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Racconti gialli

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Affetto pericoloso - Parte seconda

La stessa notte, Lullaby scese le scale fino a raggiungere la cantina. Si mise tracolla la borsa, appoggiò la torcia al mobiletto e aprì la porta del passaggio segreto.
Rimase in piedi davanti alla luce e fissò la donna a terra, legata ed imbavagliata.
Si mise sulle ginocchia e la fissò. Il sangue dei pugni che le aveva inflitto si era raggrumato sul viso ed era colato sul collo formando una striscia.
L'anestetico che le aveva iniettato l'aveva fatta dormire per molte ore, e avrebbe continuato a farlo.
Con slancio se l'era messa sulle spalle. Dopo aver chiuso la porta, salì le scale facendosi luce con la torcia.
Girò il chiavistello della porta d'entrata e una volta recuperati da un mobiletto del garage, una pala e del miele che aveva precedentemente messo da parte, cominciò ad inoltrarsi nella foresta.
Arrivata ad un certo punto gettò a terra il corpo, e cominciò a scavare nel terreno morbido una buca profonda qualcosa come due metri in tre ore.
Teneva i capelli lunghi e castani raccolti in una coda. Si asciugò il sudore sulla fronte e sotto gli occhi.
"Questo, è perché sei così dolce", disse versandole sul corpo drogato l'intero barattolo di miele, e curandosi che entrasse anche all'interno dei buchi del naso e delle orecchie.
Si rivestì gli anfibi con del cellofan e la spinse nella fossa.
Il tonfo violento fece rialzare della polvere, rivelando il corpo in una posizione anomala. Poi vi gettò anche la borsa della donna con all'interno i beni personali.
La fissò dall'alto.
"Sogni d'oro", disse agitando avanti e indietro le dita in segno di saluto.
Infine la ricoprì con la terra appena scavata, piantò la pala nel terreno e alzò gli occhi al cielo.
Sospirò nella notte buia, e il suo respiro caldo uscì dalla bocca come una liberazione.

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2 commenti    0 recensioni      autore: radioattiva


All'opera non si muore mai di noia

Dimmi come scrivi
e ti dirò chi sei.








"Neeessun dooorma, neeessun dooorma
Tuu pure, o priiincipeeessa,
Neella tua freeedda staaanza
Guaaardi le steeelle che tremanooo
D'amooore e diiisperaaanzaaa!
Maa il mio mistero e chiiuuuso in meee,
Il nome mio nessun sapraaa!
No, no, suuulla tua booocca lo dirò,
Quando la luce splenderà!
Ed il mio baaacio sciooglierà
Il siilenzio che tiii fa miiia!"



La sera del 5 dicembre, al Teatro Regio di Parma, uno dei numerosi atti d'amore di Maria Luigia verso la città, di fronte ad un uditorio delle grandi occasioni, si stava rappresentando La Turandot. L'immortale opera che Puccini non aveva mai portato a termine. E condotta a compimento, senza molta convinzione, da Franco Alfano. Una serata speciale. Presenti tutte le autorità più autorevoli e la crème della crème della società bene. Megaricchi provenienti da ogni parte del Paese. Membri del governo e imprenditori di gran stazza erano sbarcati dai loro jet, poche ore prima, all'aeroporto internazionale della simpatica città emiliana: Il Giuseppe Verdi. Critici e melomani si erano scapicollati da ogni dove. E, last but not least, un loggione da far tremare le vene ai polsi alle più audaci e dotate ugole del globo conosciuto stava accalcato in religioso silenzio. Pronto ad intercettare il minimo errore, la più impercettibile distrazione. E scatenare tutta la sua irruenta passione contro il malcapitato reo. L'intero incasso sarebbe stato devoluto in beneficenza. Eravamo ormai arrivati al terzo atto. Il tenore Arturo Leonida Borrelli era impegnato, con la solita consumata maestria, a offrire, se mai ve ne fosse stato bisogno, ulteriore saggio delle sue rinomate e celebrate qualità canore. Stava per terminare il celeberrimo Nessun Dorma che avrebbe mandato a dormire, di lì a poco, felici e appagati, tutti i presenti.

"Dilegua, o notte!
Tramontaaate, stelle, tramontaaate, steeelle!
All'alba viiincerooo, vincerooo,

[continua a leggere...]



La morte allunga il passo. (prima parte)

Diffidate di chi si vanta
di saper leggere la mano.
Soprattutto se non rispetta
la punteggiatura.




Stava lì rilassato, seduto su una sedia basculante, piedi a formare una specie di vu, sulla vecchia e malandata scrivania. Fissava le macchie di precoce senilità sulle mani. Poi, percorrendo con lo sguardo le lunghe gambe, arrivò alle scarpe e si fermò, con un pizzico di vanità, ad ammirarle. Indossava un paio di Alden Diplomat nere che odoravano di cuoio. Pagate diciotto e cinquanta in un negozio della Quinta strada.

Mentre era tutto concentrato su quell'oggetto di desiderio ormai realizzato, una fitta pioggia scendeva sui vetri della grande finestra, seguendo percorsi imprevedibili.
Stette così per tre buoni quarti d'ora. Chi lo avesse visto spostare lentamente i piedi qua e là, scrutare ammirato ogni dettaglio delle calzature per tutto quel tempo, esibirsi in quel repertorio di espressioni con occhi, sopracciglia, naso e smorfie della bocca, sarebbe stato pienamente autorizzato a pensare si trattasse di un alienato di mente. Solo se avesse prestato attenzione alla targhetta sulla porta avrebbe potuto ricredersi: Ted Sullivan, Special Investigator. The best nose in town since 1940. Avrebbe afferrato il perché di quell'atteggiamento concentrato ad analizzare ogni più piccolo dettaglio. Che rivelava quella innata propensione ad aguzzare vista e olfatto, tipica dei segugi di razza.

Il rumore della pioggia svanì a poco a poco, cedendo il passo ad un silenzio che conciliava il sonno. Proprio quando stava per cedere, il gracchiante e insistente drin drin del telefono lo richiamò all'appello.

- Ted Sullivan?...-
- Little Italy Chronicle! Sono la segretaria del direttore... il signor Mulligan vorrebbe incontrarla.-
- Un momento che controllo l'agenda... vediamo...-
- No, guardi, vorrebbe vederla subito... la cosa è urgente!-
- Baciami il...-
- Come?!!-
- no, no è un intercalare... mi scusi... la forza dell'abitudine...-
- dovrei spo

[continua a leggere...]



Guardami

Morirai, certo morirai.
Ma più tardi non ora.
Ti senti in trappola, non è vero? È inutile che ti scuoti, che cerchi di divincolarti, che provi a fuggire. Le catene che ti chiudono le membra, quelle gambe sottili, quel vitino da ape, le ho fatte io, non cederanno mai. Mai.
E dimmi piccola mia. Hai paura?
Hai paura? Cosa provi mentre mi avvicino con queste lunghe braccia che finiscono in lame affilatissime lame.
Soffrirai, non temere, soffrirai.
Avrò già digerito i tuoi stinchi e tu sarai ancora li a guardarmi negli occhi, in questi miei meravigliosi, inquietanti occhi neri, bocche d’inferno, specchi di morte.
Raccontami la tua paura. Voglio sentirla, mi eccita, bavo, la bocca mi si riempie di schiuma, una piacevole risacca fra i denti che si stringono feroci tra loro, mentre aspetto di azzannare quelle tue gambe sottili.
Sottili e vellutate, squisite.
Guarda, mi salgono le lacrime agli occhi, dio come ti voglio.
Guardami.
Guardami.
Guardami.

E il ragno cominciò a mangiare la mosca impigliata nella sua tela.



Fantasmi

"Devo ucciderli. Devo farlo. Devo riprendermi la mia vita." Un pensiero fisso. Un'ossessione. Una ragione di vita o... di morte. L'unica.

Un giorno li ucciderò e tutto tornerà come prima.

Ho ricostruito milioni di volte quel momento. L'ho rivissuto. Lo stesso dolore, la disperazione che l'impotenza accentua fino ad annullarti. Lo sguardo perso alla ricerca di aiuto. Niente. Momenti che non si possono raccontare, quando ci provi ti sembra di ascoltare la voce di un estraneo e alla fine nemmeno tu riconosci in quel racconto le ragioni della tua disperazione. La cronaca è piena di fatti simili. Leggi ti fai coinvolgere, giri la pagina e provi la stessa rabbia per un rigore non dato o per una delle tante oscenità commessa dal politico di turno.
Prenderesti a calci tutti quelli che dicono di capirti, quelli che con l'espressione di circostanza vorrebbero alleviarti le sofferenze. Ma non è colpa loro, non si può capire senza averlo vissuto. Adesso lo so. Nemmeno le persone che ti amano possono lenire la tua angoscia. Vorresti ma non puoi reagire. Hai paura che l'odio che provi possa dissolversi, si attenui. Arrivi a pensare che senza quella disperazione finiresti per non avere nessuna ragione di vita. Allora la coltivi, ti inventi esercizi quotidiani per allenare la mente. Ripensi a quei calci, a quello sputo, al vuoto che niente e nessuno riesce a colmare. Cammini, mangi, lavori ma la tua dimensione sta tutta in quel pensiero, nella certezza che un giorno li ucciderai. I colleghi al lavoro fanno di tutto per aiutarti ma non sanno come comportarsi, leggi il loro imbarazzo.

Rivedo Elena asciugarmi la fronte fradicia di sudore nel tentativo di calmarmi. Disperata, impotente. Una notte mi si avvicinò nuda e cominciò a baciarmi la schiena, ad accarezzarmi dolcemente. La mia reazione violenta mi sconvolge ancora adesso. Non scorderò mai la sua espressione terrorizzata, le sue lacrime, il suo silenzio. Più attenzioni ricevi e più aumenta il fastidio di av

[continua a leggere...]

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1 commenti    0 recensioni      autore: Ivan Bui


L'ispettore Arnaldo e il killer notturno parte 2

E così, i due, si diressero all'ospedale
per sincerarsi delle condizioni del ragazzo
rimasto ferito ed anche per interrogarlo.
Durante il percorso, però, si imbatterono
in altre auto della polizia, ne erano tre,
parcheggiate in fila lungo il ciglio della strada,
Subito aldilà delle autopattuglie,
c'era la striscia gialla a delimitare la zona
nella quale era stato ritrovato il corpo di una ragazza.
A questo punto si fermarono anche loro,
accodandosi alla fila di macchine bianco azzurre,
scesero e si diressero verso il luogo del ritrovamento.
Nei pressi del perimetro giallo, c'era un poliziotto,
molto giovane, sicuramente alle prime armi,
messo li di guardia per impedire l'accesso
ai giornalisti ed ai curiosi, che si affacciavano alla scena.
Dietro il confine invalicabile costituito dalla striscia
di plastica fosforescente, c'era un bosco, diviso in due
a causa del manto stradale, una volta grande e incontaminato,
ora più piccolo ma altrettanto piacevole. Gli alberi erano alti,
la vegetazione folta e curata, nella quale di tanto in tanto,
si intravedevano piccole piazzole di fiori variopinti.
<<Questo posto non è male, non è vero?>>domandò Alex<<già>>
rispose Arnaldo<<ma è stato contaminato
dall'assassino di quella ragazza.
Eppure stamattina, prima di venire a lavorare,
avevo un brutto presentimento, sentivo che sarebbe stata
una giornata dedita alla violenza,
prima i due giovani ed ora la ragazza,
quando ti senti così accade sempre qualcosa,
quella striscia ne è la prova inconfutabile>>.
Il primo a scavalcare il limite fu Arnaldo, che venne subito bloccato,
<<alt!>> gli intimò la guardia,
<<l'accesso è limitato ai soli funzionari di polizia,
mi dispiace>>.
Arnaldo tirò fuori dalla tasca il suo distintivo e
lo mostrò al giovane agente, <<ispettore Arnaldo,
squadra omicidi e lui
è l'agente Mogano, il mio assistente>>,
<<prego signore, potete passare>>.



Quel Maledetto Aprile dell'89

Quello che non capisco io, è perché senti il bisogno di venire in questo posto continuamente?
Amico mio, risposi.. Perché qua l'umanità da il meglio di se.. Guarda! Tutta la rabbia, tutta la sfiducia, tutta la tristezza.. Dimenticate.. per un solo magico momento; Quando scendono dall'aereo..

Cominciò tutto così quel giorno di Aprile del 1989..
Stavo lì, seduto a guardare l'umanità dal migliore dei suoi lati e arriva Robert ad interrompere questo mio momento di relax!
Robert è un uomo di mezza età, dai capelli riccioluti e brizzolati, fisico imponente e sguardo da agente federale e vestiti confezionati su misura di Ermenegildo Zegna.

Sedutosi accanto a me, su quelle comode poltrone V. I. P del JFK di New-Jork, Robert estrasse dal suo completo da 2000 dollari una busta gialla, di quelle che si usano per trasportare file segreti o denaro riciclato.
porgendomi la busta, Robert mi disse:
Alex, sicuro di poter supportare questo incarico?
Il mio sguardo si illuminò, girandomi di scatto gli risposi:
Amico mio sottovaluti sempre le mie potenzialità!

Robert lasciò quella busta sulla poltrona e andò via senza nemmeno salutare, sembrava inseguito da un fantasma!
Aprendo il pacco scoprì una striscia di negativi fotografici, ero curioso di scoprire cosa contenessero!

Io nel lontano 89' abitavo a Elmet Privet street, una strada residenziale nel cuore di Oakland - New Jersey.
La mia casa era uguale a quella di tutti i miei vicini, si differiva per il triciclo di mia figlia Valentine davanti il viottolo di accesso, per la mia Alfa Romeo 75 di colore Rosso Alfa... Che usavo soltanto nei Week-end
Amavo quella casa così ordinaria, adoravo quella splendida auto Italiana, ma più di tutto amavo la mia famiglia che risiedeva dentro quelle mura!

Entrando notai che la lampada del portico era molto fioca.. Mi innervosì la cosa, quella era la terza lampada che si guastava in pochi giorni.
Attraversai il portico in stile coloniale, vidi quella mer

[continua a leggere...]




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