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Racconti horror

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La casa con l'edera

Un pomeriggio camminando sul marciapiede incontro una amica di famiglia, l'anziana signorina Louyse. É piccola, magra con gli zigomi sporgenti. Al collo porta grosse collane e sulla faccia ha molti strati di cipria per nascondere le rughe.
Louyse appare un po' agitata questa volta e muove le mani con gesti nervosi. Dopo avermi salutato, dice che ha bisogno del mio aiuto e mi prega di accompagnarla subito a casa sua. C'è qualcosa che la sta preoccupando in questi ultimi tempi; anche se non riesco a capire bene di cosa si tratta.
Da un portone entriamo dentro un cortile interno acciottolato, con una pompa arrugginita per l'acqua laggiù in fondo. La casa è sulla destra con la facciata esposta ad est. Una scala esterna porta a un terrazzino con ringhiera, dove c'è la porta d'ingresso. Tutta la facciata è interamente coperta da una fitta rete di edera centenaria. L'edera arriva fino alla grondaia e avviluppa in parte anche le finestre del piano superiore.
Louyse con movimenti svelti mi guida attraverso una saletta fredda. C'è una stufa di ghisa spenta e una consolle sul pavimento di mattonelle bianche e nere.
In cucina c'è sua sorella Lynda, alta e magra, con occhiali e scialle di lana. Lei non esce quasi mai e si dedica a svolgere i lavori di casa. Lynda parla poco e sembra meno interessata al problema.
Seguo Louyse nel corridoio dove lei tira fuori una grossa chiave e apre una porta.
Entriamo in una stanza da letto stile liberty. La stanza è fredda e scarsamente illuminata da una lampadina a muro. Louyse spinge le imposte per aprirle e vedendo che incontra delle difficoltà mi avvicino per darle una mano. Spingo anch'io ma non riesco ad aprire tanto di più. L'edera all'esterno è cresciuta e impedisce l'apertura completa. L'altra finestra poi è completamente bloccata.
"Qui prima ci dormiva mia sorella" spiega Louyse, "ma lei diceva che la stanza era sfavorevole per la sua salute così è andata a dormire sul retro. Mi sono sistemata io qui ma non ci s

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4 commenti    0 recensioni      autore: sergio bissoli


Grande fossa (Primo atto)

Era la prima volta che Todd andava al cimitero dopo la morte di suo nonno. Non che non fosse mai andato a trovare i suoi cari morti, ma il cimitero "Big Dig" era sempre stato un enigma per l'adolescente fino ad allora: tutti i parenti deceduti abitavano in un'altra città da dove abitava Todd. L'unico parente ( a parte i genitori) ad abitare col ragazzo era il buon vecchio nonno Tom.
Todd stava per andarsene dal cimitero, aveva appena lasciato un mazzo di fiori sulla tomba del nonno quando si imbatté in una figura inquietante: " ragazzo! Devi andare alla polizia! Sei la mia unica speranza! Digli di fare un salto qui entro stasera! Fallo ragazzo!", ma in quel momento arrivò il padre di Todd:
" oh salve signor Finnigan! Ha conosciuto mio figlio Todd. Ora dobbiamo rincasare mi scusi". Nel tragitto verso casa, il padre di Todd spiegò al ragazzo che quel tizio strano e sporco, non era nient' altro che il custode del cimitero: " gli manca qualche rotella. È da giorni che tormenta la gente e vuole che la polizia vada a controllare il cimitero. Poverino è ora che lo mettano in un ricovero".
Todd stava facendo i suoi compiti di matematica per il giorno seguente, non pensava più al signor Finnigan ormai da ore. Erano le 23: 02 e Todd si sentì stanco: decise di andare in bagno per poi andare a dormire.
Si stava lavando la faccia il ragazzo, la rialzò per asciugarsi... ebbe un sussulto. In quella frazione di secondo in cui appoggiò lo sguardo sul suo riflesso nello specchio, era quasi sicuro di non essere lui. Con cautela tolse la faccia dall'asciugamano e si posizionò in modo da riflettere il viso sullo specchio: "PICCOLO SCHIFOSO!!! TI AVEVO DETTO DI CHIAMARE LA POLIZIA!!!", Todd urlò terrorizzato, allo specchio era comparso il signor Finnigan decisamente incavolato. Il suo sguardo da 80enne era più stanco e scavato che mai, i capelli bianchi erano quasi completamente diradati, la pelle di uno sporco che non si riconosceva più la vera carna

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3 commenti    0 recensioni      autore: Philip Burns


L'uomo negativo

"Oh, barone Pedrotzky, buongiorno!"
Così il mio amico aveva salutato l'uomo che stava per entrare nel piccolo negozio di pipe.
Era di luglio, faceva un caldo insopportabile e le tende alla finestra erano tutte abbassate. Le mosche ronzavano senza sosta nella penombra.
La porta a vetri era alle mie spalle così non lo vidi subito. Mi voltai e Cristo, non avevo mai visto niente di simile.
Per non lasciar trasparire la mia sorpresa toccavo le pipe che avevo da provare. Ma quell'uomo, aveva anche il nome appropriato.
Era piccolo, grasso, zoppo e calvo.
Quando si avvicinò al banco notai che portava l'apparecchio acustico dei sordi, oltre che due spesse lenti negli occhiali.
Mai visto un individuo simile, per diavolo. Mentre parlava con il mio amico tabaccaio, che a quanto pare lo conosceva bene, sentii che era anche balbuziente.
Salutai tutti e uscii alla svelta per non ridergli in faccia.
La prossima volta che andai a trovare il mio amico, gli chiesi chi fosse quel tizio.
"Ma come, non conosci il signor barone Pedrotzky?" fece lui.
Non lo avevo mai visto prima e quando lo rividi, era morto.
Era seduto grasso e deforme su una sedia sotto un portico. Il caldo era asfissiante e aveva mosche sulla bocca e dentro il naso. Lo avevano sistemato là provvisoriamente perché era deceduto mentre giocava a carte all'osteria.
Quando arrivarono i familiari gli sfilarono l'orologio e l'anello. Quelli delle pompe funebri portarono una cassa provvisoria e ce lo misero dentro. Ma era pesantissimo e nel sistemarlo i vestiti si attorcigliarono su per la schiena.
Da un barbiere furono presi dei giornali sportivi per metterglieli sotto la testa come cuscino, perché assumesse una posizione più decorosa.
In cimitero poi, ero presente quando ce lo portarono. La cassa nuova di zecca color marrone chiaro luccicava sotto il sole. Sennonché l'impresa di sistemarlo nel loculo non fu affare da poco.
I becchini incolpavano il falegname, questo scaricava la responsabilità ai mura

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1 commenti    0 recensioni      autore: sergio bissoli


La valle degli Orrori

Credo che tutti conosciate l'enorme spaccatura della crosta terrestre presente in Africa Orientale denominata Rift Valley, quella lunghissima faglia dove sono presenti molti laghi di origini tettonica, fra cui il lago Tanganika, il lago Niassa e vulcani attivi come il famoso Kilimangiaro in Kenya.
In quella faglia divergente fra milioni di anni sarà presente l'oceano Indiano modificando la forma orientale del continente nero. Proprio fra le mille solfatare ed esalazioni gassose vi è quella che alcuni hanno chiamalo la Valle degli Orrori.
In una delle tante fratture della crosta presenti lungo la faglia, emersero delle terrificanti creature che, per quello che si conosce dalla testimonianza di un vulcanologo inglese, edificarono una città ma che nel momento in cui egli stesso giunse nella zona dove dovevano essere presenti le costruzioni, non trovò nulla eccetto una valle arida bruciata dal sole.
Una forte scossa di terremoto devastò Nairobi capitale del Kenya, avente come epicentro una zona nella Rift Valley situata ad occidente del Monte Kenya, e dalla quale fuoriuscirono lava e delle bizzarre pietre viola scuro con presenti zone rosso bordò apparentemente robuste agli urti ed al calore presente all'interno della Terra. Le misteriose pietre, uniche nel loro genere mantennero quella forma per varie settimane dopodichè si schiusero come uova di qualche specie di rettile ma non potevano trattarsi di uova poiché da esse uscirono delle creature mai viste sul pianeta. Tali esseri possedevano la posizione eretta, anche se occasionalmente usavano quella quadrupede. Ancora oggi all'udire delle loro descrizioni ci si rende conto di quanto assurde esse siano, probabilmente generate da una mente malata.
Da quello che si sa, una volta dischiuse, le loro creature iniziarono nella frenesia più assoluta ad assemblare massi di ogni genere e misura accatastandoli l'uno sopra all'altro fino a raggiungere in breve tempo l'altezza di cinquanta metri con presenti sul luogo

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1 commenti    0 recensioni      autore: Stefano


Alys on Hell (7)

Tre Settembre
La bambina cantò uno strano ritornello quando suo padre entrò nella stanza.
"Il sogno nel sogno mi disse: non sarò il tuo incubo peggiore ma quello che ti Farà più male. Nel sogno al sogno io dissi:
non sarò il tuo risveglio peggiore, ma quello che ti farà svanire...
"Il sogno nel sogno mi disse: non sarò il tuo incubo peggiore ma quello che ti Farà più male. Nel sogno al sogno io dissi:
non sarò il tuo risveglio peggiore, ma quello che ti farà svanire... "
Poi si interruppe.
Jacob la osservò; le prese la mano e la baciò.
"Come stai oggi amore?" Gli chiese.
"Bene! Meglio insomma! Posso tornare a scuola? Domani" Domandò allegra.
Il padre fece un gesto di diniego con il capo.
"Perché no? " Chiese e poi abbassò lo sguardo come chi conosce le sue colpe e non vuole ammetterle.
"Amore! Due giorni fa hai picchiato una tua compagna di classe!"
"Lo so! Papà! Ma lei " Non concluse.
"Non importa! Hai commesso un gesto sbagliato! Inconsiderabile! Le hai rotto il naso!" Disse ammonendola!
"Papà! Tu non capisci!" Alys cercò di scusarsi.
"Allora spiega! Spiegami per bene perché lo hai fatto!" Rimase poi in silenzio.
"Non so se è giusto!" Non so!" Disse la bambina.
"Perché non deve esserlo? Sono tuo padre! A me non puoi dirmelo?"
"Solo che voi; dopo il colloquio con quel amico di mamma pensate che io sia stramba!" Poi sorrise.
"Amore! Noi; io e tua madre abbiamo ascoltato ciò che ci ha detto il dottor Swan; ma non crediamo che tu sia stramba! Oppure posseduta! Come ha detto lui.!" Finì e le diede un altro bacio sulla guancia.
Poi continuò:
"Allora me lo dici perché l'hai picchiata? Lo sai che i tuoi compagni adesso hanno paura di te?"
"Lo so! Prima era diverso!" Rispose.
"Prima di quando?"Chiese Jacob.
"È colpa mia! E" colpa mia!" Alys iniziò a piangere.
Jacob l'abbracciò.
"Va bene! Va bene! Non voglio che tu pianga! Non importa! Se non mi vuoi dire il motiv

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1 commenti    0 recensioni      autore: Dark Angel


Requiem per i defunti

Primo movimento_ Angelique, assolo: Mondi riflessi

Camminava sempre con la testa abbassata, un’abitudine che derivava in parti uguali dallo scarsissimo interesse che il mondo reale suscitava in lei e dal desiderio di farsi notare il meno possibile.
Non aveva bisogno di guardarsi intorno per trovare la strada, in realtà non era nemmeno consapevole degli edifici che le scorrevano accanto: da molto tempo il suo corpo aveva imparato a muoversi e ad evitare gli ostacoli autonomamente, senza disturbare la parte conscia della sua mente. In quel momento, infatti, i suoi occhi non vedevano i gruppi di persone accalcate sul marciapiede
(anche se il suo corpo le evitò agilmente, infilandosi nello stretto spazio tra un furgone e il muro di una vecchia casa abbandonata); quello che vedeva erano streghe dalle lunghe vesti multicolori intente a compiere oscuri rituali sotto la luce della luna.
Quell’immagine la tormentava ormai da due giorni, ed era il motivo della sua passeggiata.
Il volto le si illuminò di un sorriso quando vide davanti a sé le luci calde e invitanti della libreria: era arrivata.
Lentamente aprì il cappotto e sciolse la sciarpa che le copriva il viso; gli occhiali dalle lenti di una tenue sfumatura viola le davano un piacevole senso di protezione, di anonimato.
Con calma cominciò ad aggirarsi tra gli scaffali, sfiorando lievemente le copertine e sfogliando le pagine con reverenza: nulla le dava più piacere dei libri. Passarono diverse ore, o forse solo pochi minuti, prima che trovasse quello che cercava. Non aveva
importanza: il tempo si fermava quando si trattava di libri, e il mondo poteva pure aspettare o sparire, come preferiva. Non ne avrebbe sentito la mancanza.
Mentre attendeva di pagare i suoi acquisti, la sua attenzione venne attirata da alcuni ragazzi alle sue
spalle: “Davvero non hai mai letto nulla di Angelique?! ”
“Ma dove sei vissuto?! I libri di Angelique sono magnifici: sono pieni di fantasia, avventure e…vita.

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Chi è più blue?

La notte, lungo le calli veneziane, puoi sentire solo te stesso, il lento e ovattato rumore dei tuoi passi sulle pietre, il tuo respiro, mentre l'umidità ti entra fin dentro il midollo.
Un uomo di mezz'età, dall'aria imponente e severa, cammina parallelo a un canale, fiero e implacabile, una quercia non piegata dal vento che si sta sollevando sulla città.
Sembra non andare in nessuna particolare direzione, indifferente alle sporadiche persone che incontra, all'improvviso rallenta fino a fermarsi, i suoi occhi attirati da una qualche improvvisa apparizione.
Seduta su uno scalino che dà sul canale c'è una figura, piccola e piegata su se stessa, che cerca di ripararsi con l'enorme zaino da quell'improvviso vento gelido.
L'uomo le si avvicina con circospezione: è una ragazza giovane, molto giovane, dall'aria smarrita.
Pare non accorgersi della sua presenza, finché lui non le parla.
- Si è persa, signorina? Ha bisogno di aiuto?
Si volta a guardarlo, non sembra spaventata da quell'enorme e improvvisa presenza maschile a quell'ora tarda, addirittura balena un'ombra di sorriso in quel volto pallido che contrasta con i capelli scuri, sporcato dal pesante trucco degli occhi che si è sciolto.
- In realtà non so dove andare... Ho speso quasi tutti i soldi per il biglietto del pullman e per un hamburger...
La situazione si fa interessante...
- Non conosce nessuno qui a Venezia che possa ospitarla?
- Veramente no... Non so nemmeno perché sono venuta qua. Una volta, anni fa, ci sono venuta in gita con la mia classe. Ero stata felice... forse per questo ho deciso di tornarci... ma non mi rendevo conto di quanto fosse cara...-
Nei suoi occhi appare un'ombra di malinconia, è sola, sicuramente fuggita da casa, infreddolita, eppure non sembra intimorita. Forse è abituata a quella vita, probabilmente è anche tossica.
Molto probabilmente...
- Quanti anni hai?
Ne dichiara diciotto, mente ovviamente... non può averne più di sedi

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1 commenti    0 recensioni      autore: Sabrina Abeni



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