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Racconti horror

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Sagra paesana

Una tenda viola piena di ripiegamenti e gonfiori tagliata da lame di luce d'oro. Il tramonto di giugno trasforma il cielo in un luna park di luci e di colori.
Per contrasto la piccola sagra sperduta nella pianura sembra una miniatura. Vi arrivo per caso e cammino sul prato in mezzo alla gente.
Stelle fatte di lustrini e strisce di carta pendono dall'alto. Sotto file di lumi colorati girano i cavalli di legno della giostra. I colori fantasmagorici del crepuscolo si sciolgono in pennellate dense, violacee su sfondi gialli.
Improvvisamente si fa silenzio nella festa e tutti diventano immobili, in attesa. Poco lontano si vede venire avanti una piccola processione composta di alcuni uomini che sorreggono un trono di legno dorato.
Sommersa da stoffe preziose, fiori e gioielli vi sta seduta sopra una bambina; è la reginetta della festa e rappresenta una Dea pagana. Uomini e donne si accodano dietro allungando la processione che gira intorno al prato.
Il trono viene deposto vicino a un pergolato di roselline selvatiche e tutti sfilano davanti. Mettono ai suoi piedi piccole offerte, spighe di grano, in cambio di pronostici per il futuro o l'esaudimento dei desideri.
La bambina, che simboleggia la Dea dell'abbondanza, ha una espressione annoiata o misteriosa. Le altre bambine la guardano con occhi spalancati.
La festa riprende più rumorosa di prima e tutti mangiano, bevono o ballano in suo onore. Mi siedo alla tavola per mangiare un panino fra contadini baffuti, in un tintinnìo di piatti e bicchieri.
Un vecchio paralitico con la punta chiodata del suo bastone crea disegni complicati sulla polvere. Li guardo con attenzione adesso: sono spirali, cerchi concentrici, ellissi... Che cosa può significare?
Riprendo a camminare sul prato.
In un angolo la ruota della fortuna gira e i chiodi numerati vanno a distribuire premi ai partecipanti. L'uomo sorridente con la faccia cavallina mi chiama:
"Venga, venga da questa parte signore, questa è la sua sera fortunata..." l

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   1 commenti     di: sergio bissoli


Non c'è due senza tre (parte 3)

Un rombo fragoroso congela il tempo al Jolly's.
Joe e Robert sanno bene di cosa si tratta, mentre per Sandy si tratta della fine del mondo.
<<Robert, idiota! Ma dovevi proprio sparare?>> grida Joe accecato dalla rabbia sotto lo sguardo confuso di Sandy.
Guarda in direzione della porta del giardino del Jolly's, l'imponente figura di Robert ostruisce completamente la visuale di ciò che si trova alle sue spalle.
Sandy si sente fuori dal mondo, non ha perso il coraggio né le forze, semplicemente non crede più di trovarsi lì, in quel momento, con quelle persone.
Robert si avvicina a piccoli passi, le mani alzate.
"Ma che diavolo.." pensa Joe.
<<E tu chi cazzo sei?>> grida isterico.
Sandy si volta per cercare di capire cosa stia accadendo. Il dolore atroce al naso e alla tempia l'aiutano a non svenire nel compiere quel movimento tanto brusco.

Il signor Ross sente l'adrenalina che gli scorre nelle vene. Non si ricorda neppure quando è stata l'ultima volta che ha provato una sensazione del genere. Probabilmente aveva ancora qualche capello nero in testa e la schiena meno gobba.
Sente la sua voce chiara e autoritaria, come un tempo.
<<Io qui sono il padrone!>> esclama, mentre fa esplodere il colpo della sua rivoltella dritto in testa a Robert, che crolla a terra come un'imponente statua che viene sorpresa da un'improvvisa frattura nel suolo sottostante.
Joe è allibito.
Sandy non sa se tirare un sospiro di sollievo o allarmarsi per la piega che sta prendendo tutta quella faccenda mentre si allontana di qualche passo da Joe, che di certo ha altro a cui pensare.
<<E adesso mi dia un motivo valido per non uccidere anche lei.. Sandy entra dentro!>> dice il signor Ross senza mai distogliere lo sguardo da Joe e, soprattutto, senza perdere la mira sulla testa dell'uomo.

Sandy entra nel locale, ormai salva. Scavalca il corpo della signora Ross e raggiunge il telefono.
"Un momento"..
Sandy si blocca, qualcosa non torna. Quel tizio, Robert, non aveva un'ar

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   0 commenti     di: Carlo Araviadis


Revenge

Jessie si svegliò e si accorse che stava sanguinando. Un rivolo cremisi scendeva dalla tempia destra fino alla guancia. Non provava dolore, era troppo stupita e stanca per badare alle ferite che le costellavano il corpo. Cosa le era successo? Non riusciva a ricordare niente. Teneva a fatica gli occhi aperti e cercava un punto di riferimento visivo nell'oscurità che la circondava. Sapeva solamente di essere seduta su un pavimento freddo e di avere le mani legate da una corda spessa e ben annodata. Chi l'aveva ridotta in quello stato?
Aveva i muscoli indolenziti dall'inoperosità forzata e dovette fare appello a tutte le sue energie residue per strisciare di qualche metro. Aveva riacquistato parzialmente la sensibilità e si rendeva conto solo adesso di avere ben più di un taglio superficiale. Avvertiva un bruciore vicino alla spalla destra e se provava a tendere il muscolo una fitta lancinante le toglieva il respiro. Di sicuro non sanguinava più copiosamente e sentiva solo un flusso discontinuo di liquido lungo il petto. Si meravigliò di non essere morta per questo, perché si rendeva conto anche nel buio in cui era immersa che le avrebbe potuto causare una emorragia letale. Continuando a trascinarsi lentamente riuscì ad individuare una parete e vi si appoggiò con la schiena e la nuca. Anche se si era spostata di poco dal punto in cui si era svegliata, era già troppo stanca per proseguire senza una piccola sosta. Prese fiato e scivolò lungo la parete fredda; quando cominciava ad essere di nuovo sfinita dallo sforzo, sbattè la testa contro una sporgenza nel muro. All'improvviso, eco che una luce al neon molto potente si accese ed invase la stanza. Jessie lanciò un gridolino di sorpresa e sbattè le palpebre per abituarsi alla nuova illuminazione. Quando fu in grado di posare lo sguardo su ciò che la circondava, scoprì di essere bloccata in un bagno pubblico.
Davanti a sé poteva vedere 3 gabinetti e alla sua destra c'erano dei lavandini con un grosso s

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Biozard 1 parte

Sono le 7:00 del mattino la sveglia mi fa scattare come una molla in mezzo al letto e mi da una mano a scappare da quel'incubo che mi perseguita spesso in queste notti, credevo di aver rimosso del tutto dalla mia mente la brutta vicenda accaduta a quella bambina che non sono riuscito a salvare dalle viscide mani del pagliaccio, maniaco pedofilo, lurido, infame a tal punto da trascinarsi anche la ragazzina di 10 anni con se nel suicidio, un volo di 7 piani facendomi rimanere li come un cretino. Se solo sarei riuscito ad arrivare prima. Povera Sophie.
Cercando di buttarmi nuovamente alle spalle il passato mi reco in bagno togliendomi la canottiera inzuppata di sudore di dosso giro la manopola dell'acqua fredda e mi tuffo sotto la doccia per lavarmi e togliere anche quella puzza di alcool che mi è rimasta addosso un vizio che ho preso per dimenticare. Il mio collega di servizio Morelli lo ripete spesso se non lasci l'alcool sarà lui a lasciare te.
Dopo una bella ripulita cerco qualcosa nel frigo per fare colazione, che disastro dovrò chiamare la donna delle pulizie, prendo il piatto e il telecomando accendo la tv e c'è il notiziario al canale 6, vedo che il giornalista e per strada riprendono tutto in diretta auto capovolte fumo spari c'è anche l'esercito per strada il giornalista si avvicina ad un marines e gli chiede:
<Cosa sta succedendo? perchè le persone d'un tratto sono impazzite?>
<Non posso risponderle signore non sono autorizzato, deve andarsene di qui.>
<Ma possiamo sapere qual'è la causa di questa epidemia che sta infettando i quartieri più poveri di rodcity?>
<Non sono autorizzato a risponderle adesso dovete andare.>
Il giornalista e il cameramen si allontanarono di fretta dal luogo dove vi era stazionato il soldato insieme ad altri della propria compagnia riprendendo sempre quello che facevano. Finito, il giornalista si mise in posa davanti la telecamera per finire il servizio:
<Non si è ancora del tutto certi da dove provenga questa epid

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   0 commenti     di: gaetano


L'uomo sulla botte

L’uomo sulla botte


Su di una paffuta botte, vi era appollaiato un vecchio saggio. Pareva che l’uomo la covasse, come un enorme uovo.
La botte era immensa, tanto che, l’uomo su di essa si vedeva a malapena.
“Un vecchio pazzo cocciuto” diceva la gente, ma i bimbi naresi ne erano affascinati.
I ragazzini accerchiavano la vecchia botte e, tirando la lunghissima barba bianca del saggio chiedevano delle storie, come in un jukebox che, a quei tempi, non era nemmeno nell’immaginario dei pazzi.
Il vecchio cocciuto era propriamente questo: un jukebox vivente e narrante.
Alla chiamata dei bimbi si affacciava da lassù e chiedeva con voce tuonante e con le mani ai fianchi “Che volete?” e i bambini rispondevano “Zziù, nu cunti un cuntu?”
ed egli rideva come credo Zeus abbia fatto quando incatenò Pròmeteo “.. e cosa mi darete in cambio?!” e presi da euforia i bimbi “U vinu!”.
Il vecchio pazzo ma saggio, lanciava una corda dove i frugoletti assetati di storie avrebbero attaccato la bottiglia di vino e dopo averne sorseggiato un po’, cominciava le sue odissee.

Il vino era il vero amore di tutti gli uomini, se fosse
venuto a mancare i naresi avrebbero persino rinunciato alla propria moglie per un bicchiere miserabile. Ma per fortuna il vino abbondava e le donne erano tutte ai loro posti.
L’uomo che stava sulla botte veniva chiamato “vutticedda” proprio perché la gente lo definiva il figlio della botte data la sua statura. Secondo qualcuno era realmente suo figlio, infatti non esisteva nessuno che avesse mai visto sua madre o suo padre: Vutticedda era spuntato dal nulla, senza nemmeno un nome.
Era stata quella botte a farlo arricchire: era stata la sua prima botte di vino che, morta sua moglie e cresciuti i suoi figli, era diventata la sua compagna porta fortuna.
I soldi arrivavano a palate, ma Vutticedda non beveva mai dalla “sua” botte.
All’inizio era solo un atto di scaramanzia, ma adesso era divenuto un vero

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Soviet Superman

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Nelle pieghe del tempo

Nel tramonto di agosto le nubi blu sono pesanti drappeggi sullo sfondo pallido del cielo.
Raggiungo a piedi la bottega di Sereno, dove vengo spesso a fare la spesa.
La bottega è piena zeppa e si può trovare di tutto. Dai ganci avvitati al soffitto pendono scope, setacci, pentole. I banchi sono stracolmi di mercanzia. Il pavimento è ingombro con scaldaletti, ferri da camino, trappole per topi, sacchi di fagioli.
Il proprietario è un uomo grasso e sorridente che gestisce da molti anni questo bazar. Dopo che ho comprato alcuni articoli, lo saluto ed esco fuori.
Il tramonto è uno spumeggiare di nubi rosate e vaporose. È una sera divina, fatta per i poeti e per gli amanti.
Lentamente cammino lungo i porticati in penombra, sfiorando porte chiuse. Una ragazza magra cuce seduta sulla porta. É bella e triste. Ha i capelli lisci, lunghissimi e indossa un vestito nero con guarnizioni di pizzo bianco.
Sotto i portici c'è silenzio, ombra, muffa e umidità. Io provo sofferenza poiché qui sento lo scorrere del tempo. Quando si avvicina l'autunno i ricordi diventano coltelli con le lunghe lame. Penso all'inverno, alla vecchiaia, alla morte. E mi chiedo che cosa ho sbagliato nel gioco della Vita.
La ragazza si chiama Mara e tutte le volte che passo di lì rimango un po' a parlare con lei. È una ragazza solitaria, introversa, senza nessuna amica. È un mondo chiuso, fatto di sofferenza e dolcezza.
Quando le sono vicino, la guardo mentre cuce con l'ago. È bella come il primo e perduto amore. Una scopa di saggina sta appoggiata al muro. Nel cielo del tramonto ci sono nubi viola orlate di fiamme con dietro focolai incandescenti.
Provo ansia mentre incomincio a parlare:
"Finalmente ti ho ritrovata, anche se solo per poco. La strada che porta a te è lunga, tortuosa e sembra non finire mai".
Mi fermo di parlare con un senso di vuoto e di soffocamento. La ragazza si ferma di cucire e resta ad ascoltarmi.
"Perdonami." le dico sottovoce.
Passa un vecchio curvo c

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   3 commenti     di: sergio bissoli



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