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Racconti horror

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Un fuoco nel bosco

Il Sole stava calando sul cielo d'estate, screziato qui e là di nuvole bianche e soffici, cui i giochi di luce conferivano un colorito bluastro, mentre lassù, in alto, i primi astri avevano iniziato a brillare, come a volere delimitare il confine tra la notte ed il dì.
Lo scenario era quello di un bosco di abeti, percorso da un sentiero a zig-zag che si protraeva per una decina di chilometri circa, separando il piccolo paesino di Loggiano dalla cittadella locale.
Giuseppe ed Antonio, due contadini di un paese poco distante, avevano appena lasciato Loggiano tra le lacrime e l'amarezza d'una persona cara appena perduta: avevano, infatti, assistito al funerale di un loro vecchio amico, Lorenzo, residente proprio in centro di Loggiano.
A nessuno era stato consentito di vedere la salma del defunto: a quanto pareva, era una misura cautelare per evitare d'infondere il panico tra i presenti.
Stando alle dicerie della moglie e della stretta cerchia di testimoni, Lorenzo era stato ritrovato ai margini della boscaglia, probabilmente di ritorno da una battuta di caccia, orrendamente mutilato.
Gli esperti avevano avanzato l'ipotesi dell'aggressione d'un orso, sebbene in quei paraggi non se ne vedessero più da decenni, oramai; fatto stava che, secondo le testimonianze, lo sventurato era morto dissanguato, probabilmente a causa delle numerose ferite che aveva riportato su tutto il corpo, mentre le ossa, quasi per uno strano scherzo del destino, sembravano essere state tutte rotte, come a volere certificare che, in agonia del dolore, l'uomo non avrebbe in alcun modo potuto raggiungere qualsiasi rudimentale forma di soccorso.
E, per altro aspetto, come altrimenti avrebbe potuto fare? Le gambe, infatti, gli erano state strappate di netto, con una furia sovraumana: per questo l'ipotesi più plausibile era stata, oltre ai vari segni identificativi di morsi e contusioni, quella dell'attacco d'un orso.
Ad ogni modo, Giuseppe ed Antonio ancora non riuscivano a credere alla sfor

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   0 commenti     di: Michele


La vecchia casa

Sedevo sulla sedia impagliata, osservando il pavimento fatto di cotto. Risaliva ad almeno trecento anni fa, come minimo. Era inverno, penso gennaio inoltrato, infatti si era già fatto buio, pure essendo solo le sette di sera.
Il camino era accesso ed il ciocco crepitava, come se dentro ci fosse l'anima di una strega condannata al rogo che ancora gridava la sua maledizione, verso coloro che l'avevano condannata. Vidi con la coda dell'occhio, qualcosa muoversi velocemente. Pensai ad un topolino. Le vecchie case, hanno sovente di questi ospiti. Guardai meglio. Non vidi nulla. Ricominciai a leggere. Leggevo un racconto di Edgar Allan Poe, "Il gatto nero". Era molto avvincente, anche se mi dava dei brividi lungo la schiena. Ancora una volta, quell'ombra rapida, corse lungo il pavimento. Posai il libro sul tavolo. Guardai a lungo. Ancora nulla. Eppure l'avevo vista! Tornai a leggere. Arrivai quasi a metà del racconto. E stavolta sentii come un soffio lungo le gambe. Mi sporsi a guardare e vidi questa lunga ombra nera correre sul pavimento. Si fermò sotto un pesante tavolo, usato per conservare le pentole in quella vecchia cucina. Rimasi pietrificato dal terrore. Senza muovermi e con il libro ancora stretto tra le mani, portai lo sguardo sotto quel tavolo. Mi sembrava di vedere, confusamente, un serpente. Era nero come la pece. Lungo e grosso. Sembrava pulsare. Lo guardai attentamente. Aprì la bocca, anzi la spalancò e mi mostro le sue enormi fauci, rosse come la brace del camino, che nel frattempo ardeva con violenza inconsueta. Afferai la scopa, con l'illusione di ucciderlo o, perlomeno di metterlo in fuga. Appena mi avvicinai, alzò la testa, spalancò ancora una volta la bocca, come se volesse attaccarmi e disparve. Mi era stato detto che in quella casa erano morte tante persone e qualcuna anche di morte violenta. Il serpente non era qualcosa di materiale, non apparteneva al nostro mondo, ma al mondo dei morti, agli Inferi. Poteva anche essere, pensai,

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   3 commenti     di: Fiscanto.


La casa delle tenebre

Era un caldo mese di luglio a Roma, ma fredde erano le celle nei sotterranei di Castel Sant'Angelo dove ero imprigionato. L'angoscia tra le umide mura, i lamenti lontani di un uomo appena torturato... mentre nella mia cella ricordavo di come il destino beffardo mi aveva fatto imprigionare; da quegli eventi successi nell'ottobre scorso in quel borgo tra i monti Cimini: un borgo di nome Vitorchiano, arroccato sopra rocce scoscese.
Ci arrivai passando per i faggi e i castagneti che ricoprono le colline circostanti. Era tempo di castagne; sul terreno se ne trovavano molte mature, cadute dagli alberi, ricoperte dai loro ricci semiaperti e pieni di spine. Giunsi al borgo che era il crepuscolo, stavano appena chiudendo la porta delle mura fortificate. Le strade del paese erano quasi deserte. La poca gente, come capita in questi piccoli comuni, mi guardava in modo insistente.
Avevo un cugino che abitava lì, di nome Luigi Canombroso. Un tipo solitario. Da ragazzi andavamo molto d'accordo, ci interessavamo di arte e scienza. Poi ci siamo persi di vista; lui viaggiò per l'Europa e io ricercavo fenomeni occulti e forze misteriose. Ma arrivando a Vitorchiano nel mese delle castagne non pensavo a ciò che sarebbe accaduto.
Quando mi presentai alla sua porta, mi aprì con il volto coperto da un velo nero. Mi rassicurò che non aveva un male contagioso, ma qualcosa di molto diverso, forse peggiore, dovuto a malefici. Salimmo una breve scalinata per entrare nella stanza principale della casa, rischiarata da candele. Seduti su delle scure poltrone in cuoio mi disse che era un brutto momento per lui. Mi raccontò una storia successa l'anno prima, nel medesimo mese di ottobre.
Durante una delle sue passeggiate solitarie, camminando tra le colline e gli alberi di castagno, Luigi incontrò un uomo dall'aspetto deforme, che stava intagliando una zucca a immagine di un volto. L'aveva perforata con un coltello, formando due occhi tondi, un naso triangolare e una bocca dai denti appu

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L'uomo negativo

"Oh, barone Pedrotzky, buongiorno!"
Così il mio amico aveva salutato l'uomo che stava per entrare nel piccolo negozio di pipe.
Era di luglio, faceva un caldo insopportabile e le tende alla finestra erano tutte abbassate. Le mosche ronzavano senza sosta nella penombra.
La porta a vetri era alle mie spalle così non lo vidi subito. Mi voltai e Cristo, non avevo mai visto niente di simile.
Per non lasciar trasparire la mia sorpresa toccavo le pipe che avevo da provare. Ma quell'uomo, aveva anche il nome appropriato.
Era piccolo, grasso, zoppo e calvo.
Quando si avvicinò al banco notai che portava l'apparecchio acustico dei sordi, oltre che due spesse lenti negli occhiali.
Mai visto un individuo simile, per diavolo. Mentre parlava con il mio amico tabaccaio, che a quanto pare lo conosceva bene, sentii che era anche balbuziente.
Salutai tutti e uscii alla svelta per non ridergli in faccia.
La prossima volta che andai a trovare il mio amico, gli chiesi chi fosse quel tizio.
"Ma come, non conosci il signor barone Pedrotzky?" fece lui.
Non lo avevo mai visto prima e quando lo rividi, era morto.
Era seduto grasso e deforme su una sedia sotto un portico. Il caldo era asfissiante e aveva mosche sulla bocca e dentro il naso. Lo avevano sistemato là provvisoriamente perché era deceduto mentre giocava a carte all'osteria.
Quando arrivarono i familiari gli sfilarono l'orologio e l'anello. Quelli delle pompe funebri portarono una cassa provvisoria e ce lo misero dentro. Ma era pesantissimo e nel sistemarlo i vestiti si attorcigliarono su per la schiena.
Da un barbiere furono presi dei giornali sportivi per metterglieli sotto la testa come cuscino, perché assumesse una posizione più decorosa.
In cimitero poi, ero presente quando ce lo portarono. La cassa nuova di zecca color marrone chiaro luccicava sotto il sole. Sennonché l'impresa di sistemarlo nel loculo non fu affare da poco.
I becchini incolpavano il falegname, questo scaricava la responsabilità ai mura

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   1 commenti     di: sergio bissoli


Salotto

Nel salotto l'aria era un poco opaca. Le due donne, splendidamente vestite per quell'immobilità densa di chiacchiere, stavano buttate su due divani attigui troppo grandi per ognuna di loro. Alle pareti i vari Monet, Picasso, De cChirico guardavano forse senza approvare ciò che erano costretti a sentire.
"Guarda, l'ho trovato neanche un mese fa. Per puro caso. Me ne sono innamorata subito. Ha già quindici anni, ma è così tenero! Gioca ancora, è affettuoso, devi vedere che feste che mi fa!"
La padrona di casa è rapita, mentre l'ìnterlocutrice tiene sospesa la tazza di porcellana con thè e latte e l'ascolta, ben impresso un sorrisetto chic sul labbro.
"Non ha problemi di salute, è tutto a posto. Una fortuna, una vera fortuna è stata! L'ho preso con due soldi, ma fosse costato trecentovolte tanto l'avrei comprato uguale. Mi sono accorta subito quanto valesse. I fratelli no, erano gracilini, sai com'è la madre ne ha partoriti sette, e solo uno, il mio aveva la tempra, il carattere giusto..."
"Ti capisco, ti capisco" l'amica annuisce grave. Nella sua testa chissà quali ricordi oscuri.
"Ovviamente l'ho fatto comunque vedere per scrupolo, giusto che non avesse niente. Qualche parassita, ma per il resto apposto! E come si è ambientato! Appena entrato, si è squadrato attorno, ha girovagato un po' e poi si è scelto il suo angolino preferito. All'inizio era tutto mogio, silenzioso (io penso che gli amncasse la amdre, non so). Ma adesso andiamo d'accordo che è una meraviglia. L'ho educato pian piano. Il mangiare era preparato solo per lui. Dormiva da solo. Poi pian piano l'ho fatto venire in camera con me. Piccole resistenze, ma alla fine si è abituato. Ormai siamo inseparabili. E devi vedere a letto, a letto che cos'è. Un talento innato! Mi son fatta un regalone per i miei sessantanni diciamo così!"
"E quando me lo fai vedere? Dai, son curiosa!"
"Adesso non posso, sta giocando con i suoi videogiochi. Non vuole essere dist

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   5 commenti     di: vito ferro


Gli zombie del cimitero

Eravamo una famiglia felice, eravamo, adesso non lo siamo più. Mio padre è morto quando avevo sei anni e da quel momento la mia vita è stata un incubo; adesso ho dieci anni ma le cose non sono cambiate. Mi presento, mi chiamo Justin e vivo con mia madre in un piccolo paesino.
Una sera stavo facendo i compiti nella mia stanza, sembrava tutto normale, ma ad un tratto sentii delle grida, corsi spaventato in cucina e vidi mia madre che piangendo veniva portata via dai poliziotti, uno di loro mi si avvicinò e mi disse: "andrai in un collegio, mi dispiace".
Salii in macchina ma solo dopo aver fatto i bagagli; presi la foto della mia famiglia e pensai " che bella famiglia che eravamo, adesso è tutto distrutto" mi scese una lacrima che andò a finire su di essa, proprio in quel momento nell'auto entrò un assistente sociale che prese la foto e me la strappò in mille pezzi mentre rideva ero infuriato ma non aprii bocca, forse per timore.
Dopo un ora di viaggio la macchina si fermò davanti ad un edificio immenso era in pietra, una pietra antica, con ben venti finestre divise in file da cinque, notai un piccolo particolare, le finestre erano chiuse con le sbarre, questo mi face molta paura e mi faceva pensare che in quelle stanze accadessero cose orribili! Mi incamminai verso l'entrata; li ad aspettarmi vi era un vecchio signore. Aveva la faccia sgorbia e gli mancava un occhio. Mi fece molta paura; tutto mi faceva paura. Il vecchio mi prese per il braccio e mi portò in una stanza dicendomi: " Questa è la tua schifosa stanza, stupido bambino ih ih ih... ci vediamo alle sette per la cena e vidi di essere puntuale e... stai attento ai fantasmi ih ih ih". Quella risata era aghiacciante e al solo sentire la parola fantasmi mi si gelò il sangue; mi girai e vidi dei bambini dietro di me a cui dissi: " fa-fa-fa fantasmi? Qui ci sono i fantasmi?" uno di loro mi rispose: " si! certo come no, qui è pieno di fantasmi. Buu!!" Io saltai sul letto dallo spavento e tutti si mise

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   3 commenti     di: Eleonora


Revenge

Jessie si svegliò e si accorse che stava sanguinando. Un rivolo cremisi scendeva dalla tempia destra fino alla guancia. Non provava dolore, era troppo stupita e stanca per badare alle ferite che le costellavano il corpo. Cosa le era successo? Non riusciva a ricordare niente. Teneva a fatica gli occhi aperti e cercava un punto di riferimento visivo nell'oscurità che la circondava. Sapeva solamente di essere seduta su un pavimento freddo e di avere le mani legate da una corda spessa e ben annodata. Chi l'aveva ridotta in quello stato?
Aveva i muscoli indolenziti dall'inoperosità forzata e dovette fare appello a tutte le sue energie residue per strisciare di qualche metro. Aveva riacquistato parzialmente la sensibilità e si rendeva conto solo adesso di avere ben più di un taglio superficiale. Avvertiva un bruciore vicino alla spalla destra e se provava a tendere il muscolo una fitta lancinante le toglieva il respiro. Di sicuro non sanguinava più copiosamente e sentiva solo un flusso discontinuo di liquido lungo il petto. Si meravigliò di non essere morta per questo, perché si rendeva conto anche nel buio in cui era immersa che le avrebbe potuto causare una emorragia letale. Continuando a trascinarsi lentamente riuscì ad individuare una parete e vi si appoggiò con la schiena e la nuca. Anche se si era spostata di poco dal punto in cui si era svegliata, era già troppo stanca per proseguire senza una piccola sosta. Prese fiato e scivolò lungo la parete fredda; quando cominciava ad essere di nuovo sfinita dallo sforzo, sbattè la testa contro una sporgenza nel muro. All'improvviso, eco che una luce al neon molto potente si accese ed invase la stanza. Jessie lanciò un gridolino di sorpresa e sbattè le palpebre per abituarsi alla nuova illuminazione. Quando fu in grado di posare lo sguardo su ciò che la circondava, scoprì di essere bloccata in un bagno pubblico.
Davanti a sé poteva vedere 3 gabinetti e alla sua destra c'erano dei lavandini con un grosso s

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