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Racconti horror

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La donna ideale

Era giovedì, per la precisione il terzo giovedì del mese e il cielo non prometteva nulla di buono. Dalla finestra vedevo brutti nuvoloni e cominciava anche a fare freddo, specialmente al mattino, fuori dal letto, e tutto ad un tratto, proprio in quel momento, mi sembrò che l'inverno fosse già arrivato, malgrado fosse da poco passata la metà di Settembre.
Seduto su una poltrona in pelle nera, decisamente comoda devo dire, guardavo fuori chiedendomi che cosa facessi in quel posto. Cercavo forse una giustificazione? Oppure una ragione da pescare nel mio passato di bambino per dare una spiegazione a certe cose?
"Vada pure avanti quando crede, signor Martino"
Proseguii il mio racconto con la vana speranza che forse questa volta avrei cavato un ragno dal buco, come si dice, cioè avrei capito forse qualcosa in più su di me, su come funzionasse (o non funzionasse) la mia testa.
"Eravamo arrivati al portico, era domenica e suo padre se ne stava."
" comodamente a leggere il giornale.." Continuai.
"C'è un bambino vero? È lei, è il piccolo Martino, o Marti, come di solito la chiamava sua mamma"
Non risposi.
Guardai fuori, attraverso la finestra e in un momento tutto fu avvolto da un bagliore giallognolo, mentre la voce del mio psicanalista mi arrivava attutita, stranamente ovattata, come ricoperta da un manto di neve.
"Allora lo vedi quel bambino? Non lo riconosci?"
Mi sembrò di tornare indietro negli anni, quando ogni tanto mio padre mi faceva vedere i filmini in bianco e nero che faceva a me o alla mamma. Adesso era come allora, immagini sbiadite su un lenzuolo che oscilla lentamente.
"Che cosa sta facendo?" Mi chiese a voce bassa.
Non riuscii ad aprir bocca, letteralmente incantato da quella visione. Percepivo solo la sua voce lontana come un eco.
"Secondo me è un bambino molto felice, non credi? Guarda come corre allegro nell'erba, con il sorriso sulle labbra e i capelli al vento. È una bella giornata, splende il sole e il cielo è azzur

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I Lupi

Durante l'inverno del 2005 nevicò abbondantemente sull'Appennino. Mi trovavo a Leonessa, un borgo di origine medievale situato su un altipiano che supera i novecento metri di quota.
È una zona che si trova a nord-est di Roma, in quella striscia di terra laziale fra l'Abruzzo e l'Umbria. L'altopiano è costellato di frazioni, tra cui Casanova, situata a circa due chilometri da Leonessa, e dove c'è la vecchia casa appartenuta a mio nonno omonimo.
La costruzione è piccola, come del resto tutte le altre del paese. Una ripida scalinata esterna porta davanti al portone d'ingresso; entrati, ci si trova in un ambiente vetusto. Salendo altri quattro gradini, si accede a una stanza vecchia dai muri ingialliti, con un camino e il pavimento dissestato, dove c'è un grosso tavolo in legno e delle sedie. Una porta immette in una camera con mobili ottocenteschi e un letto, mentre altri due gradini portano in un corridoio con due stanze: una abbandonata da anni, piena di materassi, vecchi mobili e ragnatele ovunque; l'altra, alla fine del corridoio è una stanza da letto, con mobili dei primi decenni del Novecento.
Tra il mobilio si trovano molte statuette di santi e immagini sacre, che testimoniano quanto fossero superstiziosi gli italiani di un tempo.
Appena arrivai accesi il camino.
Essendo di febbraio, il paese in quel periodo era deserto. Nel primo pomeriggio feci una passeggiata tra le case affondate nella neve. Il cielo era cupo. Le nuvole coprivano le cime dei monti. C'era molto silenzio e nell'aria si sentiva l'odore di legna bruciata (proveniente da qualche camino acceso nelle case circostanti). Incrociai un vecchio nella via; mi disse che erano stati giorni terribili.
<<Certo, ha nevicato parecchio!>> risposi.
Mi guardò con gli occhi spalancati, celesti, poi disse: <<No, non è la neve! Si sono sentiti ululati lontani... dalle vecchie case abbandonate di Villa Falcucci>>.
Non diedi molto peso alla cosa, presi il bus e mi recai a Leonessa.
Sulla piazz

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Il gemello

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   2 commenti     di: Linda Tonello


Holly’s Caffè

La pioggia era arrivata prima del previsto quell’autunno, se mai qualcuno a Molde avesse avuto la voglia di mettere il naso fuori dalla porta sicuramente ci avrebbe ripensato. Holly puliva il bancone del suo bar con lo sguardo spento dopo una giornata di affari magri e tempo grigio. Il termostato del condizionatore con uno scatto sordo avvertiva che anche la temperatura stava scendendo sotto la madia di quei giorni e il flusso di aria calda comincio ad avvolgere le spalle e pian piano tutto il corpo di Holly. Ebbe un brivido e alzò lo sguardo verso la finestra che dava direttamente sulla piazza. Tirò su le maniche dalla camicia e continuò a tirare avanti e indietro quello straccio logoro e scuro.
“Tempo da cani” pensò, mentre un’altra tazza, la seconda quella sera cadeva sulle assi del pavimento.
Non era stata proprio una bella giornata, e forse neanche il giorno dopo sarebbe stato buono. Ma a Molde andava così, in estate potevi lavorare con i turisti che affollavano le vie del porto e le bancarelle sui moli, poi dovevi aspettare il Natale per rivedere un po’ di vita in giro.
Tirò lo straccio sopra la macchina del caffè, che avrebbe tanto avuto bisogno di una bella pulita, ma forse ancora non era arrivato il suo momento, c’era il pavimento da lavare, i bicchieri del giorno da asciugare e i frigoriferi da riempire.
In quel momento tutto il locale era deserto, non c’era un unico rumore da ascoltare, fatta eccezione per quel dannato condizionatore.
Continuò a riordinare il suo locale con movimenti che ripeteva da anni ormai e che con il passare del tempo erano diventati automatici, ma infondo amava quel momento, poteva pensare a tutto quello che non aveva avuto, a tutti gli errori commessi, e alla volta in cui aveva perso la verginità proprio dietro a quel bancone.
Sentì aprire la porta mentre puliva la macchina per l’espresso, l’unica cosa che gli mancava da fare.
“Come va amico, asciugati le scarpe”
Lo disse cercando un sorri

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   2 commenti     di: stefano moncini


Berretto Giallo

Nuove cose aveva iniziato a vedere, Jennifer, dalla sera della festa; cose che comparivano ogni tanto al lato del suo campo visivo o che sentiva, con le orecchie o con il corpo; “cose” perché non sapeva bene come altro chiamarle: sagome umane, qualcosa che si muoveva nella stanza, per la strada, nel giardino; alle volte la coglievano brividi improvvisi e capelli dritti, un pizzicore alla base della nuca; le poteva capitare anche di sentire un mormorio indistinto, una voce lontana, l’eco di un pianto, ma erano episodi rari.
All’inizio questi avvenimenti l’avevano resa inquieta, l’avevano anche spaventata un bel po’; temette pure di stare perdendo il senno; poi, parlandone con Theodore, si era resa conto, effettivamente, che erano qualcosa di simile a segnali radio od ologrammi, cose, insomma, non poi così pericolose come temeva; Teddy le aveva chiamate “larve”; riteneva fossero energie impresse nella nostra realtà da parte di persone non più in vita, incapaci quindi di fare del male, sempre che chi le vedesse non si lasciasse cogliere dal panico e combinasse qualche disastro.
-    Fantasmi? gli aveva chiesto Jinny
-    Non proprio, le aveva risposto; o meglio: un tipo di fantasmi; senza una volontà propria, uno spirito sempre “attivo”; come l’immagine di un film proiettato da un’altra dimensione.
Theodore aveva anche sostenuto che le facoltà che Jennifer stava mostrando fossero caratteristiche di una medium; era riuscito quasi a convincerla che fossero un dono, anziché una disgrazia come la ragazza, in un primo momento, temeva.
  Aveva imparato, quindi, ad accettarne le presenze, Jinny, spingendosi finanche a toccarne una: aveva sentito come una sorta di formicolio alle dita, un brivido lungo la colonna vertebrale e l’apparizione si era dissolta nell’aria.
Probabilmente aveva ragione l’amico; il punto era come far divenire le sue doti un dono anziché una scocciatura. Questo accadeva l’Estate precedente.
Dopo un a

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Invisibile

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   2 commenti     di: Nita K


Una porta sul cortile

Avevo studiato fino a tardi quella notte ed il sonno mi aveva colto all'improvviso. Urtai con un piede i libri abbandonati sul letto e fu proprio quello che mi fece aprire gli occhi, ormai era mattino. Era il 6 giugno e nell'aria si sentiva quella calura di primavera inoltrata, anche se un vento forte e asciutto faceva ondeggiare i grossi rami del ficus, unico albero che si vedeva dalla mia finestra. Il ficus apparteneva al cortile interno del palazzo in cui abitavo, aveva tronco e radici possenti che spuntavano sul pavimento formando quasi una raggiera, non vi era altro in quello spazio circolare a parte le riserve d'acqua che alimentavano gli appartamenti nei momenti di siccità estiva; neppure i gatti avevano piacere di circolare in quel luogo perché , si diceva, i topi erano talmente grossi e quindi terreno di caccia particolarmente difficile. Il mio appartamento era costituito da una cucina, un bagno, una grande camera da letto che dividevo con una delle mie sorelle, con porta che s'apriva direttamente nel cortile. Prendere il sole in quello spazio significava vedere un fazzoletto di cielo, piccolo, azzurro, ma sempre rassicurante, che si spostava con qualche nuvola al seguito, trascinando con sé voci e rumori provenienti dalla vicina strada. Sono le otto, per me è già tardi! Con una falcata mi precipito alla porta e la spalanco; un'ape sfreccia davanti ai miei occhi, poi, ronzando, vola in picchiata in cortile.. meno male! Sono sola in casa, mia sorella è andata a lezione e il palazzo, a quest'ora, è semi deserto. Devo studiare e mentalmente, seduta al tavolo di studio, dopo aver appoggiato i libri sul petto e essermi coperta il volto con le mani, cerco di ripassare la lezione della notte precedente. Improvvisamente apro gli occhi e volgo lo sguardo verso la porta aperta della mia camera e scorgo, con grande sorpresa, un animale che lentamente s'affaccia, peraltro guardingo, noncurante di non aver chiesto il permesso.. Ma è mostruoso! è grande q

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   8 commenti     di: antonina



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