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Racconti horror

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Une tête coupeé

In una galleria d'arte due uomini stanno osservando Une tête cou-peé dipinto del pittore belga Antoine Joseph Wiertz, che raffigura la testa mozzata di un uomo. I due - che s'incontrano per la prima volta - discutono sul significato dell'opera.
<<Secondo lei che cosa voleva rappresentare l'autore?>>
<<È semplice>> rispose l'uomo più alto <<lo stato d'angoscia che visse quando prese parte ad un esperimento da lui stesso creato.>>
L'altro lo guardò cupo. <<Di che esperimento sta parlando?>>
<<Come non lo sa? Tutti sono al corrente di quando il pittore prese parte a una esecuzione.>>
<<Non capisce vero? Be' la invito a casa mia dove glielo spiegherò meglio. Ecco questo è il mio biglietto da visita.>>
L'altro lo afferrò quindi lo guardò.

Ore 21, 00 dello stesso giorno.
Il padrone di casa sta fumando davanti al fuoco nel camino seduto sulla poltrona. Il campanello suona. Va ad aprire.
<<Oh è arrivato amico mio. Benvenuto.>>
L'ospite entra. Il padrone gli afferra il cappotto e lo appende sull'attaccapanni, dopodiché invita l'amico a sedersi sulla poltrona davanti al camino.
Si pone fra l'uomo e il focolare. <<Vuole del whiskey o del brandy?>> gli chiede porgendogli il bicchiere.
Con un sorriso cortese rifiutò l'offerta.
L'uomo versò il brandy nel suo, chiuse la bottiglia, quindi si lasciò sprofondare nella poltrona.
<<Ha mai sentito parlare di leggende metropolitane?>>
L'ospite scosse la testa.
<<Orbene, nel quadro che oggi stava guardando in mia compagnia, l'autore ha rappresentato l'angoscia di una testa mozzata. Volle dipingere ciò che visse il giorno in cui tramite l'aiuto dell'ipnosi realizzò un bizzarro esperimento. Era desideroso di scoprire se i pensieri rimangono nella mente quando questa viene mozzata. Così si fece ipnotizzare in modo da provare le medesime sensazioni della vittima. Lui e l'ipnotizzatore si nascosero sotto la ghigliottina. La lama calò tagliando il collo dell'uomo. La testa cadde nel cesto, e mentre ciò ac

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1 commenti    0 recensioni      autore: Stefano




Il diavolo corre nei campi

A volte la memoria ci inganna. Ricordiamo con esattezza un fatto avvenuto in una giornata di tanti anni fa. Ci sembra quasi di essere ancora li, ogni volta che ci torniamo col pensiero. Sentiamo gli stessi odori. Ricordiamo ogni particolare, ogni colore, ogni parola.
Poi, improvvisamente, alla nostra certezza, si affianca una domanda. Davvero è andata così? Davvero ero lì quel giorno? E quel giorno c'è mai stato? Sembra pazzesco se solo ci pensate. Eppure queste cose accadono in continuazione. E nella selva dei ricordi, talvolta non sappiamo darci una risposta neppure su quello che ci sembrava lampante.
A volte questa piccola consapevolezza ci spaventa. Possibile che dobbiamo perdere per strada pezzi interi della nostra vita? Possibile che un giorno non saremo sicuri neppure di quello che abbiamo fatto? Eppure, in alcune occasioni, sapere che qualcosa andrà perduto ci è di conforto. Perché non tutto è piacevole da ricordare e perché avere un dubbio circa alcune giornate di tanti anni fa ci aiuta a pensare che qualcosa che ricordiamo con chiarezza assoluta, potrebbe non essere mai accaduto.
Per me questa è la spiegazione. E per me è quanto basta per dormire quando mi capita di scavare troppo a fondo nei miei ricordi.
Andavamo alla casa dei miei zii due o tre volte all'anno.
I miei zii paterni, al contrario di tutto il resto della famiglia, avevano scelto di vivere in una casa in campagna a poco più di tre ore dalla città dove abitavo. Anche i miei genitori non dovevano trovare quella visita particolarmente eccitante dal momento che si limitavano a farla, sempre più raramente col trascorrere degli anni, soltanto nei giorni di festa più importanti e che il viaggio di andata, un interminabile discesa attraverso campagne desolate senza segnali di vita per chilometri e chilometri, si faceva nel più totale silenzio.
La loro tenuta (acquistata con una parte dell'eredità avuta alla morte di mio nonno) stava appollaiata su un enorme calanco che scen

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Via delle streghe

"Volevo andare da mia zia Sofia, a Guast, ma la strada è allagata più avanti" mi rivolgo al contadino che sta zappando il terreno.
"Sì, il fiume ha tracimato due notti fa. Le toccherà passare per via Batorcolo, Arzarin, Cason... un lungo giro."
"Ah! Il Batorcolo! C'è ancora quella scorciatoia dietro alla colombaia?"
Il contadino mi guarda storto e fa una smorfia:
"Non intenderà passare per quel sentiero? Non per la Strada delle Streghe!"
"Sciocchezze. Le streghe non esistono."
"Ho vissuto sessanta anni in queste terre... e ho visto... ho visto..."
L'uomo rimane soprappensiero, incerto se continuare a parlare. Poi abbassa lo sguardo e riprende il suo lavoro.
Io lo saluto e discendo per la stradina bianca e bassa che affonda nella pianura fra le colture secche del mais. La stradina si restringe tra i filari di salici. Il sole crea macchie arancione nel fossato.
Per terra c'è un cerchio bruciato con sparse intorno penne di gallina. Due cuori rossi di carta dondolano appesi ai rami di un salice. Ci sono due nomi. <<Corinne e Paul>> scritti con il carbone sulla carta. Per terra mozziconi di candele e strisce di corteccia annodate.
Un poco più avanti c'è qualcuno che si muove come in una danza. Una ragazza sta mettendo dei fiori su un rozzo altarino di legno.
"Ciao. Che cosa fai?" le chiedo.
La ragazza sussulta di sorpresa e poi ha un sospiro di rassegnazione:
"Era un legamento d'amore... ma non era destinato a te... Beh. Non importa" prosegue come parlando a se stessa.
Il cielo è una festa di luci e le nubi sembrano veli da sposa. La ragazza ha un vestitino scollato bianco e rosa e lunghi capelli neri. Mentre si china per raccogliere i fiori scopre un po' il seno. Allora mi guarda e sorride maliziosa. Al collo ha una collanina lunga fino all'ombelico con appeso in fondo uno strano disegno: alcune linee a forma di T intrecciate a un 8.
"Che cos'è?" le chiedo avvicinando la mano.
"É un amuleto della Wicca."
Poi diventa impaurita, si ritrae e fa

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3 commenti    0 recensioni      autore: sergio bissoli


Alice e cristina

Alice si svegliò di soprassalto, madida di sudore e con il cuore che batteva a mille. Mai in vita sua aveva fatto un incubo così terrificante, ma soprattutto così reale. Il continuo ticchettio della pioggia che batteva sui vetri non servì a coprire il rumore del suo respiro, corto e concitato.
Si guardò intorno distinguendo a malapena i contorni della stanza dopodiché allungò un braccio verso la lampada poggiata sul comodino e l’accese. La luce le diede un po’ più di tranquillità o almeno la sicurezza che era sola.
Si strinse le braccia al petto mentre tremava come una foglia e ripensò all’incubo che l’aveva destata così all’improvviso. Sapeva per certo che in esso qualcuno aveva ucciso sua madre senza alcuna pietà, sparandole due colpi di pistola alla testa. Ciò che non era riuscita a scoprire era l’identità dell’assassino.
-Avanti Alice, non vorrai perdere tempo a pensarci. Era un incubo e l’assassino non ha nessuna identità perché è tutto frutto della tua immaginazione.-
Quella vocina dentro di lei la calmò anche se sentiva che qualcosa non andava. Molte altre volte era stata assalita da incubi del genere, ma nessuno di questi le aveva provocato una reazione così esagerata. La sensazione che sua madre fosse morta per davvero era troppo forte.
Poco dopo smise di piovere e la casa cadde in un silenzio tombale, dove l’unico rumore che la ragazza sentiva era il suo respiro e il battito del cuore.
-Basta, devo andare a controllare!-
Fu un ordine che diede a se stessa e che avrebbe messo a tacere ogni dubbio.
Non perse nemmeno tempo a mettersi le ciabatte e uscì dalla stanza così, con indosso solo un leggerissimo pigiama. Richiuse la porta dietro di se e senza accendere la luce del corridoio avanzò a tentoni fino alla stanza della madre. Ad ogni suo passo il pavimento in legno scricchiolava rompendo quel silenzio che si era venuto a creare e che la metteva a disagio.
-Alice, lo sai che stai impazzendo? È solo un dann

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Evocazione Oscura

Se da Roma si prende a nord la via Cassia, si entra in quella zona del Lazio chiamata Tuscia, abitata anticamente dagli Etruschi; qui domina il tufo, un tipo di roccia vulcanica che da queste parti ha un colore rossiccio e caratterizza tutta la regione.
Arrivati a circa 35 km da Roma, svoltando verso Mazzano, si entra nella valle del Treja. Si prosegue verso Calcata, arroccata sopra ripide rocce spunta tra la fitta vegetazione che ricopre la vallata circostante. Oltrepassata, si continua sulla strada per Faleria. A un certo punto a sinistra, prima di arrivare al paese si nota una stradina terrosa, che imbocca in un tunnel scavato nel tufo. Dopo averlo attraversato, ci si trova su una via che percorre un corso d'acqua tra pareti rocciose, fino ad arrivare alla città morta di Sulfuria, abbarbicata su una roccia a strapiombo sul fiume.
È un borgo diroccato dall'aspetto medievale. Le sue origini sono antiche e misteriose. Sicuramente fu un insediamento etrusco: sulla sponda opposta al borgo, divisa dal fiume, ci sono i resti di tumuli di questo antico popolo.
La città - come si è detto - si trova su una roccia tufacea. Sulla parte più alta c'è il castello degli Anguillara, con un ponte che domina su una cascata e unisce le due sponde, tra le quali scorre l'affluente del Treja.
Gli edifici ormai sono in rovina ma non ruderi, mantengono il loro aspetto originale e molti tetti sono quasi integri. Tutto è costruito in blocchi di tufo. Le case sono piccole e si ammassano in modo orizzontale fino al castello. C'è un campanile che spunta quasi intatto dalla chiesa che ormai è crollata: è l'edificio più disastrato del paese, nel suo sottosuolo si trovano antiche cripte e sotterranei. Il campanile termina con una cuspide di tufo anch'esso; sotto ci sono le finestre ad arco a tutto sesto dalle quali non suona più nessuna campana. Il castello, invece, mantiene la sua imponenza accresciuta anche dallo stato di abbandono. Ha pianta quadrangolare, con quattro torri a

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Zia Mary

Infilo la chiave nella serratura e apro la porta.
Mi accoglie la sala lunga e fredda, con odore di chiuso. Macchie di muffa bianca sono sparse sulle mattonelle. La pianta in vaso è secca forse per la mancanza di luce e acqua.
Sono passate alcune settimane dopo i funerali di zia Mary e durante questo tempo nessuno è venuto nella sua casa.
Qui era sistemata la cassa con il catafalco, i ceri.
Cammino verso la cucina. Nel secchiaio sono rimaste ancora le tazze capovolte.
Ritorno indietro e passo davanti allo studio. In questa stanza strapiena di carte, libri e documenti, lei ha tenuto per 40 anni la contabilità del gasometro di suo padre.
Proseguo e salgo le scale di pietra che per 80 anni ha salito lei. Tocco la ringhiera di legno consumato, alla quale lei si è appoggiata durante tutto questo tempo.
Nel corridoio superiore ci sono quadri con foto ingiallite. Un arcolaio che usava quando era giovinetta. È rimasto perfino il cavallo a dondolo di quando era bambina.
Apro una porta ed entro nella sua stanza da letto. Penombra, silenzio, odore di biancheria.
Apro una finestra per far entrare la luce metallica di questa sera di Marzo.
L'armadio severo con sopra la foto di suo padre. Il letto liberty dove lei è morta, da sola, la notte del 2 febbraio.
Resto in piedi, immobile, in silenzio, in attesa.
Mi aspetto di rivedere di nuovo mia zia, anche se ho visto quando la chiudevano dentro la cassa e quando la sotterravano in cimitero. Mi aspetto di udire nuovamente la sua voce gracchiante; mi aspetto un segnale, qualcosa che mi faccia capire che lei vive ancora.
I minuti passano e non succede niente. Allora, ad alta voce faccio la domanda:
"Zia Mary, se ci sei batti un colpo".
Silenzio totale.
Ripeto la domanda e resto in attesa:
"Zia Mary, se ci sei batti un colpo".
Nessuna risposta.
Mi sento un po' stupido a parlare da solo, nella stanza vuota. I muri imbiancati davanti a me non possono rispondermi.
Lascio passare dell'altro tempo e poi ripeto anco

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1 commenti    0 recensioni      autore: sergio bissoli


Www. poesieracconti. it -- il terrore scorre in rete

"I nuvoloni che stavano sopraggiungendo non promettevano niente di buono, e a riprova che ben presto Como sarebbe stata raggiunta da un forte temporale, c'erano gli alberi, chini sotto la spinta del vento. Ebbene, verso le venti di quel martedì sera, l'acqua iniziò a scrosciare ininterrottamente facendo sgattaiolare a casa quelle poche persone rimaste in giro, la maggior parte giovani che si erano dati appuntamento per fare qualche sghignazzata in compagnia. In Ticosa, nella zona periferica della città, una ragazza stava uscendo dal CFC, una rinomata discoteca della zona. Era quasi mezzanotte ma la pioggia non accennava a diminuire, e Sabrina Ferri di certo non sarebbe rimasta ad aspettare i suoi amici che avrebbero tardato. Alzò la giacca beige e riparandosi la testa si avviò a passi veloci calpestando le pozzanghere al centro del marciapiede. Alzò lo sguardo per vedere se stesse arrivando qualche macchina, dopodiché attraversò la strada dirigendosi verso Via Teresa Rimoldi. L'indomani mattina sarebbe andata a scuola, e al liceo scientifico Gallio, non era permesso fare più di dieci minuti di ritardo. Una folata di vento la percosse facendogli sventolare i capelli sul volto. Fece altri dieci passi sentendo il rumore dei tacchi echeggiare tra i fabbricati, poi finalmente vide il cancello di casa sua. La pioggia era diventata ancora più fitta, e mentre cercava le chiavi nella borsa, il cellulare le vibrò nella tasca. Entrò in giardino notando le luci all'interno della casa spente, ciò significava che sua madre dormiva già da un pezzo. Giunta sul portico, con la gonna bagnata che le si appiccicava alle gambe, guardò il cellulare: qualcuno le aveva spedito un messaggio sul sito WWW. POESIERACCONTI. IT. Il nome era Pigface e non c'era nessun immagine sul profilo.
-Scommetto che è qualche mio compagno di classe-, pensò scuotendo la testa, poi inserì il suo nickname e la password.
" Ciao, ti piacerebbe morire stanotte?".
Sabrina sorrise starnutendo

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