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Racconti horror

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Cannella

Sovrastati da Lei. La fabbrica si ergeva come un tempio di divinità dimenticate, in mezzo allo squallore circostante. Grigia, plumbea, avvolta dall' alone di lugubre sacralità dei luoghi di culto.
Entrammo, o meglio, la penetrammo. Quegli spasmi di languida vitalità incorporea non potevano appartenere al piano dell' inanimato, lo sapevamo bene. Penetrammo lentamente il grosso cancello pulsante.
E avvertimmo ancora una volta il profumo. Cannella. Inebriava i cinque sensi e, forse, sfiorava corde ben più profonde, sopite nell' inconscio.
Proseguimmo attraversando il cortile. Non ci fu bisogno di forzare il vecchio portone di legno con la spranga: lo trovammo spalancato.
- ci sta aspettando - sussurrai guardando i miei tre compagni nelle pupille contratte.
L' odore adesso era diventato nauseabondo. Polvere ocra danzava leggera formando densi banchi che si dissolvevano e si assemblavano, vorticando ad ogni nostro passo. Ombre nere vi piroettavano attraverso.
E mi accorsi di essere solo, nel Nulla.
La mia spranga colpì un corpo, poi un altro, un altro ancora. Fendeva la nebbia densa color sabbia mentre l' olezzo di cannella si faceva sempre più intenso.
La polvere avviluppava l' arma in una dolce morsa e la guidava
Un altro colpo.
Ancora un colpo.
Le Ombre non danzavano più tra le spire ocra.
Ero solo.
La spranga gocciolava fluido rosso, vermiglio, illuminata dalla luce crepuscolare filtrata dal pulviscolo.
Ero solo.
Il profumo della cannella era scomparso insieme ai turbini.
Ma le Ombre non sanguinano.

   1 commenti     di: Giulio Emme


Bunker

È da più di tre mesi che siamo rinchiusi qua dentro. Qui dentro dove la follia umana ci ha condotto, in un bunker sotterraneo di mura di cemento grigio spesse dieci metri, le uniche in grado, forse, di proteggerci dalle radiazioni delle bombe che hanno distrutto tutto quello che c'era sulla superficie del nostro pianeta.
Tre mesi che non vediamo la luce del Sole, un Sole che adesso illumina con la sua luce malata resa velenosa dalle radiazioni un pianeta deserto, devastato, coperto solo di macerie annerite e cumuli di rovine che giacciono ove prima sorgevano le nostre città.
Gli strumenti della sala radar del bunker che controllano l'esterno non segnalano alcuna forma di vita tra i resti della nostra civiltà; da tre mesi le onde dei radar e dei sonar si sono diffuse con ping regolari ed ininterrotti, giorno e notte, senza incontrare nulla, senza che un minimo movimento, un'anomalia, una variazione interrompesse questa estenuante e monotona continuità, segnalandoci che lì fuori c'è ancora qualcosa che si muove, che ha vita. Niente, solo questi infiniti e sconfinati ping, che finora ci ha dato solo una certezza: nella landa desolata intorno a noi c'è solo morte.
Unicamente il vento si muove fuori: ulula furibondo, instancabile, fischia e sibila tra i rottami, si incunea tra i pilastri sradicati che un tempo erano le fondamenta di palazzi e che ora si stagliano contro un cielo innaturalmente terso e di un azzurro abbacinante come grotteschi obelischi postmoderni a venerare un sole dagli splendidi colori letali per le radiazioni. Tondini di acciaio, un tempo immersi nel cemento per render solidi i nostri grattacieli, spuntano dalle colonne divelte come dita contorte e monche in fondo a braccia deformi.
Il vento non si ferma, grida la sua rabbia e la sua furia, come a voler strappare dagli squallidi avanzi delle nostre città quel barlume di vita che potrebbe esservi rimasto, come a voler assicurarsi che nulla più possa esservi di vivo lì in mezzo; so

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   3 commenti     di: Francesco Rossi


Il febbrile amante

I
(La proposta d'incontro)

Caro febbrile amante,
ieri, per un soffio, Giordano non ha scoperto la tua lettera. Lui stava cercando non so che in un cassetto della nostra camera, e c'è arrivato davvero vicino. Ti giuro, per un attimo ho pensato che le avesse viste, tutte quante, ma che facesse finta di niente. Ho persino immaginato che sarebbe tornato a cercarle quando fossi uscita di casa e così, per non correre rischi, le ho messe in un posto più sicuro. Sai, non so cosa potrebbe accadere se le scoprisse. Alle volte credo che dovrei sbarazzarmene del tutto, magari bruciarle subito dopo averle lette, ma poi penso alle cose meravigliose che mi scrivi, alle sensazioni che mi trasmettono le tue parole, e non trovo più il coraggio di farlo.
Quando sono a letto, la sera, prima di addormentarmi, penso a come sarebbe se LUI non ci fosse. Immagino quante cose potremmo fare se solo ne avessimo il tempo, e soprattutto la possibilità. Non m'importa come sei, alto, basso o con i capelli rossi. So solo che quello che provo per te è qualcosa di speciale... credo che possa solo amare una persona così sensibile.
Non ce la faccio più a portare avanti questa mia esistenza divisa tra lui e la mia casa.
Ah, stavo per dimenticarmelo. L'esame non è andato affatto bene, mi hanno bocciata. Del resto, non riesco ad impegnarmi nella giusta maniera. Avrei bisogno di tempo, di tranquillità. Tra lui e Richi non riesco ad avere cinque minuti per me e finisce sempre che la sera sono stanca morta e non ho più la forza di mettermi sui libri.
Non voglio annoiarti con i miei fallimenti. Tu mi scrivi sempre cose meravigliose, e io sono puntualmente qui a lamentarmi. Piuttosto, dimmi, quand'è che mi hai vista, l'altra mattina? Sei sicuro che fossi proprio io? Beh, forse ti ho fatto una domanda sciocca, ma il fatto è che mi hai descritta come una rara bellezza, e io... ecco non mi vedo proprio in questo modo. Non mi sento bella, nè tanto meno rara. In questo periodo, poi, meno ch

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Il suicidio del vampiro

Dovrei tornare a dormire nel mio catafalco: è quasi l'alba ormai. Un'altra notte è passata, uguale ad altre mille. Notte di caccia in cerca di vittime da succhiare, perché è solo il sangue che mi dà vigore, forza, sostegno, coraggio per andare avanti. I secoli trascorsi non li conto più e quelli che ho davanti, da un po' di tempo, mi terrorizzano come se fossi un vecchio. Eppure la mia giovinezza è eterna, come la mia immortalità, ma il prezzo da pagare è alto. Sono solo, disperatamente solo. Le poche compagne che ho avuto sono scomparse. Gli umani non hanno più paura di noi, hanno imparato a combatterci. Ci cercano per stanarci. Io stesso devo cambiare dimore per non essere rintracciato. Comincio ad essere stanco. Io, un tempo, ero normale. Non ricordo più che mi morse e bevve il mio sangue. Da allora sono stato condannato a vagare per sempre su questo mondo, a nutrirmi di sangue per sopravvivere, a cercare di trovarmi un alleato o una compagna. È vero sono eternamente giovane, bellissimo, attraente, le donne mi cascano ai piedi, ma non posso avere l'amore. Per me è vietato. Prima, un tempo, l'avevo l'amore e ancora adesso lo ricordo e, a volte, piango. Chi dice che quelli come noi non provano sentimenti e non possono piangere? Una letteratura ci ha fatto passare per mostri. Lo siamo, è vero. Notturne creature spaventose che inorridiscono chi ne parla. Ma siamo anche noi preda delle passioni. Noi conduciamo una vita al di sotto del subumano. Ci sono amici sono i lupi e gli insetti, sono i nostri compagni, di cui, a volte, ci nutriamo, quando non troviamo sangue. Imbandiamo la nostra mensa di blatte, di tipo, di carogne di animali per tirare avanti. Non posso maledire chi mi ha ridotto così, non mi è concesso. Sono un nemico per Dio, il Male personificato. Una creatura del demonio, sortita dalle fauci più profonde e cupe dell'inferno, ma ora basta. Ecco, sono nella sala di questa antica casa abbandonata. Le imposte sono ben sprangate, i pesanti ten

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   1 commenti     di: Mario Vecchione


Vecchie cantine

In un pomeriggio grigio di autunno, passo in bicicletta vicino alla fattoria del mio amico Ambrose. Il muro di cinta della fattoria è basso e inclinato. Alcuni mattoni a mezzaluna sono caduti dalla cima. Poiché ho tempo, decido di fermarmi un poco per salutare il proprietario. Entro dal portone.
La casa è quattrocentesca, grande e tetra. Ha la porta ad arco di pietra, le inferriate panciute e un piccolo campanile lassù sul tetto.
Come entro in cucina incontro il signor Ambrose, massiccio come una quercia e altrettanto legnoso.
"Ehi signor Ambrose, passavo da queste parti e sono entrato per salutarla. Come sta?"
"Ah, i miei reumatismi. Non sono più quello di una volta! Adesso faccio fatica a salire le scale. A proposito, ho un favore da chiederti. Ecco. Prendi una candela e va giù in cantina a prendere quattro fiaschi di vino."
Per arrivare alla cantina bisogna attraversare alcune stanze magazzino rischiarate dalla luce grigia di alte finestre a nord. Ci sono sacchetti rotti di zolfo e un soffietto là per terra. Scansie con file di cipolle e aglio. Mucchi di spine tarlate, di tappi di sughero. Una ghiacciaia, un torchio per la pasta, macinino per caffè... Tutto sotto strati di polvere e ragnatele.
Arrivo a una scala con gradini di pietra e scendo fino a una pesante porta di legno con due catenacci. Tiro i catenacci e spingo mezza porta. Poi accendo la candela ed entro in cantina.
La cantina è oscura e tetra con il soffitto a volta di mattoni ammuffiti. Un po' di luce pallida cade giù da due finestrini a livello del suolo, oscurati da inferriate, grate e ragnatele.
Tenendo alta la candela accesa metto i piedi sul pavimento di terra, allagato al centro. Su bassi piedistalli lungo la parete c'è una fila di enormi tini. Per terra ammassate in disordine ci sono decine di botti, alcune sfasciate, e damigiane.
Mi avvicino a una scansia di legno con file di bottiglie e fiaschi. Tiro giù i fiaschi, due alla volta e li poso sul pavimento. Nel voltarmi ved

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   2 commenti     di: sergio bissoli


Jeans

Non ce la faccio più a frequentare la mia classe. Non ce la faccio più a essere continuamente preso in giro.
Ogni volta che esco da scuola ringrazio Dio che sia finita...
Tutti mi offendono continuamente solo perché non indosso un paio di Jeans!!!
Tutti i ragazzi della mia età li indossano... tutti tranne me... che indosso uno squallido paio di pantaloni marroni che si usavano cent'anni fa...
Sembro un vecchiardo!!! Vorrei tanto un paio di Jeans... ma mia madre non me li vuole comprare poiché non vuole spendere soldi in “cavolate”...
Maledetti... Chi se ne frega di come si è vestiti...
Se non sei vestito come loro sei fuori dal gruppo... sei una nullità... questi falliti che non faranno mai niente nella vita si credono superiori solo perché indossano dei Jeans!!
Oddio mio... non ce la faccio ad entrare... non si rendono conto di quanto una parola possa ferire... che schifo... ma devo entrare... sono mancato già tantissimi giorni da scuola non posso mancarne altri... devo combattere... se voglio fare qualcosa nella vita al contrario di questi idioti... tutti uguali... tutti vestiti uguali... Jeans... Jeans... vedo Jeans dappertutto...
Ok entro...
-We ciao sfigato... wow quei pantaloni marroni ti identificano perfettamente in quello che sei aahahahahha-
Non ho manco oltrepassato la porta della classe che subito qualcuno mi offende... si divertono a colpirmi... a farmi sentire inferiore... ma quelli più bastardi in assoluto sono tre... se gli altri dopo un po' si fermano... loro no... loro mi torturano continuamente... non hanno limiti...
Stanno sempre insieme... pronti a insultarmi per ogni cosa... Giovanni, Matteo e Cristiano... ma la cosa più grave è un'altra... due stanno nei banchi dietro di me... e l'altro sta nel banco attaccato al mio... è una cosa terribile... lo ha fatto mettere la professoressa vicino a me poiché vedeva che ero sempre solo come un cane e voleva farmi socializzare con i miei compagni.
Sto malissimo... mi tira

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   17 commenti     di: Luigi Greco


Serie Iberhial: Faccia Bianca (Parte 1 - Vendetta tremenda vendetta)

-L'imputato è prosciolto per le diverse attenuanti che, non giustificano il suo comportamento, ma ne precisano, senza ombra di dubbi, la sua non dolosità-
Questa era stata la sentenza del giudice. Inaccettabile per me. Praticamente perdonava quello che avevano fatto quei maledetti.
Me l'avevano detto: "guarda che sono figli di Callar".
Bill Callar. Grande industriale, uno dei più potenti. Intentare una causa contro di lui era inutile. Nessun giudice e nessuna giuria avrebbe mai fatto qualcosa contro di lui. Insomma... La solita storia.
Intanto però, quei due idioti dei suoi figli ubriachi, al volante della loro macchina, erano andati fuoristrada colpendo una coppietta che passeggiava tranquillamente. Il ragazzo si ruppe le gambe, non avrebbe mai più camminato; lei invece non se la cavò. Quella ragazza era mia sorella: l'unica famiglia che avevo. Ero solo...
L'avvocato mi sconsigliò di fare alcunché, sono cose che capitano tutti i giorni, alla fine non c'erano mai pene troppo severe nei confronti di quelli che guidano.
In questo caso non ce ne sarebbero state.
Ebbi modo di capire l'aria che tirava qualche giorno prima del processo. Con mia gran sorpresa si presentò a casa mia il padre di quei due ragazzi: Bill Callar, il "Dio industriale", per come se ne sente parlare. Dopo i vari convenevoli si sedette ed iniziò a parlare con una grande calma, o forse si trattava di freddezza; chi poteva dirlo...
-Sono molto dispiaciuto per quanto è successo alla tua sorellina. Mi rendo conto di quello che si può provare in certe situazioni. La morte di tua sorella non mi lascia indifferente, credimi. Sono venuto a porgerti le mie scuse, anche se so che non serve a molto. In ogni caso, se hai bisogno di qualcosa devi solo chiedere. Sono pronto anche ad accollarmi la spesa medica per il ragazzo di tua sorella. Se poi hai bisogno di qualche raccomandazione per il lavoro, devi solo dirlo e me ne occupo io-
-E che cosa vorresti in cambio?- Gli chiesi io, ve

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