username: password: dati dimenticati?   |   crea nuovo account

Racconti horror

Pagine: 1234... ultima

Il pasto del vagabondo

"Siamo ciò che mangiamo!".
Quel barbone ripeteva questa insignificante frase ogni volta che gli passavo davanti, eppure gli davo sempre qualche spicciolo, con l'intento di comprarmi il suo silenzio, odiavo essere disturbato e fermato per la strada, raramente mi trattenevo a chiacchierare con gli amici, anche perché di amici non ne avevo e non ne volevo, neanche persone sdolcinate, mmmm ragazze dolci che ti chiamano amore, che ti danno carezze, decisamente no, non è mai stato di mio gradimento.
Continuai a scendere per la strada del borgo, poi entrai in una macelleria, decisi di comprare qualcosa da cucinare. Vidi un sogno, lì tra il vetro del bancone, ancora unta di rosso, una splendida testa integra di vacca, il sangue fresco le colava ancora dal collo a brandelli, tranciato (mi piace pensare) da colpi di macete.
Chiesi al macellaio: "Voglio quella!".
Il macellaio: "Le tolgo il cervello e gli occhi?!"
Matteo: "No! per l'amor di Dio non osi compiere un tale scempio, prendo tutto!".
Il macellaio prese una busta grande in plastica trasparente, vi avvolse la testa in carne viva del bovino e gliela consegnò in un sacchetto.
Il macellaio: "Per lei non prende nulla?!"
Matteo: "No grazie!"
Il macellaio: "Arrivederla allora, oggi il suo cane farà festa, eh sì sì festa ah, beh"

Matteo prese la busta e si diresse a casa, era solito fermarsi al bar vicino la stazione per un aperitivo prima del pranzo, ma oggi fece una eccezione, il commento del barbone da qualche giorno lo irritava.

Matteo era un ricco imprenditore milanese, da qualche anno si occupava di case, gli bastava affittare le sue per vivere in completa agiatezza. Aveva però un difetto, non amava le persone, che con gli anni lo avevano cambiato tantissimo, ma nonostante il suo pessimo rapporto con la gente continuava a gestire lui stesso le sue proprietà.

Tornato a casa sbatté con forza la testa del mammifero contro il muro del corridoio, le ossa del cranio si ruppero e s

[continua a leggere...]

   5 commenti     di: Gè Marcia


Benvenuti a cold wood

"Benvenuti a Cold Wood".
Ecco che cosa diceva la scritta sul cartello sbiadito dal tempo, posto venti metri prima di casa mia. Ma credetemi, abitare a Cold Wood non era per niente gradevole. Faceva sempre freddo, e la temperatura toccava a mala pena i venti gradi solo a giugno e luglio. A ridosso del paese, concentrata sulla collina principale, la Hill Green, c'era la Old Valley, una gola profonda, una delle più intricate montagne, per quanto riguardava la vegetazione, che si potessero trovare nel Maine.
Ora, sdraiato sulla sedia nella mia veranda, guardo i lontani alberi che contornano questo paese dimenticato da Dio, e immagino una ragazza che cammina senza meta lungo quella strada desolata. Lucy Trevor, così si chiamava. Scusate, di questo non ho ancora parlato, ma ci arriveremo tra poco. Ebbene, il male, in qualche modo, è venuto a fare visita a Cold Wood, e in qualunque forma esso si era presentato, aveva lasciato impronte di sangue dietro di sé.


Il mio nome è William Parrett, e sono una qualsiasi persona proprio come tutti voi, eccetto forse per un piccolo particolare, io vivo a Cold Wood. Immagino vi starete chiedendo il perché di queste parole? Ebbene, a dirla tutta non sono nemmeno sicuro io del motivo per il quale mi sono messo al computer per raccontarvi ciò che più mi preme, ma so per certo che quello che ho da dirvi non lo troverete nemmeno nel più spaventoso libro dell'orrore.
Semmai qualcuno volesse venirmi a trovare, la mia abitazione è la prima dopo il cartello con il benvenuto, ma leggendo dei tre fatti accaduti alcuni mesi fa, credo che nessuno di voi mi farà mai visita.

I miei trent'anni li porto benissimo, e per fortuna, al contrario di quanto aveva predetto mia madre alcuni anni fa, no, non sono ancora diventato calvo. La riprova era il ciuffo che mi ricadeva sulla fronte, talvolta facendola irritare. Sono contento della mia vita, e anche se non ho molti amici, riesco a trasmettere le mie idee, come per esempio adesso,

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: cesare massaini


Slender

La notte stava calando sulla piccola cittadina di Prescott. Eric camminava con passo svelto sulla stradina che lo avrebbe portato a casa; era molto tardi. Sapeva che si sarebbe preso una bella strigliata una volta arrivato. La madre gli aveva detto di tornare presto quella sera, quando c'era ancora luce; temeva l'uomo senza volto, e anche Eric era terrorizzato da lui, tutti in città ne avevano paura. Da quando erano cominciate le sparizioni di bambini, a Prescott si vociferava di un serial killer, di un pedofilo, di un mostro; all'inizio si era sospettato di un uomo del luogo, conosciuto e indesiderato da tutti per le sue azioni sgradevoli soprattutto all'indirizzo dei bambini che periodicamente si ritrovavano a giocare sotto casa sua. Le accuse però furono ritirate presto, in quanto mentre l'uomo si trovava in prigione le sparizioni non cessarono, anzi, si moltiplicarono. Fondamentale per il suo rilascio fu la testimonianza di una bambina di nome Abigail; la piccola, tornata a casa terrorizzata, raccontò di essere stata inseguita da una persona nel parco. Dall'identikit che la polizia trasse dalla sua spiegazione, l'inseguitore risultò essere un uomo alto e pallido, con indosso una giacca nera ed una cravatta, completamente privo di tratti somatici nel volto. Da quel momento, in città era iniziata la leggenda dell'uomo senza volto.
La notte era arrivata. Il piccolo Eric continuava a percorrere lo stretto sentiero acciottolato; era arrivato alla grande quercia che segnava la metà del percorso, casa era vicina. Il bambino osservò per un momento il grande albero che tante volte si era fermato ad ammirare. Questa volta però c'era qualcosa di diverso. In piedi sotto i lunghi rami c'era un uomo; alto, con una giacca nera. Eric fu attraversato da un inarrestabile brivido di paura nel vedere che il cereo volto che emergeva dall'oscurità era totalmente privo di espressione, non aveva nessun segno di riconoscimento; era lui.
Il piccolo allora cominciò a corre

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: Francesco


Una porta sul cortile

Avevo studiato fino a tardi quella notte ed il sonno mi aveva colto all'improvviso. Urtai con un piede i libri abbandonati sul letto e fu proprio quello che mi fece aprire gli occhi, ormai era mattino. Era il 6 giugno e nell'aria si sentiva quella calura di primavera inoltrata, anche se un vento forte e asciutto faceva ondeggiare i grossi rami del ficus, unico albero che si vedeva dalla mia finestra. Il ficus apparteneva al cortile interno del palazzo in cui abitavo, aveva tronco e radici possenti che spuntavano sul pavimento formando quasi una raggiera, non vi era altro in quello spazio circolare a parte le riserve d'acqua che alimentavano gli appartamenti nei momenti di siccità estiva; neppure i gatti avevano piacere di circolare in quel luogo perché , si diceva, i topi erano talmente grossi e quindi terreno di caccia particolarmente difficile. Il mio appartamento era costituito da una cucina, un bagno, una grande camera da letto che dividevo con una delle mie sorelle, con porta che s'apriva direttamente nel cortile. Prendere il sole in quello spazio significava vedere un fazzoletto di cielo, piccolo, azzurro, ma sempre rassicurante, che si spostava con qualche nuvola al seguito, trascinando con sé voci e rumori provenienti dalla vicina strada. Sono le otto, per me è già tardi! Con una falcata mi precipito alla porta e la spalanco; un'ape sfreccia davanti ai miei occhi, poi, ronzando, vola in picchiata in cortile.. meno male! Sono sola in casa, mia sorella è andata a lezione e il palazzo, a quest'ora, è semi deserto. Devo studiare e mentalmente, seduta al tavolo di studio, dopo aver appoggiato i libri sul petto e essermi coperta il volto con le mani, cerco di ripassare la lezione della notte precedente. Improvvisamente apro gli occhi e volgo lo sguardo verso la porta aperta della mia camera e scorgo, con grande sorpresa, un animale che lentamente s'affaccia, peraltro guardingo, noncurante di non aver chiesto il permesso.. Ma è mostruoso! è grande q

[continua a leggere...]

   8 commenti     di: antonina


Ex Inferno

Darlam, Maine. 25 ottobre ….

Questo non è un diario, poiché non c’è nulla che debba confessare a me stesso. Questa non è una storia da pubblicare, perché se arriverà nelle mani di un editore lo farà in quanto polvere nel vento. Questo non è un messaggio in bottiglia, non essendo io naufrago sperduto bensì saldo coi piedi per terra in un luogo fin troppo noto. Questa è una lettera che nessun postino consegnerà, indirizzata al luogo delle fiamme eterne, l’inferno, della cui esistenza ora sono certo.
Il mio nome è Shammond Wayne Collison, sono a capo del nucleo di polizia ambientale di Portland e per oltre un anno ho dato la caccia ad un assassino. Il dubbio è lecito. Come mai un topo d’ufficio laureato in biologia è stato assegnato ad un caso da squadra omicidi? Giurisdizione, potrei dire. Oppure cantonata secolare. Quello che era stato liquidato come “affare da pollici verdi” si è rivelato essere una scia di sangue da cronaca nera. Credo sia utile un piccolo resoconto cronologico.
Più di un anno fa, in piena estate, alla mia squadra toccò un caso di piromania. Alla periferia di Rockland, nei pressi di una vasta pineta, un’esplosione aveva distrutto una baracca e messo a rischio il bosco. I pompieri ci avevano lavorato un’intera notte prima di estinguere del tutto le fiamme e scoprire che lo scoppio era stato causato da alcune taniche di benzina e da una bombola di metano. Nulla che potesse interessarci, un semplice incidente generato dal sole e dalle lamiere che un tempo avevano fatto da tetto per quell’umile dimora, se solo non ci fosse stata la miccia. Oggi maledico quella corda incenerita. Uno dei pompieri ne trovò i resti e, ipotizzando si trattasse dell’opera di un piromane, chiamò in causa noi sbirri ambientalisti. Che dio lo abbia in gloria!
La scena che ci si presentò non sembrava dare spazio all’investigazione: legno carbonizzato e lamiere dappertutto, una corda imbevuta di benzina come miccia e un tent

[continua a leggere...]



L'ospedale maledetto Prima Parte.

Primo giorno.
“Finalmente ci siamo riusciti. Sono serviti due mesi buoni per ottenere le autorizzazioni necessarie ma ce l’abbiamo fatta. Sono le otto e quindici della mattina e siamo appena partiti da Ferrara. Il tempo non è certo dei migliori. Il cielo è coperto e, come già anticipato ieri dal meteo in televisione, quelle nubi dense e grigiastre si stanno preparando a scaricare un bel po’ d’acqua sulle nostre teste. Da un lato posso dire che la cosa è anche eccitante se viene legata al motivo del nostro viaggio, chiamiamolo così. In fondo pioggia e temporale contribuiscono a creare quel clima che può dirsi necessario per cose di questo genere e di certo conferiscono a me ed ai miei amici l’atteggiamento e l’eccitazione giusta; inoltre è risaputo che cose del genere hanno più probabilità di accadere se il tempo dà una mano a modo suo. Ma una medaglia, si sa, ha sempre due facce ed una di esse non presenta lati positivi. Spero soltanto che l’edificio sia abbastanza riparato e che la pioggia non danneggi l’attrezzatura, altrimenti il nostro lavoro rischia di essere rallentato se non del tutto vanificato. Passando alle presentazioni, mi chiamo Roberto Dovesi, ho trent’anni e lavoro come assistente alla facoltà di psicologia di Cesena. Non da molto … da quando mi sono laureato e se permettete sorvolo sul voto finale, anche perché non è materia d’interesse in questa sede. In ogni caso mi reputo una persona molto fortunata; io penso che la fortuna costituisca una buona fetta della formazione di un essere umano … il libero arbitrio non sempre si rivela una virtù nelle scelte che facciamo ogni giorno; troppo spesso ci lasciamo trasportare dall’istinto … agiamo senza riflettere ed anche questo può andare bene a volte, ma quando le scelte fatte si scoprono sbagliate io credo sia solo una semplice questione di fortuna o sfortuna. Molti pensano che non esista la fortuna oppure c’è chi pensa che siamo noi stessi a crearcela. Questo

[continua a leggere...]



La testa

I rombi delle moto di grossa cilindrata non fanno che fischiarmi nelle orecchie. Sfrecciano a mille all’ora su strade urbane e centri abitati, dove a stento passano due auto affiancate.
Mi tornano alla mente alcune strade sui cui lati sono disperse lapidi in memoria di chi c’è rimasto secco.

Ogni giorno di fronte alla mia porta, sempre aperta, passano a mille all’ora. Sui marciapiedi passeggiano madri con bambini, vecchietti a passo lento e adolescenti svampiti.

La giornata era tranquilla, noiosa e lenta.
Appollaiata, come un pappagallo seduto sul suo trespolo, Isi stava seduta sulla sedia guardando la porta. ‘Oggi la navata sembra più grande di tre volte la sua lunghezza reale’ pensava ‘ So che è un’impressione, ma la porta mi sembra così distante… come se si allontanasse’.
Ecco un sibilo avvicinarsi… aumenta di volume, sembra un tuono… più forte, la terra vibra. Uno stridio di freni unito all’odore di pneumatici bruciati. Un boato.
Sui muri attorno alla porta si aprono crepe… si vedono correre in tutte le direzioni. In più punti l’intonaco si sbriciola.
Un rumore! Sembra di un tronco spezzato. Qualcosa vola entrando dalla porta… Rimbalza e rotola attraversando l’immensa navata. Degli occhi marroni la fissano per un attimo infinito, mentre rotea in aria.
Cade a terra e gira su se stessa.
- Cazzo, ma quella è una testa… - disse Isi fissando la testa roteare su se stessa. Lo sguardo vitreo e senza pensieri.
Il corpo di quel ragazzo si era spiaccicato contro il muro insieme alla sua rombante moto. La testa si era staccata dal corpo trovando un’apertura, la porta aperta, che non aveva fermato l’impatto.
Isi si accorse in un secondo momento che il sangue del giovane aveva lasciato una macabra scia al suo passaggio.
Seguì con lo sguardo il sangue fino a tornare sulla testa che si era fermata.
Si vedeva il profilo destro del viso del ragazzo. Naso pronunciato e labbra ben definite distorte in una smorfi

[continua a leggere...]




Pagine: 1234... ultima



Cerca tra le opere

Questa sezione contiene storie dell'orrore, racconti horror e sulla paura