username: password: dati dimenticati?   |   crea nuovo account

Racconti horror

Pagine: 1234... ultima

Il rito

La macchina passò velocemente sulla strada nevosa facendo slittare di poco le ruote posteriori. Alla guida, Lucas non si era accorto che da circa mezz'ora, la spia della benzina aveva assunto il solito colore giallastro. E nemmeno Kimberly, la sua ragazza che gli sedeva a fianco se n'era accorta. Erano in viaggio da circa quarantacinque minuti e per arrivare a Ketchum, nella contea di Blaine, Idaho, mancava ancora una buona mezzora.
-Voglio farmi una doccia appena arrivo a casa- disse Lucas sistemandosi il cappello che gli era scivolato sulla fronte. Kimberly fece una smorfia guardando dal finestrino il paesaggio. Stavano percorrendo la strada chiamata Cove Creek, dove il pericolo maggiore era quello di non trovare nessuno in caso di aiuto.
-Sai che mia madre non vuole che percorriamo questa strada Luc!-, sbottò Kimberly alzando le mani.
Il suo ragazzo sorrise scrollando le spalle. Gli alti pini sovraccaricati dalla neve giacevano ai lati della strada e davano una sensazione da brivido. Sembrava come se dietro ad essi ci fosse qualcuno o qualcosa che li stesse spiando.
-Tua madre si arrabbia per qualsiasi cosa. A proposito, ti è piaciuta la festa?- chiese lui frenando per fare una curva a gomito.
- Certo che mi è piaciuta, se solo tuo cugino Paul abitasse più vicino a noi!- rispose controllando se sua madre l'avesse chiamata sul cellulare. La strada si faceva sempre più stretta e gli alberi ai lati di essa sempre più fitti. La Luna splendeva alta nel cielo sereno delle due di notte illuminando tratti dell'asfalto ghiacciati.
-Che cosa sai a proposito di questa strada?-, chiese Lucas lanciando un'occhiata alla sua ragazza.
- Cosa dovrei sapere?
Sembrava che la domanda l'avesse infastidita. Lui sogghignò tenendo le mani ben strette al volante.
-Alcuni anni fa su questa strada sono accadute cose inspiegabili, tra cui l'omicidio di due liceali, proprio come noi due- spiegò.
- Lo so. Tutti gli abitanti di Ketchum sanno dei fatti accaduti su questa st

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: cesare massaini


L'uomo sulla botte

L’uomo sulla botte


Su di una paffuta botte, vi era appollaiato un vecchio saggio. Pareva che l’uomo la covasse, come un enorme uovo.
La botte era immensa, tanto che, l’uomo su di essa si vedeva a malapena.
“Un vecchio pazzo cocciuto” diceva la gente, ma i bimbi naresi ne erano affascinati.
I ragazzini accerchiavano la vecchia botte e, tirando la lunghissima barba bianca del saggio chiedevano delle storie, come in un jukebox che, a quei tempi, non era nemmeno nell’immaginario dei pazzi.
Il vecchio cocciuto era propriamente questo: un jukebox vivente e narrante.
Alla chiamata dei bimbi si affacciava da lassù e chiedeva con voce tuonante e con le mani ai fianchi “Che volete?” e i bambini rispondevano “Zziù, nu cunti un cuntu?”
ed egli rideva come credo Zeus abbia fatto quando incatenò Pròmeteo “.. e cosa mi darete in cambio?!” e presi da euforia i bimbi “U vinu!”.
Il vecchio pazzo ma saggio, lanciava una corda dove i frugoletti assetati di storie avrebbero attaccato la bottiglia di vino e dopo averne sorseggiato un po’, cominciava le sue odissee.

Il vino era il vero amore di tutti gli uomini, se fosse
venuto a mancare i naresi avrebbero persino rinunciato alla propria moglie per un bicchiere miserabile. Ma per fortuna il vino abbondava e le donne erano tutte ai loro posti.
L’uomo che stava sulla botte veniva chiamato “vutticedda” proprio perché la gente lo definiva il figlio della botte data la sua statura. Secondo qualcuno era realmente suo figlio, infatti non esisteva nessuno che avesse mai visto sua madre o suo padre: Vutticedda era spuntato dal nulla, senza nemmeno un nome.
Era stata quella botte a farlo arricchire: era stata la sua prima botte di vino che, morta sua moglie e cresciuti i suoi figli, era diventata la sua compagna porta fortuna.
I soldi arrivavano a palate, ma Vutticedda non beveva mai dalla “sua” botte.
All’inizio era solo un atto di scaramanzia, ma adesso era divenuto un vero

[continua a leggere...]



Guilt And Innocence

Ritornai a casa stremato per il lavoro. Sembra proprio che mi sia "meritato" il doppio turno di oggi. Accesi le luci e spensi la mia sigaretta nel possacenere mentre il mio gatto veniva a darmi il bentornato. Si strofino sornione sulle mie gamba facendo le fussa. Lo ripagai con una carezza smuovendo dolcemente il suo candido manto bianco. Presi la posta vicino alla porta e mi missi a leggerla sul tavolo del soggiorno. Bolletta. Buono sconto. Bolletta. Ancora bolletta. Poi mi capitò tra le mani una lettera diversa dalle altre. Senza indirizzo e con dentro una chiave stranamente familiare. La apri e la lessi: " Vieni a casa mia e troverai ciò che cerchi... Sam." Sbarrai gli occhi in preda allo sgomento. No... non era possibile ma la calligrafia era la sua... Come può una persona morta da anni scrivere una lettera? Sam era il mio migliore amico. Era morto tempo fa. Dopo la sua morte passai tutto il resto della mia vita logorato dal senso di colpa. Ogni minuto di ogni giorno ero fermamente convinto che fosse stata colpa mia... Non poteva che essere uno scherzo. Uno scherzo di pessimo gusto. Ma in me alleggiava ormai il dubbio... non sarei riuscito ad andare avanti senza assicurarmene. Usci di corsa da casa mia in preda alla trepidazione. Sali in macchina e mi diressi a casa di Sam...

Strinsi la chiave della casa di Sam cosi forte da farmi male. Non sapevo cosa avrei trovato la dentro, ma potevo venire a capo di questa storia e mettermi il cuore in pace. Apri la porta. Lentamente. La casa era completamente avvolta da una oscurità fatiscente. I mobili erano coperti dal celophan e dalla polvere. Delle assi erano state inchiodate in modo sconesso alle finestre aprendo degli spiralli di luce che tagliavano letteralmente il buio come delle lame splendenti. Chiusi la porta con cautela. Ma quella scatto chiudendosi sbattendo sonoramente. Provai ad aprirla, ma era chiusa saldamente. Ero intrapollato. Cominciai a respirare affanosamente colto dall'ansia e dalla paura.

[continua a leggere...]



Serie Iberhial: Faccia Bianca (Parte 1 - Vendetta tremenda vendetta)

-L'imputato è prosciolto per le diverse attenuanti che, non giustificano il suo comportamento, ma ne precisano, senza ombra di dubbi, la sua non dolosità-
Questa era stata la sentenza del giudice. Inaccettabile per me. Praticamente perdonava quello che avevano fatto quei maledetti.
Me l'avevano detto: "guarda che sono figli di Callar".
Bill Callar. Grande industriale, uno dei più potenti. Intentare una causa contro di lui era inutile. Nessun giudice e nessuna giuria avrebbe mai fatto qualcosa contro di lui. Insomma... La solita storia.
Intanto però, quei due idioti dei suoi figli ubriachi, al volante della loro macchina, erano andati fuoristrada colpendo una coppietta che passeggiava tranquillamente. Il ragazzo si ruppe le gambe, non avrebbe mai più camminato; lei invece non se la cavò. Quella ragazza era mia sorella: l'unica famiglia che avevo. Ero solo...
L'avvocato mi sconsigliò di fare alcunché, sono cose che capitano tutti i giorni, alla fine non c'erano mai pene troppo severe nei confronti di quelli che guidano.
In questo caso non ce ne sarebbero state.
Ebbi modo di capire l'aria che tirava qualche giorno prima del processo. Con mia gran sorpresa si presentò a casa mia il padre di quei due ragazzi: Bill Callar, il "Dio industriale", per come se ne sente parlare. Dopo i vari convenevoli si sedette ed iniziò a parlare con una grande calma, o forse si trattava di freddezza; chi poteva dirlo...
-Sono molto dispiaciuto per quanto è successo alla tua sorellina. Mi rendo conto di quello che si può provare in certe situazioni. La morte di tua sorella non mi lascia indifferente, credimi. Sono venuto a porgerti le mie scuse, anche se so che non serve a molto. In ogni caso, se hai bisogno di qualcosa devi solo chiedere. Sono pronto anche ad accollarmi la spesa medica per il ragazzo di tua sorella. Se poi hai bisogno di qualche raccomandazione per il lavoro, devi solo dirlo e me ne occupo io-
-E che cosa vorresti in cambio?- Gli chiesi io, ve

[continua a leggere...]



L'uomo che era stato un papavero

Ne ho incontrati molti di tipi strani. Ho conosciuto un tale il quale affermava che gli uomini e le creature sono lo sterco di Dio. Un altro credeva che la vita fosse un gioco creato per il divertimento degli Dèi.
Sono uomini che i casi della vita hanno reso filosofi, ma la loro visione del mondo non comparirà sui libri di filosofia.
Ma il più strano di tutti è stato l'incontro con un vagabondo il quale credeva di essere stato un fiore.
Era di giugno, la strada era dritta e deserta fiancheggiata da qualche pioppo. Avrei dovuto percorrerla tutta poiché la mia automobile si era arrestata con il motore che fumava.
Verso mezzogiorno cammino ancora. Il sole è alto nel cielo celeste. La brezza calda fa oscillare il frumento nei campi.
In fondo alla strada un'ombra scura si muove lentamente. Quando gli sono più vicino mi accorgo che si tratta di un hippy con un lungo pastrano nero dagli orli sbrindellati. Cammina a piedi scalzi, sotto il sole e poiché va nella mia stessa direzione dopo un po' lo raggiungo.
Incuriosito dallo strano personaggio mi affianco con prudenza. L'uomo cammina come in trance, ignorando completamente la mia presenza. Allora provo a domandargli:
"Va lontano?"
Alla mia voce l'uomo pare risvegliarsi. Mi guarda con i suoi grandi occhi chiari. Ha i capelli lunghi e la barba incolta ricopre il suo viso scarno e bruno.
"Praha" risponde con accento straniero.
"E... da dove viene?"
Nessuna risposta. Gli ripeto la domanda ma l'uomo sembra ritornato nel suo stato di intensa concentrazione che gli fa dimenticare il mondo.
Tiro fuori una moneta e gliela offro. Ma lui scuote la testa e ha una espressione di sdegno. Sembra un veggente, un mago o un profeta. Prima di lasciarlo gli rivolgo un'ultima domanda:
"Ha incontrato Dio?"
L'uomo mi guarda con una espressione intensa, senza parlare. Poi si volta e riprende a camminare.
Gli alti campi di grano ondeggiano accarezzati dalla brezza accanto a noi. All'improvviso l'uomo pare svegliarsi dal suo s

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: sergio bissoli


Ciò che è occulto

Quell'inverno ci recammo in una villa nell'isola di Ischia, arroccata su una roccia abbastanza appartata. La dimora era proprietà dello psichiatra Valerio Murro, che la usava come luogo di villeggiatura e, come in questo caso, per trovare solitudine e poter studiare fenomeni psichici, al quale aveva dato molte risposte. Utilizzava un farmaco di sua invenzione che provocava una forma di ipnosi, in cui il paziente riusciva a individuare, non solo i traumi scacciati dalla memoria, ma le energie psichiche rimaste bloccate durante la vita (dall'educazione, dall'ambiente) e fatte riemergere.
In quel mese di gennaio arrivammo in quella casa con un paziente schizofrenico di nome Mauro. Aveva quarant' anni e l'aspetto ancora giovanile. Era riuscito con il metodo del dottor Murro a superare in parte le barriere e il terrore che lo tenevano lontano dalla altra gente. Però la guarigione totale non era avvenuta: Mauro aveva deliri, allucinazioni e l'insicurezza che lo tenevano ancora in scacco.
Prima della discesa che porta al borgo Sant'Angelo, sulla destra, prendemmo un breve sentiero che ci condusse alla villa, di colore bianco, nel più classico stile delle costruzioni di Ischia. Dopo essere entrati, nel salone, vidi subito appesa al muro una foto di Sigmund Freud; e ce ne erano altre: vecchi dagherrotipi raffiguranti personaggi del passato. Una scala portava al piano di sopra dove c'erano le camere da letto. Ma la parte straordinaria della casa era un corridoio scavato nella roccia al pian terreno: un grotta che portava in una stanza dove si trovava lo studio del geniale dottor Murro. La stanza era scavata nella pietra, calda in inverno e fresca in estate. Aveva una grande finestra ad arco scolpita nella roccia di tufo; vicino c'era un grosso divano e l'arredamento antico. Il mare che si infrangeva sugli scogli sotto la villa, era particolarmente verde per via della acque termali, caratteristiche dell'isola.
I domestici sistemarono le nostre cose e noi ci recammo ne

[continua a leggere...]



Casa di Martha

Nel gelido crepuscolo di novembre la vecchia fiera di Stellara è composta di bancarelle dei dolciumi, spazzacamini, burattinai, ombrellai...
Io sono venuto per andare dalla vecchia Martha affinché provi a guarirmi il mio male al petto. Chiedo di lei a un contadino che sta spaccando la legna.
"Lei sa dove abita la vedova Martha?"
"Sicuro che lo so. Abita laggiù, dove cresce la saggina, insieme a quelle altre..."
"Perché? Che cosa fa?"
"Fa le stregonerie. Lei e le vecchie Diana, Viviana e Gelsomina hanno passato la vita a rovinare i raccolti, far ammalare uomini e bestiame e a scatenare temporali. Bisognerebbe bruciarle! Spero che ricevano tutta la sofferenza che si meritano!"
La nebbia cade sul villaggio. Sapevo che la vecchia Martha ha fama di essere una strega.
Percorro la via principale, talmente stretta che le streghe si potrebbero graffiare stando alle finestre. Poi la strada prosegue in campagna. Gelsi e salici vecchissimi, piegati e squarciati che sembrano piantati dal diavolo.
La sua casetta è vicino a cespugli di rosellina selvatica. Un cardo è piantato davanti alla porta di casa.
All'interno sono appese pentole e vecchie litografie di fiori e animali. Un pappagallo tetro mi guarda dall'alto.
Sul tavolo ci sono chiodi storti, spilli, uncini. La vecchia piccola e magra li innaffia con il liquido di una boccetta. Ha il viso bianco, labbra e occhiaie nero viola.
"Entra. Ti aspettavo."
Le spiego brevemente dove mi fa male. Mi fa intingere un dito nell'olio e lasciare cadere alcune gocce in un pentolino d'acqua.
"Le gocce si disperdono..." borbotta.
Mi porge alcuni grani di frumento da buttare nell'acqua. I grani cadono a fondo e lei mormora:
"Sei stato affatturato."
Allora mette un pentolino d'acqua a bollire sul fuoco. Vi butta dentro cenere, polveri scure e si mette a borbottare strane parole. Prende un fazzoletto rosso con una estremità annodata e lo striscia per terra disegnando un cerchio intorno a me.
Nel silenzio della cucina si od

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: sergio bissoli



Pagine: 1234... ultima



Cerca tra le opere

Questa sezione contiene storie dell'orrore, racconti horror e sulla paura