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Racconti gialli

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L'elisse aurea

Nel mondo percepibile tutto è precisa armonia.
La teistica architettura del creato regola ogni complessità.
Il caos è solo un punto di vista scoretto dell'osservatore, è sufficente porsi alla giusta distanza e ciò che appare nebuloso e bislacco, o peggio, feroce, ritrova il suo ordine che irrefutabilmente non prevede alternativa.
La ricerca dell'Aurea Misura, per coloro che la perseguono, è sempre un'esperienza senza ritorno, senza un possibilità di ricredersi.
La luce abbacinante dell'evidenza, che alcuni chiamano Verità, ne fissa per sempre la conseguenza, la nuova coscienza:




"Il sorriso ineffabile di Dio"





Grosse mani.
Dita robuste di uomo trastullano, con mal celata voluttuà, un bruno chicco tostato di "coffea arabica", ne percorrono, con delicatezza, il piccolo solco e il dorso perfetto e compatto.
Un gesto scaramantico e nevrotico di chi è avezzo a lambicarsi il cervello e ha necessità di trovare un fulcro, un riferimento rassicurante.
Il chicco è stato salvato da una sambuca ed eletto a simulacro.
Quando non svolge questo ruolo dimora in una scatola porta-pastiglie argentata da tasca, allocata nel taschino del gilet.

I rimandi di sole di Luglio, tinti dei colori del mare, dardeggiano le lenti da vista, cinte d'oro, del Dott. Prof. Apollonio.
Le guardie regie in divisa caki fanno cappannello a pochi passi dal bagna-asciuga dell'arsa spiaggia di Pozzallo, a circa 100 metri dalla Torre Cabrera.
Le loro ombre s'affollano sulla. giovane siluette di donna, distesa prona, vestita di elegante mussola bianca e scarpine di fiordipelle di egual colore.
Il corpo è orrendamente spiccato della testa, ed oramai, si presenta asciutto e salato.

"Disdetta! Non ci voleva. A 40 giorni dalla fine di onorata carriera di regio medico legale!
No! Non ci voleva"

Il pensiero attraversa, brontolando, la mente del Dott. Prof. Oddo Apollonio e ne ferisce i meandri.

Fattosi forte, si fa avanti sulla rena, muov

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Penny è volata dal tetto. (Cap 6)

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   1 commenti     di: Umberto Briacco


Le tre crocifissioni

Alle prime ore del mattino del sabato santo Paolo Ponzio, funzionario a capo della squadra mobile di Napoli, Gianpiero De Caroprico, procuratore capo della repubblica e il vicecommissario Luca Conti della U. A. C. V. di Roma, cioè l'Unità d'Analisi del Crimine Violento, osservavano turbati la scena del crimine.
Era una brulla e assai poco frequentata collinetta fuori Napoli, per anni utilizzata come discarica abusiva e la cui forma ricordava vagamente un teschio. In mezzo ai cumuli di copertoni, agli elettrodomestici rotti e ai mucchi di spazzatura, s'innalzavano tre enormi croci lignee, a cui erano legati altrettanti cadaveri.
Ponzio era annichilito. Ciò che vedeva gli pareva davvero troppo. Nessuna gelosia professionale, stavolta, era anzi felice della presenza di Luca Conti, quasi un mito ormai nelle forze di polizia, grande specialista nella caccia ai serial killer. Che se la vedesse il collega, lui se ne lavava le mani, anche perché conosceva fin troppo bene l'identità delle vittime presenti su quel Gòlgota e ne era spaventato. A sinistra e a destra c'erano i due ladroni, Gennaro Peruselli detto Kingpin e Francesco Nicolino, noto come O Pazzo, boss incontrastati delle due principali cosche rivali della camorra napoletana, da tempo impegnate in una guerra senza esclusione di colpi.
E se la presenza di entrambi era già di per sé incredibile e allarmante, ciò che davvero sconvolgeva Paolo Ponzio era il personaggio posto al centro della macabra rappresentazione evangelica, non soltanto bloccato come i compagni di sventura con robusti ganci metallici a forma di ferro di cavallo, ma in parte addirittura inchiodato alla croce. Quell'uomo anziano e incoronato di spine, il cui volto anche nella morte manteneva una maschera di atroce eppur composta sofferenza, era niente meno che sua eminenza il cardinal Giulio Sisti, arcivescovo di Napoli, da tempo in odore di santità. Sopra la sua testa, in luogo dell'originale iscrizione I. N. R. I. era stato appiccica

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   9 commenti     di: Massimo Bianco


Apnea

Rientrato a casa, Gabriele Borghesi staccò il telefono, spense il cellulare, si spogliò ed entrò immediatamente nella doccia. Restò una decina di minuti sotto il getto freddo, nella speranza che questo potesse servire a lavargli via l'orrore a cui aveva dovuto assistere. Poi si rivestì, uscì di casa e si recò presso il centro sportivo di cui era socio. Ci mise cinque minuti a cambiarsi e mettersi un costume, e si tuffò in piscina. Non era ancora arrivato nessuno, era solo. Il freddo contatto del liquido aveva il potere di rilassarlo più di ogni altra cosa. Fece una rapida serie di bracciate per calmarsi, si fermò, iniziò dei lunghi e profondi respiri, infine si immerse fino a toccare il fondo, dove si adagiò. Gli occhi chiusi, il silenzio assoluto che lo circondava, la totale assenza di contatti con il mondo gli consentivano di rigenerarsi, depurandosi di tutto il marcio con cui ogni giorno doveva entrare in contatto.

- Signore, può venire qui un momento? -
L'ispettore Gabriele Borghesi era intento ad osservare uno strano coltello, non ne aveva mai visti in circolazione se non nei film. L'agente lo chiamò una seconda volta.
- Sì, scusa, non ti avevo sentito. Senti Marini, ma coltelli come questi si trovano
in commercio normalmente? - l'ispettore rispose con un'altra domanda, ma
l'agente non ci fece caso. Quando Borghesi era concentrato su una cosa, era come se si richiudesse in una sfera di cristallo, impermeabile agli stimoli provenienti dall'esterno. Marini si avvicinò ed osservò con attenzione il coltello. Faceva impressione a vederlo. Lungo circa cinquanta centimetri, di cui quasi trenta di lama, aveva la parte terminale asimmetricamente più larga, era appuntito come uno stiletto e tagliente come un rasoio. La lama, inoltre, era seghettata nella parte superiore.
- Certo, ispettore. Qualsiasi buona armeria glielo può vendere. -
- Pensavo che certi aggeggi si vedessero solo sui film. -
- Ispettore, questo è un coltello da cac

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L'assassino immaginario

Se è vero che la vita
imita l'arte,
sarà bene avere sempre
un buon avvocato
a portata di mano.





Succede di essere assaliti da dubbi esistenziali. Da dove veniamo? Qual è il fine ultimo dell'uomo? Quanto c'è di vero nei sogni? Così come può capitare di sentirsi un po' strani. Chiedersi se siamo davvero noi o qualcun altro. Esseri reali o immagini della mente. Padroni o vittime delle nostre azioni. In genere non ci facciamo caso più di tanto. Fa parte della vita. Le difficoltà, le preoccupazioni, lo stress... già! L'importante è che tutto si risolva nel giro di pochi minuti. Qualche ora, al massimo. Che, così come viene, ogni perturbazione psichica se ne vada. Dissolva senza lasciare tracce visibili. Prove che possono portare a dubitare di noi. Della nostra integrità. Fino a incriminarci...
Non fateci caso, ho appena iniziato a scrivere una storia che si presenta densa di avvenimenti drammatici, dove mi sa tanto che ci scapperà il morto. Ogni volta, prima di immergermi nella scrittura, anche la più amena, attraverso una lunga e tortuosa fase di preparazione. Un training mentale che mi porta a calarmi anima e corpo nell'atmosfera di una trama che ancora non esiste. O è appena abbozzata. E allora comincio con l'entrare nei personaggi. Fare che i personaggi entrino in me. Una sorta di metodo staniwslasky fatto in casa, insomma. Da cui esco solo per andare al cesso, scorrere i titoli del giornale, e mettere qualcosa sotto i denti. Un percorso faticoso, talvolta rischioso. Il tributo che probabilmente ogni artista deve pagare se vuole lasciare la propria impronta. Nei casi estremi, un'esperienza che può trasformarsi in via crucis. Talvolta in vera e propria ordalia. L'importante è uscirne vivi. Come dice sarcastico Allen: ... tornare a casa per l'ora di cena.

Sono tre giorni che mi ha preso il blocco. Il foglio è là. Fa capolino dalla mia Underwood rosso lampone. Candido, liscio, e illibato come appena est

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La casa dalla configurazione mutevole

Costeggiando la vecchia strada nel brullo Carso triestino che porta i numerosi turisti della domenica provenienti da Monrupino i quali decidono di farsi anche qualche altro goccetto nei paesi di Zolla e Rupingrande, senza accorgersi, si passa molto vicino a un enigma insoluto degno della fantasia di molti abitanti della zona. Imboccando una stradina sterrata che porta verso il confine con la Slovenia e in comune di Dol Pri Vogliah, ci si trova all'improvviso di fronte alla grigia facciata di un'antica dimora ottocentesca ben poco amata dagli abitanti della zona.
Molti sanno, infatti, che quelle vecchie quattro mura coperte da rampicanti rinsecchiti e dal tetto semi sfondato, celano un cupo segreto sussurrato al più dai vecchi fifoni che abitavano la montagna molti anni fa. Ti dicevano: <<Non andarci se non vuoi finire male, c'è il diavolo là dentro>> e sciocchezze del genere adatte a un'antica cultura rurale ormai dimenticata, o quasi.
Un sabato mattina di una grigia giornata di fine ottobre, un giovane studente universitario ben più affascinato dei misteri del nostro mondo che della tesi di diritto costituzionale in preparazione ma mai terminata, gironzolava senza meta lungo le piste battute che pullulano da quelle parti. L'obiettivo, invece, era ben chiaro nella sua testa coperta da lunghi capelli biondi spettinati. Aveva scommesso con gli altri, doveva farlo e ne avrebbe ricavato un bel gruzzoletto. Non si trattava nient'altro che trascorrere la nottata nella famosa "casa dei fantasmi" che, come in ogni comune che si rispetti, immancabilmente è presente.
È vero, la "villa dei pazzi", com'è chiamata nella zona, è molto temuta dagli abitanti, tanto che nessuno si è mai pensato di comprare quel terreno ormai non più di proprietà di nessuno da molti anni e il comune ha dovuto lasciare l'abitazione così com'è visto che a nessuno interessava il suo acquisto. Nemmeno il solo terreno invogliava vista la zona così impervia e fuori mano.
La storia diceva

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I bambini smisero improvvisamente

I bambini smisero improvvisamente di correre, richiamati dagli strilli dei gabbiani, che a stormi, ruotavano su di un punto al di là di una duna, a non più di cento metri dal bagnasciuga dove stavano giocando.
Elio, il più grande della banda, assunse immediatamente il comando del gruppo e comandò che si marciasse in fila indiana fino a quel posto. Non che si sentisse del tutto a proprio agio, ma l’essere il“capo” comportava di queste responsabilità, e poi, un duro come Elio la paura non sapeva (quasi) cosa fosse.
Ci vollero pochi minuti, ma durante quella marcia silenziosa, disturbata dalle strida sempre più acute degli uccelli, i cinque ragazzini ne fecero di pensieri strani, e Gianni, il più piccolo sia d’età che di taglia, fu il primo a rompere il silenzio ed esclamare :”Cavolo, ragazzi, ricordate quel ch’ha detto Suor Riccarda? Non allontanatevi mai dalla spiaggia della Colonia PER NESSUN MOTIVO!!! E chi disobbedisce finirà in punizione in ginocchio sui ceci!”
Un brivido percorse tutti i membri del gruppo, Suor Riccarda era di fatto lo spauracchio degli ospiti della Colonia Marina Orfani E Trovatelli Della Santa Croce, una donna giovane e magari anche piacente ma dal caratteraccio di un cerbero, ma tant’è oramai s’era in ballo e bisognava proseguire.
A pochi metri dalla duna, mentre erano a circa metà della collinetta cominciarono a sentire tutti quell’odore dolciastro e nauseabondo che emana sempre, qualcosa che marcisce, Sabrina, l’unica bimba del gruppo a quel punto ebbe un sussulto, lei quell’odore, l’aveva già sentito pochi mesi prima, quando dopo una settimana dalla scomparsa, aveva infine ritrovato il suo piccolo Ciccio, il bastardino biondo unico amico della sua infanzia desolata; in un fosso poco distante il Convento, morto, sicuramente sbranato da randagi più grandi e certamente più cattivi del povero innocente cagnetto. “Adesso troveremo un altro povero cane morto “pensò; e una lacrima in ricordo del suo amico apparve f

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   2 commenti     di: luigi deluca



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