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Racconti horror

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Il rito

La macchina passò velocemente sulla strada nevosa facendo slittare di poco le ruote posteriori. Alla guida, Lucas non si era accorto che da circa mezz'ora, la spia della benzina aveva assunto il solito colore giallastro. E nemmeno Kimberly, la sua ragazza che gli sedeva a fianco se n'era accorta. Erano in viaggio da circa quarantacinque minuti e per arrivare a Ketchum, nella contea di Blaine, Idaho, mancava ancora una buona mezzora.
-Voglio farmi una doccia appena arrivo a casa- disse Lucas sistemandosi il cappello che gli era scivolato sulla fronte. Kimberly fece una smorfia guardando dal finestrino il paesaggio. Stavano percorrendo la strada chiamata Cove Creek, dove il pericolo maggiore era quello di non trovare nessuno in caso di aiuto.
-Sai che mia madre non vuole che percorriamo questa strada Luc!-, sbottò Kimberly alzando le mani.
Il suo ragazzo sorrise scrollando le spalle. Gli alti pini sovraccaricati dalla neve giacevano ai lati della strada e davano una sensazione da brivido. Sembrava come se dietro ad essi ci fosse qualcuno o qualcosa che li stesse spiando.
-Tua madre si arrabbia per qualsiasi cosa. A proposito, ti è piaciuta la festa?- chiese lui frenando per fare una curva a gomito.
- Certo che mi è piaciuta, se solo tuo cugino Paul abitasse più vicino a noi!- rispose controllando se sua madre l'avesse chiamata sul cellulare. La strada si faceva sempre più stretta e gli alberi ai lati di essa sempre più fitti. La Luna splendeva alta nel cielo sereno delle due di notte illuminando tratti dell'asfalto ghiacciati.
-Che cosa sai a proposito di questa strada?-, chiese Lucas lanciando un'occhiata alla sua ragazza.
- Cosa dovrei sapere?
Sembrava che la domanda l'avesse infastidita. Lui sogghignò tenendo le mani ben strette al volante.
-Alcuni anni fa su questa strada sono accadute cose inspiegabili, tra cui l'omicidio di due liceali, proprio come noi due- spiegò.
- Lo so. Tutti gli abitanti di Ketchum sanno dei fatti accaduti su questa st

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   1 commenti     di: cesare massaini


Pecora Nera (2a parte)

Si era addormentato molto velocemente quel giorno. Non ricordava nemmeno se avesse cenato o no, ma non gli importava più di tanto. Era stato svegliato alle sei e mezza del mattino dal continuo ripetersi di quella canzone. Di solito a Robert avrebbe già smesso di piacere. La chiamava indigestione musicale! Ma non quella canzone.
Quel giorno avrebbe avuto ripetizioni. "Non ce la faccio più!" disse disperato, seduto sul letto e con le mani appoggiate al volto, i capelli stropicciati e con lo sguardo fisso a quella dannata mattonella sporca di terriccio.
Scese le scale a chiocciola con la faccia assonnata, pronto a fare la solita colazione da quindici anni. In fretta si sciacquò e si sedette ad aspettare il professore. Quando arrivò Robert aveva il solito sguardo fisso nel vuoto, con i libri e i quaderni sotto braccio, pronto ad affrontare quei dannati, inutili e stressanti calcoli. Sapeva che l'avrebbero ucciso prima o poi. Sempre se non sarebbe stato lui a uccidere loro.
O meglio, chi li rappresentava. Alla fine della lezione si accorse di non essere riuscito a capire una sola cosa, e non gliene importò nulla. Ormai non lo stupiva. Non riusciva mai a capire niente!
Subito si lanciò sul solito libro che ormai conosceva a memoria: "Furia Omicida"
Improvvisamente si accorse di stare cercando un metodo per uccidere. Quello più consono per le rispettive persone sulla sua lista nera. E nemmeno questo lo stupì.
A cena nessuno gli parlò. Tanto lui era la pecora nera! Nessuno avrebbe mai voluto parlare con una pecora nera! Men che meno quel suo fratello, tanto vezzeggiato da tutti. Dio come lo odiava!
Finita la cena Robert fece per tornare in camera sua, ma venne fermato dal padre che gli chiese cosa avesse fatto oggi.
Forse lui era l'unico che si sarebbe salvato dalla Furia Omicida!
Robert rispose con un secco e freddo mugugno e si fiondò su per le scale.
Nessuno meritava la sua attenzione come quel libro. Avendolo finito di nuovo sprofondò nei su

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   4 commenti     di: Alberto Amedeo


La Seduta Spiritica

“Era una notte buia e tempestosa...” ... Uffa!
Erano ormai le due di notte e Theodore non riusciva a trovare un buon racconto horror per concludere la lunga giornata. Si era meticolosamente preparato per la sera successiva: tradizionale cena con amici a casa di Francoise e di seguito l’immancabile seduta spiritica... per impressionare le bimbe e farsi bello con Sharon. Stavolta però avrebbero fatto le cose in grande stile. Fremeva all’idea e spense la luce ricapitolando un’ultima volta tutti i punti che avrebbero scandito l’indomani.
Fu da manuale... Tutta la banda da Francoise. Mare e bagni a ripetizione, dalla mattina al primo pomeriggio. Ricca merenda e tornei di ping-pong... quindi a darsi una ripulita veloce per la cena e corsa ai posti della tavola imbandita.
Era un appuntamento fisso delle vacanze estive a Little Oak. Anzi, era l’appuntamento che sanciva l’inizio del periodo preferito di ogni adolescente: l’Estate.
Terminati gli obblighi scolastici la ridente località turistica ospitava villeggianti provenienti da varie parti del paese. Theodore e Jerry erano i primi a presentarsi, abitando in una città poco distante; di lì a poco giungevano poi Sam con la sorella Simone ed i loro cugini, Tom, sempre con i suoi invernali chili in più, e Christine, per gli amici Cri.
Era poi la volta di Dusty e di Phil, quindi Sharon. Francoise e Jennifer, sorelle, vivevano a Little Oak tutto l’anno.

Il compleanno di Francoise, la cena a casa di Francoise. Scherzi giochi e risate... e la seduta spiritica. Ma stavolta, stavolta avevano organizzato una gran cosa.
Sam, Phil e Tom erano arrivati alla casa la sera prima, dal mare, di nascosto. Sotto l’apposito tavolo, nel boschetto di pitosfori, avevano messo per terra delle pietre. Le avevano legate, con del filo da pesca, a dei rami delle piante di pitosforo vicine. Così, durante la seduta, al comando “dacci un segno”, Jerry, con le pietre legate di nascosto alle caviglie, avrebb

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Jack dà passaggi agli sconosciuti

Non sapeva il suo nome, ne l'età, ne tanto meno la nazionalità, ma su una cosa era più che certo: quella merdosa troia senza denti cavalcava come se avesse venti anni di meno.
Lui la incontrava, o meglio, caricava sul tratto di strada che collega Roccapena a Fonte, quel tratto di strada lungo circa due kilometri della zona industriale di Roccapena, dove a tutte le ore ( o quasi ) ci trovavi di tutto: dalle ventenni da urlo ai trans con la barba.
Daniele Fesi, che al suo paese, e in fabbrica veniva chiamato jack ( jack stava per jack lo squartatore, per via della brutalità e la forza di Daniele quando faceva a cazzotti con qualche malcapitato) non era un tipo molto esigente, del resto, stava sulla quarantina, cominciava a perdere qualche capello ( la calvizia era una dote di famiglia ereditata di padre in figlio nel corso delle generazioni) e cominciava a mostrare peli bianchi sulla barba, rughe, e una pancia non indifferente. D'altro canto, le donne che frequentava Daniele, erano altrettanto prive di pretese, visto che erano tutte donne che per fartele dovevi pagarle.
La rumena che si caricava due o tre volte al mese ''lavorava'' a un centinaio di metri dalla fabbrica dove jack lavorava ed era mezza sdentata perché probabilmente era una tossica. Non che fosse una brutta donna, anzi, se lei e Jack si fossero conosciuti in qualsiasi altra circostanza lei non ci sarebbe andata nemmeno se fosse stato l'ultimissimo uomo sulla terra e non tanto perché fosse brutto, ma quanto perché era un vero e proprio animale. Era un uomo nerboruto e massiccio, con la forza tipica di chi lavora con le mani e la forza delle braccia, e a volte era violento, molto.
Quella sera di Ottobre dopo aver soddisfatto i suoi bisogni con la prostituta, verso le undici di sera, dopo il turno pomeridiano, ripartì per tornare a Roccapena per farsi un paio di birre, forse uno spinello e forse, se ne aveva voglia, dare una bottarella anche a sua moglie ( già, aveva una moglie).

Finito i

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   0 commenti     di: luca


0. 00 - la frequenza dei demoni

"L'auto di Matteo Ronchi, fu trovata ai bordi della strada sterrata che portava al fiume Cuccio. Il diciassettenne, che frequentava il quarto anno di liceo, era scomparso, assieme alla sua fidanzatina, Jennifer Coloni, da tre giorni. A trovare l'auto del giovane, una Passat verde prestatagli dal padre, erano stati due ragazzi attirati dalla luce dei fari che chiazzava il buio. Sebbene fosse novembre, a Carlazzo, un piccolo paesino in provincia di Como, le giornate continuavano a essere afose, e con molta probabilità, le persone avrebbero seguitato a fare il bagno nel fiume Cuccio per altre settimane. Sopraggiunto sulla scena, dopo la chiamata dei due ragazzi, il capo della polizia locale Massimo Moretti si era immaginato di ritrovare Matteo e Jennifer vivi. Invece non fu così: i due liceali non c'erano, e la Passat era coperta da schizzi di sangue con il parabrezza andato in frantumi. La radio era accesa, e gracchiava sulla frequenza 0. 00. La portiera del guidatore era aperta, e alcune macchie di sangue sul terreno, a detta di Moretti, potevano indicare che Matteo, dopo aver subito un'aggressione, era caduto fuori strisciando. I genitori dei due ragazzi erano pervenuti sulla scena poco dopo, e in lacrime, avevano iniziato a urlare il nome dei propri figli. Quella notte del 14 novembre, la paura cominciò a uscire da quella stradina contornata da boschi e vallate, gettando ogni singolo abitante di Carlazzo nell'angoscia. Massimo Moretti, colui che tuttora si sta occupando del caso, fu intervistato la mattina seguente al fatto, dichiarando che nulla di così sconvolgente era mai accaduto in quel paesino, dove tutti si conoscevano aiutandosi a vicenda. Comunque, i ragazzi non sono stati ancora trovati, e tuttora si continua a pensare al peggio. Il macabro particolare che il capo della polizia locale Moretti trovò sul sedile del passeggero imbrattato di sangue, cioè una ciocca di capelli appartenenti a Jennifer, fu immediatamente archiviato nella mente di tutti, c

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   2 commenti     di: cesare massaini


Come i maiali

"Lei sta insinuando che io sto mettendo all'ingrasso mio figlio per...". Il signor Foster sembrava indispettito e divertito allo stesso momento. I suoi denti bianchi lo guardavano e Matt guardava i suoi denti bianchi.
'Si, è quello che sto dicendo', pensò Matt. Anche se adesso non ne era più molto convinto; anzi, iniziava a sospettare della sua stessa sanità mentale. Come gli era potuta venire in mente un'idea del genere? 'È solo uno dei tanti bambini obesi che popolano la nostra città anche se prima era magro come un chiodo e sorrideva sempre'.
Il poliziotto lo guardava con aria divertita. Aveva ricevuto una chiamata dalla stazione dieci minuti prima: bambino in pericolo o qualcosa del genere. Aveva acceso le sirene e si era precipitato sul posto. Ora si stava grattando la fronte, in evidente imbarazzo. "Signore, farò finta che questa chiamata non sia mai arrivata. Lo sa che potrebbe passare un brutto guaio se il signor..."
"Foster". Denti bianchi famelici.
"... se il signor Foster decide di denunciarla?" Il poliziotto guardò Matt. Il suo sguardo di comprensione era lo sguardo di comprensione che si rivolgeva di solito ad un pazzo, ad uno da rinchiudere, la tipica persona che vostra nonna affetta da uno stato avanzato di Alzahimer non ci penserebbe un attimo a definire 'strano'. Questo sguardo infranse per un momento tutte le convinzioni di Matt.
"Io... ecco...", aveva la gola secca. "Penso che... no, no, lasciamo stare, chiedo scusa, mi scusi tanto".
Matt si girò e tornò verso casa a testa bassa. Solo quando la porta fu chiusa alle sue spalle iniziò a provare un po' di sollievo e la convinzione di quello che aveva fatto (chiamare la polizia per denunciare un tentativo di omicidio) riprese vigore in lui.
Aveva le prove, e anche se non poteva dimostrare facilmente quello che il signore e la signora Foster avevano intenzione di fare a loro figlio... be, qualcosa avrebbe fatto. Aveva visto la metamorfosi del bambino, il suo corpo gonfiarsi di g

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L'invito

Le diciotto e trenta.
Come corrono le lancette!
E ci sono ancora tantissime cose da fare... ma per farle al meglio è necessario non farsi prendere dal panico e smettere di fissare l'orologio appeso alla parete della camera; concentrarsi sulla preparazione... proprio così.
Rita si sforza di inculcare questo pensiero nella sua mente per evitare che il nervosismo abbia il sopravvento e le faccia compiere errori grossolani nella minuziosa organizzazione che ha progettato da quando ha ricevuto l'invito. Ha ancora tempo... un mucchio di tempo, ma deve sfruttarlo al meglio... ragionare lucidamente e quasi con curato distacco per fare le cose per bene.
Il vestito viola le sta a pennello... non troppo scollato o esageratamente castigato; la sarta ha eseguito egregiamente il compito affidatole e si può ammirare tutto l'impegno profuso nel risultato; davvero un vestito da sera impeccabile e della lunghezza giusta... la luce della stanza fa brillare piacevolmente le paillette, concedendo una lucentezza non troppo aggressiva ma impossibile da non notare ed accentuando l'eleganza d'insieme... davvero gradevole.
Il raso è di ottima qualità... è costato un occhio della testa ma ne è valsa la pena... gli orli delle spalle e della gonna descrivono onde sinuose che contribuiscono a spezzare lo stile altrimenti troppo classico e maturo, infondendo un frizzante contorno giovanile, in simbiosi con la giovane età dell'indossatrice. Da essi, le esili braccia e le caviglie avvolte nelle lunghe calze nere semitrasparenti si presentano al meglio, la pelle candida puntellata qualche e là da piccoli nei che sembrano posizionati proprio nei punti giusti... minuscole imperfezioni, comunque necessarie in quel corpo armonico ed in perfetta forma.
Il rossetto, dal colore non troppo acceso, crea un piacevole contrasto con il candore del viso, accoppiandosi con la sfumatura perfettamente descritta dalla cipria appoggiata sulle gote.
Mascara a rendere affilate e seducenti le cigli

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