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Racconti gialli

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Mitri uno sconosciuto.-

Il sentiero si presentava ripido e sconnesso, io cercavo di non guardare la cima del monte dove ero diretto, i miei pensieri andavano sempre alla visione del corpo del povero Mitri, accasciato in fondo al pozzo, lo avevo riconosciuto dai pantaloni gialli e dai capelli rossi, il resto era fango e acqua, un corpo che si era chiuso come un riccio, dove rimaneva lo sguardo fisso verso il cielo e che ne illuminava gli occhi vitrei, aperti, forse per la caduta, il pozzo era alto una decina di metri, eppure erano presenti dei pioli di ferro che scendevano lungo la sua parete, poteva benissimo cercare di afferrarsi a quei benedetti pioli invece credo che sia stato buttato dentro senza troppe cortesie.-
Avevo guardato intorno al pozzo per vedere se trovavo qualche indizio, ma ormai il giorno stava finendo, rientravo per chiamare il Brigadiere Mossi, prendere una pila, passare poi dal prete Don Chimini, e dal Sindaco Guidacci, poi tutti insieme avremmo fatto i nostri passi, invece appena arrivato alla cima della collina che porta verso il paese, mi fermo per riposare un attimo a pensare, appoggiandomi su una pietra che serviva da sedile mi sentii chiamare, marescià, tipico dei paesani, tutti marescià, era Rocco il contadino, un tipo un po' indietro e rozzo nel parlare, subito pronto alla battuta per difendersi da un attacco verbale che di solito usavano i ragazzi del paese per prenderlo in giro, battutte che a volte, le più non ci azzeccavano."Senta Marescià, ho visto che in paese ci stà la macchina dei Carabinieri colleghi vostri, sapevate hè"che cosa facessero i colleghi in paese non potevo saperlo, anche perchè del morto credevo di saperlo solo io, come facesse Rocco a sapere che ero lì neanche, mi alzo dal mio sedile, mi dirigo verso il paese dista un centinaio di metri, 300 anime tra pensionati e vedove, i giovanotti sono andati via in città, in cerca di fortuna, che di solito si fermano alla fabbrica del vet

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   1 commenti     di: tore chiaro


Penny è volata dal tetto. (Cap 6)

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   1 commenti     di: Umberto Briacco


Chiavi & misteri

Questo racconto è nato per una nota manifestazione bresciana riguardante il giallo, e l'anno con cui ho partecipato al concorso per le scuole "A qualcuno piace giallo" i testi da presentare dovevano presentare i personaggi o stili del romanzo giallo tipico di Agatha Christie.

Io ho deciso di far vivere il mio racconto ai suoi 2 personaggi meno noti... i coniugi Beresford magari meno soprendenti di Ercule Poirot o Miss Marple ma ugualmente intelligenti ed interessanti, ora vi lascio alla lettura del mio:

CHIAVI & MISTERI

Personaggi:

Thomas (Tommy) e Prudence (Tuppence) Beresford:
Una simpatica coppia di coniugi investigatori inglesi.

Miss Helene Mahy:
Giornalista libera, residente a Toronto, da ormai 20 anni, negli ultimi mesi, si stava occupando di un articolo “scottante”.

Clarissa (Cle) Lake:
Psicologa d’origine irlandese, amica fidata di Miss Mahy e Mrs Beresford.

Ashley Lake:
Figlia adottiva di Clarissa Lake.

Lady e Miss Carson:
Madre e figlia.

Miss Mary Johnes:
Erpetologa francese, vicina di appartamento di Helene.

Mr. Jerome Dart:
Imprenditore

Mr. Jonathan (Jhonny) Dart:
Figlio di Jerome Dart.

Commissario Westall:
Un gigante buono, grande e grosso, dagli occhi di bambino.







C’è strana posta, oggi, per i coniugi Beresford.
Oltre alla solita posta, nella cassetta delle lettere, c’è una busta di carta azzurro-verde, con un non so che d’infantile. Sembra che faccia parte di uno di quei set che si regala ai bambini, di carta colorata, magari con qualche decoro o disegno, come alcune di quelle buste in cui si mettono le cartoline d’auguri…
La lettera viene da molto lontano. Ha attraversato l’Atlantico, per arrivare lì da loro. Viene da Toronto, in Canada, ed è indirizzata alla signora Beresford.
Albert, il domestico di famiglia, ha raccolto da poco la posta e ora la sta portando alla coppia. Andiamo a vedere cosa succederà…

I P

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Il guardiano di tombe

Spalancai la porta degli interrogatori e dopo essere entrati, Lentini la chiuse. Trovammo un ragazzo accomodato sulla sedia, con le gambe allungate sul tavolo.
Indossava un jeans strappato sopra degli anfibi neri, una T-shirt bianca con un'immagine incomprensibile e un chiodo nero dal tessuto consumato.
Il ragazzo sembrava essere completamente a proprio agio, tanto che al nostro ingresso mi sorrise ammiccando. "Sei la prima bella donna che vedo da quando sono finito qua dentro."
Gli tolsi con prepotenza le scarpe dal tavolo e presi posto.
"E sarò l'ultima se non la pianti di fare lo spaccone, perché tu resterai qua dentro finché non ci dici quello che vogliamo sapere."
"Non potete trattenermi se non avete delle prove."
"Questo è da vedere."
Mi voltai verso Lentini in cerca della sua complicità, ma non la trovai. Notai invece che continuava a fissare serioso il ragazzo.
Ritornai su di lui e gli chiesi: "Vediamo di ricominciare daccapo. Come ti chiami?"
"Gabriele."
Annuii. "Perfetto, Gabriele. È arrivato il momento che tu ci dica qualcosa."
"Quale cosa?"
"Il leader della stupida banda di cui fai parte, è accusato di spaccio di droga e istigazione al suicidio."
Il ragazzo allargò le braccia. "E io cosa dovrei farci? Andate da lui."
Sorrisi ironica. "Molto acuto."
Lui mi sorrise a sua volta.
Poi assumendo un'espressione seria, dissi: "Dimmi dove si nasconde."
"Non sono la sua babysitter."
"Allora dammi l'indirizzo del covo."
Gabriele mi fissò come se avessi appena pronunciato una follia. "Stai scherzando?"
Non risposi.
"Se quello lo scopre, mi ammazza", continuò.
A quel punto, dopo un prolungato silenzio, Lentini prese la parola per la prima volta: "Non sarà un problema, tanto ci pensi già tu, no? Ad ammazzarti, intendo."
Gabriele si voltò verso il mio partner, sorrise ironico e riprese a guardarmi. "Ah, ma allora parla. Credevo fosse finto."
Senza cedere alle battute provocatorie, ripres

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   12 commenti     di: Roberta P.


eccesso di velocità

1.
La camicetta, mavì come un mattino di sole invernale, arricciava sul seno.
Lei, la indossava con la consapevolezza di chi sa verrà guardata.
E tu guardavi. Con fatica, ma guardavi.
I bottoncini di madreperla aggrappati alle asole raccontano notti di sesso, di libidine e di lieve dolore.

Che non sarebbe stata una notte facile, il tenente del 58° distretto di Polizia, Alfio Moretti, l’aveva capito subito. Avvolto in un lungo cappotto nero, osserva incantato il corpo senza vita della donna.
I binari dell’adiacente ferrovia si avvicinano, si incrociano e si allontanano come due vite qualsiasi che si rincontrano dopo anni di separazione.
Dei ratti si muovono sicuri tra i cumuli di sporcizia e sassi, dileguandosi veloci su vagoni abbandonati come vecchi all’ospizio.

È mattina, quando arriva la scientifica. Cominciano subito a fotografare, selezionare, circoscrivere, recuperare ogni cosa. Qualunque cosa può essere utile a svelare l’identità dell’omicida.
Al tenente Moretti sembra invece non importare nulla di scoprire l’artefice di quel delitto. Passeggia avanti e indietro lungo i binari con un leggero fastidio; nessuno gli rivolge la parola, impegnati come sono a svolgere le proprie mansioni.
Il sole è quasi tramontato, il corpo esanime viene portato via per l’autopsia. Ma lui, il tenente Moretti, resta da solo.
Solo con i propri pensieri e qualcosa da fare prima di andare via.

2.
La stanza è in penombra. Un cono di luce illumina la scrivania traboccante di cartelle di vario colore. Un odore di chiuso e di vecchio aleggia nella silenziosa stanza. Antonio Capone con la testa all’indietro e gli occhi chiusi, sembra che riposi, ed invece sta pensando.
Un leggero ticchettio alla porta lo desta.
Silenzio.
Antonio Capone con la bocca impastata di saliva ordina di entrare.
Giacomo Vitolo, il suo braccio destro entra, in punta di piedi. A vederlo così sembra un ragioniere del catasto. Invece è un animale. Rozzo e violento

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   3 commenti     di: luigi pagano


Un Natale all'insegna del giallo

Era la mattina del giorno che precedeva il Natale e l’orologio posto sul campanile della chiesa batteva le dieci. Il paese era ricoperto da una coltre di neve e una fitta nevicata rendeva il paesaggio di un candido splendore. Tutto era pronto, in questo piccolo abitato del Trentino, per festeggiare al meglio la festività. Tutti erano indaffarati ad ultimare gli acquisti dei regali per parenti ed amici e per rifornirsi degli ingredienti mancanti per preparare il tradizionale pranzo.
Tullio, un uomo alto e magro dall’espressione sempre seria, si muoveva per le vie della zona con passo svelto, ma il suo sguardo investigativo non sorvolava un particolare di quella fredda mattina. Notò qualcosa di strano in Giorgio, il commesso della farmacia. Narcisa, la moglie del titolare del punto vendita in cui Giorgio stava entrando, osservava tutto e tutti e comprese immediatamente le intenzioni dell’investigatore. Lo fece entrare da un ingresso laterale e lo lasciò pedinare. Lui si avvicinò scaltro all’indiziato e lo seguì. Tullio era noto ai compaesani per la sua fama d’investigatore, dato che aveva avuto l’occasione di partecipare ad importanti indagini e per questo motivo, era invidiato ma anche rispettato dagli abitanti del posto.
Giorgio terminò gli acquisti, uscì e ricevette una telefonata da una guardia forestale. Il nostro protagonista riuscì ad origliare la conversazione e grazie a ciò che aveva udito, impostò le indagini. Tullio indossava una giacca a vento blu, un paio di pantaloni neri e calzava delle scarpe doposci. In quel momento, Giorgio si girò di scatto, ma il nostro investigatore, più furbo, si nascose con uno scatto felino sotto il portico della casa contigua, come un gatto che fugge da un feroce cane che lo rincorre. Intanto, iniziò a pensare sul da farsi per sventare l’omicidio che si sarebbe compiuto, da lì a poco, all’alba del giorno seguente sulla piccola pista sciistica di Andalo, questo era quello che aveva potuto sent

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Amnesia

Mi ero risvegliato nel letto di un ospedale. Ero solo. Mi ricordo ancora il freddo, quel freddo che mi penetrava le ossa, e mi faceva tremare. E il buio che mi circondava. Un buio confuso come i miei ricordi. Si, sapevo chi ero. Non avevo perso la memoria. Ma la domanda a cui non sapevo dare una risposta era come mai mi trovassi lì, in un letto d’ospedale, solo. La mia mente era annebbiata, confusa. Qualcuno dapprima mi disse che avevo avuto un incidente in autostrada. Un semplice, banale incidente. Di quelli che capitano a decine tutti i giorni. Non so dire ora perché, ma a quella spiegazione, semplice e frettolosa non avevo mai creduto. L'ultimo ricordo che la mia mente metteva a fuoco era una lettera. Una lettera scritta a mano. Una calligrafia rotonda, un cuore disegnato in basso con un pennarello rosso. Un nome. Livia. Si, Livia la ricordo. Il suo corpo snello e le sue labbra, quelle labbra che ho sognato ininterrottamente per quattro anni, da quando la vidi per la prima volta a scuola. E ricordo anche i suoi occhi verdi, e i suoi capelli castani e quel modo di fare, sicuro, consapevole di essere desiderata, ammirata, amata da ogni persona. E io ero tra questi. In realtà non pensavo che si fosse neanche mai accorta di me. Io sono sempre stato troppo timido. Quelle rare volte che mi aveva rivolto la parola avevo fatto la figura del perfetto idiota, balbettavo, tremavo. Eppure ero certo di quello che ricordavo. Ricordavo che tenevo una sua lettera in mano. E ricordavo quel piccolo cuore rosso al fondo. Che fossi io il destinatario? Magari si era resa conto che io ero diverso dagli altri. Si, perché io la amavo. Ma non amavo di lei solo il suo aspetto fisico, attraente ed eccitante, amavo di lei tutto. La sua sicurezza. Il suo modo di essere sempre al centro dell’attenzione, era un sogno per me. Un bellissimo sogno. Ma non ricordavo solo lei. Ricordavo anche Carlo e Marco e i nostri progetti di un week end in montagna. I miei amici. Carlo detto Bongo per

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   4 commenti     di: giulio c.



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