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Racconti horror

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Soddisfazioni

-Professore...-lo chiamò la ragazza.
L'uomo alzò gli occhi dalla cattedra.
-Professore dobbiamo andare-
Il professore annuì, si alzò, prese la borsa da lavoro e raggiunse la ragazza.
Lei gli sorrise, i capelli biondi sciolti sulle spalle la facevano sembrare una di quelle bellezze sui cataloghi dei costumi da bagno.
-Melanie- mormorò.
Le accarezzò una guancia, il suo bel viso levigato tra qualche anno avrebbe iniziato a mostrare i segni dell'età.
-Andiamo.- disse decisa Melanie.
Lo prese per mano, quella mano morbida e calda.
-Andiamo- ripetè lui
Oltrepassarono la porta della classe.
Proseguirono per il corridoio poi giunsero alla porta d'uscita della scuola.
Arrivarono al parcheggio.
L'uomo prese le chiavi della macchina e le mise nella serratura.
Dall'altro lato della macchina Melanie entrò nella macchina.
I due si ritrovarono nell'autovettura.
A quel punto lui le prese il volto tra le mani e la baciò con vigore.
Lei rispose insinuando la lingua tra i denti.
Le mani gli scesero fino ai seni sodi per risalire su vero il collo bianco.
Lo strinse e ne provò piacere.
Lei scambiò quel gesto per un giochetto erotico e continuò a baciarlo.
Ma lui strinse, strinse finchè lei si staccò dalla sua bocca per allontanargli le mani ma non ci riuscì.
Gli occhi le si rovesciarono all'indietro e dalla bocca aperta un rivolo di saliva scendeva indisturbato lungo il mento.
IL Professore allontanò le mani da lei e si mise a guidare
Non era la prima volta che lo faceva, era successo con Julia, Andrea, Annabeth e Ilary.
Tutte abbindolate dai suoi occhi grandi, dalle sue labbra carnose.
Eppure non si sentiva ancora soddisfatto

   4 commenti     di: Giulia Brugnoli


Casa di Martha

Nel gelido crepuscolo di novembre la vecchia fiera di Stellara è composta di bancarelle dei dolciumi, spazzacamini, burattinai, ombrellai...
Io sono venuto per andare dalla vecchia Martha affinché provi a guarirmi il mio male al petto. Chiedo di lei a un contadino che sta spaccando la legna.
"Lei sa dove abita la vedova Martha?"
"Sicuro che lo so. Abita laggiù, dove cresce la saggina, insieme a quelle altre..."
"Perché? Che cosa fa?"
"Fa le stregonerie. Lei e le vecchie Diana, Viviana e Gelsomina hanno passato la vita a rovinare i raccolti, far ammalare uomini e bestiame e a scatenare temporali. Bisognerebbe bruciarle! Spero che ricevano tutta la sofferenza che si meritano!"
La nebbia cade sul villaggio. Sapevo che la vecchia Martha ha fama di essere una strega.
Percorro la via principale, talmente stretta che le streghe si potrebbero graffiare stando alle finestre. Poi la strada prosegue in campagna. Gelsi e salici vecchissimi, piegati e squarciati che sembrano piantati dal diavolo.
La sua casetta è vicino a cespugli di rosellina selvatica. Un cardo è piantato davanti alla porta di casa.
All'interno sono appese pentole e vecchie litografie di fiori e animali. Un pappagallo tetro mi guarda dall'alto.
Sul tavolo ci sono chiodi storti, spilli, uncini. La vecchia piccola e magra li innaffia con il liquido di una boccetta. Ha il viso bianco, labbra e occhiaie nero viola.
"Entra. Ti aspettavo."
Le spiego brevemente dove mi fa male. Mi fa intingere un dito nell'olio e lasciare cadere alcune gocce in un pentolino d'acqua.
"Le gocce si disperdono..." borbotta.
Mi porge alcuni grani di frumento da buttare nell'acqua. I grani cadono a fondo e lei mormora:
"Sei stato affatturato."
Allora mette un pentolino d'acqua a bollire sul fuoco. Vi butta dentro cenere, polveri scure e si mette a borbottare strane parole. Prende un fazzoletto rosso con una estremità annodata e lo striscia per terra disegnando un cerchio intorno a me.
Nel silenzio della cucina si od

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   1 commenti     di: sergio bissoli


Quella casa tra i boschi (parte 1 di 2)

L'Audi a3 correva sull'asfalto umido a velocità sostenuta; Thomas aveva volontariamente aumentato l'andatura visto che erano già in ritardo. Non che qualcuno li stesse aspettando, ma trattandosi solo di un week-end non voleva perdere altro tempo.
Percorse ancora un paio di chilometri dopodiché svoltò a destra, in una via piuttosto stretta che conduceva nei boschi dell'Oregon; lì c'era la piccola casetta di suo nonno nella quale avrebbe trascorso il fine settimana lontano dalla società, dal caos delle macchine e da tutto il resto. Aveva portato con se i suoi tre migliori amici, nessun'altro. Per una volta avrebbero potuto godersi la sola compagnia delle piante e della natura.
"Sei sicuro che sia questa la strada?" gli domandò Gaia guardandosi intorno. Era seduta al suo fianco, mentre Tatiana e Marco stavano dietro.
"Tranquilla Gaia, sono sicurissimo; e poi non c'è da stupirsi se la strada sia in questo stato. Stiamo andando in un bosco, non in centro."
Ben presto l'asfalto lasciò spazio allo sterrato e Thomas capì erano giunti quasi a destinazione. Avanzò lentamente avendo così la possibilità di ammirare, assieme ai suoi amici, gli alberi che costeggiavano il sentiero; erano piuttosto spogli data la stagione e le poche foglie ancora sui rami avevano assunto un colorito giallastro. Nonostante questo però davano un incredibile senso di pace; Marco e Tatiana si lasciarono andare e sentirono le fatiche della settimana di lavoro che scivolavano via da loro, letteralmente.
"Credo sia stata un'ottima idea venire qui," annunciò proprio Marco. "Mi sento già benissimo."
"Te l'avevo detto," rispose Thomas. "E tu che non volevi nemmeno seguirmi!"
Attraversarono un ponte lungo non più di venti metri che sovrastava un torrente della zona; era l'unica via che conduceva in quei boschi, perlomeno da quel versante. Se invece si arrivava dalla parte opposta c'era un sentiero piuttosto stretto, impossibile da percorrere in auto.
"Secondo le indicazioni scritt

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Il martedi della Marisa

La mia vita precipitò in un cumulo di macerie esattamente di Martedì.
Perchè poi proprio quel giorno, non saprei dirvelo neppure io, fatto sta che mi ritrovai a dover raccogliere quel poco che era rimasto della mia esistenza con una paletta per gli escrementi dei cani.
L'esordio della giornata, fredda, umida e con un pesante telo di nebbia lungo tutto il quartiere mi avrebbe dovuto allarmare sulle tragiche conseguenze del mio abituale risveglio mattutino, invece no: presi la mia solita tazza di thè verde, le mie tre fette biscottate integrali, la mia insalata per la pausa pranzo al lavoro, la borsetta Vuitton costata un capitale e uscii da quell'appartamentino così piccolo e così stretto per le mie esigenze.
Quando arrivai giù nel parcheggio del cortile vuoi te che non si presenta il portiere a cercare per l'ennesima volta di portarmi a letto? No, era li, con la solita brioche fumante in mano, che come d'abitudine accettai, rimarcando mentalmente la nota "buttare nel cestino, oppure darla al lavavetri al semaforo in fondo alla via", così con questa pasta dannatamente bollente in una mano e con l'altra mano occupata dalla borsa ( quelle Vuitton hanno delle chinghie deliziosamente scivolose) mi trovai a dover prendere le chiavi della mia piccola Panda verde chiaro ( da cui potete capire il livello della mia autostima quanto era calato") come un giocoliere può giostrare tre elefanti e un obeluisco egiziano.
Inevitabilmente, le chiavi caddero ( amen!), poi la borsa con tutto il suo contenuto, compreso l'iphone 4g appena comprato e scartato due giorni prima ma non ancora usato perchè così complesso che mi sto chiedendo se sono normodotata mentalmente, e qui partono epiteti degni di un marinaio a cui uno squalo ha appena addentato i testicoli, e infine con una sonora onomatopea di qualcosa di molle che si schianta pure la brioche, con il cioccolato ( vade retro grasso!) che schizza allegramente da tutte le parti ( qui ho sorriso dolcemente con aria assassi

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Segreti proibiti

Ayako Kobahiashi era intenta a scrivere il suo romanzo "I fantasmi giapponesi".
Erano le 6:00 di mattina e ormai aveva le borse sotto gli occhi, decise di abbandonare la stesura del racconto e posizionò la penna sul foglio bianco.
Decise di andare a letto, si spogliò e si mise a letto: nella sua testa aveva dei pensieri orribili: secondo alcune legende giapponesi chi muore in un certo posto, in modo innaturale, continua a vagare per l'eternità.
Mentre dormiva sentì un tonfo provenire dall'esterno e si trovò davanti una scena terribile: una donna in un kimono sporco di sangue che prima guardò Ayako e poi cominciò a urlare "Spiriti della terra e dell'inferno, datemi la forza di uccidere questa donna che vuole far conoscere al mondo i nostri segreti!" Ayako scappò su per le scale di marmo ma per un caso sfortunato della sorte vi sbattè il mento: da esso cominciò a zampillare del sangue caldo e denso.
Ayako corse in bagno e si tamponò la ferita con una garza sterilizata.
Mentre chiudeva l'armadietto dei medicinali vide riflesso nel vetro un altra donna: stavolta era bianca come un lenzuolo ma scomparì dopo un secondo.
Ayako pensò " devo essermi sognata tutto, torniamo a letto che è meglio..".
Si svegliò alle 10:00 di mattina, si fece una doccia, si vestì e uscì per andare a trovare sua madre Chitose e appena arrivò alla prefettura Mizuki (da ricordare ai lettori che in giappone non esistono vie e numeri civici) girò a destra e parcheggiò la macchina: mancavano ancora due ore prima che sua madre tornasse e lei si dedicò al suo libro.
Prese la penna e cominciò a scrivere: " una delle entità più temute su questa terra è il fantasma, ma i fantasmi giapponesi sono conosciuti per la loro indole violenta e vendicatoria, ma io non ci credo": quandò posò la penna apparve sul libro una scritta "davvero?" e poco dopo una mano spuntò fuori dal libro e la trascinò dentro il libro.
In ogni caso nessuno sa che fine abbia fatto Ayako:

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La nascita di Claudia

<<Louis, per trovarti non devo far altro che seguire i cadaveri dei topi.>>
Sollevai lentamente gli occhi in direzione di quella voce a me familiare.
Lestat mi aveva trovato facilmente in quella nauseante e disgustosa fogna in cui mi ero rifugiato.
Ero così prevedibile per lui...
Gli era bastato seguire la scia dei cadaveri dei topi che mi ero lasciato dietro il mio passaggio, mentre scappavo disperato sotto la pioggia battente.
Ero scappato per la vergogna e per il disgusto verso me stesso, per ciò che sono e per ciò che avevo fatto: mi ero cibato di una bambina malata, di appena sei, o sette anni, che si stringeva disperata alla mano decomposta di quel cadavere puzzolente che era sua madre.
Piangeva disperata.
Era rimasta sola al mondo.
Il padre l'aveva abbandonata.
Era stata lei stessa a dirmelo quando, udendo il suo pianto, entrai in casa, se così può definirsi quella una casa, e la madre era li, su di una sedia, morta per la peste, con gli occhi sbarrati e la bocca semiaperta.
Era in un orribile stato di decomposizione.
Mi guardò con occhi pieni di tristezza. Era completamente sporca, così come il suo vestito, le gote erano rigate dalle lacrime e i suoi lunghi capelli biondi era scomposti e disordinati.
Si era stretta a me senza pensarci due volte.
<<Per favore, aiutateci... papà ci ha lasciato e non è più tornato...>> sussurrò, stringendosi più forte a me.
Fui sorpreso di quella reazione che per lei fu così spontanea.
Era disperata a tal punto da gettarsi tra le braccia di un mostro?
Si staccò lentamente da me per guardarmi dritto negli occhi.
I suoi occhi mi imploravano. Erano una preghiera disperata, ma io non fui capace di proferire parola.
<<Vi prego... svegliate la mia mamma...>>
Non si era resa conto che quello che stringeva un attimo fa era soltanto un cadavere senza vita...
Si strinse di nuovo a me, in cerca di conforto e io non potei fare altro che accarezzarla.
Ma i suoi capelli, aggrappandosi a me, le cadder

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   2 commenti     di: Liliana Piscopo


La casa inquieta

Hanno suscitato chiacchiere e congetture gli strani avvenimenti del meccanico Francisco di G***. Il suo caso è apparso anche su un giornale locale.
Così un pomeriggio di settembre vado a trovare quest'uomo.
Il signor Francisco ha sessant'anni, è grassoccio, con i capelli grigi e l'aria stanca e un po' abbattuta. Gli dico che sono uno studioso di poltergeist e che mi interessa sapere esattamente cosa è successo. Lui emette un sospiro poi incomincia a raccontare:
"Sono già venuti in tanti. Dirò anche a lei quello che ho detto ai giornalisti. Prima di andare in pensione abitavo in una casetta alla periferia di G***. Una mattina mia moglie, malata di cuore da anni, ha avuto un attacco e non c'è stato niente da fare... Dopo la morte della mia cara Jenny sono rimasto solo e in casa sono incominciati i fenomeni. Le luci si accendevano, le porte si aprivano da sole... Ho chiesto aiuto ai vicini, al prete, a una maga ma non è servito. Non avevo paura, ma non potevo più restare. Dopo due settimane mi sono trasferito qui in casa di mia figlia sposata, e ho ripreso la mia vita."
Mi fermo di scrivere appunti poi faccio la mia richiesta:
"Vorrei vedere la casa."
L'uomo ha un sussulto e sembra pensarci un po'. Poi esclama:
"Venga."
Prende un mazzo di chiavi, si infila la giacca e usciamo. Dopo mezz'ora di automobile arriviamo a un sobborgo nuovo alla periferia di G***. A piedi ci avviamo verso il N°54, una casetta seminuova color giallo, con giardinetto incolto anteriore. Mentre il proprietario fa scattare la serratura noto i vicini che ci guardano sospettosamente.
Finalmente entriamo dentro.
Una saletta in penombra con il pavimento a losanghe bianche e nere. Alcuni mobiletti, un vaso di fiori in plastica, una vetrinetta con i bicchieri. Nell'angolo c'è una macchina da cucire. Sulla destra c'è un sottoscala tetro con mensole piene di scarpe e vestiti femminili attaccati ai chiodi. Fa molto freddo qui dentro.
Muoviamo alcuni passi ed entriamo in cucina. Dalla

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   1 commenti     di: sergio bissoli



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