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Racconti horror

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Il mostro di Viterbo (Capitolo 1)

LA CASA DI CAMPAGNA

"Affittasi casale con ettari 1 di terreno, zona Le Dogane. Telefonare ore pasti 3xx xxxxxxx. Lucio"

Questo era l'annuncio che il Prof. Mezzi trovò nella pagina in fondo al giornale. Un casale di campagna faceva proprio al caso suo, al caso di un uomo come lui con la passione per i cani.
Nell'annuncio non era stato specificato se il terreno intorno al casale fosse coltivato o meno, ma Daniele Mezzi aveva intenzione togliere tutte le eventuali colture per piazzarci un grande recinto.
Era sempre stato un tipo con manie di grandezza il Prof. Mezzi, ultima ma non ultima quella di mettere su un allevamento di cani. La sua labrador aveva sfornato ben dieci cuccioli, figli del cane del vicino, quindi ormai la villetta di Viterbo in via Monte Cervino non sarebbe più bastata.
"Guarda un po' questo" disse porgendo il giornale ripiegato alla moglie Francesca e sottolineando l'annuncio con con la matita. Francesca ci pensò un po' e poi disse: "Zona Dogane non è dopo Vetralla andando verso Tarquinia, vicino a dove abitano i tuoi?" "Eh sì, è proprio vicino casa dei miei" "Lucio però non ha scritto gran che del casale" "Vabbè, adesso telefono".
"Pronto?" "È il signor Lucio?" "Sì, sono io, chi parla?" "Mi chiamo Daniele Mezzi, ho letto il suo annuncio sul giornale" "Quello per il casale?" "Sì, proprio quello" "Molto bene, sono contento. Mi dispiace che il giornale non mi abbia dato la possibilità di mettere anche delle foto come hanno fatto quelli di Ebay. Comunque quando aveva intenzione di venirlo a vedere?" "Non so... quando fa più comodo a lei" "Per me è lo stesso. Mi dica, lei dove abita?" "A Viterbo, quartiere Murialdo" "Beh direi che è vicino, una mezzora ed è arrivato" "Minuto di più, minuto di meno" "facciamo così, venga domani sera alle sette al bar che sta sul bivio di Vetralla, poi le farò strada io. Col buio lì c'è una vista magnifica, se concluderemo l'affare la potrà appre

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4 commenti    0 recensioni      autore: Luca Cignini


E venne il male 3

Dal diario del piccolo Marco

04/12/1998



Era un teatro maestoso, quello dove mi avevano invitato a vedere i pazzi. Aveva un'enorme palcoscenico, sul qualche c'erano due maestose poltrone con i poggioli in stile vittoriano e ricamate di tela rossa,
Era lì che ci invitarono, in tanti, a vedere i pazzi... il pazzo... soprattutto.
All'entrata incontrai un nostro amico in comune ( mio e del pazzo), ci salutammo, con entusiasmo e gioia di rivederci e ci avviammo ai nostri posti.
La sala per i spettatori era enorme, noi eravamo in una seconda sala che stava dietro quella principale e più rialzata, come un teatro romano. Entrambe le sale avevano una capienza di mille persone.
Arrivarono due uomini grossi, alti e vestiti con tute arancioni. Uno di loro prese un pazzo e lo scaraventò sulla poltrona che dalla nostra prospettiva era quella di sinistra. Il pazzo si distese inerme sulla poltrona, aveva gli occhi sbarrati e la lingua di fuori, era imbottito di farmaci.
Il secondo omaccione invece strattonava e maltrattava il secondo pazzo, quello che noi conoscevamo, e che eravamo accorsi a vedere, e dopo un momento in cui sembrava che il nostro folle amico stava cercando di ribellarsi e divincolarsi dalla presa dell'uomo, venne anch'egli sbattuto sul secondo divano e anche lui si accasciò inerme su di esso, sembrava che la vita fosse lentamente uscita dal corpo, una sagoma azzurrina, che scavalca e scende dal corpo, come un ragazzo scavalcherebbe la finestra della camera della fidanzatina per non farsi vedere dai genitori apprensivi di lei.
La madre del pazzo, anche lei pazza, il giorno prima mi aveva chiesto di smantellare una parete della casa dove vivevano lei e il figlio malato. Ma quello era un lavoro che di certo io non potevo fare.. chi ne capiva niente di muratura e restauro? Dunque ad un tratto il soffitto della stanza cominciò a inclinarsi, piegarsi e ondeggiare, quasi fosse un lenzuolo e la donna venne spazzata via insieme a tutta la casa, io invec

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0 commenti    0 recensioni      autore: luca


Giochi del destino 3 (ultima parte)

Il telefono di lei è ancora in mano Sua, lo guarda ancora un attimo prima di frugarsi in tasca. " eccole! sapevo che affilarle non sarebbe stata una fatica inutile, ora prenderò il mio souvenir che andrà ad arricchire la collezione... abbiamo trascorso bei momenti insieme vero bambina?" Così dicendo si avvicina al corpo insanguinato e senza vita che giace ai suoi piedi, ne tiene spalancate le palpebre di un occhio con le dita rese sudaticce dall'emozione e avvicina le pinzette affilate al bulbo.

"Ora però la chiamo e poi la sgrido! cattiva! " Bip bip... TUUU TUUU

TRRRRING! TRRRRING! " Maledetto cellulare! proprio ora!"

TUU... TUU... TUU... TUU... TUUU

TRRRRING! TRRRRING! TRRREING! TRRRRING! Prende il cellulare ed in un impeto di rabbia lo scaglia con tutta la forza contro il muro del sottopasso, da vicino, con tutta la rabbia che ha in corpo. Ma il destino attende anche lui quella mattina, ed il telefono va in mille pezzi, esplode praticamente scagliando intorno plastica e schegge di vetro del display che schizzano contro di lui, gli finiscono in faccia, lo feriscono, incontrano i suoi occhi spalancati e lo accecano in un attimo infinito di immenso dolore. Lui barcolla, come un animale ferito e rabbioso, e i suoi piedi incontrano il corpo straziato di lei.

TUT TUT TUT TUT " ma cosa combina? riattacca!? "

Lui cade, cade con le mani che ancora cercano di lenire l'immenso dolore agli occhi, un dolore che non aveva mai conosciuto ma che, se avesse chiesto a lei, avrebbe saputo che ha un sapore ed un odore ed un volto, questa volta il volto è quello di lei morta con la lama di un coltello che spunta da quella gola che qualcun'altro amava baciare ma che per lui è il volto della morte che arriva.
E lui va a raggiungerla a faccia in giù verso un ultimo, fatale, bacio.

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13 commenti    0 recensioni      autore: Alessio Cosso


Il sorriso di Shirley... (parte prima)

“Shirleyyyy, tesoro, non allontanarti troppo, resta qui vicino ok?” gridava sua madre, avvolta dalla naturale preoccupazione che una mamma nutre vedendo la sua piccola di 8 anni giocare in un giardino che confina con un bosco, dal quale può provenire di tutto e con i tempi che correvano non era il caso di allentare la guardia, nemmeno per un attimo. Ma la piccola Shirley, incurante del richiamo materno si avviò vero la zona boschiva, che attirava di più la sua curiosità e stimolava tantissimo la sua fantasia. Fra l’erba alta migliaia di piccoli insetti vedevano passare le piccole gambe della ragazzina, delle gambe che trasmettevano curiosità, fantasia……. innocenza.
La curiosità della bambina fu attirata da un debole suono, quasi un pigolio o un cinguettio, non di distingueva bene cosa fosse. Arrivata vicino alla fonte di quel verso Shirley vide un piccolo uccellino, un passerotto che probabilmente aveva tentato di spiccare il suo primo volo ma le sue ali erano ancora deboli e di conseguenza era finito rovinosamente a terra ferendosi a tal punto da non riuscire più a muovere nemmeno una zampetta. Il povero animale vide la figura imponente di Shirley sovrastarlo. Imponente lo era dal suo punto di vista ovviamente e tuttavia Shirley lo guardava stando in piedi e quindi capirete che anche 1 m e 20 di altezza sono paragonabili ad un grattacielo dal punto di vista di un uccellino inchiodato al suolo. Shirley lo fissò per qualche istante, poi si inginocchiò a terra e lo prese fra le sue mani. Il povero animale iniziò a tremare terrorizzato, essendo incerto sulle intenzioni di quella bambina, all’apparenza dolcissima.
Poco distante da lì un grosso gatto selvatico si muoveva con il silenzio e la cautela che solo un felino può avere. Si vedeva chiaramente che girava alla ricerca di una preda e si sa che le prede più ambite dei gatti oltre ai topi sono gli uccellini. Il cinguettio del povero uccellino nella mani di Shirley attirò l’attenzione

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Ma.. hai sete?

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Gli occhi di Damien

C'era qualcosa di sensuale nei suoi modi, nelle movenze... nel suo sguardo.
Era un piacere vederlo all'opera.
Damien era il surplus della bellezza decadente; Pallido, alto e magrissimo, capace di incantare, di lasciare senza fiato. Forse questo mi fece perdere la testa.
Seguii parecchie sue mostre; forse rassegnato, accettò di prendere un caffé con me.
"Grazie per aver accettato l'invito signor Bloom, sa, la seguo da un po' di tempo e mi ha davvero colpito la sua opera. Non vedevo l'ora di complimentarmi di persona con lei, ecco perché ho insistito tanto in questi mesi. Ah, e poi volevo il suo parere su...". Cominciammo a frequentarci sempre più spesso, trovò interessanti i miei manoscritti. Così ebbe inizio la nostra storia, la nostra meravigliosa storia...
Eravamo liberi amanti; per un periodo esistemmo insieme, nella sua spartana soffitta dalle pareti color porpora.
Passavamo le giornate sul gran letto al centro della stanza, e mentre io leggevo, lui traeva ispirazione per sempre nuove tele: divenni la sua musa, o almeno, una delle tante...
Formammo un idillio, o meglio lo creai da sola, me ne innamorai perdutamente, e fu questo a rovinare tutto. Cominciai a provare una tremenda gioia nel dormire al suo fianco, nel sentirne il respiro, caldo, sul mio collo.
Tutto quello che desideravo era poter essere amata da quell'angelo. Avrei fatto qualsiasi cosa per lui.

Quell'angelo che, anche nella stessa casa, è sempre stato da me lontano...
Mi ero illusa di poter tenere in gabbia un essere alato...

Non sopportavo più il profumo femminile nei suoi lunghi capelli, o i graffi non miei sulla sua bianca schiena...
Litigammo al punto di interrompere la nostra convivenza; non ci vedemmo per lungo tempo, ma dai suoi occhi non seppi distaccarmi.
Misi il mio vestito più bello, che tanto gli piaceva, raccolsi i capelli e mi cosparsi la pelle d'assenzio.
Convinta che non avrebbe potuto resistermi mi diressi da lui senza avvertire. Egli era impegna

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