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Racconti horror

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Paura del buio

Un sussurro, un’ombra e poi quel suono che ruppe improvvisamente il silenzio sacro della notte. Era un suono secco, come un passo sulle assi consunte del pavimento di legno. Aprì gli occhi, il respiro affannoso, le membra incollate al materasso, gli occhi che scrutavano l’oscurità cercando di penetrarla ma scorsero solo le ombre che vagavano silenziose e leggere per la stanza, tentò di allungare un braccio per accendere la luce sul comodino ma si rese conto con orrore di non potersi muovere.
Erano tornati, lo sapeva, nessuno gli aveva mai creduto ma lui sapeva che c’erano. Sempre loro le creature del buio, avrebbe voluto urlare ma la voce gli morì in gola. Un respiro sibilante si sovrappose al suo, si stavano avvicinando al suo letto e alle suo corpo immobile ed incapace di difendersi. Sentì le viscere contorcersi, gocce di sudore gelido gli rotolarono lungo la fronte e negli occhi annebbiandogli la vista.
Sentì la presenza di uno di loro accanto a lui, nella parte del letto dove una volta dormiva sua moglie.
Sapeva che tra un minuto lo avrebbero portato via, nel loro orribile mondo scuro ed era convinto che stavolta non lo avrebbero mai lasciato tornare a casa, non gli avrebbero mai permesso di fuggire. Troppe volte era scappato dalle loro prigioni negli ultimi quarant’anni.

Le creature del buio non volevano che si sapesse di loro se qualcuno avesse creduto ai racconti di quell’uomo sulla loro esistenza nutrirsi per loro sarebbe diventato sempre più difficile per questo agivano nell’ombra della notte da secoli, silenziosi ed infidi come serpenti scivolavano negli antri scuri e caldi delle camere da letto delle vittime designate per divorare, lentamente, silenziosamente, i loro sogni e la loro paura. Le persone più resistenti venivano rapite e portate a Ralbarum, il loro regno, che esisteva in modo parallelo a quello degli uomini, e venivano vuotate completamente e rimandate poi a casa come gusci vuoti, privi di volontà o scaricati in c

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   6 commenti     di: Miriam Angel


Serie Iberhial: Faccia Bianca (Parte 1 - Vendetta tremenda vendetta)

-L'imputato è prosciolto per le diverse attenuanti che, non giustificano il suo comportamento, ma ne precisano, senza ombra di dubbi, la sua non dolosità-
Questa era stata la sentenza del giudice. Inaccettabile per me. Praticamente perdonava quello che avevano fatto quei maledetti.
Me l'avevano detto: "guarda che sono figli di Callar".
Bill Callar. Grande industriale, uno dei più potenti. Intentare una causa contro di lui era inutile. Nessun giudice e nessuna giuria avrebbe mai fatto qualcosa contro di lui. Insomma... La solita storia.
Intanto però, quei due idioti dei suoi figli ubriachi, al volante della loro macchina, erano andati fuoristrada colpendo una coppietta che passeggiava tranquillamente. Il ragazzo si ruppe le gambe, non avrebbe mai più camminato; lei invece non se la cavò. Quella ragazza era mia sorella: l'unica famiglia che avevo. Ero solo...
L'avvocato mi sconsigliò di fare alcunché, sono cose che capitano tutti i giorni, alla fine non c'erano mai pene troppo severe nei confronti di quelli che guidano.
In questo caso non ce ne sarebbero state.
Ebbi modo di capire l'aria che tirava qualche giorno prima del processo. Con mia gran sorpresa si presentò a casa mia il padre di quei due ragazzi: Bill Callar, il "Dio industriale", per come se ne sente parlare. Dopo i vari convenevoli si sedette ed iniziò a parlare con una grande calma, o forse si trattava di freddezza; chi poteva dirlo...
-Sono molto dispiaciuto per quanto è successo alla tua sorellina. Mi rendo conto di quello che si può provare in certe situazioni. La morte di tua sorella non mi lascia indifferente, credimi. Sono venuto a porgerti le mie scuse, anche se so che non serve a molto. In ogni caso, se hai bisogno di qualcosa devi solo chiedere. Sono pronto anche ad accollarmi la spesa medica per il ragazzo di tua sorella. Se poi hai bisogno di qualche raccomandazione per il lavoro, devi solo dirlo e me ne occupo io-
-E che cosa vorresti in cambio?- Gli chiesi io, ve

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Notti di luna

Notti di Luna

Nella notte qualcosa cominciò ad ululare, nessuno capì da dove venisse, era ovunque e da nessuna parte, mentre il plenilunio rischiarava dall’alto i tetti delle case ancora spente di Molde. Quell’urlo galoppò diabolico nell’aria, non aveva nulla in comune né con l’uomo né con Dio, i cani pastori di guardia alle stalle rimasero muti, non riuscirono neanche ad abbaiare. Tutti sentirono; quell’urlo s’ insinuò nella mente e nelle paure di tutti. Stefan lo sentì affacciandosi alla finestra che dava sul giardino mentre cullava il piccolo Daniel, Elise lo sentì mentre cercava di bere la sua tisana contro il raffreddore, il grasso e odioso giudice Gotthard lo sentì mentre consumava il suo spuntino di mezzanotte, Holly lo senti mentre riempiva i frigoriferi della tavola calda. Le vie di Molde tornarono al silenzio poco dopo, qua e là alcune finestre si accesero, altri uscirono in strada, qualcuno caricò il fucile e ci fu chi tornò a letto disinteressato come sempre. Paura… non ancora.. strane ombre però erano arrivate dalla foresta.. ombre minacciose decise a nascondersi nell’oscurità.


A tratti, tra le nuvole cariche di neve e il vento che spirava violento su Crawen Strass giù fino al vecchio porto, la luna illuminava di un bagliore cupo le vie del paese. Norman Wildmer era stato colto dalla tormenta, aveva tirato fino a tardi in ufficio per finire di timbrare le scartoffie accumulate ormai da qualche mese. Prese gli scuri accanto alle finestre e li assicuro ai montanti.
-Nemmeno un uragano- .
Tac
-Nemmeno una tempesta-.
Tac Tac
-Nulla entrerà nel mio negozio-
Il vecchio Wildmer fini di montare l’ultimo pannello di legno alla finestra e fuori il vento soffiava come un demonio…Poi si fermò a guardare fisso la porta
-Bah!! Cavolate è solo vento dopotutto-.
Ma il vento non bussava alle porte, in nessuna città del mondo, e di certo fischiava ma non ululava. Norman Fece per prendere il suo cappotto ma i rumori

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   4 commenti     di: stefano moncini


E venne il male

Incubo totale.

Se ne può uscire?
Guarda il vuoto del mondo.

Dovresti conoscere il prezzo del male.

Si racconta che l'altra notte sia tremata la terra a Fonte.
Diverse persone avrebbero testimoniato di essersi svegliate a notte fonda perché i quadri cadevano dalle pareti e i soprammobili tremavano, per poi cadere a terra. I danni maggiori ci sono stati nella zona residenziale ancora in costruzione. C'è un cantiere, enorme, ricopre una zona di settecentocinquanta metri quadri e si trova lungo la strada per entrare nella cittadina.
È crollata anche una abitazione, quella di Roberto Malesi, il bidello della scuola elementare di Fonte.
C'è stato anche un morto. Già, la piccola Elisa Trenti, trovata il giorno dopo il terremoto, nel prato adiacente al cantiere, strangolata e livida di contusioni e abusi.

Quando la giovane poliziotta Francesca Nelli, fresca di accademia, giunse sul posto, ebbe un collasso. Era giovane, appena uscita dall'accademia ed erano i primi giorni di lavoro.

Non si era augurata certo di ritrovarsi davanti un simile spettacolo.
Elly - come la chiamavano tutti- era riversa a terra, nell'erba, con le braccia aperte sul prato ancora bagnato dalla rugiada, il collo girato, il volto fermo, gli occhi spalancati, l'espressione del viso immobilizzata per sempre, come in un ritratto macabro, quasi a voler guardare di lato, verso le montagne che si trovavano oltre il paesino.
Rivoletti di sangue si erano coagulati sul mento e sul naso. Il corpo era pieno di contusioni e lividi.
Elly aveva dodici anni.


Monica e Luca.
I due sposini più belli e dolci di tutta Fonte.
Si, peccato che a metà Novembre fu diagnosticato un cancro a Monica.
Monica, la ragazza venuta dal paese, ah si, tutti la conoscevano, cosi bella, pelle soffice e chiara, occhi color nocciola, capelli castani, si.. e un culo e due tette da paura, per farla breve. A ognuno il suo, anche Luca, geometra fresco di Diploma e di specializzazio

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   0 commenti     di: luca


La Bella Addormentata

Era bella, era pura, sembrava quasi ritornata all'infanzia.
Sul suo volto pareva essersi steso un velo di serenità imperturbabile, sul cui pallore emergevano un lieve rossore delle guance, unica traccia di vita su quel corpo immobile.
Attorno a lei non erano cresciuti rovi, né era rinchiusa nella torre di un castello, il suo sonno non era frutto di un incantesimo di una donna invidiosa e frustrata.
Il principe era il suo incantatore, colui che l'avrebbe baciata, ma che nel contempo ne desiderava l'immobilità.
E come un principe si era presentato quell'uomo: il sogno di ogni ragazza di modeste condizioni, tanto più per una che si pagava gli studi con il lavoro di commessa e cameriera part-time.
L'uomo giovane, elegante e attraente, con la macchina sportiva e conoscitore di mondi su cui ella poteva solo fantasticare.
Billionaire, Porto Cervo, Ibiza, Formentera, conoscenze VIP: tutti quegli status symbol raggruppati in un solo individuo.
Sembrava fosse stata risvegliata da quel torpore tedioso e anonimo in cui era vissuta per vent'anni, eppure adesso stava dormendo e nulla poteva turbarne il sonno.
Ciò era accaduto perché il principe aveva bisogno della sua passività, della sua incapacità di reagire.
Troppa vita aveva pervaso quel giovane corpo, troppe aspettative trapelavano dai suoi occhi; meglio l'immobilità, meglio che quella luce sia nascosta dalle palpebre abbassate.
Ella non deve vedere la bestia nascosta dentro al principe, potrebbe spaventarsi o, peggio ancora, deriderlo.
Perché rischiare l'umiliazione, quando tutta la bellezza può essere imprigionata in un delizioso, caldo e inerte involucro, totalmente a sua disposizione?
Per questo motivo le addormentava tutte con il suo elisir speciale, sottratto al fratello medico, il loro oblio diventava così la sua estasi.
Necrofilia?
No, niente affatto: loro erano tutte vive, i loro colpi caldi, il sangue scorreva sotto le loro guance delicate.
Poi si risvegliavano, ignare di tutte le fantasi

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   3 commenti     di: Sabrina Abeni


Parte della Casa, parte dell'Amore

Un mattone dopo l’altro. Il cemento che si accumula e sbrodola lungo la piccola parete che sto costruendo. Avevo comprato questa casa con mia moglie tre settimane fa e c’erano dei lavori da fare, di ristrutturazione, cose di poco conto, cose che potevo benissimo sbrigare da me. Stavo murando una parte della cantina, troppo grande, così avremmo potuto avere due locali, fare un po’ come gli americani, che hanno quelle cantine piene di oggetti e che ne fanno addirittura stanze. Pensavo di farne la mia piccola sala di lettura in questa stanzina che stavo costruendo. Beh, lo pensavo di certo. Fino a quando non ho colpito alla testa mia moglie, le ho legato i polsi, l’ho picchiata ancora fino a spezzarle le gambe, le ho strappato i capelli, tagliato tre dita e infine trascinata dietro il muro di cemento. Sto guardando i suoi occhi opachi e umidi, verdi, belli come non mai. Pregava Dio e me di lasciarla libera, mi domandava continuamente perché. Perché di cosa? Hai voluto questa casa di merda? Ora vivici, sii parte di essa, troia!
Una donna stupenda: alta, snella, occhi nocciola, dal taglio vagamente orientale, capelli neri, labbra carnose e pelle olivastra, un bel seno e un gran culo. Insomma, perfetta. L’ascolto piangere e mi veniva da ridere, ridere per tutte quelle volte che io ho pianto a causa sua. Sono sempre stato un tipo timido e sensibile, non mi pareva vero aver conquistato e sposato una donna così. L’amavo più di me stesso, ma lei…beh, lei mi aveva sposato per i soldi, sapevo che se la faceva con altri: con il giardiniere, il mio migliore amico, il vicino e persino mio zio! Troppo, troppo. Non sopporto più, non ci riesco. Strepita e si sbatte contro il muro, cercando di uscire, la ricaccio indietro con una manata. Ora, una volta dentro, sarebbe stata per sempre mia, per sempre parte di me e della casa. La sua anima e il suo corpo sarebbero stati parte della mia dimora, nelle fondamenta, al sicuro e lontano da altri pretendenti, solo mia.

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   3 commenti     di: Roveno Valorosi


Soviet Superman

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