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Racconti horror

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L'INSETTO

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   3 commenti     di: Filippo Fronza


Alys On Hell (Parte da 9 a 17)

(Nona)

(Sei mesi dopo)
Toby scodinzolò felice quando vide Alys alzarsi dal letto.
Il suo viso era parzialmente tumefatto; le mani e le braccia pure.
Strani lividi le percorrevano la pelle;
in su ed in giù fino alle costole ed in parte anche sul collo.
Alys sorrise a Toby.
"Ciao amore mio come stai oggi?" Chiese.
Il cane abbaiò qualcosa che lei non comprese.
"Immagino bene! Dove sono i vetusti?"
Il cane mosse la testa come se un dubbio alla domanda si esternasse solitario nella sua coscienza di cane;
poi scodinzolò;
Si diresse verso la bambina e si strusciò a lei.
"Sono Giù con Fromm vero?" Chiese ancora.
Poi dei passi interruppero ogni ulteriore quesito.
Quell'uomo entrò in camera; osservò la bambina e le sorrise
"Ciao Alys! Come andiamo oggi?" Domandò.
"Guarda te Fromm! Lividi e cicatrici dappertutto!" Rispose allegra.
"Si! Non male direi! Sei pronta?" Chiese quasi titubante.
Alys lo guardò e poi gli disse:
"Io sono sempre pronta! Ma sei sicuro che anche i miei lo siano?"
"Cosa ti fa pensare il contrario?" Chiese l'uomo un po preoccupato.
"Lo sai Fromm! Lo sai Benissimo anche se non ne parliamo apertamente!" Si fermò mentre l'uomo abbassava la testa.
"Non è così facile fargli comprendere dove devono venire!" Concluse.
"Lo so mia Cara Alys! Lo so.
Ma come già spiegato innumerevoli volte, loro devono capire; devono vedere il male che ti affligge con i loro occhi.
"Sono ormai quasi sei mesi! Credo" Apostrofò la bambina.
"Sei mesi esatti! Confermo!" Disse L'uomo.
"Perché non spieghi loro tutta la verità?" Chiese Alys
"C'è una procedura! Te l'ho sempre detto!" Ribadì quasi alterato.
"Una procedura da seguire!" Poi si voltò verso il cane e lo accarezzò.
Toby leccò la mano dell'uomo con naturalezza.
"Ah! Caro Toby! Potessi aiutarci te!" Disse Alys.
"Non si sa mai! In fondo qualche lezione l'ha seguita!" Fromm sogghignò con una smorfia.
"Lezioni? Quelle?" Alys fece spallucce.
"Si Alys! Per entrare in sintonia con

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   1 commenti     di: Dark Angel


Mater Dei

La ragazza ebbe solo il tempo d'intravedere un'ombra. Un braccio possente le serrò la gola mozzandole il respiro, mentre l'altro le strappava con furia il cellulare che, sino a un attimo prima, teneva incollato all'orecchio. Lo vide volare a parecchi metri di distanza per frantumarsi poi al suolo. Cercò disperatamente di girare la testa ma la morsa che la teneva bloccata era ferrea, decisa. - Non fiatare... - Due parole secche e perentorie che bloccarono ogni sua velleità di reazione. La piazza, in quella serata di fine novembre era quasi del tutto deserta, persone per lo più solitarie l'attraversavano frettolose, probabilmente ansiose di tornare alle proprie abitazioni. L'uomo la spinse lentamente ma con decisione verso il vicolo che separava l'imponente mole del Duomo con l'altrettanto maestoso edificio del Battistero, di forma ottagonale. La scarsa illuminazione li fece avanzare praticamente alla cieca, ma l'uomo sembrava molto sicuro della direzione da prendere. Dopo alcuni metri infatti s'arrestò di colpo serrandole ancor di più il braccio attorno al collo, alcuni pallini colorati le balenarono dinanzi agli occhi, temette di svenire. Fu un suono metallico a farla riprendere dal torpore, l'uomo stava frugando nelle tasche... chiavi... pensò lei. Con quel poco di movimento che le permetteva la posizione cercò di individuare una porta, ma non vide nulla... solo buio. Sentì l'uomo imprecare più volte, poi d'improvviso fu spinta con violenza contro la parete. Il contatto con i freddi mattoni fu tremendo, pur riuscendo con un braccio ad attutire l'impatto, parte del suo volto subì un colpo tale che la lingua le si chiuse tra i denti. Il dolore lancinante fu seguito subito dopo dal sapore metallico del suo stesso sangue. Quando cercò di sputare, un paio d'incisivi rotolarono a terra, nel buio del vicolo risaltarono candidi come solo i denti ben curati possono essere. Poi l'uomo la riprese. Questa volta furono i capelli ad essere afferrati c

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   0 commenti     di: ernesto beoni


Incubo

... manca l'aria, sento il peso dell'anidride carbonica che mi sfonda il petto.
Il terrore imbottito, funi d'acciaio m'immobilizzano. E poi l'oscurità, matassa impenetrabile distorta dal suono affannato dei miei respiri convulsi. Sempre più rapidi, come la raffica singhiozzante di una mitragliatrice asmatica.
Provo a muovere la testa, a guadagnare qualche millimetro, ma sono del tutto immobile, rigido come un blocco di carne ghiacciata.
Avverto l'odore di terra bagnata. Percepisco un leggero spiffero d'aria che non riesco a respirare.
Per me solo esalazioni venefiche di legno marcio.
E il buio, sempre e solo buio. Tiranno inflessibile che non ammette opposizione di luce.
Prigioniero del mio corpo, del terrore, dell'orrore tra tutti gli orrori, prigioniero...

... è questo il mio incubo di sempre. Il delirio che da anni mi tormenta.
Sognato tre, quattro, mille volte a notte.
Un lungo ciclo infinito. Un'assoluta ripetizione dell'eterno uguale.
Ogni notte, da quando ho memoria. La prima volta avevo sei anni e ricordo che crollai giù dal letto vittima di una crisi isterica senza precedenti nella storia del mondo.
Mia madre riuscì a calmarmi solo molte ore dopo, quando il sole aveva cominciato a fare capolino dalle colline intorno a casa.
Non andai a scuola per una settimana, tanto era spaventato. Le prime notti furono le peggiori, quando, vivendo quell'assenza onirica di luce e movimento, credevo che si trattasse della più cruda realtà e che non ci fosse via di scampo. Che fossi imprigionato per l'eternità.
Poi, giorno dopo giorno, divenne chiaro che era solo un brutto sogno e che, anche se mi svegliavo con il cuore prossimo all'esplosione, non c'era nessun pericolo. Che ero al sicuro in camera mia. Che i miei genitori erano a pochi metri da me, pronti a proteggermi da ogni minaccia che avesse aggredito la mia vita.
Dopo una quindicina di giorni, il sonno non era più fonte di terrore e ben presto il sogno divenne qualcosa che cominciai ad accetta

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Requiem per i defunti

Primo movimento_ Angelique, assolo: Mondi riflessi

Camminava sempre con la testa abbassata, un’abitudine che derivava in parti uguali dallo scarsissimo interesse che il mondo reale suscitava in lei e dal desiderio di farsi notare il meno possibile.
Non aveva bisogno di guardarsi intorno per trovare la strada, in realtà non era nemmeno consapevole degli edifici che le scorrevano accanto: da molto tempo il suo corpo aveva imparato a muoversi e ad evitare gli ostacoli autonomamente, senza disturbare la parte conscia della sua mente. In quel momento, infatti, i suoi occhi non vedevano i gruppi di persone accalcate sul marciapiede
(anche se il suo corpo le evitò agilmente, infilandosi nello stretto spazio tra un furgone e il muro di una vecchia casa abbandonata); quello che vedeva erano streghe dalle lunghe vesti multicolori intente a compiere oscuri rituali sotto la luce della luna.
Quell’immagine la tormentava ormai da due giorni, ed era il motivo della sua passeggiata.
Il volto le si illuminò di un sorriso quando vide davanti a sé le luci calde e invitanti della libreria: era arrivata.
Lentamente aprì il cappotto e sciolse la sciarpa che le copriva il viso; gli occhiali dalle lenti di una tenue sfumatura viola le davano un piacevole senso di protezione, di anonimato.
Con calma cominciò ad aggirarsi tra gli scaffali, sfiorando lievemente le copertine e sfogliando le pagine con reverenza: nulla le dava più piacere dei libri. Passarono diverse ore, o forse solo pochi minuti, prima che trovasse quello che cercava. Non aveva
importanza: il tempo si fermava quando si trattava di libri, e il mondo poteva pure aspettare o sparire, come preferiva. Non ne avrebbe sentito la mancanza.
Mentre attendeva di pagare i suoi acquisti, la sua attenzione venne attirata da alcuni ragazzi alle sue
spalle: “Davvero non hai mai letto nulla di Angelique?! ”
“Ma dove sei vissuto?! I libri di Angelique sono magnifici: sono pieni di fantasia, avventure e…vita.

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   1 commenti     di: Elena Benfenati


Creature Mortìfere

<Mi passi l'acqua, mamma?> chiese Ruth la quale non vedeva l'ora di tuffarsi. Con quel bikini viola a fiorellini marroni sembrava quasi una quattordicenne, eppure aveva solo dieci anni e, probabilmente, ciò si sarebbe potuto evincere solo dal suo modo di fare perennemente scherzoso che celava nella sua profonda intimità una innata ingenuità di sentimenti.
<Sì, tesoro, te la passo subito.. e ricordami che devo ancora spalmarti la crema dietro le spalle perché sennò non puoi entrare in acqua!> disse Annah, madre single, premurosa ed amorevole che, per sopperire all'assenza di una figura paterna, soddisfa tutte le volontà ed i desideri, anche i più banali, di un figlio unico..
Era una mattinata calda e soleggiata lì sulle spiagge nei pressi di Augusta nel Maine, anche se uno strano alone ed un inquietante silenzio interrotto qui e lì dalle voci degli altri villeggianti e dalle flemmatiche onde che si trascinavano esauste fino alla riva, dominavano quel paesaggio marittimo.
Nell'attesa che la crema venisse assorbita dal suo corpo, Ruth si apprestò a raggiungere Jeffrey sulla riva. Jeffrey era un ragazzino tranquillo, timido e fin troppo gracile per i suoi tredici anni; aveva i capelli irti come i denti di una spazzola, il viso leggermente scavato, esili spalle e una pelle chiarissima che sul torace rientrava lievemente all'altezza delle costole. Portava un costume giallo aderente con un elastico blu ed una montatura di occhiali color pesca, probabilmente le uniche due cose che davano risalto alla persona oltre a quei grandi verdi occhi che si ritrovava.
Jeffrey era il migliore amico di Ruth da sempre, si volevano bene e la maggior parte dei pomeriggi la trascorrevano insieme a giocare ed a parlare.
Quando Jeffrey la vide arrivare, le porse subito una paletta, un rastrello ed un secchiello:<Perché non facciamo un castello di sabbia?>
<Non ne ho voglia Jeff.. E poi siamo a riva, un'onda un po' più forte ed il castello sarà bello e abbattuto!> sorrise R

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   4 commenti     di: Sari Koon


Portasfortuna

Un pomeriggio d'estate passando per la piazza ritrovo il solito gruppo di amici all'osteria.
La vita non è facile per nessuno e noi quattro sembravamo avere affrontato situazioni più difficili del normale. Ma il più colpito dalla malasorte sembrava Max. Grosso, il volto tirato, stava sdraiato sulla sedia con un giornale davanti e come al solito polemizzava sulla vita, sull'amore, sulle ingiustizie...
"Lucy è andata via. Così, per sempre. É una storia finita ormai."
Fa un lungo sospiro, poi riprende:
"Sì ci sono tante donne al mondo... troverò da consolarmi... Ma bisogna ricominciare tutto da capo e io incomincio a invecchiare... Non ho più tanta voglia di fare il pagliaccio e mettermi a correre dietro alle ragazzine..."
Bruscamente si ferma di parlare. Sulla sua fronte alta che preannuncia la calvizie, si disegnano molte rughe. Diventa nervoso, si dimena sulla sedia mentre cerca qualcosa nelle tasche. Tira fuori un mazzetto di amuleti rossi attaccati a uno spago e con questi fa dei segni in direzione della strada.
"É uno jettatore, un portadisgrazie" dice Max sottovoce.
Mi volto e vedo che dal fondo del marciapiede avanza un tizio magro con la barba e il passo stanco. Indossa pantaloni scuri, camicia con cravatta e tiene la giacca buttata su una spalla poiché fa molto caldo.
Anche l'amico Petèn si volta ma poi sorride:
"Ma no. Sono tutte sciocchezze. Quello lo conosco ed è solo un povero diavolo come noi. Era un uomo importante, una volta. Ah! Sì! Era direttore di non ricordo più quale Ente... in poco tempo perse il lavoro, la salute, la casa... Sua moglie fuggì con un altro... É un uomo completamente rovinato adesso. Va a spasso per il paese alla ricerca di qualcuno che gli offra una sigaretta o un bicchiere di vino. Alla sera dorme in un Istituto di Carità."
Dopo una settimana ritrovo Max tetro e depresso. É un pomeriggio piovoso e lui sta al riparo della tettoia di un deposito di carbone.
"E così ho perso anche il lavoro..." dice sc

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   1 commenti     di: sergio bissoli



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