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Racconti horror

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Creature Mortìfere

<Mi passi l'acqua, mamma?> chiese Ruth la quale non vedeva l'ora di tuffarsi. Con quel bikini viola a fiorellini marroni sembrava quasi una quattordicenne, eppure aveva solo dieci anni e, probabilmente, ciò si sarebbe potuto evincere solo dal suo modo di fare perennemente scherzoso che celava nella sua profonda intimità una innata ingenuità di sentimenti.
<Sì, tesoro, te la passo subito.. e ricordami che devo ancora spalmarti la crema dietro le spalle perché sennò non puoi entrare in acqua!> disse Annah, madre single, premurosa ed amorevole che, per sopperire all'assenza di una figura paterna, soddisfa tutte le volontà ed i desideri, anche i più banali, di un figlio unico..
Era una mattinata calda e soleggiata lì sulle spiagge nei pressi di Augusta nel Maine, anche se uno strano alone ed un inquietante silenzio interrotto qui e lì dalle voci degli altri villeggianti e dalle flemmatiche onde che si trascinavano esauste fino alla riva, dominavano quel paesaggio marittimo.
Nell'attesa che la crema venisse assorbita dal suo corpo, Ruth si apprestò a raggiungere Jeffrey sulla riva. Jeffrey era un ragazzino tranquillo, timido e fin troppo gracile per i suoi tredici anni; aveva i capelli irti come i denti di una spazzola, il viso leggermente scavato, esili spalle e una pelle chiarissima che sul torace rientrava lievemente all'altezza delle costole. Portava un costume giallo aderente con un elastico blu ed una montatura di occhiali color pesca, probabilmente le uniche due cose che davano risalto alla persona oltre a quei grandi verdi occhi che si ritrovava.
Jeffrey era il migliore amico di Ruth da sempre, si volevano bene e la maggior parte dei pomeriggi la trascorrevano insieme a giocare ed a parlare.
Quando Jeffrey la vide arrivare, le porse subito una paletta, un rastrello ed un secchiello:<Perché non facciamo un castello di sabbia?>
<Non ne ho voglia Jeff.. E poi siamo a riva, un'onda un po' più forte ed il castello sarà bello e abbattuto!> sorrise R

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   4 commenti     di: Sari Koon


La strega

La vecchia Peggy morì in un nebbioso pomeriggio di fine dicembre. Era piccola e zoppa e la gente diceva che per tutta la vita aveva fatto le stregonerie.
La sua casa quel giorno è grigia e fredda. I pochi parenti venuti per il funerale sono in attesa, in piedi nella piccola cucina.
Io sono stato uno dei pochi a vegliare la salma e ad assistere agli spaventosi fenomeni che si sono verificati.
Alle quattro e trenta della sera una nebbia densa fuma per la via impedendo di vedere a pochi metri.
Chiudiamo le imposte e mettiamo il catenaccio alla porta della cucina che comunica con il portico di lato, pieno di buio e nebbia. Il freddo è fastidioso nonostante l'umidità fuori che rende opachi i vetri.
Il cugino Jerome lavora per accendere una stufetta di ferro mentre lo zio si frega le mani per riscaldarsele. La parentela fra noi è molto lontana e ci conosciamo poco. Le foto ovali appese alle pareti sono di personaggi con baffoni e donne d'altra epoca morti tanto tempo prima cosicché nessuno li ricorda.
Finalmente arriva un po' di calore.
Zia Betta, la sorella di un cognato della morta deve andare via e si fa accompagnare dallo zio, così restiamo io e il cugino. Egli, un uomo di quarant'anni con baffetti e cravatta sta seduto rigido sul divano.
Un poco più tardi sentiamo dei rumori di ferraglia di sopra e decidiamo di andare a vedere. La scala di legno è stretta e ripida. La casa è formata di tre stanze: una sotto e due al piano superiore dove è stata composta la salma.
La lampadina posta sopra la testa della morta si accende e si spegne a intervalli irregolari. Giro più volte l'interruttore ma questo non serve.
Il cugino Jerome scende in cucina perché quassù il freddo è intensissimo ed io lo seguo. Il suo volto è nervoso e molto pallido.
Nuovi rumori, questa volta come di porte che vengono aperte o armadi che vengono strascicati mi costringono a risalire.
Il velo con cui è ricoperta la salma è pieno di macchie marrone. Odore acido ristagna n

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   1 commenti     di: sergio bissoli


Another Zombie's Tale

Prologo

“Con le ultime energie rimaste, mi appresto a scrivere questo lascito e ad assicurarlo come meglio posso, perché giunga al mondo esterno come testimonianza inconfutabile dell’esistenza di creature soprannaturali. O forse come ultima memoria della lucidità che mi sta abbandonando.
Mai più avrei creduto che certe creature potessero esistere, che potessero essere qualcosa di più di miti o leggende; che si potessero vedere al di fuori di un film o di un libro o di un brutto sogno. Eppure non ho più dubbi, non riesco più a darmi risposte, giustificazioni, per quello che ho visto e, ancora peggio, mi ha toccato ancora poco fa.
Ho ancora un intero caricatore nella mia pistola d’ordinanza, ma un colpo sarà più che sufficiente per andarmene con dignità e, forse, con meno dolore; so che sembrerà estremo come gesto, ma oramai è l’unica cosa sensata da fare. Sono chiuso come un topo nella sua tana, senza cibo nè acqua, senza via d’uscita.
E loro sono li fuori. E sono troppi.”

Capitolo 1

Erano sei mesi che lavoravo continuamente, tutti i giorni della settimana, senza prendere aria; la metropoli mi stava soffocando: ovunque luci, rumori, caos, sguardi sconosciuti. Avevo bisogno di staccare, e fu una vera fortuna che il mio diretto superiore, Kingsplan, avesse notato questo mio bisogno: fu lui a propormi un congedo momentaneo di un mese, perché in quelle condizioni ero oramai un peso per il caso che mi era stato affidato.
Decisi di fare tutto con calma, quindi sfruttai i primi giorni del congedo per decidere la meta più congeniale; certamente avrei evitato mete turistiche di massa, preferendo a queste qualche paesino rurale dell’Europa.
Quello che mi fece scegliere Bled, piccola cittadina slovena, furono le foto ed i documentari che trovai navigando su internet: un piccolo centro abitato circondato da boschi e catene montuose; pochi abitanti e pochi hotel soprattutto: ciò riduceva le possibilità di incontrare altri noiosi amer

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   3 commenti     di: Matteo Bonino


L' incontrollata evoluzione

"In effetti Generale, non la riconosco piu'. Si è trasformato in un coccodrillo gigante. Ma cosa le è successo?"
"Che non si dica in giro, effettivamente sono di una famiglia di coccodrilli giganti che si trasformano talvolta in politici di alto rango, in generali, appunto, come questa volta, o banchieri, stilisti di alta moda, insomma noi siamo l' élite degli "illuminati cattivi" e siamo qui per dare il colpo finale!"
"Mi scusi eh, sono soldato semplice da circa un anno in questo reggimento. Sono di guardia qui a V. a questi aerei supersonici senza pilota, e ieri sera un mio commilitone italo-statunitense, mi ha dato una strana droga in pasticca che usavano anche in missione in A. , quando stanchi, non ne potevno più lui e i suoi compagni di battaglia inutile e incomprensibilmente crudele, di sparare contro bersagli ombre, e rapire bambini, stuprare donne inermi. Mi ha raccontato cose inenarrabili, da incubo, si dice combattessero anche tra di loro ormai in presa a un delirio di eccessi, mal gestiti da chi li comandava o forse... lo facevate apposta?! In modo da poter sfogare tutta l' artiglieria di cui è dotato il vostro arsenale, per scatenare paura, come è sempre successo dall' otttocento ad oggi! Ah! Ma mi avete dato un morso! Ah! Ehi, maledizione che dolore. Mi state mangiando il braccio maledettisimo bestione, ah!"
" Si, figliolo. Come dicevo siamo su tutta la superficie terrestre per dare il colpo finale!"
"Per l' amor di Dio! Ah! Certo, voi generale, non siete un'essere umano, e la droga che ho assunto finalmente mi permette di connettermi sulle Vostre stesse vibrazioni! Maledetto tu e tutti quelli della tua razza maledetta, Ah!"


" Si figliolo, hai capito la verita' e noi non possiamo permettere, che tu divulghi la verita', capisci? Noi dobbiamo compiere l' atto finale di dominio assoluto su questo miniuscolo pianeta chiamato Terrra. Hai sangue buono." Mastica le ossa del soldato, in modo orripilane e orribile con anima

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   5 commenti     di: Raffaele Arena


Il sorriso di Shirley... (parte prima)

“Shirleyyyy, tesoro, non allontanarti troppo, resta qui vicino ok?” gridava sua madre, avvolta dalla naturale preoccupazione che una mamma nutre vedendo la sua piccola di 8 anni giocare in un giardino che confina con un bosco, dal quale può provenire di tutto e con i tempi che correvano non era il caso di allentare la guardia, nemmeno per un attimo. Ma la piccola Shirley, incurante del richiamo materno si avviò vero la zona boschiva, che attirava di più la sua curiosità e stimolava tantissimo la sua fantasia. Fra l’erba alta migliaia di piccoli insetti vedevano passare le piccole gambe della ragazzina, delle gambe che trasmettevano curiosità, fantasia……. innocenza.
La curiosità della bambina fu attirata da un debole suono, quasi un pigolio o un cinguettio, non di distingueva bene cosa fosse. Arrivata vicino alla fonte di quel verso Shirley vide un piccolo uccellino, un passerotto che probabilmente aveva tentato di spiccare il suo primo volo ma le sue ali erano ancora deboli e di conseguenza era finito rovinosamente a terra ferendosi a tal punto da non riuscire più a muovere nemmeno una zampetta. Il povero animale vide la figura imponente di Shirley sovrastarlo. Imponente lo era dal suo punto di vista ovviamente e tuttavia Shirley lo guardava stando in piedi e quindi capirete che anche 1 m e 20 di altezza sono paragonabili ad un grattacielo dal punto di vista di un uccellino inchiodato al suolo. Shirley lo fissò per qualche istante, poi si inginocchiò a terra e lo prese fra le sue mani. Il povero animale iniziò a tremare terrorizzato, essendo incerto sulle intenzioni di quella bambina, all’apparenza dolcissima.
Poco distante da lì un grosso gatto selvatico si muoveva con il silenzio e la cautela che solo un felino può avere. Si vedeva chiaramente che girava alla ricerca di una preda e si sa che le prede più ambite dei gatti oltre ai topi sono gli uccellini. Il cinguettio del povero uccellino nella mani di Shirley attirò l’attenzione

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   6 commenti     di: Roberto melcore


Quella sedia a dondolo

Era una calda notte d'estate, si udivano dalla finestra i canti dei grilli e delle cicale, e lo strillio di una civetta che al dire il vero incudeva un po di incuietudine.
Ultimo sguardo al soffitto e poi dritto sprofondo nei miei sogni.
Mi trovo in cucina seduto a tavola con due perfetti sconosciuti, un uomo e una donna abbastanza grandi d'età, credo sulla sttantina d'anni. Mi fissano per qualche minuto con aria inquieta, si sente molta tensione nell'aria, quando ad un certo punto i due allargano le loro bocche allungandole più del normale e dilatando le pupille di un nero corvino emisero un suono anzi un urlo terrificante che durò qualche secondo. io atterrito caddi dalla sedia e mi precipitai fuori correndo come un matto tra la boscaglia e gli alberi di ciliegio.
Mi fermai col fiatone e il cuore che batteva all'impazzata tentai di mettere a fuoco il quanto accaduto, pensai di fuggire ma l'auto era nel retro della casa avrei dovuto oltrepassarla nuovamente e non era il caso con quelle due cose o esseri o persone non lo so cosa fossero sarebbe stata un impresa ardua. Dopo pochi minuti di riflessione, mi armai di coraggio e di un bastone sdradicato da terra e mi incamminai verso la casa.
In quel momento passo dopo passo mi incitavo da solo tirando anche qualche parolaccia a quelle due cose fin quando arrivai all'uscio della porta, col bastone la aprii, mi affacciai buttando un occhio a destra e uno sguardo a sinistra, entrato nel salone mi girai nuovamente su me stesso onde evitare spiacevoli sorprese. Rassicurato mi incamminai furtivamente nella cucina dove vidi l'anziana dondolare su di una sedia mai vista in casa mia, mai usata, quelle sedie a dondolo di paglia un po rovinata dal tempo doveva essere abbastanza vecchia, quel dondolio mi trasmetteva incuietudine.
Camminando pian piano arrivai dietro le sue spalle portai il bastone per vibrarlo sul suo capo e scoccai il colpo ad occhi chiusi.
Il colpo andò a vuoto, non c'era nulla davanti a me e come se si

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   4 commenti     di: gaetano


Oscurità Parte2

Mi sforzai di ricordare maggiori dettagli. Ripensando attentamente al suo aspetto, dedussi che "il mostro" era una donna. Sarei dovuta andare alla polizia subito come testimone oculare, ma qualcosa mi trattenne: sentivo che volevo trovarla io, mi sentivo stranamente coinvolta. Non mi aveva uccisa anche se poteva farlo. Possibile che mi conoscesse? Non mi sembrava di conoscerla, non mi ricordava nessuno... ma ciò non significava che lei non conoscesse me. Se così fosse sarebbe tornata a cercarmi, lo sentivo. Presi una decisione incosciente: niente polizia. Cercava me? L'avrei aspettata!
Ero seduta sul mio letto, accovacciata. Mi dondolavo nervosamente in un impaziente attesa. Aspettavo un suono. Toc toc. Corsi alla porta e l'aprii: nessuno. Rientrai subito e attesi che tutto si ripetesse... ma l'urlo non arrivò. Non capivo, avevo sbagliato i miei calcoli, eppure ero così sicura. Andai nella mia stanza e guardai la finestra: era chiusa. Mi lascia cadere a terra. Dov'era? Io la stavo aspettando, volevo incontrarla, la odiavo! Era una creatura spregevole, un mostro, ma ne avevo bisogno. Sentivo il desiderio troppo intenso di rivederla, di guardare di nuovo quegli occhi impenetrabili e provare a leggerli, capire cosa provasse, cosa pensasse. Fu in quel momento che notai qualcosa sotto il letto.
Allungai il braccio fino allo strano oggetto. Trascinandolo fuori, lo tastai attentamente fino a capire che era appuntito. Lo riportai lentamente alla luce. Delle lacrime iniziarono a scorrere lungo le mie guancie e improvvisamente la verità parve chiara e devastante:
Il coltello: l'arma del delitto.
Il bussare alla porta: era l'ultima opzione! La mia mente, il senso di colpa.
Il mostro: io.

Articolo di cronaca:
Arrestata assassina del quartiere.
Pazza terrorista fuggita dal manicomio.
Urla e piange: sembra indemoniata.
La notte del delitto, una giovane donna è stata vista rincasare di corsa, passando per una finestra al pian terreno, da un'anziana vicina. Non

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   9 commenti     di: Vittoria Manni



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