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Racconti horror

Pagine: 1234... ultima

La vecchia casa

Sedevo sulla sedia impagliata, osservando il pavimento fatto di cotto. Risaliva ad almeno trecento anni fa, come minimo. Era inverno, penso gennaio inoltrato, infatti si era già fatto buio, pure essendo solo le sette di sera.
Il camino era accesso ed il ciocco crepitava, come se dentro ci fosse l'anima di una strega condannata al rogo che ancora gridava la sua maledizione, verso coloro che l'avevano condannata. Vidi con la coda dell'occhio, qualcosa muoversi velocemente. Pensai ad un topolino. Le vecchie case, hanno sovente di questi ospiti. Guardai meglio. Non vidi nulla. Ricominciai a leggere. Leggevo un racconto di Edgar Allan Poe, "Il gatto nero". Era molto avvincente, anche se mi dava dei brividi lungo la schiena. Ancora una volta, quell'ombra rapida, corse lungo il pavimento. Posai il libro sul tavolo. Guardai a lungo. Ancora nulla. Eppure l'avevo vista! Tornai a leggere. Arrivai quasi a metà del racconto. E stavolta sentii come un soffio lungo le gambe. Mi sporsi a guardare e vidi questa lunga ombra nera correre sul pavimento. Si fermò sotto un pesante tavolo, usato per conservare le pentole in quella vecchia cucina. Rimasi pietrificato dal terrore. Senza muovermi e con il libro ancora stretto tra le mani, portai lo sguardo sotto quel tavolo. Mi sembrava di vedere, confusamente, un serpente. Era nero come la pece. Lungo e grosso. Sembrava pulsare. Lo guardai attentamente. Aprì la bocca, anzi la spalancò e mi mostro le sue enormi fauci, rosse come la brace del camino, che nel frattempo ardeva con violenza inconsueta. Afferai la scopa, con l'illusione di ucciderlo o, perlomeno di metterlo in fuga. Appena mi avvicinai, alzò la testa, spalancò ancora una volta la bocca, come se volesse attaccarmi e disparve. Mi era stato detto che in quella casa erano morte tante persone e qualcuna anche di morte violenta. Il serpente non era qualcosa di materiale, non apparteneva al nostro mondo, ma al mondo dei morti, agli Inferi. Poteva anche essere, pensai,

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3 commenti    0 recensioni      autore: Fiscanto.


Fornace

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3 commenti    0 recensioni      autore: Sergio Celetti


Vigilia di Natale

La temperatura era scesa notevolmente nei giorni che precedevano il Natale.
Dai comignoli sui tetti usciva ininterrottamente il fumo grigio dei camini.
In città i segni della ricorrenza che stava per arrivare erano evidenti: per strada festoni colorati e scritte augurali spezzavano l'effetto monocromatico degli edifici scuri; gruppetti di musicisti suonavano nenie sperando in un'offerta e le campane delle chiese continuavano a richiamare i fedeli.
Nelle case le famiglie intonavano canti natalizi.
Tom era un uomo piuttosto piccolo di statura, ma robusto. Dal suo viso non trapelavano emozioni. Guardandolo attentamente, gli occhi vicini e il naso aquilino facevano venire in mente un rapace.
Vestiva in modo distinto ma sobrio.

"Mi sento più buono, più sereno". I suoi movimenti erano decisi. "Sarà il periodo". I gesti che compiva denunciavano pratica e precisione.
"Queste feste infondono sempre una sensazione che predispone alla pace". Continuò a muoversi con la solita abilità. Il seminterrato era poco illuminato e piuttosto freddo ma i suoi occhi erano abituati a quella situazione e oltretutto una temperatura più alta avrebbe potuto creare problemi per la sua occupazione. Si asciugò la fronte con la manica della giacca e fermandosi un attimo pensò: " Questo è l'ultimo per quest'anno. Domani è Natale e mi concederò un po' di riposo" La neve aveva ricoperto ogni cosa e i bambini per strada giocavano contenti. Dalla finestra di una casa vicina si diffondeva un buon profumo di arrosto. Due cavalli avanzavano con difficoltà trainando sul lastricato viscido un carro carico di legna da ardere. Il conducente schioccava la frusta per incitarli. Qualche passante frettoloso, chiuso nel proprio mantello, si proteggeva dal freddo e dalla neve. "Mi è venuto un certo appetito" disse tra sè e sè e sciacquandosi le mani insanguinate diede un altro sguardo al corpo martoriat

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Il peccato

Si ritrovò seduta, dentro il confessionale, di una chiesetta di paese, lo sguardo era fisso nel vuoto, la sua bocca si muoveva freneticamente senza far uscir un fiato, una parola, come se avesse le corde vocali anestetizzate, paralizzate.
La sua esagerata ansietà la sfogava ora sul quel rosario, che con le dita sgranava velocemente tra le mani.
Quello strano silenzio fu interrotto improvvisamente da una parola strozzata, "... Peccato".
"Non capisco...", replicò l'uomo di là della reticella, "... spiegati meglio".
"Sì, ho peccato. Ho tradito, ho ucciso mio marito... o non era lui... non lo so più. Non avrei dovuto... voluto..., ma l'ho fatto".
La donna, che ora si trovava dentro il confessionale, stava raccontando confusamente la sua storia a un estraneo, mentre piangeva come mai aveva fatto prima e quel pianto rimbombò ovattato in quel luogo religioso.
"Ma perché? Cosa ti ha spinto a farlo... " La donna sembrava aver scosso l'animo di quella persona.
"Dopo più di trentacinque anni di matrimonio", incominciò a spiegare la donna.
"Ho scoperto che mio marito mi aveva tradito ripetute volte. A quanto pare lo sapevano tutti, eccetto me".
"Perché non glielo ha detto?". Echeggiò questa frase per qualche secondo dentro il confessionale.
"A cosa sarebbe servito!". Lei rispose quasi indispettita.
"E se non fosse stato vero?". Replicò l'uomo.
La donna rimase in silenzio per qualche minuto, riflettendo, o rimuginando quasi seccata da quest'ultimo pensiero.
L'aria che si respirava ora dentro la cabina del confessionale, era quella di legno ammuffito, che si mischiava a quello acre della vergona, che adesso provava la donna.
Il malessere cominciava ad affiorare, attanagliandole la testa, come una morsa, mettendo in dubbio quelle certezze che aveva prima, cercando di capire se quello che aveva fatto era scaturito da un senso profondo di vendetta. Era evident

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Divorata viva

È bello stare a prendere il sole, comoda, sotto questo cielo al quale mi sembra di essere appesa. Certo, ci si scalda e la mia pelle, giorno dopo giorno, si è arrossata; sì, la mia pelle, così spessa fino a poco tempo fa, bianca, quasi diafana, tanto che ero diventata verde dalla rabbia. E io sempre lì ad attendere l'arrivo dell'estate, con il suo caldo a volte soffocante, ma che mi dà tono, mi fa sentire più matura. Ora la mia pelle è liscia, vellutata,
tanto che mi fa sembrare più desiderabile.
Tutto il giorno resto a immobile per assorbire anche l'ultimo raggio e passo il tempo a guardarmi intorno; ci sono altre come me, ma non sono così belle, non hanno un colorito così ben uniforme, e soprattutto non hanno una linea invidiabile come la mia, tutta curve sinuose che, non per vantarmi, rasentano la perfezione.
Penso proprio che più d'uno potrebbe dire che sono un bel bocconcino e direbbe semplicemente la verità; al riguardo sono ancora vergine, ma comincio a sperare che un giorno o l'altro di questa lunga estate possa venire per me l'occasione propizia, quella che sognano anche le altre che mi stanno intorno.
Intanto, continuo a godermi questo dolce far niente, a guardare il panorama semplicemente meraviglioso, con una vista mozzafiato sulle montagne coperte di pini che cambiano colore più volte nel corso della giornata: azzurrine all'alba, nelle ore centrali verde chiaro, che diventa scuro all'imbrunire. Per me è diverso, perché il mio rosso è sempre uguale, sia di giorno che di notte.
Questa mattina mi sono risvegliata un po' frastornata, probabilmente per l'incubo che ho avuto; ho sognato che venivo ghermita da un vecchio peloso e bavoso, un essere viscido e strisciante. Cercavo di sfuggirgli, ma era tutto inutile, tremavo come una foglia e poi poi per fortuna la luce dell'alba mi ha risvegliata.
Ora mi sono calmata, anche se il cuore, ogni tanto, batte più forte; beh, bando alle chiacchiere e vediamo di cominciare la quotidiana sedut

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Per un segreto(seconda parte)

Sono qui per mangiare la tua anima.
Nicholas rimase di pietra. Una reazione impercettibile visto che era già bloccato. Un essere misterioso era apparso in casa sua vestito come la morte rossa di Poe, lo aveva impaurito e imprigionato, e adesso voleva mangiarselo. No, questo non era esatto. Il suo corpo non gli interessava, era l’anima a fargli gola. Già, come se l’anima fosse qualcosa da servire con contorno di funghi trifolati e un vino intenso di buona annata. Non era possibile credere ad una cosa del genere, perché l’anima non esiste, è soltanto una credenza religiosa, tutti i grandi studiosi l’hanno sempre detto. Ma dove diavolo erano adesso le loro dimostrazioni inattaccabili?
Prima, però, ti offrirò un’alternativa.
Il cambio di tonalità della voce gelò Nicholas. Non c’era più traccia dell’impazienza di prima, ed era un brutto segno. Il fantasma parlava con la calma di chi può attendere in eterno, forse rasserenato dal nervosismo della sua vittima designata. A ben pensarci, una nota di sarcasmo si era insinuata in quella voce, come se stesse per dare il via ad un gioco di cui solo lui conosceva le regole, pronto a vincere in scioltezza.
Se mi darai qualcosa dell’identico peso dell’anima, avrai salva la vita.
Uno scambio equo, ecco l’alternativa. Ma chi ha mai messo l’anima su una bilancia? Chi può dire quanto pesa? E anche a saperlo, avrebbe mai potuto liberarsi del fantasma regalandogli un’insalatiera o un completo da sera? No di certo. Sotto quel mantello non c’erano mani in grado di afferrare e una creatura incorporea non avrebbe accettato beni materiali. Dunque occorreva qualcosa di immateriale che bilanciasse il peso dell’anima. Esiste qualcosa di tanto importante?
I ricordi. Certo. La vita di ogni uomo è composta da ricordi, e sono questi a determinarne il valore. Se non hai grandi ricordi hai vissuto una piccola vita, gli diceva spesso suo padre. Pensò alle ginocchia sbucciate di quand’era piccolo, all’u

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Quella casa tra i boschi (seconda e ultima parte)

"Tatiana, sei tu?"
Marco, malgrado il terrore, riuscì a pensare a quanto fosse idiota quella domanda. Poi Tatiana (o quello che ne restava) si mise in piedi con una velocità spaventosa; emetteva degli strani suoni quando respirava, suoni che aumentarono nel momento in cui scoprì i denti.
Inaspettatamente fu Gaia la più rapida a capire ciò che sarebbe successo.
"Via da qui!" urlò afferrando Thomas per un braccio e tirandolo con tutte le sue forze verso di lei. Marco aprì la porta per uscire ma la cosa dentro al corpo di Tatiana non sembrava molto d'accordo. Spostò i suoi terrificanti occhi verso di lui e senza dargli il tempo di reagire lo aggredì.
Le bastarono due passi per raggiungerlo e una volta di fronte lui scoprì di essere incapace di muoversi; la paura lo aveva completamente immobilizzato.
Vide le mani anzi, gli artigli di quella cosa afferrarlo per la maglietta e si sentì letteralmente sollevare da terra. Fu scagliato contro la parete della stanza dove c'era la piccola scrivania e cadde rovinosamente su di essa sfondandola. Il suo grido si spense non appena toccò terra; batté violentemente la testa perdendo i sensi.
Gaia era ancora lì, assieme a Thomas; la creatura non sembrava interessata a loro, almeno per il momento. Stava avanzando verso Marco.
"Scappiamo!" Thomas si liberò della stretta di Gaia e fuggì dalla stanza in preda al delirio. La lasciò sola in balia di quel mostro.
"Dove vai? Torna indietro brutto vigliacco!" Era furiosa oltre che terrorizzata; quello stronzo l'aveva abbandonata lì a un molto probabile tragico destino.
Aveva due possibilità che la sua mente vagliò in maniera estremamente lucida. Seguire Thomas e avere una concreta possibilità di fuga oppure aiutare Marco. Fu tentata dalla prima ma una parte di lei, il suo cuore, la trattenne.
Marco infatti era più di un migliore amico; da qualche settimana i due si stavano frequentando costantemente e Gaia sapeva di essersi innamorata di lui. Non poteva lasci

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