda parte)

Sam Fontana, detto Palla di Vetro, era sprofondato nella sua poltrona di pelle umana. Seminascosto dietro una grande scrivania, anche questa rivestita di morbida pelle. Si riusciva a individuarlo seguendo i segnali di fumo del suo sigaro. Era un nanerottolo sotto il metro e mezzo, con una vocetta mielosa con cui veicolava i suoi continui understatement. Come ci teneva a definirli amabilmente lui stesso. In effetti non c'era nessuno più esplicito e diretto di lui. Gli disse di farsi avanti e mettersi comodo.

- Allora Signor Ted Sullivan il mio amico quel mariuolo da strada di Jack sei braccia ha perorato la sua causa ha intercesso o interceduto come minchia si dice non me ne può fregar di meno per lei per falle avere sto colloquio a proposito mi scusasse lo gradisce un mandarinetto un sigaro un biscottino allo zenzero-
- No, la ringrazio, Signor Fontana... non fumo, sono a dieta e... il dottore mi ha consigliato di stare lontano dall'alcol...-
- Ma fottere fotte eh atrimenti che minchia ci sta a fare a sto mondo in ogni caso non la conosco ancora tanto bene da potella affidare alle cure amorose di Sofia e
Teresa le gemelline che l'hanno condotta da me in seguito se farà il bravo giovine vedremo allora mi diceva-

Ascoltare Sam Fontana era davvero impegnativo. Forse ve ne sarete accorti, il boss parlava a raffica, senza sfumature, e soprattutto senza rispettare la punteggiatura. Era come se partisse in quarta e ci rimanesse sempre, se ne fregasse dei semafori, e spiaccicasse tutte le vecchiette che avevano la sfortuna di trovarsi sulla sua strada. Solo quando diventava paonazzo, si fermava a riprendere fiato e ripartiva in quarta. Era stressante per chi lo ascoltava. Probabilmente lui ci aveva fatto il callo.

- Veramente non le ho ancora detto il motivo che mi porta da lei.-
- Nun ce ne sta bisogno figghiu... o sacce ggià-

Altra cosa che connotava il suo eloquio era l'uso di parole di varia provenienza. Siciliane, calabresi, napoletane... Forse u

[continua a leggere...]



Veleno

Mi misi a giocherellare con un elastico quando esordii: "Mettiamo caso che avessi portato di proposito le patatine salate per farti venire sete. Poi mettiamo anche caso che mentre andavi in bagno abbia aperto la tua borsa e che abbia avvelenato la tua acqua."
Il suo sorriso svanì in un attimo.
"Forte, no?", le chiesi sorridendo.
"Stai scherzando, vero?"
"Io dico che tra qualche minuto lo scopriamo."
Poi la fissai, e notai che anche lei mi stava fissando a sua volta. La fronte corrugata.
M'indicai, e senza distogliere lo sguardo dal suo viso, dissi: "Credo che ti stia uscendo del sangue dal naso."
Fluido scivolò rosso sporcandole la bocca, il collo, la camicetta e i pantaloni. In poco tempo si ritrovò urlante imbevuta nella pozza del suo stesso sangue, mentre io quasi me la facevo addosso dalle risate.

   10 commenti     di: Roberta P.


A fior di Labbra

Si sorprese a sorridere.
In bocca aveva il sapore amaro dell’epilogo e del tentativo mal riuscito di non cadere nella bottiglia. Era un uomo finito. Era un uomo, questo era certo. Rideva con il gusto della delusione e con gli occhi lucidi del padre ferito.
Si sorprese a riflettere, lui che era stato abituato a decidere prima di vagliare le possibilità. Si guardava intorno come se per la prima volta si trovasse ad analizzare le pareti della sua stanza. Gli occhi si fermavano su ogni dettaglio; la foto di New York su legno Ikea, quella della casa di “Ernest” a Key West, lo specchio regalo di nozze, le crepe sui muri ingialliti. La mente però sorvolava, i percorsi del suo ragionare erano ben altri.
Si sorprese ad afferrare la sua Beretta e a stringerla talmente tanto da disegnargli sul palmo le righe dell’impugnatura. Era calmo nell’animo, calmo nella mente ma con il corpo sudato e freddo per l’agitazione. Non era più un ragazzo. I suoi sessantuno anni lo giudicavano dall’alto dell’esperienza che in quel momento non trovava dentro al suo cuore.
Un carabiniere lo si esige freddo, pronto, scaltro. Lo si chiama e lo si desidera reattivo, di ghiaccio, per nulla turbato dagli eventi. Risolutivo. Lui non era tra la gente. Era a casa sua, nel suo regno e poteva permettersi una qualsiasi debolezza. Poteva perfino permettersi di piangere, di gridare, di mandare a quel paese l’Arma e la sua divisa. Gli era concesso di sciogliersi, di tremare, di puntare la pistola verso la parete, verso se stesso.
Un padre in divisa è chiamato inconsapevole sul luogo del delitto di suo figlio. Un uomo nudo, di spalle, riverso nel suo stesso rosso, in un angolo di città che non avrebbe mai collegato al sangue del suo sangue. Aveva riconosciuto quel tatuaggio, immediatamente, ed aveva sentito pietrificarsi le gambe, respirare il cuore, scoppiare i pensieri, piangere quegli occhi di ghiaccio. Aveva odiato gli scarabocchi con cui il “piccolo” amava fregiasi duran

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: Andrea Testa


Un caso per Sharin Mc Callan

"Fiuu!, un'altra giornata di lavoro è passata! " dissi entrando in casa mia, ma non ebbi neanche il tempo di andare a farmi una doccia che suonarono al campanello; correndo a perdifiato arrivai alla porta.
Appena la aprii mi vidi di fronte l'ispettore più importante della Scozia; si, proprio lui: Edward Mc Afee. senza neanche darmi il buongiorno si sedette sulla poltrona e mi disse che mi doveva parlare urgentemente, quindi gli ofrii un whisky.
" Sono venuto da lei per parlarle di un caso urgente capitato nel mio distretto", così dicendo mi diede un biglietto d'andata e ritorno per Stanwich.
Ci precipitammo all'aeroporto di Glasgow e prendemmo l'aereo delle 21. 10.
Alle 22 arrivammo a Stanwich, nelle isole orcadi. Scesi dall'aereo; andammo a dormire in un hotel lussuoso.
Il mattino seguente, dopo aver fatto colazione andammo subito in commissariato per vedere i sospettati; giunti a destinazione mi trovai di fronte una signora sulla quarantina che era la madre della vittima, lei mi chiese" chi è lei " e l'ispettore disse: " lei è l'investigatrice Sharin Mc Callan, quella che si occuperà del caso". Incominciai a farle delle domande su cosa avesse fatto nelle ultime ore la figlia, chiedendo di essere il più dettagliata possibile. Lei mi rispose che la figlia stava giocando in giardino. Quando è scesa per chiamarla per cena trovò un foglio con scritto: " sono andata a giocare a nascondino con alcuni miei amici al numero 15 di John Street". Giunta sul luogo la madre trovò gli amici che le venivano incontro, chiese dove fosse la figlia e gli amici risposero " noi ci siamo assentati per un attimo e quando stavamo tornando abbiamo sentito un urlo, allora siamo corsi dentro alla casa disabitata e l'abbiamo trovata morta, siamo usciti per venire a dirglielo".
Appena finita la descrizione all'ispettore suonò il telefono: era stato chiamato in prigione per vedere i possibili colpevoli. Arrivati con la madre andammo a vedere i tre sospetta

[continua a leggere...]



Antichrist VI

Sono quasi le sei del mattino ed è già da mezz'ora che ci troviamo nel mio ufficio. Lei si è data una ripulita. Ora, senza sangue appiccicato addosso e con il viso ripulito appare sotto un altro aspetto, non certo quello trasandato, da cerbiatta in fuga, com'era un'ora fa quando è stata trovata, rannicchiata e tremante seminascosta dal vecchio portone in via Palestina.
La osservo attentamente mentre è tutta intenta a sorseggiare un tè caldo, non ha voluto caffé né latte. Ora non trema più, evidentemente si sente al sicuro, lontana da ogni pericolo, ma nonostante ciò non smette di guardarsi intorno e sobbalzare ad ogni piccolo rumore. L'istinto della cerbiatta non l'ha del tutto abbandonata. Lascio che finisca di bere il te per continuare a interrogarla. Per la verità da quando è comparsa sulla scena non è che abbia detto granché, tranne che si chiama Chiara e che si trovava sul posto del delitto perché esortata al telefonino. Da chi? Lei ripete spesso un nme "Gerard" , accompagnato ogni volta da un sussulto.
"È il tuo ragazzo, questo Gerard?" le chiedo.
"Sì, era l'uomo della mia vita" risponde a muso d'uro, ostinatamente.
"Da quando lo era? Lo conoscevi da molto?"
"Che importanza ha il tempo quando si tratta di sentimenti?"
"Uhmm! Quindi era il tuo uomo ma non lo conoscevi da molto, è così?"
"Lo conoscevo da quanto basta e a voi cosa importa?"
"Importa perché se lo conoscevi abbastanza bene per avere con lui una relazione non ci dovrebbe essere nella tua rubrica telefonica la dicitura <chiamata da uno sconosciuto> o mi sbaglio?"
"Uffa, ma che volete da me? Vi ho già detto come stanno le cose. Non sono stata io a ucciderlo, semmai avrei dovuto essere la seconda vittima"
"Di chi? La vittima di chi, Chiara?"
"Dell'assassino, mi sembra ovvio"
Uhmm! Allora facciamo un attimo il punto. Sei la donna di Gerard, la vittima, ma non lo sei da molto, vieni chiamata sul telefonino dall'assassino, che non conosci affatto, e non sai il perché,

[continua a leggere...]

   4 commenti     di: Michele Rotunno


L'ispettore Arnaldo e il killer notturno prima parte

Erano le sette e trenta in una fredda mattina di dicembre,
precisamente il sette del mese,
un lunedì, un giorno come tanti altri. <<NEW York si è svegliata
all'insegna del crimine>>
disse l'ispettore Carlo Arnaldo, un uomo sui 45 anni non molto alto,
un po' paffuto e con una pettinatura che gli dava una aria un po' pazzoide.
il suo assistente, l'agente Alex Mogano, un giovane di trent'anni,
compiuti esattamente quel giorno, educato e con
tanta voglia di fare, aveva un aspetto gentile e pacato e
dato che era da poco stato rimosso dal lavoro d'ufficio,
non era ancora abituato a quel "bel vedere", trattenne un conato di vomito e annuì.
<<di questo passo dove andremo a finire>> disse,
<<come può un uomo uccidere un suo simile con così tanta violenza?
si avverte quasi l'odio e l'atrocità dell'assassino guardando le ferite>>.
<<Questi sono i misteri della psiche umana>> disse Arnaldo,
<<per quanto possiamo sforzarci, non lo capiremo mai credimi>>.
La vittima che la città offriva questa volta era un ragazzo,
poteva avere al massimo diciotto anni, era ben vestito, tutta roba di
marchi famosi, <<doveva avere un bel portafogli per permettersi tanto lusso>>
pensò tra se l'agente Mogano.
L'ispettore Arnaldo gli disse di non toccare niente e di aspettare il coroner,
altrimenti avrebbe potuto compromettere la scena del crimine.
Il giovane agente ubbidì senza fare storie e si accostò al suo superiore che
stava prendendo appunti su di un taccuino, ferite, tagli, nome, cognome
e quant'altro riguardava sia la vittima che il luogo del delitto.
<<Il ragazzo si chiamava Paolo Serrati, è stato trovato qui insieme ad un suo amico,
anche lui ferito ma fuori pericolo>> disse Arnaldo e il suo assistente replicò
<<mi dica chi li ha trovati così nel frattempo vado ad interroga...>>Arnaldo lo
interruppe, <<no, non è il momento. A trovarli è stato lo zio della vittima che è
il proprietario del minimarket qui di fronte, è ancora sotto s

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: luigi castiello


L'Oscuro Senziente (Il Sogno)

Dannazione, era buio. I lampioni della strada, su cui s'affacciava la mia camera, erano andati in cortocircuito proiettando sulle pareti umide degli edifici giochi di luci ed ombre evanescenti. Forme variegate, caotiche, che avrebbero destato la fantasia di chiunque si trovasse nei paraggi. Giochi che si riflettevano anche sulle finestre del mio appartamento e sulle mie palpebre, destandomi da una veglia pigra e leggera. Mi svegliai all'improvviso, nella notte, con il cuore impazzito. Avevo il fiato corto, mi mancava inspiegabilmente l'aria; sgranai gli occhi davanti all'oscuro ritratto del lampadario sul soffitto... le sue ombre in contrasto con i zampilli di luce, erano pronte ad attanagliarsi su di me, lunghe e caotiche, come i tentacoli di un mostro. Chiusi velocemente gli occhi impaurito, rapido, e feci forza cercando con le mani il morbido materasso su cui riposavo. Strinsi avidamente il tessuto, paonazzo, e poi... mi misi in piedi. Barcollai per qualche attimo, solo per un momento, allungando immediatamente la mano sinistra sulla parete fredda che circondava l'armadio, stranamente socchiuso. Sentivo freddo, le mie gambe erano nude e i peli del corpo si rizzavano impauriti come quelli di un gatto davanti al pericolo. C'era silenzio, le orecchie mi rimbombavano come se mille tamburi suonassero arrabbiati sui timpani addolorati, pronti a sanguinare. Come se il cervello volesse uscire a tutti i costi, premendo anche sulle tempie. Mentre il buio turbinava nella stanza continuando ad offuscare le mie sensazioni, iniziai a sentire un respiro profondo provenire da un punto imprecisato della camera. Un respiro da brivido, mostruoso. Che diavolo?... Era vicino a me, e avevo paura. Cercai di ragionare e strizzai gli occhi appesantiti dal sonno turbato, mentre l'oscurità, crudele, continuava a mischiare i colori e i suoni in un mix spettrale. No, era ben peggio... l'intero condominio era al buio, preda di uno strano gioco. Dentro di me lo sapevo per certo. Quell'agonia

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: Leonardo



Pagine: 1234... ultima



Cerca tra le opere

Racconti gialliQuesta sezione contiene storie e racconti gialli, racconti polizieschi, di indagini e di crimini